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Australopithecus afarensis, famiglia A.L. 333

Australopithecus afarensis

A.L. 333, la prima famiglia di Australopithecus afarensis

  • Specimen: Frammenti di 13 individui
  • Affiliazione tassonomica: Australopithecus afarensis
  • Datazione: Pliocene Medio (3,2 Ma)
  • Data e luogo di ritrovamento: 2 novembre 1975, località di Afar, Hadar, Etiopia
  • Scopritori: Michael E. Bush

Descrizione generale della “prima famiglia”

Nell’autunno del 1975, circa un anno dopo il ritrovamento di “Lucy” (A.L. 288-1), nella località 333 di Afar (A.L.) ad Hadar lungo un pendio scosceso vennero riportati in luce alcuni frammenti ossei umani, provenienti tutti da uno stesso orizzonte geologico e inizialmente ritenuti pertinenti ad un unico individuo, ma che in un secondo momento apparvero chiaramente essere rappresentativi di più ominidi. Per questo motivo Michael E. Bush e la sua equipe decisero di intensificare le ricerche nel sito e con due stagioni di scavo arrivarono a recuperare 200 frammenti di ossa umane.

In base ai frammenti di mandibola e ai denti inferiori rinvenuti è stato calcolato un numero minimo di tredici individui presenti in situ: nove adulti e quattro giovani, di cui il più giovane, che aveva meno di un anno al momento del decesso, rappresentato da un solo incisivo inferiore deciduo non ancora erotto (A.L. 333x-25).

Solitamente all’interno degli strati geologici sono presenti ossa animali e umane, ma nel caso della località 333, fatta eccezione per alcuni resti di pesci e roditori, tutte le ossa rinvenute appartenevano ad ominidi. Il ritrovamento è stato quindi molto interessante a livello tafonomico: dal momento che gli individui sono stati rinvenuti tutti in uno stesso orizzonte geologico, è stato ipotizzato che un evento catastrofico abbia coinvolto l’intero gruppo di ominidi, e che, per questo motivo, siano stati sepolti tutti insieme.

Le cause della loro morte non sono accertabili, ma la totale assenza di alterazione superficiale delle ossa indica una rapida sepoltura; un’attenta osservazione ha dimostrato inoltre la mancanza di possibili segni di scarnificazione lasciati da predatori, come impronte di denti, e le superfici articolari intatte non presentano segni dell’azione di alcun animale saprofago. I segni di rottura visibili sulle ossa sono stati molto probabilmente lasciati dall’azione dell’acqua che le ha trasportate prima della loro deposizione finale e della fossilizzazione.

Tutti gli individui provenienti dalla collezione 333 hanno dimensioni maggiori rispetto a quelle di Lucy, ma presentano comunque la stessa anatomia scheletrica, eccezione fatta per la morfologia di alcune articolazioni, portando così a poter ipotizzare che nei depositi di Hadar sia vissuta una sola specie di australopitecine prima di tre milioni di anni fa, cioè l’afarensis, anche se secondo alcuni autori queste diversità dimensionali e anatomiche potrebbero, invece, mettere in crisi l’ipotesi di un’unica specie presente sul territorio (Vd. Australopithecus afarensis).

Il ritrovamento di questo intero gruppo ha, inoltre, permesso, grazie alla presenza di numerosi mascellari e mandibole ben conservati pertinenti ad individui di età diverse e del cranio incompleto di un bambino (A.L.333-105), di tracciare lo sviluppo e la crescita nelle australopitecine afarensis a partire dall’età infantile alla maturità, mettendo in evidenza come molti caratteri anatomici, ad esempio forma della regione nasale e mandibola, solitamente adottati nella distinzione di un individuo adulto di afarensis dalle altre specie australopitecine, siano caratteri presenti fin dall’età infantile.

Per quanto riguarda, infine, una collocazione cronologica dei resti rinvenuti, una recente revisione delle datazioni assolute (40Argon/39Argon) dei depositi di Hadar pone questi ominidi tra due diversi strati di ceneri vulcaniche: precise analisi di laboratorio mostrano che l’evento che ha ucciso e sepolto la prima testimonianza di vita comunitaria dell’uomo è avvenuto tra i 3,18 ed i 3,21 milioni di anni fa.

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