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Apollonio Rodio

argonauti

Le notizie biografiche su Apollonio Rodio sono piuttosto scarse e contraddittorie. Sappiamo che nacque ad Alessandria e che il padre fu un certo Silleus. Il soprannome “Rodio” gli deriverebbe dall’isola di Rodi, dove forse si recò in esilio dopo una presentazione fallimentare del suo poema ad Alessandria. Alcuni critici ritengono che fosse originario di Rodi, ma è più verosimile che a Rodi il poeta ottenne quel successo che non aveva avuto ad Alessandria e che poi i cittadini di Rodi gli concessero la cittadinanza. Apollonio, dopo un certo periodo di tempo, tornò ad Alessandria, dove riscosse, dopo aver rinnovato il poema, ampi consensi. Visse nel III sec. a.C. e fu direttore della biblioteca di Alessandria dopo Zenodoto: in questo periodo fu anche precettore dell’Evergete.

Opere

Apollonio Rodio è ricordato soprattutto per le Argonautiche, un poema epico in esametri, diviso in quattro libri sulla saga degli Argonauti. Scrisse anche altri poemi riguardanti la fondazione di città:

  • La fondazione di Cauno
  • La fondazione di Alessandria
  • La fondazione di Naucrati
  • La fondazione di Rodi
  • La fondazione di Cnido

Probabilmente compose un’opera in coliambi, il Canobo ed ebbe interessi eruditi e filologici: le fonti, infatti, gli attribuiscono un’opera in prosa dal titolo Contro Zenodoto e gli attribuiscono anche un’attività esegetica su Archiloco ed Esiodo.

Argonautiche

In questo poema si narra l’antichissima leggenda di Giasone e dei suoi compagni, che avevano raggiunto la Colchide, una regione sulla riva orientale dell’odierno Mar Nero, con la nave Argo, la prima costruita da mani umane. Il loro scopo era quello di recuperare il vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia al lontano Oriente, che allora si trovava in possesso di Eeta, re dei Colchi. La spedizione era stata imposta a Giasone da Pelia, re di Iolco in Tessaglia, da cui egli pretendeva la restituzione del trono, usurpato da Pelia a Esone, suo fratellastro e padre di Giasone. Questa tematica rispondeva alle intenzioni artistiche di Apollonio, poiché il motivo del viaggio era fecondo di implicazioni geografiche, etnologiche, religiose e cultuali, consentendo un largo sfoggio di notizie erudite, in particolare a sfondo eziologico, come piaceva al gusto alessandrino. Il poema presentava dunque una struttura molto complessa: la disposizione lineare degli avvenimenti corrisponde alla sequenza cronologica e spaziale delle tappe del viaggio, ma si fraziona in una serie di episodi in forma chiusa che, spesso, hanno il tono della digressione, poiché vogliono spiegare l’origine di un nome o di una leggenda.

Dopo un proemio alla maniera omerica, che espone brevemente gli antefatti, l’inizio del poema racconta i preparativi della spedizione. Un’ampia sezione è dedicata al catalogo dei 53 eroi che vi parteciperanno. Viene esposto dettagliatamente l’episodio della partenza in cui si insiste sullo sgomento che affligge gli eroi ad intraprendere un viaggio per mare così rischioso. La prima fermata della nave è nell’isola di Lemno, dove le donne del luogo, che avevano ucciso tutti i loro mariti, chiedono agli eroi di prendere il loro posto. Dopo aver trascorso qualche giorno sul posto, riprendono tuttavia il viaggio. Dopo varie avventure, approdano in Misia, dove Ila, giovinetto amato da Eracle, ispira una forte passione ad una ninfa di una fonte, che lo trascina con sé nelle acque; in preda ad un forte dolore, Eracle rinuncia a proseguire l’impresa per ritrovarlo.  

Nel II libro è narrato il seguito del viaggio fino alla Colchide: gli Argonauti incontrano dapprima Amico, re dei Bebrici, che li sfida a pugilato e viene ucciso da Polluce, uno dei Dioscuri; riescono poi a liberare il vecchio Fineo dalle Arpie, esseri mostruosi che gli rubano e insudiciano il cibo, il quale, in segno di gratitudine, predice loro le avventure che li attendono e gli espedienti per superarle. La nave può così superare il passaggio delle Simplegadi, rupi mobili che stringono in una morsa chiunque si inoltri in mezzo a loro; il viaggio poi prosegue tra molte peripezie, finchè gli eroi approdano, finalmente, in Colchide.

Il III libro introduce la figura di Medea, figlia di Eeta, un personaggio di tale rilievo che finisce per assumere il ruolo di protagonista. Era e Atena, protettrici di Giasone e dei suoi compagni, chiedono ad Afrodite di indurre il figlio Eros a suscitare nel cuore di Medea l’amore per Giasone. Questo accade e la fanciulla, inesperta di questo nuovo sentimento nei confronti dello straniero sventurato e misterioso, viene colta nell’animo da un forte conflitto interiore tra la fedeltà familiare e l’emozione che prova. All’inizio è disperata, al punto di pensare al suicidio, ma alla fine decide di aiutare Giasone nella terribile impresa che gli ha imposto Eeta: il re pretende che l’eroe aggioghi due tori che spirano fuoco e dai piedi di bronzo, per arare con essi un campo in cui seminerà i denti di un drago; poi dovrà uccidere i guerrieri nati da quella seminazione prodigiosa. Medea, dotata di poteri magici, fornisce a Giasone i filtri necessari per riuscire nell’impresa e confessa all’eroe il suo amore: egli promette di portarla con sé in Grecia e combatte contro i tori, riesce a domarli e annienta i magici guerrieri sorti dal solco.

Il IV libro contiene il compimento della missione e il ritorno in Grecia. Eeta scopre che Medea ha aiutato Giasone ed è furioso. Durante la notte Medea si sveglia per un’angosciosa premonizione, ispiratale da Era e si rifugia da Giasone, esortandolo a prendere il vello e a partire immediatamente. Il vello è custodito da un terribile drago, ma la maga lo addormenta e Giasone riesce finalmente a conquistare l’aureo manto. La nave può ora salpare e iniziare il viaggio di ritorno per la patria: l’itinerario è diverso rispetto a quello dell’andata. La nave risale il Danubio, passa dal Po al Rodano e da questo giunge nel mare Tirreno. Nel corso del viaggio Giasone, con l’aiuto di Medea, uccide Aspirto, fratello della fanciulla, mandato da Eeta per inseguirlo; gli Argonauti giungono poi nei luoghi che nel corso del suo viaggio visitò, secondo la tradizione, Odisseo e rivisitano luoghi e personaggi del poema omerico: Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’Isola dei Feaci. Qui incontrano la seconda spedizione inviata da Eeta alla ricerca della figlia: il re Alcinoo dichiara che la consegnerà ai messi del padre solo se non avrà ancora consumato il matrimonio; perciò Giasone e Medea sono forzati ad affrettare la prima notte di nozze. Una tempesta, in seguito, costringe i naviganti sulle rive dell’Africa, dove devono affrontare una serie di avventure e pericoli e dove sono costretti a trasportare per dodici giorni la nave a braccia sulla terraferma. Infine, dopo una tappa a Creta, dove grazie agli incantesimi di Medea riescono a vincere il gigante Talos, il viaggio degli Argonauti si conclude con l’arrivo in patria.

Ciò che si nota, innanzitutto, è il fatto che Apollonio pone al centro dell’epos una vicenda d’amore, tematica innovativa per questo genere letterario. Medea assume un ruolo di primo piano, costruendo il personaggio in maniera estremamente coerente e di estrema profondità psicologica, avvalendosi anche delle novità apportate dalla tragedia euripidea. Medea è infatti un personaggio dinamico, che si evolve nel corso della narrazione: dalla negazione dell’eros, infatti, passa gradualmente all’accettazione del suo sentimento, fino ad arrivare a conseguenze estreme con l’assassinio del fratello. Giasone, invece, risulta un personaggio eroicamente inadeguato e il suo valore non è in grado di produrre lo scioglimento della vicenda: egli non è sostenuto né da motivazioni ideali, né da passione per l’azione poiché è incapace di agire e di decidere.

Gli dei nelle Argonautiche non intervengono nelle vicende umane, ma accompagnano l’azione quando questa si è già determinata: essi sono soprattutto spettatori delle vicende umane. Il fato ha, invece, un ruolo molto importante: esso è visto come un potere oscuro e minaccioso che offusca la lucidità umana e produce azioni di cui gli uomini sono inconsapevoli.

La lingua di Apollonio si può definire omerica ma con particolarità morfologiche e sintattiche estremamente diverse rispetto alla tradizione: rispetto ad Omero il periodo è più complesso e l’ipotassi prevale sulla paratassi; inoltre un verso che in Omero è sempre formulare in Apollonio è diverso ogni volta o è sostituito da più versi di carattere descrittivo e gli epiteti vengono variati o si usano spesso sinonimi al posto del nome.

Le Argonautiche sono state tradotte da Varrone Atacino in 4 libri e sono state un modello importante in tema di eros per il carme 64 di Catullo e, soprattutto, per l’episodio di Enea e Didone nell’Eneide di Virgilio.

Per saperne di più

  • L. Rossi, R. Nicolai, Storia e testi della letteratura greca. L’età ellenistica, Roma 2003.
  • D. Del Corno, Letteratura greca. Dall’età arcaica alla letteratura dell’età imperiale, Milano 1995.
  • G. Padano, Studi su Apollonio Rodio, Roma 1972.

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