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Australopithecus afarensis Lucy

Australopithecus afarensis Lucy

L’australopithecus afarensis Lucy

  • Specimen: Afar Locality 288-1, “Lucy”
  • Affiliazione tassonomica: Australopithecus afarensis
  • Datazione: Pliocene Medio- Inizio tardo Pliocene (3,18 Ma)
  • Data e luogo di ritrovamento: 30 novembre 1974, Hadar, depressione di Afar (500 km a nord-est di Addis Ababa), Etiopia
  • Scopritori: Dr. Donald C. Johanson

Descrizione generale di Lucy

Scoperto nel 1974 dall’antropologo americano Donald C. Johanson, lo scheletro di questo ominide fossile è uno dei più completi individui appartenenti alla specie delle australopitecine fino ad oggi rinvenuti. Nonostante siano stati riportati in luce scheletri molto più completi o fossili molto più antichi di “Lucy”, il suo ritrovamento rimane comunque il punto di riferimento a cui ogni altra scoperta nel campo viene confrontata.

In base alla recente revisione della stratigrafia della formazione di Hadar e delle datazioni assolute (40Argon/39Argon) è stato possibile stabilire che i resti attribuiti ad Australopithecus afarensis rinvenuti negli orizzonti di Sidi Hakoma, Denan Dora e Kada Hadar abbiano età comprese tra i 3,4 ed i 3 milioni di anni ed in particolare lo scheletro A.L. 288-1 risalga a circa 3,18 milioni di anni fa, dati che, se confrontati con quelli pertinenti ai ritrovamenti fatti a Laetoli e Fejej, porterebbero alla conclusione generale che questa specie sia stata presente sul territorio africano tra i 4 ed i 3 milioni di anni fa.

Lo scheletro incompleto A.L. 288-1 è costituito da 47 ossa frammentarie (40%) e include ossa pertinenti al cranio, alla cassa toracica, agli arti superiori ed inferiori e al cinto pelvico. Ad eccezione della mandibola, il cranio è rappresentato solamente da cinque frammenti della volta e la maggior parte delle ossa delle mani e dei piedi non sono state rinvenute.

In base all’ampiezza del cinto pelvico e alle dimensioni ossee generali è stato determinato che lo scheletro appartenesse ad un individuo di sesso femminile di dimensioni comunque ridotte, alto circa 1,06 metri e, in base alla presenza del terzo molare erotto e all’ossificazione delle linee epifisali, di età adulto-matura.

In base ai diversi ritrovamenti fatti in terra africana (fondamentali quelli di Laetoli, in Tanzania, nel 1979) è possibile ipotizzare che le australopitecine avessero raggiunto la stazione eretta e fossero abitualmente bipedi; di fatto la stessa morfologia del cinto pelvico e dell’articolazione del ginocchio di “Lucy” indicano un adattamento al bipedalismo: l’ala iliaca è corta e larga, la spina iliaca antero-inferiore è molto sviluppata, l’incisura ischiatica è ben evidente, il sacro è corto e largo, l’asse della diafisi femorale è inclinata rispetto all’articolazione del ginocchio, sull’epifisi inferiore del femore il bordo esterno della faccia articolare con la patella è rilevato, il condilo laterale è allungato in senso antero-posteriore, l’asse di rotazione della caviglia risulta essere parallelo al terreno.

Nonostante questo, lo scheletro di “Lucy”, così come altri pertinenti alla sua stessa specie, presenta anche tutta una serie di caratteri legati alla vita arboricola, che indicherebbero quindi un mantenimento da parte di questa specie ormai bipede comunque di una certa predisposizione all’arrampicamento: le ossa si presentano estremamente robuste a testimonianza di uno stile di vita duro e l’aspetto particolarmente allungato del corpo delle vertebre toraciche dimostra un forte uso della schiena nell’attività di arrampicamento e di sollevamento di pesi.

In definitiva, in base a quanto emerso dallo studio dell’apparato locomotore di A.L.288-1, è possibile ipotizzare in linea generale che l’Australopithecus afarensis avesse capacità arboricole più sviluppate del genere Homo, ma questo non implica che non fosse capace di muoversi con andatura bipede, seppure diversamente dall’uomo moderno.

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