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Attica: centri sacri e santuari

Guida ai principali centri sacri e santuari dell’Attica

Guida ai principali centri sacri e santuari dell’Attica

L’Attica si trova nella parte più meridionale della penisola greca; si affaccia ad Est sul Mar Egeo e a Sud sul Golfo Saronico. Fanno parte di questa regione una serie di isole:

  • Egina
  • Salamina
  • Poros
  • Idra 
  • Spetse

Dal punto di vista morfologico è formata sia da una serie di pianure, di cui alcune importanti anche per eventi bellici, come quelle di Megara e Maratona, sia da alcuni massici montuosi, come l’Imetto ad Est di Atene, il monte Pentelico a Nord-Est e il Parnaso a Nord.

L’Attica, come del resto un po’ tutta la Grecia, è sempre stata una “stazione di passaggio” di grandi correnti migratorie, base fondamentale che spiega il precoce sviluppo culturale dell’area. Soprattutto le arti plastiche, nel V a.C., qui raggiunsero livelli tali di perfezione, che successivamente in nessun luogo si arrivò mai a tanto.

Le antiche leggende, a partire dai miti di fondazione riguardanti Teseo ed Ercole, ci parlano di una terra florida e ricchissima di vaste distese boschive, di cui già Pausania nel II secolo d.C. lamentava la perdita: da allora e per i secoli successivi il patrimonio boschivo continuò a subire costanti e notevoli perdite, tanto che ad oggi il territorio si presenta alquanto brullo.

La visione che ha un visitatore, sorvolando l’Attica in aereo, è quella di vaste distese di deserti pietrosi, visto che le scarse piogge non alimentano i già miseri corsi d’acqua che si perdono sempre più in profondità. In tempi recenti, diciamo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ci si rese conto dello scempio perpetuato contro la natura, motivo per cui si è cominciato ad investire in un rinfoltimento della vegetazione.

Comunque sia bisogna tenere bene a mente che la Grecia di oggi non ha più nulla della Grecia antica: non è più il fulcro del mondo culturale e politico come lo era nel mondo classico, anzi la grave situazione economica l’ha ridotta sull’orlo della povertà. Un terzo della popolazione greca vive nell’area di Atene e del Pireo: in mezzo a questo caos moderno svetta l’Acropoli che, con le sue rovine, riecheggia un passato fatto di glorie ed onori.

Ciò che queste rovine, questi antichi monumenti riescono a trasmettere, le sensazioni che suscitano permettono ai moderni di riallacciare e sentire il legame con i propri antenati.

Guardano un po’ a tutti i centri dell’Attica riscopriamo l’antichità, che ad Atene soprattutto è facile notare, ma in questo articolo si vuole porre l’attenzione in modo particolare sui centri minori, che ci forniscono altrettante informazioni, ma generalmente (come è anche normale che sia) passano in cavalleria rispetto alla capitale, che, sebbene non viva più il suo periodo dell’oro, ha guadagnato una stima eterna.

Verrà perciò proposta una breve rassegna, in ordine alfabetico, di alcuni centri dell’Attica che per eventi storici, santuari o scoperte importanti hanno contribuito ad accrescere la conoscenza del mirabile mondo dell’antica Grecia.

Isola di Egina

L’isola triangolare, situata al centro del Golfo Saronico, ci ha restituito tracce di insediamenti del IV millennio a.C.; si ritiene che in origine la popolazione locale facesse parte del ceppo cario-cretese. Insieme a Salamina viene considerata una sorte di ponte culturale sul Mar Egeo, attraverso il quale si compì la diffusione, da Sud a Nord, di un ricco bagaglio di idee, costumi e tecniche. A questo fanno anche stretto riferimento i miti di fondazione: Egina, figlia di Asopo, divinità fluviale della Beozia, e sorella si Salamina, fu rapita da Zeus che concepì con lei sull’isola (che poi ne assunse il nome) Eaco, che sarebbe poi diventato uno dei tre giudici dell’Ade, inseme a Minosse e Radamante. Eaco inoltre è considerato il progenitore dei Mirmidoni, di Achille e di Telamone, che regnò su Salamina.

tempio di Egina

Da principio fu abitata dagli elleni, sia ioni che micenei, intorno al X secolo a.C. fu occupata dai Dori. L’isola entrò a far parte di una lega di stati (anfizionia) peloponnesiaca di Kalaurèia e conobbe così nel VII secolo a.C. un grande sviluppo economico. Possedeva filiali commerciali anche in territori extra greci, come a Naucratis in Egitto o in Spagna sulla via dell’argento. Intorno al 650 a.C. qui fu coniata la prima moneta greca e messa in circolazione: la fondamentale scoperta di un valore di scambio oltre a beni materiali e al bestiame.

Lo statere (lett. peso) d’argento di Egina, con impressa la tartaruga (simbolo del luogo), fu la moneta più diffusa in tutta l’area di sfera peloponnesiaca; più tardi con questa si scontrò il tetradramma, la valuta ateniese. Con Atene, quando raggiunse il culmine della sua potenza navale, lo scontro fu inevitabile, dal momento che Egina era il fulcro della produzione bronzea e delle ceramiche.

L’isola fu conquistata nel 455 a.C. e le furono imposti pesanti tributi, fino alla definitiva decadenza nel 431 a.C. con la deportazione di tutti i suoi cittadini. Comprata da Pergamo, divenne proprietà romana nel 133 a.C. Delle strutture dell’atica città, fondata circa 2500 anni fa, resta ben poco, se non i due templi principali: quello di Apollo e quello di Afaia.

Il primo, un tempio dorico di 12x 6 colone, fu fondato nel 520 a.C. ed è il più antico dell’isola: ad oggi sono visibili le fondamenta in opera poligonale ed un fusto di colonna. Gli scavi tedeschi del 1924 portarono alla luce una fossa sacrificale di età antecedente la fondazione del tempio e resti di case micenne; a Sud-Ovest rinvennero tracce di tempietti e di una costruzione circolare, forse il monumento sepolcrale di Phokos, menzionato da Pausania nel II d.C.

Meglio conservato è il tempio dorico dedicato ad Afaia intorno al 500 a.C.; esso domina dall’alto di un promontorio il Golfo Saronico. Dagli scavi si è documentato che questo luogo sacro conobbe due fasi edilizie una dal 570 al 510 a.C. e la seconda dal 500 a.C. circa in poi.

Afaia, leggendaria e poco nota figlia di Zeus, nel tentativo di salvarsi da Minosse raggiunse in barca Egina: con questo mito si voleva spiegare il rapporto stretto con la cultura cretese. Nel 1901 i tedeschi riportarono alla luce la statua di VI secolo a.C. della dea con inciso sopra il suo nome, capendo così a chi fosse dedicato il tempio, confutando la primitiva teoria che voleva Atena destinataria del culto locale. La struttura del tempio classico è molto ben conservata: è un periptero dorico esastilo in pietra calcarea locale rivestita, nelle decorazioni, con stucco dipinto.

Le decorazioni delle metope e dei frontoni sono state rinvenute in buonissime condizioni e conservati nel Museo Nazionale di Egina. Il frontone orientale, il più antico, fu ultimato nel 510 a.C. e ripropone i due eroi Aiace, figlio di Telamone re dell’isola, e Teucro di Salamina durante la guerra di Troia, assieme a Pallade Atena, protettrice dei Greci.

Sul frontone orientale è raffigurata la presa di Troia, al centro campeggia sempre la dea Pallade a divesa dei suoi protetti. Dopo il 480 a.C., anno della grande sconfitta inflitta ai Persiani, l’area circostante il tempio fu ingrandita e fu realizzata una vera e propria area santuariale, che ebbe grande rigoglio per tutto il periodo antico.

Santuario di Amfiàrion

Tra le località di Kalmos e Oropòs si trova uno dei più antichi centri di cure e sede di un oracolo di tutta l’Attica, vale a dire Amfiàrion. Il mito vuole che Anfiarao, re di Argo, ingannato da Polinice (figlio di Edipo) si decise a partecipare alla guerra “dei sette contro Tebe”. Polinice riuscì a corrompere Erifile, la moglie del re e giudice della faccenda, promettendole la collana e la veste taumaturgica di Armonia. La donna stabilì la partenza di Anfiarao, che colpito da un dardo sotto le mura tebane fu inghiottito dalla terra, per volere di Zeus, che lo considerava caro tra i mortali.

Anfiarao riemerse dalla terra come un semidio ed in riferimento a ciò si sviluppò nella zona il culto del “santo” uomo e nelle sue capacità taumaturgiche. Nacque così un’area santuariale che ebbe vasta fortuna soprattutto in età ellenistica e romana, quando le terapie e cure delle malattie nei luoghi sacri presero maggior piede. La terapia standard prevedeva principalmente: digiuni, con divieto assoluto di bere vino, l’enkimisis (lett. addormentamento), abluzioni con l’acqua della fonte sacra. Questo tipo di culto medico ricorda molto da vicino quello del dio Asclepio ad Atene e nell’isola do Coos.

Il luogo di culto, scoperto dalla Società Archeologica Greca negli scavi degli anni 1884-1893, risale al IV a.C.. Il tempio, un dorico in antis (cioè con colonne solo sulla facciata), occupava una superficie di 13x 22 m; nello spazio centrale si rinvennero un altare sacrificale e, nel fondo, una statua di Anfiarao, rappresentato alla stessa maniera di Asclepio, cioè appoggiato ad una verga intorno alla quale si avvolge un serpente.

Verso Nord-Est era collocato l’altare maggiore, di cui rimangono solo le fondamenta; si estendeva per una lunghezza di 8 m. Qui si sacrificava non solo al dio locale, ma anche e varie divinità ed eroi, come dimostrano alcuni oggetti votivi rinvenuti. Per propiziarsi una buona salute veniva sacrificato generalmente un tragos (caprone), la cui pelle veniva usata come giaciglio per le cure “del sonno”.

Alle spalle dell’altare si trovarono resti delle condutture d’acqua ed una terrazza su cui prendevano posto statue e doni votivi, come dimostrano i 30 zoccoli rinvenuti che avevano la funzione di sostegni.

Tra l’altare maggiore ed il torrente Chimarros c’è la sacra fonte, luogo da cui sarebbe riemerso il dio Anfiarao: qui sono state ritrovate conchiglie e vasi in terracotta con cui i pellegrini raccoglievano acqua, inoltre la fonte ci ha restituito un piccolo tesoro, perché Al termine delle terapie era in uso gettare nella fonte una moneta d’oro o d’argento quale “tassa per la cura”.

Nel settore Nord-Est del santuario erano posti i dormitori, una lunga stoà di 110x 11 m in ordine dorico; in questa sorta di dormitorio, con posti letto in pietra e panche, i pellegrini usufruivano dell’ enkimisis, mentre appositi sacerdoti erano predisposti all’interpretazione dei sogni e di medici.

Eleusi: il cuore pulsante dei riti legati alla Madre Terra

Eleusi, nota per la celebrazione dei culti misterici, risulta essere un insediamento molto antico; infatti gli scavi hanno permesso di datare al III millennio a.C. la fondazione del primo insediamento. Come molti altri centri dell’Attica ebbe strettissimi legami con il mondo cretese tanto che, secondo la tradizione, un eroe cretese, Eleusi, diede nome alla città. La fortuna della città però era legata alla connessione con il mito di Demetra e di Persefone.

Dopo il ratto della figlia, la dea, affranta dal dolore, fu accolta alla corte di Celeo, re di Eleusi; risollevata dalla generosità ed ospitalità dell’uomo, Demetra fondò un tempio ed istituì i misteri suggellando il tutto con una bevanda, il kykèion.

Mentre cresceva il peso politico della non lontana Atene, Eleusi diventava man mano uno dei centri religiosi più importanti della Grecia, diventando una sorta di centro di una religiosità popolare, che nel culto di Demetra/Madre Terra rispecchiava le arcaiche rappresentazioni egee dei riti matriarcali della fertilità; tant’è vero che Demetra veniva vista come thesmophòros (legislatrice) e fondatrice dell’agricoltura e della società contadina, e in simbiosi con la figlia erano adorate per tutto ciò che riguardava la coltivazione del grano.

Ancora secondo il mito anche il figlio del re d Eleusi, Trittolemo, svolge un ruolo importante nella nascita dell’agricoltura: era stato inviato dalle due dee per insegnare agli allevatori, che erano nomadi, l’agricoltura e quindi a vivere in comunità sedentarie.

Intorno quindi alle due dee e al giovane Trittolemo si svilupparono una serie di festività che trovavano posto nel corso di tutto l’anno; la festività più importante si aveva a settembre, nel mese boedròmion (mese delle invocazioni), quando si effettuava una grande processione da Atene ad Eleusi. I partecipanti venivano da tutta l’Attica e anche dalle altre regioni della Grecia e, percorrendo la Hierà Hodòs (Via Sacra) portando in mano utensili agricoli, giungevano ad Eleusi nel santuario di Demetra e Kore-Persefone.

Secondo l’Inno Omerico a Demetra questa festa fu istituita dalla dea stessa, che aveva incaricato per la sua realizzazione annuale la stirpe sacerdotale di Eumolpo (Eumolpidi) e suo figlio Keryx (da kerykèio= banditore). I riti, che venivano svolti nell’edificio sacro chiamato Telestèrion, sono ancora oggi oscuri dato che ai partecipanti era imposto il silenzio assoluto sul loro svolgimento, ma sicuramente erano legati ai concetti di fertilità.

Inoltre al mito di Kore che, come sposa di Ade, passa i mesi estivi negli inferi e la restante parte dell’anno con la madre, si ricollega il rituale del viaggio nell’aldilà e la beatitudine dopo la morte: infatti gli iniziati, ai diversi gradi, con una sorta di battesimo venivano purificati. Si ritiene che il punto chiave dell’iniziazione, che avveniva di notte, sia la morte mistica.

Il culto di Demetra nell’antichità era considerato una forza coesiva della famiglia e dello stato non solo per i Greci, ma anche per i Romani, come ci attesta Cicerone. Attualmente la zona archeologica, situata a Sud-Est del centro di Eleusi, è disturbata dalla presenza di impianti industriali nelle vicinanze. Il Telesterion si trova sotto l’acropoli e le rovine appartengono ad epoche diverse, rivelando una continuità di vita costante del santuario fino alla fine del paganesimo. Le tracce più antiche risalgono già al periodo miceneo; successivamente il tiranno ateniese Pisistrato, nel VI a.C., volle la realizzazione di una struttura quadrata di 27 m per lato con 5 file di 5 colonne, di cui oggi resta solo la pavimentazione.

Il santuario fu distrutto dai Persiani e poi ricostruito da Cimone (inizi V a.C.), che fece realizzare una struttura rettangolare, che fu in seguito fatta rimaneggiare da Pericle nel 440 a.C., che la volle nuovamente quadrata e di dimensioni maggiori.

In epoca romana continuò a subire variazioni, anche in relazione all’accresciuta importanza che il luogo stava ottenendo. A Nord-Est del Telesterion su delle terrazze, scavate nella roccia, si riconoscono tracce di un tempio e, non molto distante, un altare con scolpite le immagini delle due divinità. Al termine della Via Sacra si trovano due grotte dove era situato un tempio, noto come Plutonion, dedicato ad Ade-Plutone: già in età classica il nome Pluton veniva spesso e volentieri confuso con Plutos, la personificazione della ricchezza.

Anche nel mito di Eleusi Plutone racchiude in sé i due elementi “custode dell’aldilà” e “delle ricchezze terrene” (in quanto sposo di Kore). Dal Plutonion si voleva che fosse tornata Kore, infatti durante le feste pare si mettesse in scena la scomparsa della dea ed il suo ritorno dagli Inferi.

Nemesi di Ramnunte

Nell’antichità Ramnunte, vista la sua posizione sul Golfo dell’Eubea, era un importante baluardo costiero per i controlli dei traffici verso e da Calcide. Soprattutto però fu noto per l’importante ed unico in Grecia santuario della dea Nemesi.

dea Nemesi
La dea Nemesi

In antichità, già con Omero ed Esiodo, Nemesi era considerata allegoria del giudizio divino e divinità predisposta all’espiazione e al giudizio punitivo; dovevano avere timore di lei gli empi o quelli che, per immeritate fortune o ricchezze, agivano in modo tracotante macchiandosi di hybris (presunzione), Omero porta ad esempio di ciò l’assassinio di Agamennone per mano di Egisto e Clitemnestra, a loro volta vittime della vendetta di Oreste.

A Ramnunte Nemesi si fondeva con Temis, che rappresentava la giustizia divina e l’ordine e, unitasi con Zeus, diede alla luce le Horai, che Esiodo chiama Eunomia (Ordimamento), Eirene (Pace) e Dike (Giustizia), attribuendogli il compito di salvaguardare cielo e terra, inoltre su questi tre elementi doveva basarsi ogni buona società come si evince dalle concezioni filosofiche diffuse dall’età di Anassimandro fino ad Aristotele.

Temis, però, era anche madre di Prometeo, il titano che cercò di ribellarsi all’ordinamento divino. Così il tempio di Nemesi-Temis non è influenzato da idee di vendetta, ma risente della concezione mitica e filosofica dell’ordine universale. Il culto raggiunse il suo massimo splendore nel V-IV secolo a.C. grazie agli Ateniesi, che lo ebbero molto a cuore, e si mantenne fino all’età imperiale romana.

A Sud dell’area dell’antica fortificazione si trova il recinto sacro, che scoperto nel 1888, fu sistematicamente scavato negli anni ’20 del XX secolo dall’archeologo greco Orlandos. Su una terrazza artificiale si trovano le rovine di due tempi: quello di Temis e quello di Nemesi. Il primo è il più piccolo ed antico tra i due, infatti il suo impianto risale al VI a.C., presentava 12 colonne sui lati lunghi e 8 su quelli brevi, era in ordine dorico e all’interno della cella sono state rinvenuti due sedili marmorei per le due dee e una statua raffigurante Temis.

L’altra struttura templare è più grande; era un periptero dorico progettato nel 435 a.C. dallo stesso architetto che si occupò di progettare il tempio di Efesto ad Atene e quello di Poseidone al Capo Sunio.

La statua di culto della dea era stata scolpita da Agorakritos, allievo di Fidia; la statua è conservata nel Museo Archeologico di Atene e sulla sua base era stata raffigurata Elena, la mitica figlia della dea, a causa della quale scoppiò la guerra di Troia.

Capo Sunio

Nell’antichità questo promontorio, menzionato già da Omero, era molto importante per il controllo delle rotte marittime del Golfo Saronico. Il rinvenimento di idoletti cicladici e micenei risalenti al II millennio a.C. ci permettono di datare l’inizio dei primi insediamenti.

All’VIII secolo a.C. doveva risalire un tempio dedicato ad Apollo, di cui vennero recuperati due kuroi, datati tra il VII ed il VI a.C.: questo dimostra che l’area doveva essere consacrata alla divinità del sole, cosa tra l’altro confermata da alcuni passi omerici che ricordano il dio in rapporto con il Sunio. Inoltra la costa Sud-Ovest dell’Attica è chiamata “Costa d’Apollo” e il mare antistante Capo Sunio è ricordato come Mara Mirtoico e come ben si sa il mirto era la pianta cara al dio del sole. Dal 500 a.C. il luogo divenne al contrario il luogo sacro a Poseidone, dio del mare, con l’edificazione di un tempio a lui sacro, indagato a partire dalla fine del ‘700.

Solo nel 1898, quando fu rinvenuta un’iscrizione, si attribuì il tempio al dio dei mari, risultando così uno dei pochi luoghi sacri attribuiti ad una divinità più temuta che venerata. Recentemente alcuni studiosi hanno nuovamente riproposto l’associazione del tempio ad dio Apollo per vari motivi: innanzitutto per la sua posizione a metà strada tra Atene e Delo, tradizionale isola del dio saettante, inoltre le theorie (“spedizioni religiose”) dirette a Delo facevano sempre scalo al porto del Sunio ed infine osservando i giochi di colori che si generano tra i fusti delle colonne al tramonto sembra difficile non fare un accostamento con il dio del sole.

La prima edificazione del tempio si colloca nel 490 a.C., durante le invasioni persiane fu distrutto e la ricostruito nel 444 a.C. in marmo locale; è un periptero (con colonne su tutto il perimetro) dorico caratterizzato dal rapporto classico di 6 x13 colonne, come i tempi di Efesto ad Atene e di Nemesi a Ramnunte. Si è anche notato che per proporzioni e rapporto tra colonne è del tutto identico al tempio di Apollo a Delo, che era stato cominciato solo qualche anno prima.

Si è conservata la decorazione dell’architrave del pronao, ora conservata al Museo Archeologico di Atene, che raffigura l’eroe cittadino Teseo, scene della gigantomachia e della lotta tra i Lapiti ed i centauri. Delle colonne sono ancora visibili 9 sul lato Sud e 2 su quello N; su alcune gli avventori o comunque chi è passato di qui spesso hanno lasciato firme o scritte come ad esempio Lord Byron nell’800.

Spostato a Nord-Est, su un colle, sorge un santuario di VI a.C., dedicato ad Atena Suniàs. Il tempio, di dimensioni ridotte rispetto a quello di Apollo/Poseidone, fu restaurato nel 460 a.C., come ci attestano alcuni rendiconti della città di Atene, né le decorazioni, né la statua votiva della dea sono state rinvenute, ma il ritrovamento di idoletti e di doni votivi risalenti all’età micenea dimostrano che questo luogo fosse considerato sacro già in età arcaica.

Inoltre la presenza di un tempio di Atena porterebbe, insieme all’iscrizione rinvenuta, ad avvalorare la tesi della dedica dell’altro tempio a Poseidone, visto che entrambe le divinità si sarebbero contese la supremazia sull’Attica e a spuntarla, come è noto, fu Atena che promise in dono l’ulivo anziché i cavalli come il dio del mare; in ricordo di ciò si potrebbe pensare alla compresenza di santuari dedicati alle due divinità nel medesimo luogo.

Vravròna (Brauròn), santuario di Artemide

Secondo la tradizione l’antico centro di Brauròn (oggi Vravròna), che sorgeva lungo la costa Est dell’Attica e a Sud-Est di Atene, faceva parte della Lega delle 12 città, un’associazione delle 12 città più antiche dell’Attica, sotto la guida del mitico re Cecrope, fondatore di Atene. In effetti sul colle dove sorge il tempio furono trovati una serie di reperti che si datano intorno al 1700 a.C., dimostrano la precoce ed antica frequentazione del luogo.

Il culto di Artemide Brauronia risale all’800 a.C. e con il tiranno Pisistrato, originario di questo luogo, divenne una delle religioni ufficiali di Atene. Artemide, figlia di Zeus e Latona, era gemella di Apollo e signora della natura e della castità virginale. Veniva associata ad animali di sesso femminile, generalmente l’orsa o la cerbiatta.

Il ciclo epico narra che in Aulide, in attesa dei venti favorevoli per salpare verso Troia, Agamennone abbia ucciso una cerva sacra alla dea e per questo fu costretto al sacrificio della figlia Ifigenia; ma Artemide, poi impietosita, risparmiò la fanciulla e la fece sua sacerdotessa in Tauride, attuale Crimea.

Qui giunse il fratello Oreste in cerca di espiazione per il matricidio commesso, dopo aver riconosciuto la sorella, la portò con sé, insieme ad il simulacro della dea. A Brauròn, dove i due giovani giunsero, Ifigenia visse e vi trovò sepoltura, perciò da sempre in questo luogo il culto di Artemide a quello della figlia di Agamennone. A questi avvenimenti si ispirano tutti i drammi del ciclo di Ifigenia scritti da Euripide nel V a.C.

In età classica il santuario di Brauròn era collegato con una “casa delle Orsette” sull’Acropoli di Atene ed ogni anno nel santuario si tenevano le brauronie, feste primaverili: bambine di circa 7-10 anni, le orsette, eseguivano in “ballo dell’orso” descritto da Aristofane nella Lisistrata. Con il tempo e a causa delle continue inondazioni, il tempio fu man mano abbandonato; tornò alla luce solo con gli scavi della Scuola Archeologica Greca tra il 1946 ed il 1963.

L’area del santuario, collocato sulle pendici Nord-Est di un colle, durante gli scavi ha permesso di scoprire i resti di un antico insediamento miceneo dimostrano che questo era un luogo di antichissima occupazione. Il tempio, un dorico canonico con 6x 13 colonne, conobbe due fasi di vita: una prima di VI a.C. ed una seconda di età classica (V a.C.), quando fu ricostruito dopo la distruzione dei Persiani, che trafugarono lo xoàna (statua di culto lignea) di Artemide.

A Sud-Ovest del tempio, in una fenditura tra le rocce, c’è la parte più antica della zona sacra; nella grotta tufacea si collocava la tomba di Ifigenia, luogo di culto dall’VIII a.C., come attetsano i rinvenimenti ceramici e i doni votivi rinvenuti, successivamente lì vicino fu costruito un piccolo tempietto per Ifigenia. Nel 430 a.C. nell’area N del colle fu edificata una casa per le orsette, fornita di un cortile quadrangolare porticato con colonne in ordine dorico. Sui lati Nord ed Ovest si aprivano 9 sale adibite a dormitori e refettorio: le stanze quadrate (6 x6 m), ancora oggi, mantengono intatte le klinai (letti) in pietra per le bambine.

Ancora a Nord si trova una Stoà per la conservazione di oggetti votivi, oggi conservati al Museo locale.

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