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Archeologia a Roma: interventi straordinari e manutenzione programmata

Ecco a voi la terza parte del “Rapporto Cecchi” sullo stato e la progettualità per le aree archeologiche di Roma. 

Roma, tempio di Romolo

La dettagliata relazione orale del commissario delegato Cecchi e gli interventi dei soprintendenti Bottini e Broccoli, del presidente Carandini e del sottosegretario Giro, da noi commentati nei due precedenti “venerdì di archeorivista”, non ci esimono dal restare in immersione nell’archeologia romana approfondendo le due tematiche in apparenza opposte, connesse la prima all’emergenza, la seconda alla routine. Poi torneremo alle immersioni più proprie e gratificanti negli ipogei romani.

Anche per noi vale quanto osservato nel Rapporto Cecchi che l’attività di manutenzione non gratifica, come avviene invece per il restauro di prestigio e l’intervento di emergenza spettacolare. Pure in questo campo il bene non fa notizia, perché invece dell’evento eclatante segue un non accadimento, nessuna prima pietra inaugurata e nessuna realizzazione celebrata, non si può onorare un’assenza, quella del degrado di reperti storici, sebbene abbia ben più rilievo di una nuova opera.

Ulteriore motivo di scarsa gratificazione è il carattere piuttosto pedante dell’illustrazione dell’attività di manutenzione, niente a che vedere con l’apertura delle due nuove Domus di Pompei che visitammo al seguito del ministro Bondi al lancio della “Settimana della cultura”, e ne abbiamo dato conto sulla rivista con immagini sfolgoranti di pitture romane e del rosso pompeiano.

La svolta di 180 gradi

Ma come sorvolare sulle iniziative e soprattutto sugli studi per una svolta a 180 gradi in questo campo, dalla quale si potranno avere vantaggi incalcolabili per la salvaguardia del patrimonio archeologico romano e nazionale? La nostra tendenza all’approfondimento ci ha portato a considerare le parti specifiche del ponderoso volume di 400 pagine di Roberto Cecchi: “Roma archaeologia – Interventi per la tutela e la fruizione del patrimonio archeologico – secondo rapporto”, Electa 2010. E questo seguendo la linea tracciata nella sessione pomeridiana delle dieci ore di incontro al quale abbiamo partecipato il 17 maggio a Palazzo Altemps, dov’è il monumentale museo romano di sculture di grande valore, dando conto poi della prima sessione con le autorità.

Nel pomeriggio è diventato seminario, presente fino all’ultimo il commissario delegato Roberto Cecchi, ma con la sfilata degli specialisti chiamati al capezzale dell’illustre malata, l’archeologia romana. E come siano gravi le sue condizioni lo ha indicato il crollo della volta traianea alla “Domus Aurea” per dirne una, mentre la caduta di calcinacci al Colosseo è stato un fatto di nessuna importanza anche se gonfiato mediaticamente; certo, trattandosi del Colosseo…

La cura è una misura di lungo termine come la malattia che è endemica, a parte gli episodi acuti spesso derivanti dal processo morboso che si trascina senza venire contrastato finché esplode in patologie conclamate. Pertanto richiede una terapia appropriata fatta di costante sorveglianza e monitoraggio con i modesti ausili curativi che fermano le patologie prima che si sviluppino.

Sembrerebbe naturale, ma non lo è, come spesso non lo è neppure per le persone, che omettono di verificare con le analisi cliniche l’evolversi delle proprie condizioni finché morbilità non evidenti, magari modeste, non degenerano. E se per la persona è in gioco la vita, qui per la città storica e artistica avviene altrettanto, ma in più c’è il sovrapporsi di competenze e di funzioni superato con l’emergenza quando c’è l’evento da fronteggiare, ma ostacolo paralizzante nel quotidiano.

Ha parlato di queste difficoltà Laura Moro, dell’agile e combattiva pattuglia del Commissariato che ha svolto un lavoro complesso e delicato immettendosi nel territorio della Soprintendenza senza creare attriti ma riuscendo nella missione quasi impossibile di creare collaborazioni e sinergie.

E’ già difficile far passare l’idea di impiegare risorse per “disastri non avvenuti”, come disse già nel 1999 anche il segretario generale dell’Onu Kofi Annan. Inoltre quando si parla di manutenzione a fini di tutela, ai fattori ordinari di deterioramento va aggiunto il rischio sismico particolarmente in aree archeologiche come quella romana che riposano, si fa per dire, su faglie che minacciano di risvegliarsi. Questo richiede un approccio interdisciplinare innovativo rispetto al sistema precedente basato sul rapporto uno ad uno, ha detto la Moro: un restauratore e un archeologo per un monumento e un cantiere. Personalizzazione spinta come apparente garanzia di appropriatezza ma nei fatti tale da impedire la condivisione delle esperienze, quindi la crescita della conoscenza.

La conoscenza in questo settore passa per l’interazione di varie discipline: conta dove poggia il reperto, di qui il geologo; quali vicende ha vissuto, ed ecco lo storico; come è costruito e la parola va all’architetto. Si dirà che i cultori di tali diverse discipline si sono sempre occupati di archeologia ed è vero, ma l’innovazione sta nel non attendere le singole relazioni per integrarle a valle, bensì farlo prima attraverso un percorso metodologico comune: “Non riunire dopo ciò che è nato diviso, ma far nascere relazioni unitarie”, è sempre la Moro. Importante è l’integrazione dei diversi livelli di conoscenza realizzando l’interdisciplinarietà sul campo, anche i sopralluoghi preliminari sono comuni per coordinare i linguaggi e la visione delle singole componenti del problema che è unitario.

Di particolare importanza la ricerca di una metodologia di carattere generale applicabile all’intera platea archeologica romana su una base di omogeneità e di razionalità di interventi pur se riferiti ad una realtà estremamente articolata; con esigenze differenziate, ma non al punto di non poter essere riconducibili ad uno schema unitario che le ricomprende tutte. In tal modo, pur rivelandosi decisiva la conoscenza specifica dei singoli monumenti e reperti da parte degli esperti, si è proceduto a rendere sistematici i relativi apporti in modo da creare la necessaria conoscenza condivisa.

Il progetto di tutela è la prima parte del piano di interventi nel quale procedono in parallelo le opere straordinarie di consolidamento e il programma di fruizione. Gli oltre 70 progetti di cui ha parlato il Commissario e le risorse investite riguardano soprattutto gli interventi straordinari.

Gli interventi straordinari: le opere urgenti

Gli interventi principali sono nel Foro romano-Palatino per l’assetto e la pericolosità geologica, accertata anche con monitoraggio via satellite e radar. La micro zonazione sismica serve a verificare la temuta amplificazione del moto tellurico dovuta all’assetto geologico e all’antropizzazione; rischio dato dalle falde su cui poggia l’area e dalle cavità di 40 mila metri quadri che vengono censite per avere una “carta delle cavità” su cui lavorano gli specialisti del Touring Club Italiano.

In tal modo si potrà disporre di una mappa delle criticità e pericolosità geologiche, penetrando almeno 20 metri sotto terra. E qui sono stati fatti anche altri nomi di siti famosi come lo Stadio di Domiziano e il Clivo della Vittoria, il Tempio di Venere e il Tempio di Romolo. Per non parlare del Colosseo, con l’apertura dei piani alti, e degli Acquedotti nonché delle Mura aureliane, da considerare veri e propri sistemi monumentali; gli interventi arrivano all’Appia Antica e oltre. Considerando organicamente questi siti archeologici, è stato detto che “la città diventa un sistema di sistemi”, pertanto il problema della loro tutela richiede mentalità e strumenti di tipo sistemico.

Vengono seguiti i percorsi di conoscenza necessari all’archeologo: si inizia con l’investigazione archeo-stratigrafica negli scavi come nei ruderi nei quali è il punto di partenza e rivela anche la storia delle trasformazioni subite, importante a fini storici oltre che per la salvaguardia; si prosegue con l’analisi delle tecniche murarie rispetto ai materiali usati, alle dimensioni e alla posa in opera.

Si effettuano interventi pilota in famosi siti: il Tempio di Romolo analizzato in dettaglio per sperimentare metodi e strumenti che una volta testati saranno disponibili per un’applicazione generalizzata. Viene precisato che tale tempio è stato scelto perché riassume le potenzialità stratigrafiche e consente di avere una sequenza iconografica e stratigrafica di grande utilità.

Le linee guida per la sicurezza risulteranno da un’analisi territoriale, per il rischio sismico e la sicurezza strutturale, in base alla quale si decidono gli interventi sui singoli manufatti e monumenti. Viene definita la “vita nominale”, il periodo in anni nel quale viene garantita la sicurezza mediante procedure di ispezione e tecniche di manutenzione programmata di carattere innovativo; l’aspetto più complesso è la definizione di quali sono i livelli di sicurezza da garantire soprattutto nei casi di apertura al pubblico, quindi con un determinato tipo di fruizione ed utilizzo delle strutture.

Dall’entità degli interventi dipende il numero di anni che è possibile garantire, si predilige un periodo limitato, via via prolungato con gli interventi di manutenzione programmata. Questi ultimi fanno sì che la tutela sia assicurata con cure giornaliere al posto del restauro eccezionale: a tal fine si deve creare una “cultura della manutenzione” lungimirante e risolutiva e sviluppare in concreto una complessa attività, vista come sistema, in un approccio globale che presenta due fasi, una diagnostica, l’altra progettuale. In questo ambito si può fare molto anche con poche risorse.

Accenniamo soltanto a cosa comporta tale impostazione: una prima fase di sopralluoghi annuali con relative fotografie e un’osservazione visiva completa porta a un “report” articolato e motivato; molte saranno, inoltre, le informazioni di ritorno che verranno adeguatamente strutturate.

In merito a questi spunti derivati dall’esposizione in dettaglio dei progetti in corso, fatta sempre nella sessione pomeridiana, si trova un’ampia illustrazione nel Rapporto Cecchi. Ma non si tratta di un’esercitazione metodologica, bensì di una vasta operazione di intervento sul campo mirata a risolvere i problemi che hanno carattere di urgenza e nel contempo a testare i nuovi strumenti. Perciò la parte prevalente delle 400 fittissime pagine del Rapporto è dedicata è dedicata alle “opere di manutenzione straordinaria e consolidamento”: con la precisazione, intervento per intervento, delle procedure seguite e delle tecniche adottate con schede singole zona per zona corredate da planimetrie, schemi e illustrazioni molto eloquenti

E’ Pia Petrangeli, altra componente del ristretto staff del Commissario che ha funzioni di orientamento e coordinamento dei gruppi, ad introdurre questa parte con l’affermazione che “lo stato di emergenza comporta, quale effetto immediato, la necessità di promuovere tutte le iniziative atte a risolvere le criticità dovute a situazioni di natura eccezionale”. La ricognizione compiuta ha rilevato tali situazioni, che hanno dato luogo ai circa 70 interventi in atto, e in fondo sono alla base della decisione di commissariamento che trova il suo fondamento nell’eccezionalità. E deve anche appoggiarsi alle competenze e agli strumenti ordinari, mentre ne mette a punto di straordinari.

Pertanto per una serie di interventi più urgenti si è proceduto direttamente nell’immediatezza, sul singolo monumento, per altri si è rimandato a una “valutazione di contesto”, che per il Palatino ad esempio, ha riguardato l’intero assetto geologico ed idrogeologico e il connesso “riporto antropico”; in questo caso si è cercato di rispondere alle due domande sulle fondamenta delle strutture geologiche e sull’incidenza nei singoli manufatti della pericolosità geologica del colle. In base alle risposte si sono valutate “le ipotesi di interdipendenza tra le condizioni di precarietà dei beni e il substrato su cui gli stessi fondano”; a questo fine è stato mobilitato l’Istituto di Geologia Ambientale e di Geoingegneria del Cnr.

Anche sul “riporto antropico” l’esame è stato molto approfondito, è il caso di dire trattandosi di penetrare nel sottosuolo: “se in alcuni punti si possa parlare realmente di colle o se, piuttosto, l’elevato sia puramente artificiale Oltre ad aver l’obbligo di capire quanto questo substrato sia interessato da cavità”; come accennato, gli specialisti del Club Alpino Italiano hanno svolto una “notevole attività ricognitiva” nella rete di cunicoli sotterranei con tecniche avanzate e automatiche.

Più in generale, la “micro-zonazione sismica” ha già consentito una graduatoria preliminare di pericolosità basata sui dati raccolti dal Cnr ai quali seguirà la “caratterizzazione dinamica dei terreni del sottosuolo con definizione dei parametri sismici” tra cui i temuti “fattori di amplificazione in accelerazione e in velocità” degli eventi tellurici e “gli spettri di risposta elastici”. Anche qui tecniche molto avanzate porteranno a un sistema di rappresentazione dinamico, visualizzato con un apposito software in un modello tridimensionale in grado di mostrare “la complessa stratigrafia costituita dal substrato geologico, dal riporto antropico e dalle strutture archeologiche fuori terra, muovendosi lungo i percorsi dell’area e scendendo, qualora si voglia, entro i condotti sotterranei già rilevati”. Abbiamo riportato le parole della Petrangeli, per evidenziare l’aspetto innovativo degli interventi d’emergenza che si cerca di mettere a sistema.

La stessa valutazione sulla sicurezza sismica di alcuni monumenti dell’area, svolta dal Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica dell’Università di Genova, pur eseguita sugli edifici “in sé conclusi” ha richiesto un “approccio a carattere ‘territoriale’”, in modo da definire “una graduatoria di rischio utile ai fini della definizione di una programmazione operativa”.

Allo stesso dipartimento genovese si è fatto ricorso per la verifica della sicurezza del Colosseo, attività cruciale svolta sul simbolo della romanità per la quale si è stipulata apposita convenzione.

E’ il Politecnico di Milano che si è prestato a svolgere dei test con ricognizioni fotografiche altamente specializzate sull’Acquedotto Claudio, che serviranno a definire un progetto esecutivo per mettere in sicurezza un sistema monumentale così vasto; anche le sue eventuali “deformazioni” nel tempo saranno studiate attraverso i dati satellitari, sempre per tenerne sotto controllo la stabilità.

Il patrimonio arboreo – che solo a Roma comprende cinquemila esemplari – verrà tenuto ugualmente sotto controllo, insieme al corpo forestale dello Stato: la precarietà si annida anche lì, se si pensa che nel 2009 per motivi connessi si sono abbattuti 200 alberi. Nulla è semplice oggi.

Come si procede in questo “mare magnum” di interventi nei quali coniugare l’operatività dettata dall’urgenza con l’esigenza di innovazione, utilizzando le strutture ordinarie ma con la guida e il coordinamento della struttura straordinaria del Commissario delegato? Tutto è definito con precisione in apposite tabelle e Pert sui 70 progetti di intervento, in merito agli stati di avanzamento, le responsabilità e le coperture finanziarie; un “cronoprogramma” completo chiude il Rapporto .

E non si tratta soltanto di sicurezza, ma anche di contribuire alla fruizione, alla quale è dedicata la terza parte del Rapporto che intanto rimanda ad un progetto di valorizzazione del patrimonio archeologico volto a garantirne la tutela e insieme migliorarne la percezione da parte del visitatore; è affidato allo studio di Michele De Lucchi, che insieme a Rosanna Cappelli ne indica i punti principali: unità dell’area archeologica centrale, centralità dell’accoglienza e nuove opportunità, con un sito prototipo: la Casa delle Vestali. Sono appena enunciati e d’altra parte dell’unità archeologica abbiamo già parlato in precedenza, sottolineando anche noi l’opportunità data dai lavori della Metropolitana, che faranno spostare gli accessi, per una riconsiderazione dell’assetto.

In tema di fruizione, si sono già avuti primi importanti risultati degli interventi: al Colosseo la prevista apertura di “una parte di ciascun ordine dell’Anfiteatro, compreso il settore ipogeo”; ai Fori “la riapertura di aree inaccessibili (quali la Vigna Barberini e il percorso sulle Arcate Severiane”); sulla Via Appia quattro cantieri per “un risultato d’insieme basato sul miglioramento della viabilità, compresa la protezione del tracciato storico, sull’apertura di parti significative della Villa dei Quintili e sul collegamento di quest’ultima a Santa Maria Nova”. Dalle verifiche viene pure, all’opposto, l’“interdizione temporanea di settori storicamente aperti al pubblico” per la messa in sicurezza, ma anche qui si coglie l’occasione per conoscerne meglio la stratigrafia archeologica.

Pur negli interventi di emergenza, una “pianificazione di attività per settori topografici e, all’interno di questi, per monumenti, siti e aree, con l’intento di raggiungere, quanto più possibile, progetti di sistema, in cui i singoli lavori fossero funzionali al perseguimento di obiettivi di largo respiro”.

La manutenzione programmata: il progetto generale

Se la logica di sistema riguarda gli interventi straordinari è evidente che in quelli ordinari di manutenzione debba essere l’unico criterio. Eppure, per tornare a Laura Moro, di cui abbiamo già citato alcuni elementi della relazione orale, la situazione che il Commissario ha trovato è questa: “Difficilmente, tra l’altro, con il programma dei lavori pubblici, vengono finanziati interventi di prevenzione a livello territoriale, che tengano in conto più beni per studiarne il contesto e le specifiche relazioni; la logica è sempre uno a uno”. E aggiunge, sempre nella relazione scritta nel volume: “Con la conseguenza paradossale, poiché vengono finanziati quasi esclusivamente ‘interventi’ diretti sul bene, che la conoscenza e la prevenzione , attività che lo stesso Codice dei beni culturali pone come cardini della conservazione, vengano considerate come attività residuali”.

E’ bene fissarne ancora l’impostazione di fondo, che ha portato al lavoro interdisciplinare con un approccio simultaneo e non una unificazione “a posteriori” delle diverse competenze, di cui si è detto: “Procedere senza un approccio di sistema porta a conoscenze di tipo ‘verticale’, estremamente spinte su una data problematica ma carenti di una visione ‘orizzontale’, intesa come valutazione organica delle relazioni casuali a livello di contesto. Ciò determina sommatorie di dati che non producono di fatto conoscenza perché i monumenti, architettonici o archeologici che siano, espropriati delle proprie relazioni con il contesto storico e costruttivo, diventano nulla più che sostrati per esercitazioni progettuali più o meno autoreferenziali”.

Questo ci sembra sia tutto, non si poteva dire in modo più efficace, velata denuncia compresa. Di qui nasce il “progetto generale di manutenzione” del quale Paolo Gasparoli del Politecnico di Milano ha descritto nella relazione orale i principali aspetti ampiamente illustrati nel testo scritto.

Ci limitiamo a qualche accenno all’impostazione, che passa dalla visione “tattica” dell’attività di manutenzione (risolvere problemi immediati e urgenti) a una visione strategica (conservazione e gestione di lungo periodo). In quanto tale ha l’imperativo dell’“assiduità e continuità”, basato a sua volta sul “controllo delle condizioni del Bene Culturale”. Per questo motivo “la manutenzione cessa di essere un’attività di routine, da affidare ad esecutori meno qualificati, e si sostanzia come attività di notevole contenuto culturale, che comporta osservazione, valutazione, registrazione, e perciò richiede competenze ed esperienze specializzate”.

Dietro l’apparente semplicità vi è una complessità dovuta al suo duplice compito: quello ricognitivo di definire “quadri diagnostici descrittivi della condizione del Bene Culturale”; quello progettuale di elaborare “strategie attuative” e individuare, “in termini tecnici ed esecutivi, le specifiche azioni da compiere per contenere le azioni degli agenti del degrado e controllare le situazioni di rischio, il tutto in una visione sistemica dei problemi”.

Visione che porta a considerarla un programma espresso nel “piano di manutenzione”. E richiede, da un lato “una strategia di gradualità dell’applicazione” articolando gli interventi in base alle capacità disponibili e sviluppando “l’apparato informativo di supporto”; dall’altro “la programmazione come razionalizzazione” dei processi e delle attività nell’esecuzione degli interventi e nella “raccolta e gestione delle informazioni di ritorno”. Perciò assumono rilevanza strategica le “attività ispettive e di monitoraggio” basate su attività diagnostiche opportunamente strutturate, in modo da disporre di conoscenze adeguate correlabili ai “contributi dell’esperienza”.

I tradizionali concetti di “sintomo”, “anomalia” e “degrado”, afferma Gasparoli, vanno rivisti per i Beni Culturali dove “l’anomalia è norma e l’eccezione è regola” valutando con cura cause e rischi. Il risultato delle attività ispettive e diagnostiche “è registrato in schedature fotografiche e descrittive di dettaglio delle condizioni del Bene Culturale”: vengono indicati i lavori da svolgere distinti in “urgenti per evidenti condizioni di rischio”, “necessari per garantire fruibilità e sicurezza; e la conservazione”, “punti critici da tenere sotto controllo”; inoltre “suggerimenti per manutenzione e conservazione; misure preventive, approfondimenti diagnostici, monitoraggi; realizzazione delle condizioni ambientali ottimali”.

Di qui la dettagliata esposizione nel Rapporto, riassunta oralmente nella sessione pomeridiana, sui “processi organizzativi” da adottare, i “criteri per la selezione e gestione degli interventi ripetitivi”, i lavori in urgenza o imprevisti che richiedono un progetto”. Il tutto con l’imperativo ineludibile di ”governare la complessità con l’organizzazione”.

Impostazione teorica e molti dettagli nella reportistica che Gasparoli, anticipando le perplessità sulla possibile burocratizzazione, ha dichiarato necessari per passare da un’abitudine basata sulle notevoli esperienze e conoscenze personali degli addetti a un meccanismo oggettivo gestibile in continuo in termini di omogeneità e comparabilità proprio nella logica di sistema che ne è alla base. Possiamo aggiungere che con l’informatica gli inconvenienti del “paper work” si attenuano.

Che sia ragionevole e non troppo meticoloso per essere attuato in pratica, lo dimostra l’applicazione al Tempio di Romolo, a riprova della fattibilità del processo proposto e della capacità di produrre risultati concreti: non solo la massa preziosa di informazioni strutturate, ma la risposta puntuale sui lavori necessari nella classificazione sopra indicata e 4 raccomandazioni per la tutela e la fruizione.

E con questo ci sembra di poter riemergere dalla nostra lunga immersione nel Rapporto Cecchi. Ci piace farlo nel Tempio di Romolo. Non inizia con Romolo la gloriosa storia di Roma? Dal Tempio di Romolo può ripartire il nuovo inizio dell’archeologia romana. Che ci auguriamo possa avere un futuro altrettanto glorioso.

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