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Assedio di Lilibeo

  • Luogo: Lilibeo, in Sicilia
  • Data: 250 a.C.
  • Eserciti: Romani e Cartaginesi
  • Esito: vittoria dei Cartaginesi

Come di consueto, per poter ragguagliare sufficientemente bene questa battaglia, bisogna analizzare le fonti storiografiche che, giunte fino a noi, ci hanno dato modo di spiegare quanti elementi presero parte nell’uno e nell’altro esercito, quali mosse effettuarono i rispettivi comandanti e quale fu il prima e il dopo.

Due furono gli autori principali che cercano di raccontare questa importante battaglia: Polibio (1) e Eutropio (2).

Il primo si concentrò principalmente sullo studio della nascita della Repubblica Romana, tramite la sua monumentale opera Storie (3) nella quale illustra gli avvenimenti della seconda (4) e terza guerra punica (5), ma trattando anche della precedente guerra (6). Soprattutto per quanto riguarda le unità che vi parteciparono, Polibio sottolinea che molti mercenari che si unirono alla causa di Cartagine erano facente parte del popolo greco, anche se tra le file spuntavano anche molti galli. Descrisse anche con dovizia di particolari la fortunata vittoria del popolo cartaginese e la vicenda del vento per Imilcone che verrà tratta in seguito.

Assedio di Lilibeo
Scenario geopolitico all’epoca della prima guerra punica 

Eutropio invece semplicemente accompagna la versione di Polibio argomentando diversamente e quasi più poeticamente le vicende avvenute quel giorno a Lilibeo. I documenti in generale spiegano come si sia arrivati a questo assedio fatto di battaglie navali e terrestri. Partendo dalla battaglia di Palermo (7), Cartagine vede sempre più assottigliarsi le speranze di vittoria, a favore di una Roma sempre più portata allo splendore che oggi tutti conosciamo. C’era la necessità da parte dei Romani, inoltre, di schiacciare i Cartaginesi in Sicilia per impedir loro di fare ritorno in Africa. L’esito di questo ultimo scontro a Capo Lilibeo è storia, ma andiamo a descrivere chi vi partecipò. 

Due consoli al servizio di Roma 

Le strategie e gli eventi che danno inizio a questa battaglia gli dobbiamo quasi esclusivamente al console Gaio Attilio Regolo (8) sotto l’egida dall’altro console Lucio Manlio Vulsone Longo (9), amico del padre dello stesso Regolo. Il primo di questi, figlio del console Marco Attilio Regolo (10), leggendario uomo romano, e nipote di una altro famoso console romano (11), omonimo del padre, si mette in luce per le sue iniziative proprio nella prima guerra punica, insieme anche al fratello, anche se quest’ultimo in minor parte.

Gaio Regolo divenuto console e dopo aver placato le rivolte avvenute in Sardegna poco dopo la sua carica a console nel 225 a.C., venne mandato dal Senato in Sicilia insieme a Lucio Longo. Fu sua l’idea di schiacciare verso il mare i Cartaginesi che erano rintanati in Sicilia.

Dall’altro lato il veterano di guerra e console Vulsone che aveva con il padre di Gaio un trascorso in terra africana. Dopo aver vinto la battaglia a Capo Ecnomo (12) quindi, e lasciato il console Regolo in Africa a terminare l’iniziato, si unì per volere del Senato al figlio di Regolo completando la strategia felice di Gaio e ordinando alla flotta dimessa di ricostituirsi, comandandola lui stesso, e di bloccare la via di fuga verso l’Africa ai Cartaginesi, di fatto chiudendo i nemici nell’arco della Sicilia meridionale.

Fu proprio il connubio di queste intuizioni dei due consoli comandanti che la vittoria sembrava potesse convergere verso i Romani; ma non venne contato un piccolo particolare, il vento, che decise di schierarsi a favore dei Cartaginesi. 

Alessone, Imilcone e i tre Annibale 

La strategia difensivista e il riscatto dei Cartaginesi rintanati loro malgrado in Sicilia, sarebbero dovuti passare per i mercenari, probabilmente in gran parte galli, che compongono una buona metà delle unità a Lilibeo; ma si sa, i mercenari non sono fedeli alla patria. Infatti serpeggia tra le file cartaginesi, tra i “pagati”, l’idea di servire su di un piatto d’argento la città siciliana. I comandanti mercenari si accordano infatti per consegnare di fatto il luogo ai Romani, recandosi direttamente da loro per patteggiare la resa.

Qui entra in gioco il fedele Alessone (13), vecchio veterano, che pur essendo mercenario capisce l’errore dei propri comandanti e corre a riferire del tradimento al generale in capo a Lilibeo, Imilcone (14). Proprio Alessone riuscì a far ripudiare dagli stessi mercenari i comandanti traditori e a combattere per Cartagine, in cambio, da parte di Imilcone, di oro e terre.

Proprio qui entra in gioco uno dei tre Annibale (15), piccolo, ma decisivo ufficiale che riuscì a tenere a bada efficacemente la schiera di galli a lui affidati. Fu a lui infatti, figlio di Annibale di Giscone (16), che venne dato il comando delle truppe mercenarie celte, mentre ad Alessone il resto dei greci (17) del contingente salariato. Lo stesso Annibale però espresse la sua preoccupazione a Imilcone sul fatto che la possibilità di fuga era pressoché nulla e il tradimento aveva portato via validi uomini per resistere ai Romani. Questione peggiore, Cartagine non sapeva niente di questo tradimento. Cartagine però, valutata la posizione di Lilibeo per le strategie belliche, decise di spedire un altro ufficiale navale, Annibale (18), figlio di Amilcare (19), alla volta della città.

Prima di questo, Annibale, Trierarco (20), era di istanza alle Isole Egadi con la sua flotta. Venne mandato in rinforzo a Lilibeo come comando dall’Africa. In quella occasione, decise di aspettare un vento favorevole, impetuoso, che colse di sorpresa le navi romane appostate nel Mar Mediterraneo, riuscendo infine, incolume, a raggiungere i compagni con ben 10.000 uomini. Ultimo, ma non ultimo, di questi tre omonimi, Annibale Rodio (21), notabile di Drepana (22), che con le sue idee e stratagemmi riuscì a portare notizie da Lilibeo all’Africa, eludendo la flotta nemica.

Infatti, grazie alle sue sortite improvvise, i Romani non riuscivano ad anticipare le sue mosse, lasciandolo andare avanti e indietro come più desiderava. Polibio esalta una piccola situazione legata a Rodio: in seguito ad una riuscita evasione da Lilibeo, una delle molteplici, la nave del notabile alzò i remi in segno di scherno verso i nemici che non riuscirono nonostante tutto a completare la cattura. Verso la fine dell’assedio però, in seguito ad una delle sortite di Rodio, venne catturato insieme alla sua quadrireme e imprigionato in una delle città romane vicine.

Infine, il comandante Imilcone, diede l’ultimo importante colpo per la vittoria, che di lì a otto anni (23) avrebbe portato una soddisfazione, anche se non molto importante, al popolo cartaginese. Cinque quindi risultano essere i comandanti e gli ufficiali che incisero su questo assedio. Alcuni per le loro strategie, altri per la fedeltà alla causa del loro paese o alla loro parola. 

Alessone, che era stato artefice della salvezza degli Agrigentini anche in precedenza, nell’occasione in cui i mercenari dei Siracusani avevano pensato di tradirli […], né riferì al comandante dei Cartaginesi.”

(Polibio, Storie, I vol.)

quadrireme cartaginese
Una quadrireme cartaginese 

L’inizio della battaglia

Come già detto l’assedio, a parte qualche interruzione, durò ben otto anni. Proprio questo lasso ampio di tempo non ci permette di determinare quante navi e unità parteciparono a questo evento che si protrasse per tutto l’arco della prima guerra punica. Gli schieramenti, grazie anche all’aggiunta in extremis di Annibale, si componevano presumibilmente di 60.000 uomini, divisi equamente su entrambi i fronti.

Dalla parte dei Romani, fanteria per lo più e pochi ausiliari, oltre alle macchine d’assedio che servivano ad aprire le vie per raggiungere il nemico. In ambito navale, la flotta romana si era sistemata tutto intorno alla costa, al largo del nemico, per impedire che i Cartaginesi potessero scappare. Dalla parte africana invece, molti arcieri e fanti a proteggere le mura e poche idee per controbattere l’assedio nemico. Idee che però aumentavano quando si trattava della flotta. Infatti, nonostante i blocchi romani, le sparute navi cartaginesi riuscivano a comunicare con l’esterno senza troppi patemi, perdendo infine solo una nave, proprio contenente Annibale Rodio.

I Romani cominciarono ad attaccare senza sosta le mura nemiche, senza successo, facendo qualche vittima isolata che non incideva sull’esito finale. La pressione veniva ribattuta indietro senza difficoltà. Gaio Regolo cominciò dunque ad attaccare le torri, fonte inesauribile per la difesa e l’attacco. In poco tempo sette di queste torri vennero abbattute, mentre l’avanzata dei Romani si faceva più consistente. Imilcone provò invano con sortite offensive, a danneggiare o distruggere le macchine nemiche, ma i legionari a difesa erano pronti e bloccavano qualsivoglia attacco.

Piano piano i Romani, inesorabili, avanzavano nelle linee nemiche e i mercenari galli, a difesa della parte avanzata stavano indietreggiando. Le sortite nella notte, l’irrobustimento delle fortificazioni danneggiate e i tentativi di guerra sotterranea (24), erano vane di fronte all’organizzazione e alla disciplina della fanteria romana, già all’epoca degna di lode. Imilcone decise quindi di impiegare i mercenari utilizzati per la distruzione delle macchine d’assedio per la difesa, senza una minima proposizione offensiva. Le navi dalla costa intanto sembravano non riuscire ad evadere dalla stretta di Lucio Vulsone, se non in sortite veloci e singole.

Il vento però qui entra in gioco. Se all’inizio era stato favorevole a Annibale per congiungersi con i Cartaginesi assediati, partendo dalle Egadi, adesso soffiava in direzione di Imilcone. Forti raffiche cominciarono a imperversare verso il contingente romano, deviando gli assalti di ausiliari e delle macchine d’assedio, ora poco precise. Le frecce cartaginesi invece sembravano sospinte e aumentavano di velocità, precisione e potenza. Furono i mercenari, anche se alcune fonti indicano lo stesso Alessone, che diedero un’idea al comandante cartaginese.

Aiutati dal favore del vento, avrebbero potuto raggiungere le macchine d’assedio e bruciarle. Imilcone allora diede disposizioni, convinto dell’idea.

Le macchine d’assedio, ovviamente di legno secco, cominciavano a prendere fuoco una ad una e poche rimasero intatte. I Romani sempre pronti ad ogni evenienza non poterono nulla contro il vento forte che intanto alimentava le fiamme e faceva salire un coltre di fumo fitta che non permetteva ai legionari di intervenire. Inoltre, scintille e fuliggine venivano spinte verso i Romani che indietreggiarono per non essere in balia del nemico, riparato da vento, mura e fumo. Gaio Regolo decise infine di terminare l’assedio con le macchine e cominciò a costruire un fossato tutto intorno alle mura nemiche, disponendo un muro in difesa delle truppe. Imilcone, rifiatando, fece approntare le riparazioni necessarie, innalzando ulteriori difese, lasciando per il momento l’idea di una controffensiva.

Anche in mare la situazione era in stallo. Le navi romane non attaccavano, e così anche quelle cartaginesi, limitandosi a presenziare le proprie posizioni. Infine, lanciato un altro violento assedio ribattuto con tenacia dagli uomini di Imilcone e dai mercenari galli, Gaio Regolo e i Romani decisero di spezzare l’assedio per allontanarsi dal fumo e dal fuoco, ripiegando su obbiettivi poco lontani. L’assedio, anche senza Vulsone da una parte e senza la presenza di Annibale Rodio e del figlio di Amilcare, cominciò nuovamente, protraendosi come detto fino alla fine della prima guerra punica, lasciando vittoriosi i tenaci mercenari al servizio di Cartagine.

Riguardo alle stime delle vittime non si sa quasi niente, ma per certo si dice che non molte furono le perdite per entrambi i contingenti. 

Quello che venne poi 

Nonostante la vittoria a Lilibeo, Roma piegò al proprio volere, almeno per principio, Cartagine, che si assoggettò a condizioni severe di pace (25). La resa definitiva viene data per convenzione proprio nella battaglia delle isole Egadi, dove Annone (26), grande comandante cartaginese, uno dei pochi ancora in vita, venne catturato, processato e condannato a morte. Le guerre di Erice e Trapani (27), sono solo degli specchietti per le allodole che inducono i Cartaginesi a sperare in una vittoria. Lo stallo di Erice e di Lilibeo, libera la potenza marittima di Roma nelle isole Egadi determinando quindi l’espatrio di Cartagine dalla Sicilia.

Prima di arrivare alla seconda guerra punica e alla disfatta di Cartagine (Cartago delenda est) il 146 a.C., fine della terza guerra punica, ci fu un piccolo, ma rilevante assalto dei mercenari. Assalto che va dal 240 a.C. al 238 a.C.. Sono proprio i comandanti traditori di Lilibeo e i loro uomini, presi in giro dagli stessi Romani, che non mantengono la promessa data, a scatenare questa piccola guerra.

Molti studiosi, a giusta ragione, indicano questa battaglia come snodo fondamentale per la seconda guerra punica. I mercenari infatti, contati nell’ordine di 90.000 assaltarono con gran forza i Romani che dovettero ritirarsi e vedere il mini conflitto portato a favore degli invasori. Le condizioni di pace vennero dunque riconsiderate. Cartagine non era più una provincia romana e Roma venne estromessa dal tempio di Giano, grave smacco per una potenza come Roma. Cartagine avrebbe potuto osare richieste maggiori se non fosse per gli irrequieti mercenari, che nonostante brandissero la bandiera africana, restavano fedeli al dio denaro.

La seconda e la terza guerra punica consacrarono in seguito Roma come potenza mondiale, facendola approdare dove tutti sappiamo. Passando dalla Repubblica all’Impero. 

Note 

  • 1: Megalopoli, 206 a.C. – muore in Grecia, 124 a.C..
  • 2: nasce a Bordeaux in data sconosciuta e muore il 387.
  • 3: una monumentale raccolta di fatti, eventi e battaglia avvenute tra il 220 a.C. e il 124 a.C., con un breve tratto dedicato alla prima guerra punica. Di questa raccolta solo il XL volume è andato perso. Il resto, grazie anche al lavoro fatto nella biblioteca di Bisanzio, gli altri volumi sono arrivati sino a noi intati.
  • 4: combattuta tra Roma eCartagine tra il 219 a.C. e il 202 a.C..
  • 5: combattuta tra la neonata Repubblica romana e Cartagine tra il 149 a.C. e il 146 a.C..
  • 6: la prima guerra punica invece risale al 264 a.C. fino al 241 a.C. eviene combattuta tra Roma e Cartagine.
  • 7: 251 a.C.. E’ la seconda battaglia svoltasi in questa città. La prima è del 254 a.C..
  • 8: Campo Regio, 225 a.C. durante la battaglia di Talamone.
  • 9: di questo uomo si conoscono solo le longeve amicizie e il periodo di consolato, prima partito nel 256 a.C. e poi nel 250 a.C..
  • 10: per convenzione la data di morte si pone nel 299 a.C..
  • 11: del nonno di Gaio Attilio Regolo si conosce solo la data del suo consolato; carica data nel 264 a.C..
  • 12: combattuta nel 256 a.C., fu combattuta da Romani e Cartaginesi e vede vittoriosi e penisolani.
  • 13: non si conosce molto di questo mercenario. Si sa solo che Polibio lo esalta per la sua parola data. Secondo alcuni calcoli si da Alessone come sessant’enne.
  • 14: anche del fortunato Imilcone non si sa niente, se no la sua partecipazione proprio a questa battaglia.
  • 15: non si conosce praticamente niente di questo ufficiale Cartaginese.
  • 16: 290 a.C. – 260 a.C..
  • 17: si racconta che le truppe mercenarie in collera con i loro comandanti traditori, li tempestarono di pietre e frecce da Lilibeo, quando fecero ritorno con doni dei Romani.
  • 18: nonostante si indichi questo comandante come Annibale Barca, in realtà, si sa per certo che il più famoso portatore di questo nome non poteva assolutamente partecipare a questo scontro, perché nato tre anni dopo.
  • 19: anche del padre di Annibale, omonimo del padre di Barca, non si conosce origine.
  • 20: questa importante carica veniva data solo agli ufficiali cartaginesi di marina che ne fossero degni. L’uomo aveva l’onere di salariare i marinai e pagare la manutenzione per la sua flotta. In cambio poteva usufruire delle navi a sua disposizione come voleva, sempre però non infrangendo le leggi africane.
  • 21: nato a Rodi, probabilmente muore in una delle città siciliane di Roma dopo essere stato catturato.
  • 22: cittadina nei pressi di Trapani.
  • 23: l’assedio di Lilibeo durò infatti circa otto anni, fino alla fine della prima guerra punica, anno in cui i Romani sciolsero l’assedio lasciando i Cartaginesi vittoriosi.
  • 24: in epoca antica veniva utilizzato il termine contromina che indicava un’azione controffensiva atta a far crollare le gallerie sotterranee nemiche, costruendone ancora più in profondità. Questo concetto si è protratto fino ad oggi, con la variante delle esplosioni.
  • 25: le condizioni erano sostanzialmente queste: evacuazione della Sicilia con restituzione dei prigionieri senza alcun riscatto, riscatto invece per i prigionieri cartaginesi, pace con Siracusa, conclamata talassocrazia nel Mediterraneo, consegna di isole al largo della Sicilia e pagamento di un dazio annuale pari a 2.200 talenti. L’unica promessa fatta da Roma era che nessuno, nemmeno gli alleati potessero attaccare Cartagine.
  • 26: condottiero cartaginese morto nel 241 a.C..
  • 27: Trapani nel 249 a.C. e quella del Monte Erice che arrivò, come Lilibeo, fino al 241 a.C..

Fonte della foto di apertura: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Skaskaska.JPG

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