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Alessandria d’Egitto, isola di Pharos

Alessandria d’Egitto, isola di Pharos

L’isola di Pharos, menzionata già da Omero come terra protetta dal nume Proteo, era unita alla costa da un molo ad arcate lungo circa 1500 m, noto come di Eptastadio e che aveva la duplice funzione di frenare la corrente del mare e di creare due porti separati: a E il Porto Grande, a O l’Eunosto.

Alle due estremità del molo si apriva un canale che collegava i due porti, permettendo il passaggio di piccole imbarcazioni. Strabone afferma che il Porto Grande era suddiviso in più bacini e che era così profondo in prossimità della riva che potevano approdarvi anche le navi più grandi.

Il Faro di Alessandria

L’erezione del Faro di Alessandria sull’isola è attribuita a Tolomeo II (285-246 a.C.). L’architetto fu Sostrato di Cnido, il quale ne iniziò la costruzione probabilmente già dal 297 a.C. L’inaugurazione, comunque, ebbe luogo sotto Tolomeo Filadelfo tra il 280 e il 279 a.C.

Il Faro fu consacrato a favore dei navigatori e degli dei salvatori e l’epigrafe dedicatoria era scritta in caratteri enormi di bronzo dorato, affinché potesse essere da vista dai naviganti: la fiamma del faro appariva loro come una divinità protettrice. Del monumento niente ci è pervenuto, esso ebbe altissima risonanza nel mondo antico e descrizioni del Faro ricorrono in autori classici (in particolare Diodoro Siculo, Strabone, Plinio il Vecchio), medievali e in scrittori arabi tra IX e XIV sec.

Il Faro fu annoverato tra le sette meraviglie del mondo. Il monumento, alto fra i 120 e i 140 m sorgeva su una piccola isola sul lato NE dell’isola di Pharos, luogo in cui oggi si trova il forte Qâit Bây ed era diviso in tre piani: il primo, alto 60 m era di pianta quadrata e molto largo; il secondo, che aveva un’altezza di circa 30 m, secondo quanto testimoniato dalle fonti, poteva sembrare una torre a sezione ottagonale; l’ultima sezione, di 15 m, era una sorta di torre cilindrica, su cui si trovava l’enorme statua di Alessandro Magno o di Zeus Soter.

Ai quattro angoli della sommità del primo piano c’erano quattro gruppi bronzei raffiguranti tritoni marine nell’atto di soffiare dentro delle conchiglie; l’edificio doveva essere ricco di decorazioni bronzee e marmoree e doveva essere dotato di finestre per illuminare i diversi piani. Le pareti, secondo le testimonianze letterarie, erano di marmo, ma più probabilmente si trattava di calcare bianco.

Si può presumere che le fondazioni del Faro siano state eseguite con grandi blocchi di calcare messi insieme da malta cementizia. All’interno del monumento si attribuiscono un pozzo centrale, un serbatoio sotterraneo, una rampa nel primo piano e una scala negli altri due, numerose camere (più di 300) e un pozzo centrale con il quale si sollevavano i materiali necessari per il suo funzionamento.

Il Faro ebbe lunga vita e fino all’anno 1000 era ancora in piedi, anche se era stato gravemente danneggiato da una serie di terremoti, tra cui uno, catastrofico, del IV sec. A partire dal 1349 è segnalato come un cumulo di rovine. Ibn Iyâs afferma che tra il 1477 e il 1479 Qâit Bây fece costruire il suo castello sulle fondazioni del Faro antico. Un mosaico collocato nella volta nella cappella di San Zeno, nella chiesa di S. Marco a Venezia (fine XII-inizi XIII secolo) rappresenta l’ultima raffigurazione che possediamo del Faro, prima che venisse distrutto.

Per approfondire

  • Adriani, Documenti e ricerche d’arte alessandrina, Roma 1959.
  • D. Barbaglia, Le sette meraviglie del mondo antico, Milano 2008
  • N. Bonacasa, A. Di Vita (a cura di), Alessandria e il mondo ellenistico-romano, Roma 1992

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