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Armi villanoviane

Armi villanoviane

Armi villanoviane: asce, spade, pugnali

Le testimonianze archeologiche giunte fino ai nostri giorni attestano la progressiva formazione di un esercito etrusco organizzato a partire dall’epoca villanoviana (IX – VIII sec. a.C.); in questo periodo la società etrusca cominciò ad assumere tratti di marcate differenziazioni che risultavano evidenti anche nel possesso dell’armamento dei guerrieri: l’aristocrazia, che costituiva il nerbo dell’esercito, era dotata già nel villanoviano di un equipaggiamento di armi da difesa e da offesa; elmi bronzei e placche bronzee quadrangolari sul torace per proteggersi, lance, spade e pugnali per attaccare; la presenza di morsi per cavalli in alcune tombe particolarmente sfarzose sembrerebbe indicare che alcuni di questi guerrieri più ricchi combattessero a cavallo, non a caso il possesso di tale animale era infatti simbolo di un rango sociale elevato. I guerrieri reclutati invece dalle classi meno abbienti disponevano di un armamento ridotto con giavellotti, asce e pugnali, mentre la difesa era limitata al solo possesso dello scudo in legno. La maggior parte delle armi erano ancora in bronzo nonostante l’introduzione del ferro; il processo di realizzazione prevedeva la fusione in masselli, la lavorazione a martello e le rifiniture con il bulino. L’armamento villanoviano era nel complesso leggero, più adatto quindi a combattimenti corpo a corpo piuttosto che a scontri tra schiere; l’esercito in questo periodo non era infatti ancora organizzato, per questo motivo si combatteva in singoli duelli, non essendo ancora conosciuta la falange compatta di tradizione greca.

Armi villanoviane: asce, spade, pugnali

Ascia

Una delle armi più usate in epoca villanoviana fu l’ascia, già nota in ambiente italico come strumento di lavoro, ma di semplice utilizzo anche in guerra; facile da realizzare e di basso costo consentiva colpi violenti e percosse nette a cui si aggiungeva il taglio profondo della lama. In un primo momento la testa di ascia veniva fissata tramite un’estremità a margini rialzati alla protuberanza di un ramo lavorato che fungeva da manico; il fissaggio dei due elementi avveniva poi con la battitura dei margini e con l’uso di cordoni ben stretti. Nel corso dell’VIII secolo, pur conservandosi lo stesso procedimento di esecuzione, lo strumento si andò precisando e raffinando nella fattura; la lama era infatti collegata al manico attraverso una cavità quadrangolare detta “cannone” che garantiva maggiore adesione al bastone e resistenza ai colpi.

Spada

Con l’intensificarsi dei rapporti commerciali e culturali con l’area del Mediterraneo orientale venne introdotta in Etruria la spada, di cui sono documentati due esemplari: la spada a “T” per la forma dell’impugnatura, di origine greca, dotata di lama a forma triangolare stretta e particolarmente affilata; la spada ad antenne, di origine centro europea, con la singolare impugnatura caratterizzata da due spirali parallele e una lama più lunga dai lati convergenti in una punta terminale, per colpire di punta e di taglio con la stessa efficacia.

Pugnali

Destinato a guerrieri di rango non aristocratico erano i pugnali, realizzati in bronzo e in ferro, erano simili per forma alle spade a “T” ma con dimensioni minori, quindi più tozzi, meno curati nella fattura e fissati in vita tramite semplici cinte in cuoio o stoffa.

Armi villanoviane: lance, giavellotti armi da tiro

Molto diffusi nell’esercito villanoviano dovevano essere giavellotti e lance, già noti in ambito italico poiché ampiamente utilizzati nella caccia; la lancia in particolare fu una delle principali armi da combattimento ravvicinato.

Lancia

Era costituita da una lunga asta di legno che poteva misurare fino a due metri, alla quale erano applicate le parti metalliche, la punta e un calzuolo posto alla base che serviva per conficcare l’arma a terra quando non utilizzata dal guerriero, oppure in sostituzione della punta vera a propria nel caso questa fosse venuta meno nell’urto. Le cuspidi per l’attacco e i calzuoli per l’appoggio erano in bronzo, entrambi applicati all’asta per mezzo di cannoni rinforzati con chiodi. Il calzuolo era conico e affilato, mentre le punte erano in genere a forma di foglia con il contorno variamente arrotondato e attraversate da una nervatura centrale di rinforzo.

Giavellotto

Il giavellotto era invece un’arma da lancio, per questo la sua lunghezza era contenuta, intorno ai 90 centimetri. Usata sia da fanti che da cavalieri, che nel combattimento disponevano sicuramente di più di un giavellotto, era tipica di un armamento leggero, destinata quindi a quei guerrieri che non combattevano in prima linea ma che lanciando armi da getto dietro lo schieramento miravano a destabilizzare il nemico. Il giavellotto era composto di un’asta a cui per mezzo del cannone veniva applicata la punta in bronzo di forma conica o piramidale munita di alette laterali, è probabile però che, visto il ripetuto uso durante il combattimento, esistessero anche semplici giavellotti realizzati interamente in legno poiché meno costosi e di più facile realizzazione.

Armi da tiro

Se l’uso del giavellotto richiedeva quindi una notevole abilità da parte del guerriero, il quale doveva valutare sia l’intensità del lancio che l’efficacia della traiettoria, non meno perizia occorreva nell’utilizzo delle armi da tiro; su di esse però siamo scarsamente documentati poiché ne sono stati ritrovati pochi esemplari, le poche punte di freccia ritrovate sono in lamina di bronzo a forma triangolare con peduncolo oppure di bronzo fuso a forma di foglia con cannone conico per il fissaggio.

Armi villanoviane: elmi, armature, scudi

I guerrieri villanoviani, in particolari quelli appartenenti ai ceti più ricchi, erano dotati anche di un corredo di armi protettive, tra cui elmi, scudi e schinieri.

Elmi

Indispensabile per la difesa dovevano essere gli elmi, nella realizzazione dei quali gli artigiani dell’epoca mostrarono grande perizia tecnica e gusto estetico, ne sono giunti fino a noi infatti esemplari di splendida fattura; sui copricapo da combattimento si è ben documentati sia grazie ai cospicui ritrovamenti in contesti sepolcrali, sia grazie alle loro perfette riproduzioni fittili usate come coperchio delle urne funerarie col probabile scopo di restituire fisicità al defunto. Le tipologie in uso nel villanoviano, dovevano essere due, l’elmo crestato e l’elmo a calotta. L’elmo crestato deve il suo nome alla singolare cresta triangolare che sormontava la calotta seguendone i contorni dalla fronte alla nuca, in corrispondenza delle quali erano applicati tre punte sporgenti ornamentali; l’elmo era in bronzo, fuso in due parti lavorate separatamente e assemblate con ribattini, sulla calotta erano realizzati dei fori per il fissaggio del rivestimento interno in cuoio o in stoffa per far sì che fosse calzato più agevolmente. La superficie esterna era in genere decorata a bulino e a sbalzo con motivi geometrici o ulteriori applicazioni metalliche: la ricchezza dei motivi ornamentali e la grandezza della cresta, talvolta spropositata, dovevano essere elementi distintivi di guerrieri di rango particolarmente elevato; ma la cresta, oltre ad apparire come vistoso ornamento, era anche funzionale alla protezione del capo, perché permetteva di intercettare in anticipo i colpi.

Il secondo tipo di elmo era decisamente più semplice, in bronzo a forma di calotta in genere con un apice che, se forato, doveva servire al fissaggio di piume e crini; era realizzato da un unico foglio metallico martellato fino ad assumere la forma arrotondata. Entrambi i copricapo lasciavano scoperti viso ed orecchie, limitando la protezione, ma permettendo di sentire e vedere perfettamente l’immediata presenza di un nemico e di percepire in tempo il pericolo.

Pseudo corazza

Per quel che riguarda le protezioni del corpo, non si può parlare di una vera e propria corazza, poiché i guerrieri villanoviani erano dotati di una semplice placca metallica in grado di coprire solo la parte alta del torace, in alcuni casi applicata anche sulle spalle. Questi pettorali potevano avere semplice forma quadrangolare ed erano decorati a sbalzo o a bulino con motivi geometrici e puntiformi; erano fissati al corpo cucendoli direttamente sulla stoffa dei vestiti indossati sotto l’armatura o agganciati con lacci di cuoio.

Scudo

Fondamentale importanza tra le armi difensive aveva lo scudo, che conosciamo grazie ai numerosi esemplari portati alla luce, e a diffuse riproduzioni in miniatura rinvenute in contesti tombali; il tipo più antico non era ancora in metallo ma in materiale deperibile, in genere legno o vimini: al disco di legno, di forma ellissoidale o circolare, venivano applicati con funzione di rinforzo una barra trasversale e un umbone metallico centrale per aumentare la resistenza ai colpi; la circonferenza era poi irrobustita da una cerchiatura metallica e allo scudo veniva data una leggera forma convessa per evitare perforazioni. Dall’VIII secolo si cominciarono a realizzare scudi in lamina di bronzo ricoperta da una fitta decorazione a sbalzo con motivi geometrici, generalmente circolari, venivano anch’essi rinforzati con nervature esterne e con l’umbone. L’impugnatura avveniva per mezzo di una maniglia interna fissata con i chiodi all’umbone, mentre alcuni anelli e ganci servivano per fissare cinghie di cuoio, per portare sulle spalle lo scudo nelle interruzioni del combattimento e negli spostamenti.

Spallacci e schinieri

A completare il sistema di protezioni c’erano gli spallacci e gli schinieri: applicati i primi sulle spalle, i secondi sulle caviglie, dovevano difendere quelle parti del corpo che lo scudo e la corazza avrebbero lasciato altrimenti scoperte; gli schinieri in particolare erano particolarmente importanti per evitare ferite alle gambe che avrebbero impedito mobilità nel combattimento. I più antichi dovevano essere di cuoio o feltro, gli esemplari più pregiati conservatisi invece sono in lamina di bronzo decorata, fissati alle caviglie per mezzo di legacci.

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