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Architettura navale antica: rudimenti

Architettura navale antica

L’uomo ha sempre sentito il bisogno di spostarsi, non solo all’interno del proprio territorio, ma anche allargando i propri orizzonti verso terre lontane. Spinto da curiosità, fame, ricerca di qualcosa di nuovo, voglia di esplorare, bisogno di trovare nuove materie prime o voglia di esportare e vendere a chi non ne aveva i prodotti della propria terra.

Per fare ciò l’uomo ha realizzato strade, ha inventato la ruota, per recarsi in paesi vicini o lontani nello stesso continente; ha costruito imbarcazioni e programmato rotte per attraversare il mare ed oltrepassare le Colonne d’Ercole.

Storia degli studi sull’architettura navale antica

I primi studi sull’archeologia navale furono intrapresi nel ‘500 per opera di umanisti come il ferrarese Giraldo e F. di Giorgio Martini, i quali basavano le loro ricerche sull’osservazione diretta delle fonti antiche e dei disegni.

Gli studi sistematici riguardo questo argomento furono intrapresi da Auguste Jal alla metà dell’Ottocento, egli a differenza degli studiosi sopra menzionati, prese in considerazione ogni tipo di fonte antica, medievale e moderna, con lo scopo di rintracciare un filone continuo nell’evoluzione della costruzione navale.

Inizialmente lo studio per l’architettura navale fu maggiormente sentito nel Nord Europa e in Francia, in seguito al ritrovamento delle navi di Contarina, avvenuto nel 1898, vennero effettuati in Italia i primi rilievi sistematici su navi antiche, furono inoltre realizzate fotografie dei relitti, fu redatta una relazione di scavo e vennero costruiti due modellini conservati al Museo Navale di Venezia.

Sempre in Italia fu molto importante per i primi passi verso l’archeologia subacquea il recupero delle navi di Nemi, avvenuto tra il 1928 ed il 1939 ad opera di Guido Ucelli e la conseguente realizzazione di un’opera monografica dedicata alle navi e la costruzione dal parte dell’architetto Vittorio Ballio Morpurgo di un museo appositamente realizzato per la loro conservazione e fruizione. (1)

Una delle navi di Nemi durante il recupero
Una delle navi di Nemi durante il recupero

Un altro importante momento per l’archeologia navale è la pubblicazione del volume di J. Hornell nel 1946 dal titolo “The Mariner’s Mirror”, una monografia dedicata ai primi metodi di costruzione usati per le navi, in particolare del Nord Europa, dell’Asia e del Medio Oriente, realizzato tenendo conto di fonti letterarie ed archeologiche. (2)

In Italia il fondatore dell’archeologia subacquea fu il professore Giovanni Lamboglia, il quale condusse importanti campagne di scavo tra gli anni ’50 e i primi anni ’70 del Novecento, introducendo forti innovazioni nell’ambito e riportando alla luce molti relitti come le navi di Albenga e di Spargi. (3)

Con la morte di Lamboglia l’interesse per l’archeologia subacquea calò nel nostro Paese, invece si sviluppò in Inghilterra con la studiosa Honor Frost ed in Texas con i ricercatori Richard Steffy e George Bass, che fecero importanti scoperte nel Mediterraneo tra cui quelle legate ai relitti di Kirinia e di Marsala.

Negli anni ’80 cominciarono ad esserci i primi congressi internazionali rivolti nello specifico all’ archeologia subacquea, mentre negli ultimi anni l’interesse degli studiosi si è spostato sulla riproduzione in scala 1:1 di navi antiche, tra le più famose si possono citare quelle di Kirinia; di Nemi, di Marsiglia e la trireme Olimpia.

Le prime imbarcazioni del mondo antico

Una delle prime imbarcazioni usata dall’uomo è la piroga, realizzata semplicemente scavando un tronco di quercia o ancora l’uso di zattere realizzate mediante la legatura tra loro di una serie di tavole di legno. Questi due tipi erano i più diffusi e i più facili da realizzare con materie prime che si potevano trovare facilmente.

Più particolare, ed usata soprattutto in Mesopotamia, era il Kelek, una sorta di zattera realizzata sempre con assi di legno, ma che aveva legate all’intelaiatura delle otri di pelle per tenerla a galla.

Piroga monossile di love
Rilievo della piroga monossile di Lova

Rilievo del palazzo di Sennacherib di Ninive rappresentante un Kelek
Rilievo del palazzo di Sennacherib di Ninive rappresentante un Kelek

In Mesopotamia come in Egitto erano usate altre imbarcazione costruite con il papiro. I fusti di questa pianta venivano intrecciati e legati tra loro, il risultato era una grande stuoia, piegata e legata alle estremità, con la poppa più elevata rispetto alla prua.

Le barche realizzate con il papiro erano impiegate in ambiente fluviale come la quffa, essa era costituita da una sorta struttura lignea sulla quale venivano applicate delle pelli, rese impermeabili con l’applicazione su di esse di bitume e resina.

La tecnica di costruzione si cominciò ad affinare con la realizzazione della coracle, costituita da uno scheletro di legno sul quale si applicava la pelle, aveva la prua e la poppa e per la sua conformazione era adatta a navigare in mare.

Disegno di una Quffa ripreso da un rilievo di palazzo Sennacherib di Ninive
Disegno di una Quffa ripreso da un rilievo di palazzo Sennacherib di Ninive

Tecniche a “fasciame portante” o a “scheletro portante”

Vere e proprie navi di legno sono quelle egizie costruite già a partire dall’Antico Regno (2920-2150 a.C.) con la nave del Faraone Cheope, fino ad arrivare a forme più complesse come le bellissime navi di Nemi. La nave di Cheope fu trovata nel 1954 durante una campagna di scavo lungo il lato sud della piramide del faraone Cheope nella piana di Giza. L’imbarcazione al momento del ritrovamento era smontata, perciò fu ricostruita e venne esposta in un museo accanto alla piramide.

L’imbarcazione in origine era stata costruita con la tecnica a fasciame portante, metodo tipico delle navi di età romana, che le differenzia da quelle moderne. Tale tecnica prevedeva la costruzione della nave realizzando prima la chiglia, fissando poi le tavole del fasciame ed infine inserendo l’ossatura.

Nel caso della nave di Cheope le tavole del fasciame erano assemblate tra loro tramite mortase e tenoni, ma invece di essere bloccate con dei cavicchi (chiodi) inseriti all’interno dei buchi che passavano nei tenoni e li fissavano alle mortase, erano unite mediante una cucitura a V. (4)

La nave del faraone Cheope
La barca del faraone Cheope

Questa tecnica si differenzia da quella a Scheletro Portante, che invece caratterizzerà le navi moderne a cominciare dal medioevo. Tale tecnica prevede in primo luogo l’impostazione della chiglia, la costruzione dello scheletro ed in seguito l’aggiunta del fasciame. Se ci soffermiamo ad osservare le singole componenti di un’imbarcazione, vedremo come ognuna di esse è di fondamentale importanza per la costruzione di una nave stabile e sicura.

La chiglia, tipica delle navi mediterranee e non sempre presente in quelle dell’Antico Egitto, è l’elemento principale dello scheletro della nave, è una trave disposta orizzontalmente per tutta la lunghezza della nave, formata da più pezzi, uniti tra loro ad incastro. Sopra la chiglia si trovava il paramezzale, un’altra trave che serviva a rinforza re la struttura.

Verso prua era montata la scassa nella quale si erge l’albero della nave a cui è attaccata la vela e può ospitare la torretta di avvistamento. Lo scheletro interno della nave è formato da ordinate e madieri, i bagli invece sono le travi orizzontali che collegano i fianchi dell’imbarcazione e che sostengono il ponte. Il fasciame è costituito da assi di legno che rivestivano la nave a partire dalla chiglia fino all’altezza del ponte, tali travi di legno erano assemblate tra loro tramite il metodo ad incastro dei tenoni nelle mortase.

Metodo di assemblaggio delle tavole tramite mortase e tenoni
Metodo di assemblaggio delle tavole tramite mortase e tenoni

Una volta costruita la nave veniva ricoperta di resine e pece per preservarla dall’attacco dei biodeteriogeni e dall’umidità. Importante era la scelta dei materiali usati per la fabbricazione, soprattutto per i legni: quelli più usati erano l’abete ed il pino, soprattutto per la realizzazione del fasciame e del parapetto, perché erano i più resistenti all’umidità e i più leggeri.

Le navi antiche erano munite anche dell’attrezzatura di bordo, molti oggetti soprattutto quelli realizzati con fibre vegetali, sono andati perduti, mentre altri si sono conservati ed hanno permesso di fare un confronto diretto tra le attrezzature usate nel passato e quelle ancora oggi in uso.

Tra gli oggetti ritrovati i più comuni sono: i bozzelli che servivano per lo scorrimento delle funi; le sessole che erano impiegate per togliere l’acqua; attrezzi utilizzati per la pesca; recipienti e vettovaglie usate per la cucina; armi ed ancore.

Note

  • 1 Marco Bonino, 2005, pp. 18-19.
  • 2 Marco Bonino, 2005, p. 19.
  • 3Marco Bonino, 2005, p. 19.
  • 4 Roberto Petriaggi, Barbara Davidde,2007, p 141.

Bibliografia

  • Marco Bonino, Argomenti di architettura navale antica, 2005, Pisa.
  • Roberto Petriaggi, Barbara Davidde, Archeologia sott’acqua, 2007, Pisa.

Referenze fotografiche

  • Foto n 3, R. Petriaggi, B. Davidde, 2007, p. 139.
  • Foto n 4, R. Petriaggi, B. Davidde, 2007, p. 140
  • Foto n 6, R. Petriaggi, B. Davidde, 2007, p. 145

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