Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Artemide – Diana

Artemide di Versailles. Copia romana da originale del IV sec. a.C. - Museo del Louvre.

Genealogia: Figlia di Zeus e Leto, sorella gemella di Apollo.

Origini del culto di Artemide

Divinità greca di antichissima origine e di natura molteplice. L’etimologia ancora oscura del nome di Artemide, la cui esistenza su di una tavoletta in lineare B resta ancora da verificare, fa presumere l’alta antichità del suo culto riconducibile, probabilmente, all’età minoica. In età greca arcaica è rappresentata, secondo modelli di origine persiana, come Pótnia therôn, Signora degli animali. In Omero è identificabile nella divinità maestra nel tiro con l’arco e nella caccia, designata come colei che domina gli esseri viventi e, al tempo stesso, che può decretarne la morte (Il., XXIV, 606). La figura di Artemide acquisisce, in età arcaica avanzata e classica, un’identità più definita e complessa: inni e poemi, come pure le rappresentazioni iconografiche, ne esaltano la giovane età nei suoi tratti più giocosi e, allo stesso tempo, femminili. “Sui monti se ne va Artemide saettatrice, lieta fra i cinghiali e cerve veloci e con lei giocano le ninfe dei campi” recita un passo dell’Odissea.

Figura mitica di Artemide

La pluralità degli epiteti di Artemide rispecchia la ricchezza e la polivalenza della figura divina, le sue numerose iconografie e la varietà delle forme di culto che le venivano tributate. Come dea cacciatrice e signora degli esseri viventi Artemide è, sin dall’età arcaica, considerata una divinità dispensatrice di vita e di morte, ufficio nel quale si accompagna spesso al fratello Apollo, ad esempio nel mito che narra dell’uccisione delle figlie di Niobe. Artemide veglia simbolicamente sui territori di confine e sugli stadi di passaggio della vita umana: protettrice dell’infanzia è spesso associata ad alcuni riti di transito all’età adulta; fiera della propria castità inviolabile, è l’eterna vergine che veglia sulle giovani donne, colei che disdegna i vincoli della vita coniugale. Quando il suo mito si intreccia a quello della pre-romana Diana, divinità con la quale si identificherà, Artemide diviene anche protettrice delle partorienti e delle nascite, aspetto probabilmente rafforzato dal racconto mitico delle sue stesse origini: nell’isola di Orthygia la dea bambina, nata prima di Apollo, avrebbe aiutato la madre Leto a partorire il fratello gemello.

Luoghi di culto

La dea veniva venerata in numerosi luoghi di culto posti, significativamente, al di fuori dello spazio civico, generalmente presso sorgenti e corsi d’acqua o sulle cime dei monti. Alcuni, fra questi, sono connessi agli aspetti più noti del suo culto: a Sparta, in un santuario datato al 900 a.C. circa, era venerata una Artemide Orthia. Ad Artemide Brauronia era dedicato un santuario a Braurone, nei pressi di Atene: qui fanciulle ateniesi tra i cinque e i dieci anni, le cosiddette “Orse di Brauron” – l’orso era uno degli animali sacri alla dea-, trascorrevano un periodo di “segregazione rituale” probabilmente legato a riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Ad Artemide Taurica era consacrato un santuario nel Chersoneso taurico dove il culto ad Artemide era stato fondato, secondo il mito, da Ifigenia figlia di Agamennone.

Grande importanza aveva, infine, la devozione nei confronti della dea ad Efeso e in tutta l’Asia Minore fin dai tempi più antichi dei re di Lidi: l’Artemision arcaico, incendiato nel 356 a.C. e poi ricostruito, fu un importante luogo di culto fino all’età romana dove Artemide, assimilando i tratti di una divinità asiatica, era venerata come dea della fecondità.

Artemide Efesina

Artemide in età romana

In età romana il culto di Artemide si identifica con quello di Diana, divinità a sua volta di origini pre-romane. Nella religiosità romana la figura di Diana è il risultato di molteplici contaminazioni: riassume in sé i principali attributi della divinità greca, mantenendo però anche i tratti della originaria divinità italica venerata principalmente come protettrice delle nascite ed assorbendo allo stesso tempo l’aspetto “lunare” di Selene ed alcune connotazioni ctonie di Ecate con la quale talora si confonde. Come quest’ultima, ad esempio, Diana è protettrice dei trivi e, come tale, in età tarda acquisisce anche l’epiteto di Trivia.

Un importante santuario dedicato a Diana Tifatina sorgeva nei pressi di Capua, sul monte Tifata, dove la divinità era oggetto di particolare devozione sin dal I secolo a.C.: le fonti greche narrano della ricchezza di questo santuario (Paus., V, 12, 3) ed alcune iscrizioni testimoniano la sua vitalità per tutta l’età imperiale e ancora in età tardoantica. Un altro importante centro di culto era il santuario nel bosco di Ariccia (nemus Dianae) sui colli Albani (Tac. Hist. 3, 36), nei pressi del Lago Nemi (lacus Nemorensis): qui la dea era venerata principalmente come protettrice delle nascite e come colei in grado di guarire dalle malattie, come attestato anche dai numerosi ex-voto fittili rinvenuti e raffiguranti organi genitali e statuette di donne con bambini in braccio.

A Roma il culto di Diana venne istituito nel VI secolo a.C. dal re Servio Tullio che fece edificare un tempio sull’Aventino. Dall’area proviene, oltre ad una statuetta in alabastro raffigurante la divinità scoperta nel ‘700, una testa marmorea rinvenuta nel 2009 ed oggi conservata nel Museo di Palazzo Altemps. La testa, frammento del simulacro di culto della dea, rappresenta una rielaborazione dell’Artemide Efesina ed offre agli studiosi un’importante ausilio per l’esatta localizzazione topografica del suo tempio sull’Aventino.

Cratere François, 570-560 a.C. - Particolare di una delle due anse

Iconografia

In età greca arcaica la dea, raffigurata come Pótnia therôn tiene in ciascuna mano due animali (leoni, uccelli, cervi, grifi o esseri fantastici) impugnati per il collo o per le zampe posteriori e disposti in rigida simmetria. Così appare nella fascia superiore delle anse del Cratere di Kleitias e Ergotimos (noto come Cratere François, 570-560 a.C., Museo Archeologico Nazionale di Firenze) e in numerosi vasi arcaici corinzi, meli e in rilievi e terrecotte. In Oriente, specialmente in Asia Minore e nelle regioni di influenza greca intorno al Mar Nero, la dea è alata. Sullo scorcio del VI secolo a.C. appaiono le prime statue di culto ad opera di artisti di cui ci restano alcune testimonianze letterarie: a Praxias e Androsthenes (Paus., X, 19, 4) risaliva il primo frontone orientale del tempio di Apollo a Delfi dove la dea era rappresentata con Apollo e le Muse ed è probabile che il tipo dell’Artemide Brauronia, adorata sull’acropoli con riti speciali, sia riconoscibile nelle terrecotte votive rinvenute nel Santuario (Aristoph., Lysistr., 645). In età classica Artemide va, invece, assumendo le sembianze di dea della caccia: compare due volte tra le figure del Partenone e, nella ceramica contemporanea, è raffigurata ormai come cacciatrice con corto chitone e stivali. I tratti del volto sono rappresentati con particolare dolcezza ed incorniciati da una lunga chioma trattenuta da un diadema o, più spesso, da un lungo nastro. In un cratere a campana del Pittore di Pan, attivo già nel 480 a.C. circa, la dea, che assiste alla morte di Atteone dilaniato dai cani, è rappresentata con faretra, arco e frecce anche se in altri casi, come nell’oinochoe del Pittore di Dutuit, la sua iconografia reca ancora tracce del suo primitivo aspetto di Signora alata degli animali.

Nel IV secolo a.C. l’interesse figurativo degli artisti nei confronti Artemide si accresce ulteriormente: a Prassitele si riferisce il tipo dell’A. di Dresda con peplo dorico che, stante e con arco sulla sinistra, è raffigurata nell’atto di estrarre una freccia dalla faretra. La statua di Artemide di Versailles, al Museo del Louvre, che conosciamo attraverso una copia di età romana di un originale dello scultore Leochares (IV secolo a.C.), mostra un esempio della sua iconografia classica: la dea passa indossando il corto chitone e con il mantello arrotolato intorno ai fianchi mentre la mano destra è portata all’indietro a estrarre un dardo dalla faretra e la sinistra tiene per le corna un cervo. In talune immagini la dea può recare, oltre ai suoi attributi abituali, una torcia, tipico elemento iconografico di Ecate.

L’immagine dell’Artemide Efesina come noi oggi la conosciamo dalle numerose copie e dalle repliche su terracotta, bronzo e monete risale all’età ellenistica: su monete efesine di III-II secolo a.C. e su conii di età imperiale romana la sua iconografia ricorre con caratteri costanti: la divinità ha un khàlatos sul capo sormontato addirittura da un tempio tetrastilo o da una costruzione a tre frontoni, mentre il panneggio della veste ricondotto sul capo forma una sorta di nimbo; sul petto una collana al di sotto della quale le numerose mammelle disposte su più file alludono al carattere di madre primigenia che la dea ha assunto nel culto asiatico.

In età romana non si ha, sul suolo italico, nessuna interpretazione originale di Diana dal punto di vista iconografico e la sua rappresentazione non si diversifica da quella della stessa Artemide.

Più noti miti correlati a Artemide/Diana

Atteone
il mito di Atteone, come molti tra i più noti racconti mitici, è connesso ad Artemide nel suo aspetto di vergine inviolabile e protettrice della castità. Un giorno, mentre stava inseguendo un cinghiale, il giovane Atteone – figlio di Aristeo e Antinoe, famoso eroe tebano e indomito cacciatore addestrato dal centauro Chirone – si trovò all’improvviso davanti ad una fonte dove Artemide e le sue ninfe stavano facendo il bagno. La dea, infuriata per lo sguardo impudico di un mortale, tramutò il giovane cacciatore in un cervo facendolo sbranare dai suoi stessi cani.

Orione
secondo una delle versioni del mito il gigante morì punto da uno scorpione dopo aver insidiato Artemide stessa o una delle sue ninfe.

Endimione
giovane e bellissimo re dell’Elide, Endimione era stato condannato da Zeus a dormire per trent’anni in una caverna del monte Latmo per aver insidiato la moglie Hera. Artemide vide casualmente il giovane addormentato e se innamorò, tornando così tutte le notti nella caverna ad ammirare il giovane.

Callisto
la ninfa fu trasformata in orsa dalla stessa dea per aver ceduto all’inganno amoroso di Zeus invaghitosi di lei ed aver quindi rinunciato alla propria castità.

Niobidi
Niobe si era vantata di essere madre di quattrodici figli e di essere per questo motivo superiore a Leto che ne aveva avuti soltanto due. Artemide ed Apollo si vendicarono uccidendo rispettivamente le sette figlie femmine ed i sette figli maschi di Niobe (Niobidi).

Ifigenia
Agamennone, convinto dall’indovino Tiresia della necessità di sacrificare la figlia Ifigenia per propiziare il viaggio dei Greci verso Troia, stava per compiere l’efferato rito quando Artemide intervenne sostituendo sull’altare sacrificale una cerva alla fanciulla e portando Ifigenia in Tauride. Qui Ifigenia, divenuta sacerdotessa della dea, fondò il culto di Artemide Taurica.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*