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Australia. Scoperte prove della capacità di pesca in acque profonde già 45.000 anni fa

Jerimalai
La grotta di Jerimalai a Timor Est

In una grotta individuata su un’isola nel nord dell’Australia, alcuni studiosi hanno effettuato una scoperta davvero sorprendente: i resti ossei, vecchi di circa 42.000 anni, appartenuti a tonni e squali, che erano stati evidentemente portati in quel sito dall’uomo dopo averli pescati per mangiarli. La scoperta, pubblicata in una delle recenti edizioni di “Science”, offre la più credibile evidenza che, già migliaia e migliaia di anni fa, gli uomini avevano intrapreso l’attività della pesca in acque profonde, e quindi lontane da riva. Ciò richiedeva, secondo gli scopritori del sito, una elevata capacità di affrontare il mare aperto; queste possibili abilità marittime potrebbero aver permesso agli abitanti di queste zone di navigare su lunghi percorsi e quindi colonizzare terre anche molto lontane.

Le barche più antiche mai ritrovate, scoperte in Francia e in Olanda, hanno ‘solo’ diecimila anni, ma gli archeologi sono consapevoli del fatto che esse non sono sufficienti a raccontare nel dettaglio la storia dell’approccio uomo/mare. Il legno e altri materiali organici comunemente usati per la costruzione di barche, infatti, si conservano ben poco e tendono a dissolversi col passare del tempo. La colonizzazione dell’Australia e delle vicine isole del Sudest asiatico, iniziata almeno 45.000 anni fa, deve aver richiesto l’abilità di attraversare il mare per tratti lunghi almeno una trentina di chilometri; nonostante questa consapevolezza, la questione se questi primi emigranti si siano messi volutamente in mare con delle barche o si siano semplicemente fatti trasportare dalle correnti con delle zattere costruite per l’esplorazione delle zone costiere è ancora al centro di vivaci dibattiti tra archeologi e studiosi.

Quello che per ora è certo è che ancora mancano prove concrete di primitive abilità nella costruzione di navi e nella navigazione. Nonostante gli uomini si siano distinti nello sfruttamento delle risorse nelle acque costiere, come la raccolta di cozze, orecchie di mare e altri molluschi già 165.000 anni fa, solo alcuni siti archeologici, peraltro molto controversi, suggeriscono che i nostri antenati abbiano potuto pescare in acque profonde già 45.000 anni fa; le prove scientifiche in nostro possesso, infatti, risalgono “solo” a 12.000 anni or sono. Ancora pochi mesi fa Susan O’Connor, archeologa presso la Australian National University di Canberra, era tra i più scettici riguardo la veridicità di questa teoria e aveva sostenuto che mancavano evidenze concrete a supporto.

La O’Connor è rimasta della sua opinione fino a che non ha partecipato a degli scavi condotti in una grotta poco profonda chiamata Jerimalai, situata a Timor Est, un’isola stato appena a nord delle coste dell’Australia. Negli strati più antichi di Jerimalai, datati a circa 42.000 anni fa, almeno la metà dei tipi di pesce ritrovati appartiene a specie che nuotano molto velocemente, come i tonni e gli squali, e che tendenzialmente vivono in acque molto profonde. A Jerimalai, il team della O’Connor ha anche trovato un amo da pesca, realizzato con il guscio di un mollusco, che risalirebbe a circa 23.000 anni fa: secondo l’équipe archeologica si tratterebbe della più antica evidenza di pesca con lenza: reperti simili sono stati ritrovati anche in Europa, ma con una datazione (molto più incerta) di circa 20.000 anni fa.

Queste nuove evidenze archeologiche suggeriscono che gli uomini vissuti circa 42.000 anni fa possedessero abilità marittime non indifferenti – sostiene la O’Connor – almeno per quel che riguardava l’attività della pesca. Questi ritrovamenti, infatti, dimostrano che l’abilità di dominare a affrontare il mare è stato uno dei fattori che più di altri hanno permesso la colonizzazione di Timor Est e di altre isole del Sudest asiatico, come Papua Nuova Guinea e l’Indonesia. Nonostante tutto, la O’Connor continua a sottolineare come non esista ancora prova concreta delle abilità marittime dei primi colonizzatori dell’Australia, lasciando ancora aperta la possibilità che vi siano arrivati galleggiando alla deriva su rudimentali zattere trascinate dalla corrente.

Pro

L’archeologo O’Connell, della University of Utah di Salt Lake City, ha invece argomentato che sarebbero tante le prove di attività di pesca marittima in acque profonde condotte dagli uomini che hanno abitato queste zone tra i 45.000 e i 50.000 anni fa; egli sostiene anche che il ritrovamento di Jerimalai altro non fa che confermare questa ipotesi.

Contro

WilliamKeegan, antropologo del Florida Museum of Natural History di Gainesville, sottolinea che la dimensione relativamente piccola dei tonni ritrovati a Jerimalai – tra i 50 e i 70 centimetri – suggerisce che si trattava di pesci giovani che non avevano ancora raggiunto la piena maturità, e che potevano essere catturati in acque più vicine alla costa. Inoltre, GeoffBailey, archeologo della University of York in Inghilterra, puntualizza che Timor Est e le altre isole della zona hanno una topografia tale per cui le acque profonde si aprono vicino riva, dopo veri e propri “strapiombi sottomarini”; ecco quindi che, pur essendo molto vicine alla costa, queste acque potrebbero essere state popolate da squali e tonni adulti. Queste specie, sostiene Bayley, potrebbero aver avuto l’abitudine di avvicinarsi più facilmente alle coste ed essere catturati senza che agli uomini fosse stato richiesto di costruire delle barche per andare a prenderseli.

Replica

La O’Connor ribatte a queste argomentazioni sostenendo che anche i tonni e gli squali giovani si muovono comunque velocemente e non c’era in ogni caso possibilità che potessero essere arpionati dalla spiaggia o dalla barriera corallina. Ami da pesca e altri ritrovamenti che testimoniano una certa tecnologia marittima devono ancora essere ritrovati negli strati più antichi di Jerimalai, ma la O’Conor e il suo gruppo hanno intenzione di proseguire con le attività di scavo fino a che non riusciranno a riportare alla luce evidenze concrete.