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Annibale: il condottiero che giurò eterno odio a Roma

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Annibale

Quando si nomina Annibale, ancora oggi, si ha la visione e l’idea di un uomo di grande ingegno e soprattutto di grandi doti militari che ebbe la capacità in soli due anni, dal 218 a.C. al 216 a.C., cioè da quando iniziò la sua discesa in Italia fino alla vittoriosa battaglia di Canne, di entrare a far parte del gruppo dei grandi della storia dell’umanità.

Purtroppo, o per fortuna di Roma, la dea fortuna non è stata così tanto a lungo dalla sua parte, infatti sono ben noti gli esiti della seconda guerra punica, che portò definitivamente al successo dei Romani e all’eclissarsi di questo astro cartaginese.•

Annibale nelle fonti: Cornelio Nepote e Tito Livio

Sono numerosissime le testimonianze antiche riguardanti questo grande condottiero, sulla sua impressionante genialità militare e soprattutto riguardo la campagna militare condotta nella penisola italica. Fu però Cornelio Nepote l’unico a scrivere una biografia completa di questo uomo.

Il testo di Nepote, nel primo capitolo, ha la capacità di riassumere in pochissime righe le qualità del condottiero e i motivi per cui si ebbe la sua definitiva caduta: “Annibale, figlio di Amilcare, (era) cartaginese. Se è vero, cosa di cui nessuno dubita, che il popolo romano superò in valore tutti i popoli, è innegabile (lett.: non si deve negare) che Annibale di tanto superò in accortezza gli altri comandanti, di quanto il popolo romano supera in forza tutte le altre genti.

Infatti tutte le volte che (Annibale) si scontrò con esso in Italia, sempre (ne) uscì vincitore. E se non fosse stato indebolito dal malanimo dei suoi concittadini in patria, sembra che avrebbe potuto sconfiggere (definitivamente) i Romani. Ma la malignità di molti annientò il valore di uno solo. Costui però conservò l’odio paterno contro i Romani, lasciato(gli) come in eredità, a tal punto che depose prima di quello la vita, visto che egli, pur essendo stato scacciato dalla patria e pur essendo bisognoso degli aiuti altrui, non smise mai nel (suo) animo di combattere contro i Romani.”

Più avanti nel testo quando si appresta a raccontare della fine della presenza di Annibale in Italia, per richiesta esplicita di Cartagine, Cornelio Nepote renderà ancora più manifesti i motivi della sua profonda ammirazione per un uomo, che, sebbene fosse vissuto prima dello storico, era stato giurato nemico dell’Urbe; lo scrittore romano ci dice: “Basterà alludere ad una sola cosa, grazie alla quale si può facilmente comprendere la grandezza di quell’uomo: mentre era in Italia, nessuno poteva resistergli nel campo da combattimento e dopo la battaglia di Canne (216 a.C., Annibale annienta l’esercito guidato da Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo) nessuno si arrischiava a collocare il proprio campo di fronte al suo in un terreno pianeggiante.”

A quel punto fu richiamato in patria, per difenderla direttamente su suolo africano e fino a quel momento, stando sempre allo storico, “non aveva patito alcuna sconfitta”: ciò è indice del fatto che, nel corso della seconda guerra punica, si fosse diffusa un’idea di estrema ed indiscussa superiorità di quest’uomo.

Però è, con molta probabilità, lo storico Tito Livio a riconoscere il grande valore militare del cartaginese, ricordando il tributo che ricevette da parte del dittatore e suo acerrimo nemico Quinto Fabio Massimo che, durante un tragico ed accorato discorso tenuto in assemblea in occasione delle sue elezioni a console nel 215 a.C., pare abbia incoraggiato Roma ad adoperarsi per scegliere i capi migliori: “Come in questa guerra e con questo nemico, nessun generale commise mai un errore senza prevederne un grave disastro per noi, è opportuno che riflettiate sul voto per l’elezione dei consoli con la stessa attenzione che avete avuto quando siete partiti in armi per combattere, in modo tale che ognuno si rivolga a se stesso pensando di votare per un console che abbia la stessa grandezza di Annibale”.•

Annibale, cresciuto nell’odio

Nel XXI libro della Storia di Roma Tito Livio ci ripropone un ritratto di Annibale da adolescente, raccontando di come fosse il migliore soldato, sia in fanteria che in cavalleria, e di come nessuno fosse in grado di euguagliarlo. Annibale era nato a Cartagine nel 247 a.C. dal generale punico Amilcare Barca (Barak in cartaginese significa “fulmine”).

Crebbe, militarmente parlando, prima agli ordini del padre e poi fu sottoposto al cognato Asdrubale, ma ebbe comunque la grande capacità di dimostrare le proprie doti in armi, seppe conquistare la fiducia dei suoi uomini e ad avere l’appoggio delle popolazioni locali. Così, raggiunti i trent’anni, si armò e partì per quello che sarebbe sempre stato lo scopo principale della sua vita: distruggere Roma per vendicare la sua patria e la sconfitta del padre durante la prima guerra punica (264 a.C.-241 a.C.).

Poteva contare, senza ombra di dubbio, sull’appoggio indiscusso del Consiglio di Cartagine che gli lasciò grande libertà d’azione e soprattutto aveva ai suoi ordini un esercito ben addestrato e composto da elementi sia ispanici che africani. Ma più di tutto ciò che lo spingeva con grande ardore e fermezza erano certamente la sua forza interiore e psicologica alimentate dall’odio inestinguibile verso i romani, inculcatogli sin da bambino.

Tutti gli storici, che in modo più o meno prolisso, si occuparono del generale ci tramandano l’episodio del famoso giuramento tenuto presso l’altare di Cartagine.

Esistono diverse varianti dell’episodio: per Appiano non avrebbe mai smesso “di cospirare” contro Roma, per Valerio Massimo che avrebbe combattuto fino a che le forze gliel’avrebbero permesso, per Polibio che non sarebbe mai stato amico dei Romani. Quest’ultimo autore, inoltre, ci racconta che Amilcare fece odiare profondamente i romani sia al cognato Asdrubale sia al figlio Annibale, ma che il primo morì prematuramente senza poter mettere in pratica i suoi insegnamenti, mentre il giovane figlio ebbe tempo e modo di dimostrare pienamente come il suo unico scopo fosse la distruzione di Roma.

Il racconto, però, più completo dell’episodio del giuramento lo abbiamo da Cornelio Nepote; qui è lo stesso Annibale che lo racconta, al termine della propria vita, al re Antioco, dubbioso del suo sentimento avverso a Roma, inoltre il cartaginese assicura che mai e poi mai avrebbe disatteso la sua promessa al padre. Proclamato generale dell’esercito in Spagna, dopo la morte del cognato Asdrubale, mise in atto il suo piano, tanto atteso e desiderato, di conquista dell’Italia. Provocò la città iberica di Sagunto, alleata di Roma, con il pretesto che si trovasse a Sud del fiume Ebro e perciò non rientrasse nel territorio di pertinenza della città italica; il tutto si risolse con l’occupazione della città nel 219 a.C.

A questo punto nel 218 a.C. Annibale partì alla volta dell’Italia con un esercito di 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti; i cartaginesi superarono i Pirenei, evitarono uno scontro con i romani a Massalia (Marsiglia), risalirono il Rodano e valicarono le Alpi all’altezza di Moncenisio, stando a quanto riporta Tito Livio.

Il suo arrivo annunciato, ma non previsto con così grande rapidità, ebbe come effetto l’appoggio delle popolazioni celtiche della Gallia Cisalpina (Nord della penisola italiana), in precedenza alleate di Roma. Ovviamente il Senato ed il popolo romano si mostrarono attoniti e sbigottiti di fronte all’evento e alla prospettiva di un futuro attacco nella propria terra; il timore e la paura si impadronirono della città tanto che Tito Livio ci dice che “i Romani si trovarono a dover fare la guerra contro il mondo intero in Italia”.

Le arringhe ed i discorsi dei generali insistevano sul coraggio, sull’eroismo e sul patriottismo e sul fatto che i soldati, uscendo vittoriosi dalle battaglie, avrebbero garantito salvezza alle proprie famiglie; ma man mano che il nemico avanzava, riportando schiaccianti vittorie (Ticino e Trebbia nel 218 a.C., Trasimeno 217 a.C.) e soprattutto l’importantissima vittoria di Canne nel 216 a.C., il timore divenne vero e proprio terrore e l’angoscia dilagò in tutta Roma.

Mai fu tanto sentito il panico entro le mura di Roma “senza che la città fosse stata conquistata”, così ci testimonia Livio; infatti in breve tempo l’Urbe aveva visto spazzare via il grosso del suo esercito ed il fior fiore della classe dirigente che lo guidava.

Poi però Annibale si trovò bloccato in Campania senza poter effettuare l’attacco finale e decisivo contro i romani, nel frattempo in Spagna Publio Scipione Africano riportava una serie di successi e in Italia i consoli Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone sconfissero nel 207 a.C. a Metauro, nelle Marche, Asdrubale, fratello del generale punico, mentre stava giungendo con dei rinforzi.

La fine di un grande condottiero

Fu a questo punto che le sorti della guerra mutarono radicalmente e Roma tornò a prendere in mano le redini della situazione bellica, infatti la vittoria finale era solo questione di tempo. Nel 202 a.C. la battaglia di Zama, su suolo africano, in cui l’esercito punico di Annibale fu annientato da Scipione l’Africano, segnò la fine delle pretese imperialiste del partito più propenso alla guerra di Cartagine, guidato dai Barca.

Ma Roma non voleva e non poteva dimenticare i gravi abusi subiti e ovviamente la sua vittima fu Annibale; dopo Zama il generale punico tentò in ogni modo di convincere il Consiglio della città ad accettare le condizione imposte dal Senato romano per evitare guai molto più grandi.

Non fu più al comando dell’esercito, come era stato imposto dall’Urbe, fu però eletto cinque anni più tardi come suffeto, massima autorità civile cittadina; ma a Roma questo non bastava voleva la sua testa. Per circa dodici anni vagò per le corti dei sovrano orientali: prima in Siria da re Antioco, poi, dopo un breve soggiorno a Creta, giunse in Armenia da re Artassia, infine si diresse nella lontana Bitinia (attuale Anatolia), dove lo accolse re Prusia.

Il Senato di Roma lo raggiunse fin lì; infatti furono inviati degli emissari con l’esplicito intento di catturarlo, ma Annibale piuttosto che arrendersi preferì il suicidio. Era il 183 a.C.: caso sorprendente nella storia, fu anche l’anno di morte del suo più grande nemico, Scipione l’Africano, con il quale nonostante l’avversione, mantenne sempre una relazione di reciproco rispetto.

Annibale: il giudizio della storia

È noto che i vincitori scrivono la storia e generalmente essi risultano sempre migliori rispetto al proprio nemico, che viene volontariamente screditato; di solito ciò accade ma non viene manifestato come fu fatto invece, volontariamente, nei confronti di Annibale. Poiché i suoi meriti militari erano del tutto indiscutibili, la propaganda e la storiografia romana non hanno fatto altro che acuire ed ingigantire i tratti della nota crudeltà cartaginese, esasperandola in Annibale.

L’unica eccezione è quella di Cornelio Nepote che, nel suo Vite di uomini illustri, traccia un profilo del generale obiettivo e a volte sembra quasi mostrare una certa simpatia per lui. Però il giudizio più noto, perciò più decisivo, è quello di Tito Livio che afferma che le grandi doti di questo personaggio erano si eccezionali, ma allo stesso tempo controbilanciate da altrettante cattive qualità: perfidia, crudeltà disumana, mancanza di franchezza ed onestà, nessun timore e rispetto verso gli dei.

Diventati suoi tratti caratteristici, nei secoli fu marchiato d’infamia, tanto che anche gli storiografi moderni, riconoscendo le sue grandissime doti di combattente, non si sono mai esposti eccessivamente nel giudizio della sua persona: “un grande uomo nel vero senso della parola” fu il giudizio di Theodor Mommsen nell’Ottocento.Comunque sia stata l’effettiva indole di Annibale è insindacabile la sua capacità di essere entrato a pieno diritto nel numero dei grandi uomini della storia delle civiltà.

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