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Baia, Castello aragonese

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Il Castello aragonese di Baia venne costruito sui resti di una villa romana, della quale sono ancora visibili resti pavimentali, il castello fu realizzato per volere del re di Napoli Alfonso II d’Aragona; tra il 1490 ed 1493 sono datate, dunque, le strutture più antiche della fortezza, come la Torre Tenaglia, alla cui realizzazione partecipò l’architetto Martini.

Nel periodo vicereale, per i danni causati dal terremoto del 29 settembre 1538, vennero apportate le modifiche che ebbero come frutto la fisionomia attuale della costruzione, con doppie mura ed altre strutture di difesa ai lati. Alcuni ambienti del castello sono oggi sede delle sale del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, organizzato in diversi settori.

Sala dei Gessi

Vi sono esposti numerosi frammenti di calchi in gesso d’epoca romana, utilizzati dai copisti per riprodurre i più richiesti capolavori scultorei di età classica ed ellenistica. Il ritrovamento di questi avvenne negli anni ’50 in un ambiente delle c.d. Terme di Sosandra, dove erano stati gettatti già in età antica, probabilmente con la fine dell’attività della bottega. La scoperta ed i materiali hanno grande importanza sia per la documentazione dell’attività produttiva in serie dei copisti, sia per conoscere il gusto dell’elitè romana riguardo gli stili dell’arte classica, ma sono anche fondamentali per arricchire alcune conoscenze iconografiche.

Cortile delle basi del Sacello degli Augustali

All’esterno della Torre Tenaglia sono esposte undici basi in marmo che sostenevano delle statue e si trovavano in origine nell’area esterna del tempio stesso. Quasi tutte le basi sono iscritte con dediche a divinità ed imperatori con i nomi dei dedicanti e le ragioni, la data e la delibera del collegio per la realizzazione dell’opera. Numerose sono dunque le informazioni che si sono potute trarre, in particolare sugli Augustali, i sacerdoti del culto imperiale; i bassorilievi sono poi un ulteriore documento con figure di divinità e navi da carico. Le basi sono datate al II secolo, da Nerva e Traiano per poi passare a Marco Aurelio e Lucio Vero.

Sala del Sacello degli Augustali

Al primo livello della Torre Tenaglia è stata ricostruita la fronte del Sacello degli Augustali di Miseno, dove fu scoperto nel 1968 nell’area del Foro. Il tempio è stato ricostruito all’interno del museo con le quattro colonne, delle quali solo due originali, che sostengono l’epistilo con l’iscrizione dedicatoria di Cassia Vittoria e Lecanio Primitivo, i due coniugi finanziatori del restauro, i quali sono ritratti in busto nel frontone stesso, all’interno di una corona di foglie di quercia sorretta da Vittorie. I due personaggi, vissuti nella seconda metà del II secolo d.C., si occuparono del restauro del tempietto in seguito ad un terremoto ed entrambi ricoprivano un incarico nell’ambito del collegio, il marito come curatore e la moglie in qualità di sacerdotessa.

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Statua equestre di Domiziano, poi mutato in Nerva

Nella cella del tempietto erano le statue degli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito, raffigurati in nudità eroica; le due sculture sono oggi esposte tra le colonne del sacello, con al centro un calco di una base iscritta con la dedica del monumento. Nella sala è esposta anche la statua equestre, anch’essa parte della decorazione del tempio, che in origine raffigurava Domiziano, ma che fu rilavorata, in seguito alla damnatio memoriae di quest’ultimo, per l’imperatore Nerva. La statua venne infatti riutilizzata completamente ad eccezione del volto il quale, ritagliato come una maschera, venne cambiato; la posizione in cui è rappresentato l’imperatore è eroica, con il cavallo rampante ed il braccio destro atteggiato come a scagliare una lancia, la corazza, in particolare, presenta una decorazione molto ricca. Altre sculture, risalenti all’età severiana, sono esposte nella sala dimostrando la continuità di vita del collegio anche in epoca più tarda.

galleria fotografica della Sala del Sacello degli Augustali

Sala del Ninfeo di Punta Epitaffio

Al piano superiore della Torre Tenaglia si trovano le opere scultoree che decoravano il Ninfeo dell’imperatore Claudio, oggi sommerso dal mare. La sala è stata allestita in modo da riproporre, in un certo modo, la struttura del ninfeo stesso, con l’abside e le nicchie laterali; l’atmosfera è davvero suggestiva determinata dalla bellezza delle sculture, ma ottenuta anche dall’aiuto delle luci e della parte centrale del pavimento realizzata in lastre di cristallo azzurro, le quali restituiscono l’impressione dell’acqua che scorreva nel ninfeo in un canale subito sotto le pareti e in una grande vasca centrale.

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Ricostruzione del Ninfeo di Punta Epitaffio

La sala aveva funzione di triclinio come testimoniano le klinai in marmo (testiere dei letti sui quali ci si sdraiava per mangiare), si trattava dunque di luogo conviviale, fresco, anche grazie alla posizione leggermente interrata e all’acqua. La decorazione era ricca e colorata, ottenuta con mosaici vitrei nei quali erano inserite valve di conchiglie; in particolare l’abside era ricoperta di frammenti di calcare naturale, così da creare una finta roccia che suggerisse l’aspetto di una grotta, tutti elementi caratteristici dei ninfei di età imperiale.

Nell’abside di fondo si trovava una scena dell’Odissea, nella quale Ulisse porge una coppa, riccamente intagliata, al Ciclope ed un compagno versa il vino da un’otre, che tiene poggiata sulla gamba piegata. Le due statue furono ritrovate ancora in situ con le teste sfigurate, poichè esposte all’azione dei litodomi. Faceva parte della scena anche la figura del Ciclope, il quale si ritiene venne rimosso già in epoca tardoantica, intorno al V secolo, quando il ninfeo, ormai abbandonato, era stato riutilizzato come luogo di sepoltura. Immediato è il confronto con la Grotta di Tiberio a Sperlonga, sia per la struttura dell’ambiente, che per la presenza di un gruppo relativo alle storie di Ulisse.

Nelle nicchie (quattro per lato) si trovavano delle statue, oggi se ne conservano quattro (tre del lato orienatale ed una di quello occidentale). Antonia Minore, la madre di Claudio, l’unica appartenente al lato orientale del ninfeo, presenta un bel volto ed è pettinata con una crocchia sulla nuca, indossa una corona con pietre ed in braccio ha una statuina di fanciullo, non concordemente identificata, per alcuni un piccolo Eros, che assimilerebbe Antonia a Venere Genitrice, oppure Thanatos, come allusione alla morte. Due sono le statue di Dioniso (nella prima e nella terza nicchia della parete orientale), entrambe fontane, legate all’aspetto conviviale e richiamanti il vino.

Alla nicchia centrale del lato orientale appartiene una statua di bambina, datata ad età giulio-claudia, di tipologia funeraria; la figura molto realistica presenta, infatti, uno sguardo piuttosto triste ed è stata completata con un frammento di mano su cui è posata una farfalla, simbolo dell’anima (Psyché) che vola via. Forse raffigurava una delle figlie di Claudio morta bambina. E’ evidente come sia complesso il programma iconografico, che tocca diverse tematiche interconnesse tra loro.

Nelle vetrine sono esposti materiali pertinenti alle varie fasi del ninfeo, il quale ebbe una vita piuttosto lunga e fu ridecorato con marmi ancora nel III secolo d.C..

galleria fotografica della Sala del Ninfeo di Punta Epitaffio

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