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La ‘retourship’ Batavia (1628-1629): storia di un relitto e del suo equipaggio

Le vicende del naufragio e dello scavo archeologico relativi al relitto del Batavia risultano degli esempi chiarificatori delle potenzialità insite nella ricerca archeologica, sia per quanto riguarda la ricerca vera e propria che per quanto concerne la tutela e valorizzazione dei siti sommersi. Questo breve contributo intende sottolineare queste potenzialità, ma anche i precetti e le pratiche che costituiscono la base sia metodologica che concettuale dell’archeologia subacquea presentandone degli esempi pratici seppure specifici e limitati al caso studio in esame.

Introduzione

Come brevemente accennato in un precedente contributo pubblicato in questa stessa collana, l’esperienza prodotta sul sito del relitto del Batavia rappresenta un caso particolarmente compiuto della ricerca archeologico – subacquea in Australia (leggi il nostro articolo al riguardo). Come risulterà evidente dalla esposizione che segue, il sito subacqueo e i siti terrestri collegati al relitto del Batavia sono stati oggetto di studio particolareggiato e i risultati delle ricerche oltre ai rinvenimenti sono stati attentamente protetti, valorizzati e pubblicati sia scientificamente che a livello divulgativo, e resi fruibili attraverso l’esposizione museale. Le tre fasi di studio, attraverso le attività di scavo, la protezione/conservazione e la valorizzazione della cultura materiale relativa al relitto rappresentano, coincidono perfettamente con i tre punti cardine dell’attività archeologico – subacquea intesa nella sua accezione più generale e inclusiva.

Storia del naufragio

La vicenda del Batavia risulta particolarmente interessante grazie anche alla sua storia caratterizzata dall’ammutinamento della ciurma capeggiato dal capo mercante Jeronimus Cornelisz e dal timoniere Ariaen Jacobsz. L’ammutinamento influenzò notevolmente sia la storia precedente che quella successiva al naufragio, caratterizzando inoltre il sito dal punto di vista della ricostruzione storico – archeologica. La scoperta del Batavia, datata 1963, si deve ad alcuni subacquei sportivi che rinvennero i resti del relitto nelle acque antistanti la Beacon Island nel arcipelago denominato Houtman Abrolhos al largo delle coste del Western Australia. Come accennato nel precedente contributo, questa scoperta stimolò una notevole attenzione nell’opinione pubblica che portò all’avvio di un programma strutturato per la protezione dei relitti e per lo sviluppo della ricerca archeologico – subacquea in Australia (1).

Nel 1628 il Batavia prese il largo dal porto dell’isola di Texel nel nord dell’Olanda, diretto a Batavia (odierna Jakarta, Indonesia), sotto il commando di Francisco Pelsaert. La nave, costruita l’anno precedente, compiva il suo viaggio inaugurale trasportando un carico di oro e argento utile all’acquisto di spezie nella colonia della Compagnia delle Indie Orientali Olandese (Verenigde Oostindische Compagnie – VOC). Lasciata Città del Capo in Sud Africa, ove l’imbarcazione aveva fatto sosta per il rifornimento delle provviste necessarie per il proseguimento del viaggio, i due cospiranti diedero inizio al loro piano. Preso il commando della nave cambiarono rotta con l’intenzione di iniziare una nuova vita grazie anche al cospicuo e ricco carico trasportato. E’ noto come Jacobsz ebbe attriti personali con Pelsaert in India, anni prima, mentre Cornelisz si trovava in fuga dalle Netherlands, dove era stato accusato di bancarotta, e dov’era a rischio di arrestato per alcune accuse di eresia.

Il viaggio terminò il 4 giugno 1629 allorché l’imbarcazione urtò il Morning Reef nel Wallabi Group dell’Houtman Abrolhos, un gruppo di isolotti e barriere coralline al largo di Geraldton nel Western Australia (2). Delle 322 persone a bordo, 40 perirono nel tentativo di raggiungere la terraferma, mentre i sopravvissuti organizzarono un campo di sopravvivenza nella Beacon Island. La mancanza di acqua potabile e di approvvigionamenti nell’isola obbligarono il comandante Pelsaert, il timoniere Jacobsz, alcuni membri dell’equipaggio e alcuni passeggeri a compiere un disperato viaggio, a bordo di una scialuppa di salvataggio (9.1 metri di lunghezza), in direzione di Batavia alla ricerca di soccorsi (3). Dopo 33 giorni di navigazione il comandante e gli altri a bordo (non vi fu’ alcuna perdita!) riuscirono a raggiungere l’Indonesia e, ottenuta un altra imbarcazione – la Sardam – ripresero il largo in direzione dell’Houtman Abrolhos.

Intanto nel campo dei sopravvissuti, durante l’assenza del comandante, Cornelisz continuò a portare avanti il suo piano. Egli era infatti cosciente di essere a rischio di giudizio in caso il comandante fosse riuscito a ritornare con i soccorsi. A questo proposito, progettò addirittura di dirottare eventuali imbarcazioni di soccorso, prendendone possesso, per poter così completare il suo piano e stabilirsi da qualche parte ad iniziare una nuova vita grazie al carico di oro e argento (4). Cornelisz era comunque cosciente di dover eliminare qualsiasi ostacolo che potesse frapporsi tra lui ed il successo del suo piano. A questo riguardo, il primo provvedimento che attuò fu di ottenere che tutte le armi e le provviste fossero poste sotto il suo diretto controllo. Ordinò inoltre al gruppo di soldati, posti a guarnigione del prezioso carico, di andare a cercare provviste d’acqua in uno dei vicini isolotti e, convinto dell’impossibilita’ di successo, li lasciò al loro destino (5). A questo punto, sicuri di aver ottenuto il completo controllo dei sopravvissuti, Cornelisz e gli altri ammutinati si lasciarono ad atti di barbarie (Fig. 1).

Cornelisz in effetti non commise mai alcun omicidio anche se tentò, senza successo, di strangolare un bambino. Convinse tuttavia i suoi sottoposti a commettere gli atti di barbarie per lui, accusando le vittime di crimini quali il furto. Il suo piano era quello di ridurre i sopravvissuti a circa 45 unità, cosi che le provviste potessero durare a lungo. Il tragico risultato fu che gli ammutinati uccisero almeno 125 persone tra uomini, donne e bambini (6). Nel frattempo, le guarnigioni inviate nell’adiacente West Wallabi Island, all’oscuro di quanto stesse succedendo sulla Beacon Island, riuscirono effettivamente a trovare fonti di approvvigionamento d’acqua e cibo. Le notizie di ciò che Cornelius e gli ammutinati portavano avanti indisturbati li raggiunse grazie alla fuga di alcuni sopravvissuti (7).

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Incisione rappresentante il massacro dei sopravvissuti al naufragio del Batavia nella Beacon Island dalla pubblicazione di Jan Jansz ‘Ongeluckige Voyagie van’t Schip Batavia’ pubblicata poco dopo il naufragio (Jansz 1647; tratto da Paterson & Franklin 2004, p. 82)

Allo stesso tempo Cornelisz, sulla Beacon Island, venne a conoscenza del fatto che i soldati erano effettivamente sopravvissuti. Affinché il suo piano avesse successo, ‘ovviamente’, i soldati dovevano essere eliminati. A questo fine Cornelisz e alcuni ammutinati cercarono di sopraffare i soldati con la forza, non riuscendovi, fino a ché l’arrivo del comandante Pelsaert, con i soccorsi a bordo della Sardam, pose fine alle crudeli e folli vicende dell’Houtman Abrolhos (8). Lo stesso comandante Pelsaert, condizionato anche dalla limitata capacità della Sardam di ospitare passeggeri, decise di procedere al giudizio degli ammutinati direttamente sull’isola. Jeronimus Cornelisz e i principali ammutinati vennero giudicati colpevoli. Per punire gli atti di barbarie gli vennero prima tagliate entrambe le mani e successivamente vennero impiccati come era usanza a quel tempo con i colpevoli di ammutinamento.

Ricerca archeologica relativa al Batavia: ricerche subacquee e terrestri

La scoperta del relitto del Batavia, avvenuta nel 1963, fu accompagnata da una grande attenzione dell’opinione pubblica e dall’interesse del Western Australian Maritime Museum (WAMM), nella persona di Jeremy Green – Curatore Capo del Western Australian Maritime Museum – che indagò e documentò il sito durante quattro stagioni di scavo (Fig. 2).

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Archeologo subacqueo del WAMM all’opera sul relitto del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)

Durante la prima stagione di scavo venne mappata e scavata l’area compresa tra la poppa del relitto e un gruppo molto incrostato di oggetti metallici situato a mezza via, comprendente 3 cannoni ed un ancora (Fig. 3).

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Ancora del relitto del Batavia nella sua posizione in situ (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)

Lo scavo venne prodotto con il metodo stratigrafico, rimuovendo sistematicamente le formazioni coralline e i sedimenti fino a scoprire gli strati più ricchi di manufatti. La rimozione dei manufatti, particolarmente di uno dei cannoni, mise in luce la struttura lignea del relitto, ora alla completa mercé degli elementi naturali (correnti e mareggiate). (rischio e necessità di protezione) Per questa ragione, venne deciso di recuperare i materiali dello scafo dopo una attenta mappatura e una completa documentazione fotografica. (necessità di un attenta mappatura dei siti) La seconda stagione di scavo andò molto a rilento a causa della quantità di corallo e concrezioni da rimuovere nella zona poppiera del relitto. Durante questa stagione vennero recuperati altri due cannoni, numeroso fasciame, concrezioni contenenti proiettili da cannone e una rilevante quantità di ceramiche e vasellame (Fig. 4).

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Esempio di ceramica rinvenuta nel sito del Batavia (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)

Durante la terza stagione, invece, le ultime parti del fasciame di poppa vennero recuperati e lo scavo si spostò nella zona prodiera, nella quale vennero rinvenute una gran quantità di monete, un astrolabio in buono stato di conservazione oltre a un gran numero di blocchi in pietra da costruzione (9) . La quarta stagione di scavo fu infine caratterizzata da condizioni meteorologiche avverse e fu possibile spendere solo 10 giorni di lavoro sul sito. Durante questo periodo vennero recuperate alcune concrezioni contenenti proiettili per cannoni e altri manufatti di vario tipo. Al termine dello scavo integrale del sito fu possibile recuperare, scomponendolo, il fasciame della parte poppiera dello scafo, l’unico preservatosi integro (Fig. 5). Tutti i materiali hanno subito il processo di conservazione grazie allo staff del WAMM prima di venire esposti nella galleria appositamente approntata per ospitare la collezione archeologica.

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Musealizzazione dei resti dello scafo, di un cannone e del portico a seguito del restauro conservativo (Cortesia del Western Australian Maritime Museum)

Valorizzazione dei resti archeologici del Batavia: la loro musealizzazione

A seguito delle ricerche archeologiche sviluppate negli anni ’70 del ventesimo secolo ed alla grande quantità di materiale rinvenuto sui vari siti, il WAMM – depositario dei rinvenimenti relativi ai relitti storici per lo stato del Western Australia – istituì, un’area dedicata al relitto del Batavia (all’interno della c.d. Shipwreck Gallery), che costituisce ora la colonna portante del museo. In accordo con questi termini, tutti i materiali recuperati dal sito subacqueo e dai siti terrestri associati al Batavia sono ora esposti nella Shipwreck Gallery all’interno del WAMM (10). Notevole importanza assunse, per l’apertura della nuova sede del museo nel 2002 nella città di Geraldton, il lavoro sviluppato dal gruppo guidato da Geoff Kimpton che replicò il portico costituito da blocchi di pietra originariamente diretti a Batavia e rinvenuti nel sito subacqueo (11). A questa replica venne affiancata la ricostruzione della parte poppiera dello scafo del Batavia con il fasciame originale dopo un attento procedimento conservativo prodotto dai tecnici del WAMM. La sala dedicata al relitto del Batavia include inoltre un cannone originale propriamente restaurato e la ricostruzione della sepoltura di una vittima del massacro così come rinvenuta nella Beacon Island (Fig. 5).

Archeologia sperimentale: la ricostruzione in scala 1:1 del relitto

E’ importante mettere in risalto un progetto di archeologia sperimentale sviluppato, tra il 1985 e il 1994, in uno sforzo congiunto del governo olandese e del Western Australian Maritime Museum al fine di ricostruire il Batavia in scala 1:1 (Fig. 6; 12). Nell’idea di Robert Parthesius (13), l’archeologo olandese che diresse i lavori, il progetto aveva due principali obbiettivi: mantenere viva la tradizione dei maestri d’ascia e fornire, ai giovani interessati, un addestramento nelle tecniche di costruzione e restauro navale. Questo progetto sperimentale permise inoltre di verificare, attraverso la sperimentazione appunto, le tecniche e le metodologie della costruzione navale nel XVII secolo, tramite l’utilizzo di materiali e strumenti del mestiere tipici di quel periodo (14).

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La ricostruzione della ‘retourship’ Batavia all’ormeggio presso il Bataviawerf a Lelystad nei Paesi Bassi

Conclusioni

Come si può notare da questo breve sommario delle vicende e della ricerca prodotta sul relitto del Batavia, questo può ben dirsi un esempio compiuto di quello che la ricerca archeologico subacquea può e dovrebbe rappresentare e portare a termine. La vicenda di questo relitto sviluppa molte di quelle sezioni che vanno a costituire una ricerca archeologica ampia, coerente e all’altezza dei più moderni standard della scienza archeologica. Lo scavo venne difatti preceduto da una lunga ricerca negli archivi storici della VOC nel tentativo di ottenere il maggior numero di notizie sul possibile stato di conservazione del relitto e costituire un piano di scavo adatto alle caratteristiche del sito, ma sarebbe meglio dire dei siti (subacqueo e terrestre). Lo scavo venne portato avanti inoltre con minuzia e con, come detto, altissimi standard di ricerca. Ma i punti forse più notevoli sono rappresentati dal periodo post scavo, momento nel quale i materiali sono stati ampiamente conservati e stabilizzati, consentendo la ricerca sperimentale che ha contribuito così tanto alla comprensione dell’arte navale della VOC per il XVII secolo.

Note

  1. Vedi: (link al primo contributo sull’archeologia subacquea in Australia)
  2. Paterson A. & Franklin D. 2004, The 1629 mass grave for Batavia victims, Beacon Island, Houtman Abrolhos Islands, Western Australia. In Australasian Historical Archaeology, 22, pp. 71-78.
  3. Ibidem
  4. Bevaqua R. 1974, Archaeological Survey of Sites relating to the Batavia shipwreck. Unpublished Report prepared for the Western Australian Museum, no. 81.
  5.  Ibidem
  6. Ibidem
  7. Ibidem
  8. Ibidem
  9. Green J. & Henderson G. 1974, Marine Archaeology at the Western Australian Museum. In Australian Archaeology, 1, pp. 15-17.
  10. Il Western Australian Museum venne istituito nel 1891. A partire dagli anni ’60 del XX secolo il ruolo del museo si espanse ad includere ricerche ed esposizioni nei campi disparati dell’antropologia, dell’archeologia marittima, storia sociale e culturale. Una prima sede del WAMM venne approntata nei locali del Commisariato (Commissariat Store) a partire dal 1977 ed aperta al pubblico nel 1979. Vedi Hosty K. 2006, Maritime Museums and Maritime Archaeological Exhibitions. In Staniforth M. & Nash M. (eds.), Maritime Archaeology: Australian Approaches, Springer, New York, NY, pp. 151-162.
  11.  Curtin A. (ed) 2002, Western Australian Museum – Annual Report 2002, Western Australian Museum, Perth.
  12.  Corioli S. (ed.) 2007, Report on the 2007 Western Australian Museum, Department of Maritime Archaeology, Batavia Survivor Camps Area, National Heritage Listing, Archaeological Fieldwork. Report – Department of Maritime Archaeology, Western Australian Museum, No. 224 Special Publication No. 12, Australian National Centre of Excellence for Maritime Archaeology.
  13.  Parthesius R. 1994, The Batavia Project: an experimental reconstruction of a 17th century East Indiaman. In The Bulletin of the Australian Institute for Maritime Archaeology, 18 (2), pp. 25-32.
  14.  Ibidem

Bibliografia Supplementare

Curtin A. (ed) 2002, Western Australian Museum – Annual Report 2002. Western Australian Museum, Perth.

Ingelman-Sundberg C. 1975, The V.O. C. Ship Batavia 1629 Report on the Third Season of Excavation. In Australian Archaeology, 3, pp. 45-53

Foto di apertura

La foto di apertura è una raffigurazione pittorica del Batavia, opera del pittore australiano John Cornwell, http://www.johncornwell.com.au/index.html

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