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Augusto

Augusto

Svetonio racconta che Augusto nacque nel 63 a.C. a Roma in quella parte del Palatino (fattore che evoca le origini di Roma con Romolo), chiamata ad capita bubula (1). Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, lo stesso del padre e, ancora fanciullo gli fu dato il soprannome di Turino forse perché nacque poco dopo che il genitore, allora propretore, aveva riportato in una località con questo nome una vittoria sugli ultimi seguaci di Spartaco e Catilina. Il padre, morto quando suo figlio aveva appena 4 anni, proveniva da una facoltosa e ricca famiglia equestre di Velletri vicino Roma, la gens Octavia, e fu il primo in essa a essere eletto senatore. La madre, Azia minore, era nipote di Giulio Cesare in quanto figlia della sorella Giulia minore.

Gli inizi

La straordinaria carriera politica di Ottavio iniziò con la morte di Cesare. Infatti nel 44 a.C. venne resa nota la decisione del dittatore di adottare come figlio il giovane che, in quel momento, si trovava lontano da Roma nel territorio dei Parti, insieme all’amico Marco Vipsanio Agrippa, di origine non nobile ma destinato ad una carriera straordinaria. Appresa la notizia della morte del prozio e della relativa adozione, tornò subito in Italia dove accettò la pericolosa eredità politica di Cesare, proponendosi di vendicarne la morte e assumendone il nome che diventò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Cercò subito consensi presso i veterani del padre adottivo in Campania ma capì che per contrastare Marco Antonio, console e capo della fazione cesariana che vedeva in lui un pericoloso concorrente alla guida del partito, doveva avere anche l’appoggio del popolo tanto che pagò a proprie spese la somma sufficiente a dare esecuzione alla volontà paterna di donare trecento sesterzi ad ogni cittadino romano, azione che riscosse ampio successo presso il popolo e che dimostrò il proposito di voler ereditare da Cesare, non tanto i beni materiali quanto la grandezza e il prestigio in politica.

Il Senato, in particolar modo Marco Tullio Cicerone, che seguiva con attenzione le manovre di Antonio, non diede, invece, molto credito al giovane tanto che fu legittimato il testamento di Cesare ed egli dichiarato suo legittimo erede. Per rafforzare la sua posizione Ottaviano, grazie all’aiuto dei veterani del padre, costituì un proprio esercito con un gesto di suprema audacia, visto che mancava dell’autorità per farlo, mentre Antonio decise di marciare contro Decimo Bruto, uno dei Cesaricidi, che aveva preso possesso, per volontà dello stesso Cesare, della Gallia Cisalpina, territorio nelle mire di Antonio. Decimo Bruto si rinchiuse a Modena e, all’inizio del 43 a.C., a difesa dei suoi diritti accorse Ottaviano a cui venne eccezionalmente conferita la carica di pretore per legalizzare la condizione del suo esercito privato. Antonio venne sconfitto e questa guerra dimostrò quanto la situazione fosse paradossale: infatti, per combattere il suo avversario nel controllo del partito cesariano, il figlio adottivo di Cesare, astutissimo e spregiudicato, non solo si alleò con le forze del senato ma accorse a difendere i diritti di uno degli uccisori del padre, uscendone alla fine come unico vincitore. Forte di questa vittoria e del suo esercito, Ottaviano tornò a Roma e riuscì a farsi nominare console con Quinto Pedio che propose subito la Lex Pedia con la quale gli uccisori di Cesare venivano condannati all’esilio, compiendo così quell’atto supremo che lo stesso Antonio non aveva avuto il coraggio di compiere.

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Il Triumvirato

Pur avendo dato l’idea di aver sostenuto gli uccisori di Cesare, l’intento di Ottaviano era ben altro. Infatti, sulla base di intese diplomatiche portate avanti soprattutto attraverso la mediazione di Lepido, pontefice massimo e sostenitore di Antonio, si avvicinò a quest’ultimo e nel 43 a.C., incontratisi nei pressi di Bologna, strinsero un accordo a tre, noto come II triumvirato, della durata di cinque anni. All’accordo di Bologna seguirono le liste di proscrizione degli avversari politici la cui vittima più illustre fu Cicerone, ucciso dai sicari inviati da Antonio. La prima azione che i tre fecero fu di volgersi verso Oriente dove si erano rifugiati i cesaricidi Bruto e Cassio che già si erano impadroniti rispettivamente della Macedonia e della Siria: nell’ottobre del 42, questi furono sconfitti in due battaglie presso Filippi e si suicidarono. In seguito i triumviri si divisero le rispettive zone di influenza: ad Antonio andò l’Oriente, dove maggiori erano le esigenze militari con l’incarico di pacificarlo; ad Ottaviano l’Occidente, dove erano prevalenti le esigenze politiche e a Lepido l’Africa. Così Ottaviano aveva portato a compimento la doverosa vendetta per l’assassinio di suo padre, nella nobiltà romana un gesto considerato doveroso e imprescindibile. Sul piano militare, però, il vero vincitore di quella battaglia, anche a causa del cagionevole stato di salute di Ottaviano, afflitto nella vita da numerose malattie, era stato Antonio che godeva tra i soldati di un enorme prestigio e che agli occhi dell’opinione pubblica desiderava sempre più apparire come il continuatore della politica di Cesare.

Di ritorno in Italia, Ottaviano si scontrò con il problema dell’assegnazione delle terre in Italia ai soldati reduci da Filippi. Il console del 41 a.C. Lucio Antonio, fratello di Marco, pretendendo che le distribuzioni ai veterani del fratello fossero affidate a suoi seguaci, appoggiato dalla moglie di Antonio, Fulvia, si scontrò con Ottaviano: i due furono assediati a Perugia che fu poi conquistata ed essi ebbero salva la vita ma la guerra civile aveva di nuovo insanguinato l’Italia.

Nel frattempo Sesto Pompeo, figlio di Pompeo il Grande, occupava la Sicilia dal 43 a.C. dominando il mare e impedendo che da essa giungesse grano a Roma. Allo scopo di guadagnare spazio e conciliarsi questo potenziale avversario, Ottaviano divorziò dalla moglie Claudia, figliastra di Antonio e sposò una parente di Sesto di nome Scribonia da cui ebbe l’unica e amata figlia Giulia. In realtà né l’intesa né il matrimonio durarono a lungo tanto che fu necessario un nuovo accordo tra Ottaviano e Antonio che avvenne nel 40 a.C. a Brindisi. Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulvia era morta da poco e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo il trattato di Brindisi, Ottaviano ruppe l’alleanza con Sesto Pompeo, ripudiò Scribonia e invaghitosi dell’aristocratica Livia Drusilla, la fece divorziare dal marito Tiberio Claudio Nerone, sebbene fosse già madre di Tiberio e incinta di Druso maggiore (2). Livia fu sua compagna per tutta la vita. Rotta l’alleanza con Sesto Pompeo, Ottaviano si dedicò alla riconquista della Sicilia. La campagna venne affidata nel complesso all’amico Agrippa che costruì una nuova flotta e riuscì a sconfiggere definitivamente il nemico nel 36 a.C. nella battaglia navale di Nauloco: Sesto fuggì in Oriente dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio.

Prendendo a pretesto la volontà di Lepido di impossessarsi della Sicilia tanto da rompere il patto a tre rinnovato solo nel 38 e da marciare per impossessarsene, Ottaviano lo destituì dalla magistratura triumvirale e lo accusò di tradimento. Essendo pontefice massimo non poté essere ucciso ma fu relegato al Circeo dove visse fino al 13 a.C., morendo di morte naturale grazie alla protezione esercitata dalla sua alta carica sacerdotale.

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La battaglia di Azio

Dopo anni di scontri, gli unici due contendenti rimasti erano Ottaviano e Antonio. Quest’ultimo nel 42 a.C. aveva rivisto a Tarso Cleopatra, già conosciuta a Roma quando essa vi aveva soggiornato con Cesarione, il figlio nato da Cesare. Dopo quest’incontro Antonio continuò a vederla nonostante il matrimonio con Ottavia e dalla loro unione ne nacquero tre figli: Alessandro Helios, Cleopatra Selene e Tolomeo Filadelfo. Il motivo di tensione nacque dalla volontà di Antonio di pensare a Cleopatra e ai suoi figli nella sistemazione dei territori d’Oriente. Ottaviano avvertì la minaccia di vedere sul trono il figlio naturale del suo stesso padre adottivo e con ciò il triumvirato ebbe ufficialmente termine: Antonio ripudiò Ottavia e Ottaviano si impossessò del testamento dell’uomo per far conoscere al pubblico le pregiudizievoli concessioni fatte alla regina d’Egitto e la sua volontà di essere sepolto ad Alessandria insieme alla compagna. La situazione precipitò nel 32 in una vera e propria guerra civile nella quale Ottaviano, da bravo e furbo politico qual era, si presentò come il difensore di Roma e dell’Italia contro i pericoli rappresentati da una regina d’Egitto corrotta e infida che aveva allontanato Antonio dalla moglie legittima, dalla patria e dai concittadini, trasformandolo in un despota orientale. Lo scontro culminò nella battaglia navale di Azio nel 31 in cui Ottaviano, sostenuto dal senato, sconfisse i due amanti che riparatisi in Egitto si suicidarono quando egli occupò Alessandria: poco dopo fece giustiziare Cesarione e affidò i figli di Antonio e Cleopatra paradossalmente a Ottavia. Decise inoltre di annettere l’Egitto sotto il dominio di Roma facendo di esso la prima provincia imperiale governata da un prefetto romano sul posto, mettendo così fine al regno dei Tolomei, l’ultimo ancora esistente tra quelli fondati dai successori di Alessandro Magno.

La battaglia di Azio fu in realtà una battaglia mediocre, nonostante il gran numero di navi impiegate. La grande importanza che le si attribuisce da sempre sta nel ruolo che Ottaviano le attribuì mitizzandola e facendosi chiamare da allora Imperator Caesar divi Filius. In realtà il valore di questo scontro sta nel fatto che segnò la fine di un’età che aveva iniziato la sua crisi circa un secolo prima: un’età che aveva avuto la sua stretta finale nel 44 a.C. con l’uccisione di Cesare.

Il titolo di Augusto e il Principato

I poteri triumvirali erano scaduti alla fine del 33 a.C. Dal 32, perciò, Ottaviano si era mosso unicamente in base al “consenso di tutti” (3), un consenso che rivendicava orgogliosamente ponendolo a fondamento del proprio operato, ma che era però privo di ogni base che potesse legalmente giustificare quelle azioni. Negli anni successivi, perciò, a partire dal 31 a.C., per dare una parvenza di legittimità al suo potere assoluto, Ottaviano ricoprì di continuo il consolato fino al 23 a.C. Le tristi esperienze dell’epoca sillana e lo stesso assassinio di Cesare lo avevano dissuaso dall’assumere la dittatura che pure gli fu offerta ma che doveva apparirgli come una carica ormai troppo invisa e odiosa. Egli, almeno apparentemente, dichiarava di muoversi nel più rigoroso rispetto delle antiche tradizioni repubblicane. Nel 27 a.C. restituì simbolicamente la Res Publica (lo Stato) al Senato e al popolo di Roma e gli venne offerto l’imperium per le province non sottomesse, che conferiva a chi ne era titolare il comando militare.

La svolta fondamentale nella storia di Ottaviano e di Roma avvenne proprio all’inizio del 27 a.C. quando il Senato decise di conferirgli il titolo di Augusto, termine “astuto” e “complesso” in quanto “Augustus” era colui che provvedeva ad aumentare (augere) il bene e la potenza dello Stato e allo stesso tempo era “aumentato” egli stesso rispetto agli altri cittadini, a qualsiasi ceto appartenessero, ponendosi come “princeps” ovvero “primus inter pares (primo tra individui di pari dignità), sanzionando in questo modo contemporaneamente la sua posizione di privilegio rispetto agli altri senatori, ma anche la sua condizione d’eguaglianza rispetto a essi dal punto di vista costituzionale. Il termine “Augustus”, inoltre, inteso letteralmente come “venerato” si collegava direttamente all’augurium (auspicio) sulla base del quale, secondo la leggenda, era stata fondata Roma e si legava anche all’antico concetto di ”auctoritas” (autorità), in origine di competenza senatoria. Il Principato instaurato nel 27 a.C.  segnò il passaggio dalla forma repubblicana all’Impero e nelle Res Gestae divi Augusti, autobiografia celebrativa dell’imperatore, scoperta alla lettura del suo testamento e scritta affinché fosse incisa su tavole di bronzo, oggi perdute, collocate a memoria perenne davanti al Mausoleo in cui fu sepolto a Roma, la svolta era sottolineata con forza (4).

L’autorità di Augusto possedeva innegabilmente anche caratteristiche religiose, sottolineate dall’insistenza con cui in quello stesso periodo i poeti e gli storici ripresero il mito della venuta di Enea in Italia. Infatti, se Augusto era figlio adottivo di Cesare e suo nipote effettivo, allora anche Augusto, come Cesare, appartenendo alla Gens Giulia, discendeva da Ascanio e quindi da Enea e, attraverso Enea, dalla dea Venere. L’Eneide di Virgilio in questo periodo descrisse e propose al pubblico le avventure dell’eroe troiano fino al suo arrivo in Italia. Poeti come Properzio, Orazio, Livio e Ovidio appartenenti al circolo di Mecenate, abile uomo politico di origini etrusca e amico di Augusto, si mossero in direzione analoga, rielaborando il mito delle origini di Roma e la prefigurazione di una nuova età dell’oro.

Come ulteriore manifestazione dell’inizio di una nuova era e del rinnovarsi di Roma dopo l’oscuro periodo delle guerre civili, vennero chiuse le porte del tempio di Giano Quirino, segno del nuovo periodo di pace, e nel 17 a.C. Augusto celebrò i Ludi Saecolares, festeggiamenti religiosi che generalmente si svolgevano a Roma per delimitare la fine di un secolo e l’inizio del successivo. Iniziò così il periodo della cosiddetta Pax Augusta. Questa non segnò per i Romani il raggiungimento di uno scopo per il quale si era a lungo combattuto, ma la fine di un periodo di angosce, di pericoli e di continuo mutamento della situazione.

Alla morte di Lepido, nel 12 a.C. Augusto fu eletto anche pontefice massimo, mentre nel 2 a.C., per volere del popolo e del Senato, gli fu attribuito il titolo di “Pater Patria”. Dopo questi onori, la sua operazione dimostrava di essere completamente riuscita ed egli poteva sentirsi in effetti padre di tutti i cittadini. Con sapienza e con prudenza, Augusto aveva stravolto le strutture dello stato repubblicano e di questo stravolgimento aveva cercato che nessuno si accorgesse.

Augusto

Amministrazione, politica sociale e opere pubbliche

Dopo aver soffocato diverse congiure, in particolare quella ad opera del collega console Varrone Murena nel 23 a.C., Augusto comprese che la carica di console era insufficiente: in quello stesso anno, perciò, rinunciò apparentemente ai poteri formali del consolato e si fece conferire dal senato sia la tribunicia potestas a vita che l’imperium proconsolare maius et infinitum, due titoli fondamentali che da Augusto in poi rappresenteranno per molti secoli le fonti stesse della legittimazione del potere degli imperatori. La prima carica era propria dei tribuni della plebe e attribuiva la facoltà di veto nei riguardi di tutte le iniziative del senato considerate pericolose per la propria autorità ma era circoscritta praticamente e tradizionalmente alla sola città di Roma. La seconda servì ad Augusto per governare l’intero mondo sottomesso ai Romani con poteri maggiori rispetto a quello di ogni altro governatore di provincia.

Cominciò così a riordinare e riformare lo stato e la società romana che durante il periodo delle guerre civili erano profondamente cambiati. Per prima cosa si occupò del senato che volle ridotto a soli seicento membri come in antico, ma a cui continuò a riconoscere un ruolo primario nella guida di Roma. Ci fu una nuova divisione delle province fra quelle senatorie, amministrate da governatori scelti dal senato, e quelle imperiali governate direttamente da luogotenenti designati in prima persona dal principe, uomini d’affari e funzionari appartenenti soprattutto all’ordine equestre. Si giustificò questa bipartizione adducendo ragioni di carattere militare. Di fatto Augusto riservò il comando delle legioni a uomini di sua piena fiducia e non a emissari del senato, per evitare focolai di eventuali rivolte. All’ordine equestre, in particolare, vennero riservate nell’ambito dell’amministrazione delle province imperiali, la prefettura dell’Egitto, considerato proprietà personale del princeps e, nell’ambito di Roma, la prefettura al pretorio ovvero il comando delle guardie addette alla difesa personale del principe.

La divisione delle province ebbe importanza anche per l’ordinamento finanziario. Fu mantenuto l’aerarium, la cassa repubblicana dello stato in cui affluivano i redditi provenienti dalle province senatorie e fu costituito il fiscus sia per la cassa privata del principe (patrimonium) che per le entrate delle altre province imperiali; venne, inoltre, creato un erario militare per le pensioni dei veterani dell’esercito imperiale.

Nella sua attività riformatrice non trascurò l’esercito che dipendeva esclusivamente da lui ed era stanziato permanentemente nelle province imperiali. Anche la Marina fu riordinata su base permanente con i comandi delle flotte stanziati a Ravenna e a Miseno. Con la burocrazia e l’esercito, Augusto si procurò due strumenti essenziali per il controllo dello stato romano che gli consentirono di governare direttamente il suo impero pur nel rispetto formale del Senato di Roma.

La diminuzione del numero di cittadini romani dovuta alla scarsa natalità costituì per Augusto un grosso pericolo per la preservazione della romanità. Per questo promosse la Lex Julia de maritandis ordinibus del 18 a.C. e la Lex Papia Poppaea del 9 d.C., che incidevano sul diritto familiare, frenando il diffondersi del celibato e incoraggiando la natalità.

Nell’organizzazione dell’Impero Augusto tenne molto a conservare la posizione di privilegio dell’Italia che venne riordinata e divisa territorialmente in undici regiones, mantenenti una propria autonomia amministrativa. La penisola era ormai tutta pacificata nei diritti e anche per questo fu molto parsimonioso nel concedere la cittadinanza romana ai sudditi delle province, a differenza di ciò che fece Cesare. Sempre in Italia furono costruiti nuovi centri abitati e fu creata una fitta rete stradale, per la cui manutenzione furono istituiti i curatores viarum.

Anche la città di Roma passò, nel 7 a.C., da una vecchia divisione topografica nelle quattro regioni cosiddette serviane, ad una in quattordici. Ciascuna di esse era divisa in vici (piccoli quartieri) ad ognuno dei quali era preposto un gruppo di caporioni che esercitavano un potente e capillare controllo sociale e a cui competevano anche attività religiose e di culto facenti perno intorno alla figura del principe e della sua famiglia, ovvero i Lari di Augusto, le divinità che ne proteggevano la casa e il focolare domestico. Il princeps, infatti, non potendo diventare dio a Roma fece astutamente diventare divinità la sua famiglia e il suo “genio”, ovvero il suo spirito.

La divisione permise la definizione di un piano regolatore per lo sviluppo edilizio dell’Urbe, al quale aveva già pensato anche Cesare. Augusto procedette alla riorganizzazione urbanistica e architettonica della capitale, dedicando molte sue energie all’opera pubblica. Il marmo lunense sostituì il tufo e il travertino, tanto che l’imperatore poté gloriarsi di aver trovato una città di mattoni (la Roma repubblicana) e di averla lasciata di marmo. Simboli del suo operato sono soprattutto l’Ara Pacis, decretata nel 13 a.C. e inaugurata nel 9 a.C. per celebrare la pacificazione dell’impero con l’esaltazione delle leggende di Roma, che molto contribuì all’instaurazione del culto dell’imperatore, qui celebrato come custode e difensore della pace; il Foro, votato nel 42 a.C. dopo la battaglia di Filippi nel quale, attraverso il Tempio di Marte Ultore, si testimoniava l’avvenuta vendetta per l’uccisione di Cesare; infine il Mausoleo, grandiosa tomba di famiglia iniziata nel 28 a.C. e realizzata sullo stile di quelle ellenistiche. Sempre a Roma aumentò l’approvvigionamento idrico con la costruzione di nuovi acquedotti e incrementò il livello di sicurezza cittadina istituendo la praefectura vigilum affidata a un prefetto di rango equestre a capo di sette coorti di vigili per far fronte ai frequenti incendi della città.

Politica estera

In Oriente Augusto preferì evitare la guerra contro i Parti, riuscendo a stabilizzare la frontiera grazie alla definizione di relazioni con essi, tentando così di limitare la loro sfera di influenza sui paesi vicini. Nel 20 a.C. una spedizione di Tiberio portò alla restituzione delle insegne militari che i Parti avevano sottratto a Crasso nella battaglia di Charrae del 53 a.C. e contro cui si era scontrato, senza successo, anche lo stesso Antonio. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal regno di Armenia, oggetto di contesa tra Roma e la Partia, a causa della sua posizione geografica. Una spedizione fu compiuta da Gaio Cesare, figlio adottivo del principe nel 1 a.C., in cui il re Partico riconobbe la preminenza romana tanto che l’Armenia rimase uno stato-cuscinetto filoromano. Anche la Palestina, invasa nel 40 a.C. dai Parti e riconquistata nel 37 da Erode grazie ad Antonio, fu da Erode stesso organizzata come un baluardo filoromano e, dopo la sua morte nel 6 d.C., divenne una provincia affidata a un governatore di rango equestre.

Diversa era invece la situazione in Occidente in cui si tentò di ridurre notevolmente i confini esterni dell’impero. Le operazioni vennero affidate ai due figliastri di Augusto, Tiberio e Druso. Quest’ultimo a partire dal 12 a.C. oltrepassò il Reno alla conquista della Germania ma nel 9, quando stava per oltrepassare l’Elba, gli venne predetta la morte imminente che infatti avvenne di lì a poco una volta ritornato a Roma. Tiberio prese il posto del fratello nel comando e più di una volta riuscì a spingersi fino all’Elba ma il fiume non divenne mai una linea stabile di demarcazione tra il mondo conquistato dai Romani e quello dei barbari. Nel 9 d.C. una sconfitta subita a Teutoburgo da Publio Quintilio Varo rese per sempre irrealizzabile il dominio romano sulla libera Germania.

La successione

L’unica maniera che il principe avesse per programmare la propria successione, non essendo la dignità imperiale sentita a Roma come un privilegio dinastico, era quella di scegliere in anticipo il proprio erede in modo che al momento della morte il successore designato fosse già in possesso delle prerogative necessarie per assumere il governo. Per alcuni anni Augusto sperò di avere trovato il suo erede nel nipote Marcello e marito della figlia Giulia, morto, però, nel 23 a.C. In seguito fece sposare Giulia con Agrippa che associò nella potestà tribunizia e nell’imperio proconsolare, anche se il Senato non avrebbe mai accettato la sua sovranità in quanto, sebbene meritevole, non era nobile. Dopo la morte di quest’ultimo nel 12 a.C., Augusto scelse due dei figli di Agrippa e Giulia, Gaio e Lucio, nati rispettivamente nel 20 e nel 17 a.C., lì adottò e diede loro il nome di Cesare. Giulia fu fatta sposare con Tiberio ma il matrimonio non si rivelò felice tanto che egli andò in volontario esilio a Rodi nel 6 a.C. Il comportamento di Giulia, rimasta libera per la lontananza del marito, non conobbe più freni e il padre la esiliò sull’isola di Ventotene dove morì. Complice la morte prematura dei giovani nipoti e figli adottivi nel 2 e nel 4 d.C., Augusto richiamò Tiberio e lo adottò nel 4 d.C. associandolo nella conduzione dell’impero.

Nel 14 d.C. Augustò morì a Nola fra le braccia della moglie all’età di settantasei anni. Secondo Svetonio (5) le sue ultime parole furono “Acta est fabula, plaudite!” (La commedia è finita, applaudite!), un finale proprio delle commedie di teatro di Roma antica. Con calcolata modestia, durante la vita non permise mai che gli fossero innalzati templi, se non in Oriente. Dopo la sua morte il senato, invece, rendendogli gli onori dell’apoteosi, lo divinizzò e il suo culto, associato a quello della dea Roma, divenne il legame morale e politico di tutto l’Impero.

Per saperne di più

  • A. FRASCHETTI,  Augusto, Roma 1998.
  • A. SPINOSA, Augusto, Cinisello Balsamo 2001.
  • W. ECK, Augusto e il suo tempo, Bologna 2000.
  • C. PARAIN, Augusto : la nascita di un potere personale , Roma 1993.
  • CAIO SVETONIO TRANQUILLO, De vita Caesarum, Augustus.

Note

  • 1) Svetonio, De vita Caesarum, II, 5.
  • 2) Svetonio, De vita Caesarum, V, 1: Svetonio afferma che si sospettava che Druso, partorito tre mesi dopo il matrimonio, fosse in realtà figlio di Ottaviano.
  • 3) Quello che egli avrebbe definito nel resoconto delle sue imprese come “consensus universorum”: Res Gestae, 34; Cornelio Tacito, Annales, III, 56.
  • 4) Res Gestae, 34. L’unica copia rimasta, fra tutte quelle presenti sui templi a lui dedicati nelle varie province dell’impero è quella incisa sulle pareti del tempio, dedicato a Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l’odierna Ankara, capitale della Turchia) e rinvenuta nel 1555. Il testo è stato trascritto in giganti lettere di bronzo infisse nel travertino sulla teca di Morpurgo che conteneva l’Ara Pacis ma sulla nuova realizzata da Meier la trascrizione non compare più.
  • 5) Svetonio, De vita Caesarum, II, 97-99.

1 Commento su Augusto

  1. Salve,sto preparando una tesi sul programma edilizio di augusto ,devo paragonare i monumenti ch elui ha fatto costruire con quelli che ancora esistono sul suolo di Roma.il Vs articolo è esauriente e ben scritto complimenti a tutti
    eleonora

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