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Australia, archeologia subacquea: situazione e prospettive

Batavia

Australia. Archeologia subacquea: ricerca e prospettiva storica

Come è nata e come si è sviluppata l’archeologia subacquea in Australia? Quali sono le vicende, le attività e le esperienze che hanno fatto dell’archeologia subacquea australiana una realtà conosciuta e rispettata a livello internazionale? Questo breve contributo propone una seppur breve panoramica sulle esperienze di ricerca e gestione dei beni culturali sommersi in Australia, identificando quelli che, a giudizio dell’autore sono termini chiave per la comprensione dello sviluppo della disciplina nel continente australe.

Aspetti generali dell’Archeologia Subacquea

E’ capitato, nella mia personale esperienza, una volta dichiarata la mia professione di archeologo subacqueo, di trovarmi di fronte a luoghi comuni, confusioni ma, anche, totale ignoranza di ciò che l’archeologia subacquea, in quanto scienza, comporta e cosa effettivamente faccia l’archeologo subacqueo. E’ spesso diffusa l’idea dell’archeologo subacqueo quale scopritore di tesori, avventuriero in luoghi e profondità sconosciute, una sorta di Indiana Jones dei mari. Niente è più lontano dalla realtà dei fatti. Con il termine archeologia subacquea si definisce infatti lo studio scientifico dei resti materiali dell’uomo e delle sue attività sul mare (1), ovvero quell’insieme di discipline che concorrono allo studio e ricostruzione della cultura marittima di una determinata area geografica sulla base dei resti materiali e delle informazioni che questi resti possono offrire ad un attento studio (2).

Contrariamente a quanto spesso si crede, i resti di imbarcazioni o altre strutture sommerse subiscono un lento ma costante deterioramento, che può essere eventualmente accelerato o rallentato da fattori antropici o naturali, dovuto all’azione delle correnti marine, a movimenti bradisismici, terremoti, ma anche a seguito di attività umane quali la pesca, la nautica da diporto e le attività estrattive in bassi e alti fondali, solo per fare alcuni esempi. A questo scopo è nata e si è sviluppata, negli ultimi due – tre decenni, una disciplina specificatamente mirata alla tutela e conservazione dei beni sommersi: la gestione del patrimonio culturale sommerso. Questa disciplina si compone di fasi e strutture autonome che oltre a svolgere il loro ruolo caratteristico partecipano congiuntamente e interagiscono nello sviluppo delle attività di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione di tale patrimonio (3). La necessità di studiare, prima, e proteggere, poi, ciò che rappresenta una testimonianza del passato e dell’identità culturale di una determinata comunità, tramite una infrastruttura abile a preservare il bene, si afferma perfettamente nella finalità ultima della ricerca archeologica: ovvero studiare il bene, proteggerlo ma, infine, permetterne il godimento alla generazione presente assicurandone al contempo la preservazione per le future generazioni.

Panoramica storica dell’archeosub in Australia

Assoluto valore in questo campo è internazionalmente riconosciuta all’esperienza australiana. La prima occupazione del continente australiano risale a circa 60.000 – 50.000 anni fa allorché popolazioni, molto probabilmente, provenienti dal sud-est asiatico si stanziarono sui territori australiani. L’Australia è sempre stata un isola, nonostante le distanze che la dividevano con la Papua Nuova Guinea, al nord, sono state in passato molto minori. Tuttavia, questa sua insularità prova, senza ombra di dubbio, che le prime popolazione insediatesi debbano aver raggiunto la terra continentale a bordo di un qualche mezzo adatto alla navigazione. Purtroppo non rimangono testimonianze materiali di queste imbarcazioni se non, forse (?), nelle canoe monossili che ancora fino a non molti anni fa venivano approntate e utilizzate dalle popolazioni Aborigene. Ad ogni modo, molto dell’archeologia subacquea in Australia è legata ai periodi esplorativo e coloniale che si sviluppano dal secondo quarto del XVII secolo in avanti.

I primi avvistamenti della costa australiana si datano infatti al 1606, quando i navigatori olandese Willem Janszoon e spagnolo Luis Vaez de Torres navigano, rispettivamente, a ridosso del Capo York nel nord Australia e nel canale che separa l’Australia dalla Papua Nuova Guinea e che dal navigatore prese il nome, Stretto di Torres. Il primo sbarco ci riporta invece al 1688 quando, l’esploratore britannico William Dampier, calca il suolo continentale nella zona nord-occidentale dell’Australia. Un altro momento di notevole importanza per la colonizzazione del vasto territorio australiano si ha con l’esplorazione e la mappatura, da parte del famosissimo Capitano James Cook, della zona orientale del continente intorno agli anni ’70 del XVIII secolo. Al Capitano Cook si deve inoltre la dichiarazione del territorio orientale proprietà della Corona Britannica. Questi sviluppi portarono ben presto allo sfruttamento sistematico dei territori australiani da parte dell’Impero Britannico. L’iniziale sviluppo di questo sfruttamento avvenne sotto forma di insediamenti penali, nei quali il Governo di Sua Maestà Britannica inviava i condannati dalla madre patria per scontare la propria pena.

Tuttavia, a questa ‘immigrazione penale’, se così la possiamo definire, si affiancò ben presto una immigrazione libera dettata da una serie di fattori. L’iniziale immigrazione fu infatti dettata da un sovraffollamento in madre patria, da una serie di carestie e dal sovraffollamento delle carceri che rendeva la vita in Inghilterra molto dura e la scelta alternativa, per quanto rischiosa, della traversata per mare e dell’insediamento in terre così lontane preferibile. Certamente vi saranno stati anche individui mossi dalla passione per l’avventura o stimolati dalla possibilità di trovare ricchezza e benessere in terre poco o nulla sfruttate. Ad ogni modo, il 26 gennaio 1788 la Prima Flotta (First Fleet) raggiunse il porto di Sydney nel sud-est del continente trasportando 1500 persone, 50% dei quali era costituito da detenuti inviati nei nuovi territori per scontare la loro pena. Era dunque iniziata la colonizzazione sistematica del continente australiano. Circa cinquant’anni dopo, nel 1831, venne inoltre istituito un programma di ‘immigrazione assistita’, in base al quale i cittadini britannici che volessero emigrare in Australia sarebbero stati assistiti economicamente dal Governo con il pagamento del costo della traversata (4). Il Governo avrebbe poi ottenuto i soldi per finanziare questo programma dalla vendita delle parcelle di terreno nelle colonie d’oltremare. Il grande territorio australiano assicurava infatti la possibilità di sfruttare un territorio vergine e particolarmente ricco di risorse.

Il riconoscimento internazionale dell’archeologia subacquea australiana

Dopo questo breve excursus storico, ritorniamo all’archeologia subacquea che, come detto, è particolarmente e strettamente legata alla vita delle colonie. L’esperienza nel campo della ricerca archeologico – subacquea in Australia ha avuto le sue origini con la scoperta, nei primi anni ’60 del ventesimo secolo, dei due relitti della Compagnia delle Indie Orientali Olandese (Verenigde Oostindische Compagnie – VOC), il Batavia (1629) e il Vergulde Draeck (1656), nelle acque al largo dello Stato del Western Australia (Australia occidentale). In questo periodo l’Australia, come la maggior parte delle altre nazioni, si trovava totalmente sprovvista sia di una legislazione che di un programma coerente e strutturato per far fronte alle problematiche di studio e di ricerca, oltreché di tutela, dei beni archeologici sommersi. A migliorare questa situazione ha contribuito notevolmente l’attenzione ed il valore che l’opinione pubblica ha attribuito a questi beni ritenuti di primaria importanza per la ricostruzione della propria storia e identità culturale. In questa direzione, la pressione sulle istituzioni generata da questa sensibilità pubblica ha prodotto, inizialmente, l’attenzione del legislatore verso l’emanazione di leggi mirate alla protezione di questi beni sommersi.

Legislazione

Il primo provvedimento legislativo in questo campo emanato dallo stato del Western Australia, datato al 1963, venne promulgato precisamente a ridosso della scoperta dei due relitti della VOC (5). Questo atto venne successivamente emendato fino a giungere nel 1973 all’emanazione del Maritime Archeology Act 1973 (6). Nel 1977, una delibera della Corte Suprema d’Australia dichiarò la legge invalida per le acque territoriali del Commonwealth d’Australia (7). Per ovviare a questa mancanza, in previsione della delibera della Corte Suprema, il Commonwealth promulgò la legislazione che, con poche modifiche (8), è arrivata fino ad oggi: il Commonwealth Historic Shipwreck Act 1976 (HSA 1976) (9). Tra i vari dettami della misura legislativa, a ciascuno Stato o Territorio australiano veniva richiesto di includere lo HSA 1976 all’interno del proprio corpus delegando un ente o istituto alla esecuzione dei dettami legislativi. A questo fine, gli approcci sono risultati in soluzioni differenti.

Istituzioni che gestiscono il patrimonio sommerso

Alcuni Stati hanno infatti delegato la gestione dello HSA 1976 a enti governativi (Government Departments), come ad esempio il New South Wales e il South Australia, mentre in altri casi la delega è stata attribuita a musei già attivi nel campo della ricerca storica o archeologico – subacquea (è il caso, ad esempio, del Western Australian Maritime Museum o del Queensland Museum). A questi dipartimenti e musei era inoltre delegato l’onere di pianificare e sviluppare i programmi di ricerca in archeologia subacquea. In questo campo l’attività australiana ha forse raggiunto il suo maggiore e migliore sviluppo, arrivando a toccare praticamente tutti i settori della ricerca, tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali subacquei. E’ comunque vero che, perlomeno in un primo momento, la ricerca archeologico – subacquea ha avuto, in Australia, un focus particolare sui relitti di imbarcazione. Tuttavia, il merito della comunità archeologica è stato proprio quello di identificare questo sbilanciamento e tentare di porvi rimedio.

Ricerca scientifica

Per indicare solo alcune di queste esperienze, possono qui venir citate gli scavi sul relitto del Batavia, dell’HMS Pandora, del William Salthouse e del Sydney Cove. Non mi dilungherò troppo su ciascun singolo caso, anche perché è mia intenzione presentarli in maniera più ampia e particolareggiata, ciascuno in un singolo contributo. A livello storico, questi quattro relitti identificano momenti fondamentali per lo sviluppo delle colonizzazione e, ciascuno a suo modo, aprono finestre importanti su aspetti particolari della navigazione, del commercio, ma offrono anche interessanti e curiose notizie legate al naufragio, ad alcuni ammutinamenti e alle vicende ad essi legati. Sarà sufficiente accennare inoltre che questi quattro esempi rappresentano casi compiuti della ricerca archeologico – subacquea, nel senso che ciascun sito ha percorso tutte le tappe necessarie acciocché una ricerca archeologico – subacquea possa dirsi completamente metodologica e scientifica. Con questo mi riferisco alle attività di ricerca precedenti allo scavo, allo scavo vero e proprio, alla protezione e conservazione del sito, alla sua valorizzazione, fino ad arrivare alla musealizzazione dei reperti e, in alcuni casi, alla fruizione in situ del bene culturale attraverso itinerari subacquei strutturati. Tutti queste fasi sono state infatti pienamente sviluppate nei casi elencati.

Sforzi volti alla fruizione e sensibilizzazione del pubblico

Gli itinerari culturali subacquei rappresentano un altro fiore all’occhiello dell’archeologia subacquea Down Under (10). Il primo esperimento in questo campo venne compiuto nel 1980 nelle acque attorno all’Isola di Rottnest, al largo del Western Australia. Alcuni siti sommersi vennero allora provvisti di segnaletica terrestre e subacquea, su plinti, contenente informazioni sul relitto e sulla sua storia, mappe del sito indicanti i materiali visibili sul fondo e altre informazioni. A questa segnaletica si aggiungeva un libretto informativo distribuito dal museo locale nel quale era inoltre esposta la collezione di reperti provenienti dai siti inclusi nell’itinerario. L’accesso ai siti era infine assicurato da un gruppo di privati operanti centri per l’immersione e imbarcazioni a fondo trasparente, i quali avevano l’esclusiva delle visite a patto di operare correttamente e di svolgere un ruolo di controllo e tutela dei siti. L’itinerario subacqueo così strutturato assicurava l’accesso ad una grossa fetta del pubblico fruitore, sia per il pubblico subacqueo che per quello che in acqua non voleva o non poteva andare, agevolando in questo caso la visita attraverso la segnaletica terrestre e le imbarcazioni a fondo trasparente (11).

Conclusioni

L’archeologia subacquea in Australia si trova ora in una fase di transizione. Il Commonwealth d’Australia ha in atto la revisione sia della legislazione, per renderla più comprensiva (12), sia del programma di archeologia subacquea per ovviare a mancanze e disgiunzioni e soprattutto per creare una maggiore coesione fra i programmi di ogni singolo Stato e Territorio. La brevità di questo contributo non ha reso possibile, per quanto estremamente interessanti, il completo sviluppo delle tematiche riguardanti ciascun settore della ricerca archeologico – subacquea in Australia. Tuttavia spero che questa breve sintesi possa avere stimolato i lettori ad un maggiore approfondimento. A questo riguardo, rimando ai link in calce che approfondiscono l’argomento.

Link di approfondimento

Per informazioni su legislazione, programma di archeologia subacquea e itinerari culturali subacquei, vedere:

http://www.environment.gov.au/heritage/shipwrecks/index.html

Per informazioni su musealizzazioni dei siti, vedere:

>http://www.museum.wa.gov.au/maritime/swg.asp

>http://www.mtq.qm.qld.gov.au/en/Events+and+Exhibitions/Exhibitions/Permanent/Pandora+gallery

Per informazioni sulla storia e il patrimonio culturale australiano, vedere:

>http://www.dfat.gov.au/aib/history.html

>http://www.environment.gov.au/heritage/about/index.html

Note

(1) Muckelroy K. 1978, Maritime Archaeology, Cambridge University Press, New York, p. 4.

(2) Tra le materie oggetto di studio dell’archeologia subacquea, si possono indicare: la navigazione antica, le tecnologie di costruzione delle imbarcazioni, la vita di bordo e il commercio per mare nelle sue componenti materiali (carico e oggetti commerciati) ma anche in termini di direttrici e rotte. Ad esempio il carico e i materiali commerciati che spesso offrono informazioni utili all’identificazione dell’origine e destinazione dell’imbarcazione o se non altro del tragitto percorso nel periodo antecedente al naufragio. E’ stato suggerito che i mari possano essere rappresentati come un vasto incrocio di rotte del tutto simili alle reti autostradali moderne, utilizzate come vie preferenziali per i commerci d’altura o di cabotaggio (breve distanza).

(3) Le fasi della gestione dei beni sommersi possono essere così suddivise: 1) la fase della conoscenza delle risorse (attraverso l’indagine archeologica, l’inventario e la catalogazione, lo scavo e la ricerca); 2) la fase di protezione (attraverso la legislazione e la conservazione delle risorse); e 3) la fase educativa (attraverso le attività di educazione e fruizione).

(4) Per la cosiddetta ‘emigrazione assistita’ ulteriori notizie sono fornite nel contributo di Haines, R. & Shlomowitz, R., 1991, Nineteenth century government- assisted and total immigration from United Kingdom to Australia. In Journal of the Australian Population Association, 8 (1), pp. 50-61.

(5) Il provvedimento è conosciuto sotto il nome di Museum Act 1963.

(6) Questa misura legislativa prevedeva la protezione dei relitti precedenti al 1900 localizzati nelle acque territoriali del Western Australia.

(7) E’ necessario chiarire che la legislazione e l’amministrazione pubblica in Australia, essendo esso uno stato federale, sono costituite da due livelli distinti: un livello federale (Commonwealth) e un livello statale (singoli Stati o Territori).

(8) Lo HSA 1976 inizialmente prevedeva la protezione dei relitti in base ad una dichiarazione di storicità prodotta dal ministro competente. Questa filosofia detta ‘caso per caso’ creava un intervallo notevole fra scoperta e dichiarazione di storicità, ponendo il sito sotto forte pressione e a rischio saccheggio. Nel 1985, per ovviare a questo genere di problematiche venne inserito un emendamento che richiedeva al ministro responsabile di dichiarare storici, dunque protetti, tutti i relitti, rinvenuti e non, più vecchi di 75 anni. L’emendamento, definito ‘blanket declaration’, venne accettato e promulgato dal ministro nel 1993 inserendo nei dettami della legislazione la cosiddetta ‘blanket protection’ ovvero una protezione diffusa a tutti i relitti dal compimento del loro 75esimo anno.

(9) Per un approfondimento sulla legislazione in Australia vedi: Green J. 1995, Management of maritime archaeology under Australian legislation. In The Bulletin of the Australian Institute for Maritime Archaeology, 19 (2), pp. 33-44.

(10) Così viene definita colloquialmente l’Australia. Il termine deriva dal fatto che il continente australiano si trova nell’emisfero sud, a sud della maggior parte delle altre terre. Da qui Down Under, letteralmente ‘Giù Sotto’.

(11) Per una panoramica sulle esperienze in questo campo in Australia vedi: Strachan S. 1995, Interpreting Maritime Heritage: Australian Historic Shipwreck Trails. In Historic Environment, 11 (4), pp. 26-35.

(12) E’ infatti uno degli obbiettivi di questa revisione di includere nel novero dei siti protetti anche tipologie di beni culturali diverse dai relitti di imbarcazione quali, ad esempio, le strutture portuali e gli automezzi della Seconda Guerra Mondiale, siano essi aerei o mezzi meccanici in generale che si trovino sommersi semi-sommersi.

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