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Intervista all’archeologo Rubens D’Oriano: i musei (parte 3)

Il Dottor Rubens D’Oriano è Archeologo Direttore Coordinatore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna. Lo abbiamo intervistato per voi e oggi vi presentiamo la sua opinione sui musei.

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Luci e ombre, come è ovvio che sia. L’alto numero e la capillarità della loro diffusione è di certo un pregio, anche se a volte si tratta di micro-musei i cui materiali sarebbe stato meglio accorpare in sedi maggiori rappresentative di un territorio più ampio. Sotto il profilo della qualità, ad uno standard generalmente buono sul piano della correttezza dell’informazione si affianca un alterno valore per quanto riguarda l’efficacia comunicativa, ma va considerato che l’attuale panorama dei musei archeologici italiani è il frutto di una stratificazione ormai secolare, e perciò non possiamo pretendere che siano tutti adeguati alle odierne tendenze e tecniche della comunicazione, anche se dobbiamo lavorare in tal senso, a patto di avere le risorse per farlo.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Di certo esistono in vari casi necessità di una più incisiva e capillare pubblicizzazione dei Musei, ma il calo di affluenza degli ultimi anni mi pare più legato a fenomeni extra-culturali. In Italia è in calo il numero dei visitatori dei Musei semplicemente perché è in calo il dato globale del turismo nazionale, sia interno che estero, perché una vacanza di 10 giorni in Italia costa il 10, 20, 30 % in più che una in Grecia o in Spagna.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Dietro la chimera del ritorno economico diretto dei beni culturali, dietro una visione ormai eminentemente mercantilistica e aziendalistica anche dei beni culturali (dopo la sanità, la scuola, ecc.) in termini di costi/benefici solo economici, si sta perdendo di vista la primaria funzione del bene culturale, formativa di scienza e coscienza, di consapevolezza e orgoglio d’appartenenza, di universalità.
– In termini ideali, un cittadino “colto” è una ricchezza, anche in termini economici, per uno Stato moderno, che quindi dovrebbe “investire” nella gratuità della cultura. Tuttavia, relativamente ai Musei, non è detto che l’ingresso gratuito significhi per ciò stesso maggior numero di visitatori: secondo un recente studio condotto in Francia il pubblico si divide piuttosto equamente tra quelli che “se è gratis vale poco, perciò non ci vado” e quelli che “se è gratis ci vado, a pagamento no”.
– Per quanto riguarda l’aspetto puramente economico, la gratuità o meno di un Museo non mi pare incida molto sul bilancio globale: sul costo medio di una giornata a – per esempio – Firenze, il costo del biglietto degli Uffizi è irrisorio se correlato a quanto il turista spende in città per albergo, ristorazione, ecc., cioè in ciò che costituisce il vero introito derivante dai beni culturali.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. L’utilità didattica è di certo rilevante, purché sorretta sempre dalla correttezza dell’informazione. La misura è dettata solo dalle necessità che di volta in volta si presentano: purché lo si dichiari, non vedo problemi persino per un Museo di soli allestimenti di realtà virtuale.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Il problema più rilevante è la serietà e l’onestà intellettuale con la quale i media si approcciano all’archeologia. Poche branche dello scibile eccitano la fantasia dei mitomani e dilettanti quanto l’archeologia. Non esistono, o quasi, riviste o trasmissioni televisive di fisica, chimica, medicina ecc. “misteriosa”, mentre molte ne esistono (ahinoi anche del cosiddetto servizio pubblico televisivo) che danno acriticamente spazio alla pletora degli “archeomani”, quella ormai innumerevole congerie di dilettanti che affliggono con le loro farneticazioni l’antichistica, esponenti di una sotto-cultura ormai dilagante (e pagante, per gli editori e i mass media che con interessato cinismo ad essa fanno eco), la cui scarsità di conoscenza del contesto globale del mondo antico è pari solo all’assenza di metodo con la quale si approcciano a quel poco che sanno di esso.
– Il giornalista che si trova di fronte a chiunque parli di archeologia dovrebbe – per serietà professionale – chiedere anzitutto che mestiere fa l’interlocutore, alla luce del principio “visto che non mi faccio riparare l’auto dal verduraio o curare i denti dal carrozziere o progettare la casa dall’avvocato, perché pubblicare sproloqui di archeologia di uno che archeologo non è?”

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. L’attitudine alla divulgazione è, al di là di una eventuale formazione professionale ad hoc, sostanzialmente la capacità di immedesimarsi nel profano, e gli archeologi sotto questo profilo sono come tutti gli altri specialisti: alcuni la hanno, altri no.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Ci sono riviste serie e altre no, mi riferisco per le seconde a quelle che ho già ricordato inerenti l’archeologia “misteriosa”.

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