Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Auriga di Delfi

Auriga di Delfi

La statua dell’Auriga, scoperta a Delfi nel 1896 e conservata nel Museo della città, è una statua in bronzo scuro ottenuta con la tecnica della cera persa e appartiene ad un gruppo bronzeo (Quadriga votiva a Delfi) commissionata dal tiranno di Gela, Polizelo, per celebrare la sua vittoria nella corsa con i carri nelle gare di Delfi del 478 o 474 a.C. Secondo alcuni l’opera venne offerta ad Apollo dal fratello di Polizelo, Gelone, per ricordare una sua vittoria nei giochi panellenici. In questo caso ci si chiede come mai alla base della statua si legga l’epigrafe

Polizelo donò con devozione ad Apollo

Probabilmente Polizelo dopo una superficiale abrasione del nome “Gelone”, vi fece incidere il suo. L’ostentazione della ricchezza attraverso la partecipazione ad eventi internazionali e l’elargizione di doni costosi rientrano nell’atteggiamento propagandistico tipico della dinastia siracusana, le cui vittorie ai Giochi Panellenici sono celebrate anche in forma scritta da poeti come Pindaro. Il termine Giochi Panellenici (??? + ??????? = di tutti i Greci), chiamati anche ????????, indica le quattro diverse manifestazioni sportive che si tenevano nell’antica Grecia:

  • Giochi Olimpici – dedicati a Zeus erano i giochi più importanti e prestigiosi. Si tenevano ogni quattro anni ad Olimpia nell’Elide.
  • Giochi Pitici – dedicati ad Apollo si tenevano ogni quattro anni nei pressi di Delfi
  • Giochi Nemei – dedicati a Zeus si tenevano ogni due anni a Nemea.
  • Giochi Istmici – dedicati a Poseidone si tenevano ogni due anni nei pressi di Corinto.

Non si conosce l’autore dell’Auriga di Delfi anche se molti studiosi ritengono che si possa attribuire a Pitagora di Reggio (detto anche di Samo o Reggino), il primo scultore ad avere una cura minuziosa dei particolari come i capelli, le arterie, le vene e ricordato dalle fonti letterarie come il primo capace di conferire ritmo e simmetria alle figure. Le caratteristiche del suo lavoro hanno permesso di attribuirgli alcuni capolavori della bronzistica greca tra cui i Bronzi di Riace.

L’Auriga rappresenta perfettamente l’ideologia greca secondo la quale l’uomo è vincitore prima di tutto per grandezza spirituale e solo successivamente per grandezza fisica. Gombrich in Storia dell’Arte, lo definisce

una convincente rappresentazione di un essere umano, di meravigliosa  semplicità e bellezza

Diverso è invece i parere di Andrew Stewart che in Scultura Greca lo definisce

un’opera molto sopravvalutata

Tecnica della “cera persa”

La tecnica della cera persa (fusione in bronzo di un oggetto prima modellato in cera) è antichissima infatti secondo le tradizioni letterarie giunse in Grecia dall’Egitto intorno al VI sec a.C. In questo procedimento per contenere i rischi legati alla fusione si adottano accortezze diverse a seconda delle dimensioni delle statue. Il metodo più sicuro consiste nel fondere le varie parti separatamente e successivamente unirle tra loro tramite perni o saldature. Infine un accurato lavoro di rifinitura nasconde i punti di giuntura e un’ulteriore levigatura dona al bronzo una tonalità molto scura. Questo procedimento chiamato diretto è stato utilizzato dal III secolo a.C., anche se troviamo esempi, tra cui l’Auriga, risalenti ad epoche precedenti. In particolare nell’Auriga la tecnica è visibile in ciò che rimane del braccio sinistro che era fissato alla spalla e nascosto dalle pieghe del chitone. In questa statua sono stati fusi separatamente anche i piedi e la testa.

Il metodo di fusione diretto regala esemplari unici dal momento che il modello in cera viene perduto e viene la forma viene rotta per estrarre la statua in bronzo. Invece con il metodo indiretto, utilizzato ad es per la statua di Germanico, il modello originale non andava perduto e quindi le diverse componenti si potevano riutilizzare.

Descrizione dell’opera

La statua, ritrovata nel santuario di Apollo, è a dimensione naturale (1.80 cm) e ben conservata anche se le manca il braccio sinistro, anticamente era collocata, affiancata da due scudieri, su un carro trainato da 4 cavalli. Sia di una delle figure (l’altra è andata perduta) che del carro se ne conservano solo pochi frammenti tra cui le ruote, le zampe dei cavalli e le loro teste. L’espressione del volto è ferma e concentrata, l’intensità penetrante dello sguardo sembra puntare lontano verso qualcosa da raggiungere mentre l’espressione serena, che sembra seguire la tensione della gara, idealizza il vincitore rappresentandolo come un eroe.

Sulle labbra è stato aggiunto del rame in modo da conferire alla figura un aspetto naturalistico (spesso il rame veniva inserito anche nei capezzoli e nelle areole dei seni). Le ciglia sono realizzate con una sottile lamina di rame aggiunta ad incorniciare gli occhi in pietra dura e pasta vitrea che costituiscono gli espedienti tecnici in grado di enfatizzare l’espressività del volto. I capelli sono finemente disegnati tanto che non alterano il volume della testa mentre la fascia tergisudore che li trattiene è intarsiata d’argento e decorata con la tecnica del meandro (il termine veniva utilizzato anticamente in Asia Minore per indicare il fiume) ovvero caratterizzata da incisioni o disegni ripetuti.

Auriga di Delfi

I particolari venivano rifiniti con uno scalpello dalla lama molto sottile, chiamato Bulino, solo dopo la fusione della statua, in modo da ottenere una maggior precisione nei dettagli più piccoli. La veste (chitone) che copre quasi completamente il corpo tranne le braccia, nella parte superiore è tenuta aderente al petto tramite sottili bretelle, è stretta in vita da una cintura formando ampi rimbocchi, mentre nella parte inferiore appare geometrizzata grazie alle pieghe che ricordano le scanalature di una colonna dorica e ad un gioco di luci ed ombre in concomitanza con sporgenze e rientranze.

L’apparente immobilità del personaggio e la posizione frontale sono rotte dalla leggera torsione del corpo che dalla posizione obliqua dei piedi risale sino al busto lievemente volto a destra (verso il pubblico festante); la netta piega dei gomiti lascia avanzare gli avambracci con le redini in mano. I piedi nudi che esprimono una grande vitalità che si cerca di trattenere, denotano uno straordinario realismo dato dai tendini e le vene in evidenza per lo sforzo appena compiuto.

L’Auriga è posta idealmente al centro dello spazio come in un “luogo geometrico”e da alcuni è paragonata alla statua di Atena posta sul frontone del tempio di Aphaia Egina definendola come una figura poco dinamica. Nel caso dell’Auriga non è realmente così perché anche se il lungo chitone rende il corpo una sola massa cilindrica, le sue fitte pieghe (visibili soprattutto nella parte inferiore) creano striature luminose che, partendo dalle ombre tra i solchi della veste, si irradiano in tutte le direzioni conferendo dinamismo alla figura.

La statua come lo Zeus di Capo Artemision è da considerarsi appartenente allo Stile Severo, sviluppatosi in Grecia tra il 480 e il 450 a.C. Questo stile si caratterizza per la scomparsa delle stilizzazioni e delle convenzioni tipiche dell’età arcaica a favore dell’affermazione dello spazio e la tridimensionalità dei volumi. Le statue inoltre abbandonano l’espressione sorridente assumendo un atteggiamento serio e concentrato.

Al Museo Tattile Omero (Ancona) è possibile vedere e anche toccare una copia in gesso dell’Auriga e di tante altre opere.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*