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Battaglia dei Campi Catalunici

  • Luogo: Châlons-en-Champagne, vicino a Troyes
  • Data: 20 giugno 451
  • Eserciti: Romani e Unni
  • Esito: Vittoria romana

Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio
Incontro di Papa Leone I con Attila alle foci del Mincio; Francesco Borgani, 1614.

La battaglia svoltasi presso la pianura della regione settentrionale della Francia, risulta essere uno di quegli eventi che sanciscono spaccature profonde nell’itinerario della storia fino ai giorni nostri; dei punti di non ritorno, possiamo dire, che segnano indelebili le vicissitudini future e le tradizioni che ancor oggi ci vengono presentate.

La documentazione su questo scontro è relativamente vasta, ma il nome dei documentaristi latini, scrittori ed evidenziatori delle vicende tra Romani ed Unni, vengono meno, lasciando solo il nome del console bizantino Giordane (1), che partecipò attivamente alle questione politiche successive alla contesa, donando ai posteri elucubrazioni valide e descrizioni esaustive.

Si racconta che prima delle schermaglie, i due eserciti si siano fatti alleati importanti, provenienti da tutta Europa e da ogni estrazione.

Il generale Ezio (2), detto il “Terrore dei barbari”, chiamato così proprio a seguito dell’importante vittoria, aveva dalla sua parte, anche grazie alle sue innumerevoli vittorie in tutta Europa, Alani (3), Burgundi (4), Franchi Salici di Meroveo (5), Sassoni armoricani (6), Visigoti, e un piccolo contingente di Unni. Mentre Attila (7), il famoso “Flagello di Dio”, contava tra le sue file, oltre ovviamente agli Unni fedeli alla patria, i temibili Ostrogoti del comandante Walamir (8), e i meno conosciuti Gepidi (9), del re Ardarico (10).

Questa battaglia infatti, come si denota dai contingenti alleati dell’una e dell’altra fazione, trovano un collocamento assai importante all’interno degli eserciti stessi, tanto da essere risolutivi per l’esito finale.

Proprio con Ezio infatti, l’assembramento di nuove reclute al suo compatto stuolo di legionari e pretoriani, riformula definitivamente il concetto militare a cui Roma era fedele. Un organico fatto di soli soldati romani venne surclassato dal nuovo piano bellico mostrato dal generale che fonde la tattica e la disciplina romana, sempre stabile ed efficiente nei secoli, alla furia e forza dei barbari, unico tassello mancante ad un ingranaggio di per sé già oliato.

Attila d’altro canto, nonostante un alleato di tutto rispetto, non poté far altro che soccombere alla bravura strategico-bellica del suo antagonista principale, mostrando però la sua capacità, diversificata dal resto dei comandanti del suo popolo, di adattarsi sempre e comunque ad ogni nemico paratosi davanti.

Giordane ripercorre tutto il tragitto percorso dai due comandanti fino al punto in questione, passando per la guerra aperta tra Attila e i Visigoti, scatenata dal re dei Vandali (11) Genserico (12), seguendo l’ascesa dell’imperatore Marciano (13) al potere dell’Impero Romano d’Oriente, forte propugnatore della guerra contro gli Unni con i quali smise di avere quei residui legami, arrivando al pretesto dell’invasione della Gallia da parte del capo unno, per non avere ricevuto in sposa Onoria (14), da suo fratello Valentiniano III (15), imperatore dell’Impero Romano d’Occidente.

Oltre ad Attila, Ezio, Valamir, Ardarico, Marciano, Genserico e Onoria, ci sono altre figure da tenere in considerazione in questa grande battaglia campale.

Teodorico I (16), re dei Visigoti, era stato recentemente battuto dallo stesso Ezio in una breve campagna nel regno di Tolosa. Successivamente a questi scontri, Tedorico I, insieme ai figli Torimondo (17) e Teodorico II (18), marcò dalle sue terre per andare incontro al generale romano e offrirgli il suo aiuto, considerando che le forse a disposizione di Ezio erano esigue e mal equipaggiati, trattandosi quasi esclusivamente di tribù nomadi sottomesse alla potenza di Roma.

In seguito anche Sangibaldo (19), re degli Alani, si mosse per la stessa ragione, ma per un motivo completamente diverso: infatti Ezio, per paura di qualche coalizione tra Alani e Unni, costrinse i primi a dare servizio nelle sue file.

Insomma, nel contesto bellico, si hanno due universi completamente diversi, intaccati da piccoli mondi molto simili che unendosi danno vita ad una battaglia omogenea tra tribù provenienti da ogni zona dell’Europa, con qualche sparuta aggiunta di eserciti ben collaudati.

Ezio, l’ultimo dei Romani

Ezio
Ezio, il generale romano

La storia di Ezio, generale arguto e competente dell’Impero Romano d’Oriente, nasce da uno scambio tra l’impero stesso e i barbari. Lo scambio consisteva in un tributo fisico, una garanzia per i barbari da parte dei Romani, per ottenere una continua fornitura di truppe dalle tribù apparentemente sottomesse.

Poco importa, visto che suo padre Gaudenzio (20), generale romano, era di origine gotica, appartenente a quelle tribù, diverse però per cultura, a cui Ezio era stato affidato all’età di cinque anni.

Il futuro generale romano trascorse gran parte della sua infanzia sballottato tra i clan maggiori, tra cui i Visigoti di Alarico I (21), con cui Roma aveva importanti scambi pecuniari.

In seguito alla morte di Onorio (22), figlio dell’imperatore Teodosio I (23), la situazione per la supremazia a Roma si era definitivamente scatenata, sancendo di fatto la spaccatura tra Oriente ed Occidente ed Ezio proprio in mezzo.

Tra la salita al potere di Valentiniano III, con a manovrare le redini la madre Galla Placidia (24), e la tensioni con il nuovo sovrano di Costantinopoli Teodosio II (25), la guerra era alle porte e il generale Ezio, insieme al padre, poteva quindi dimostrare di che pasta era fatto.

Fu subito insignito della carica di comes domesticorum (26), visto che il padre morì ben presto in Gallia, e mandato ad arruolare gli Unni, dove da giovane aveva soggiornato, imparando cultura e tattiche dagli stessi, per combattere la guerra civile che si era profilata. Tornato, tutto era concluso e cominciò la sua marcia vittoriosa in tutta Europa, sotto i nemici che voleva sconfiggere che però preferivano averlo con loro piuttosto che giustiziarlo.

Anzi, vedendo tutte le clamorose vittorie protratte nel tempo da Ezio, Valentiniano III presto gli diede in mano il comando supremo dell’esercito imperiale con il conseguente titolo di magister militium praesentialis (27).

Fu solo grazie alla sua astuzia, non solo in campo militare, ma anche in quello politico, a garantirgli salva la vita nonostante i tentativi di Galla Placidia per assassinarlo. Sbaragliò ogni tentativo di omicidio, anticipando le mosse dei suoi sicari. Rassegnata, Galla Placidia, consegnò anch’essa, per un intero ventennio, l’esercito ad Ezio, uomo troppo raro e competente per essere perseguitato da assassini.

Fu così che iniziò la campagna di Ezio per arginare le continue scorribande barbare attraverso tutto l’Impero, incontrando infine quell’Attila che tanto aveva dimostrato la sua ferocia e abilità.

La sua permanenza nelle corti barbare, come ostaggio, facevano di lui un profondo conoscitore della cultura e dei movimenti di ogni tribù e completato dalla sua efficienza marziale, gli fecero ottenere numerosissime vittorie contro i suoi antagonisti.

In seguito alla morte di Attila, ormai non più necessario all’Impero Romano, Ezio venne ucciso dalle mani di Valentiniano in persona, troppo orgoglioso per permettere che la figlia sposasse il figlio, dando di fatto la sovranità a Ezio.

L’Impero dunque, finita l’epopea del generale romano, non durò che pochi anni.

Un ultima nota riguarda proprio la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476, che da ad Ezio il soprannome di “Ultimo dei Romani”, ovvero l’ultimo di quegli uomini che riuscirono a competere con i grandi generali del passato, snobbando di fatto quelli che avevano poi traghettato lo Stato verso al sua fine.

La parabola discendente di Attila

Attila
Attila

Parlare di parabola discendente, affiancando il termine ad uno dei condottieri della storia più osannati, rivisitati in chiave letteraria e cinematografica e temuti nell’era in cui combatteva, sembra quasi ridicolo, ma dall’arrivo di Ezio al comando dell’esercito imperiale romano, Attila comincia una lenta, ma inesorabile disfatta che si concluderà poi con la sua morte.

Attila, figlio di Mundzuk (28) fu uno dei pochi uomini della storia a poter dire di essere riuscito ad unificare sotto un’unica bandiera molte tribù barbariche di diversa cultura, indottrinandole alla cultura militare, cultura per altro sconosciuta; l’unica concezione bellica rimaneva il furore e l’attacco diretto forte del numero.

Attila era un uomo ambizioso e questo si poteva denotare da una mossa palese, ma allo stesso tempo azzardata. In seguito agli inizi di una campagna contro i Burgundi, e poi contro i popoli limitrofi, Attila, per preservare le sue truppe e scatenarle in seguito verso la pars orients dell’Impero Romano, decise di ritirare da quelle zone tutto il suo contingente. La ragione era chiara. In quelle popolazioni, la situazione
non permetteva un accumulo di ricchezze tali da sacrificare molte truppe e le risorse delle terre erano poche. In contrapposizione, Oriente, proponeva una soddisfazione in termini di conquista, sia sul piano economico, sia su quello puramente glorioso.

Ovviamente i due obbiettivi erano sostanzialmente su due piani diversi, ma quello che Attila aveva fatto vedere fino a quel momento, ingaggiando spesso e volentieri schermaglie con Ezio battendolo in numerose circostanze, era sicuramente un punto d’inizio valido per la conquista definitiva.

Inoltre, quando iniziò la campagna di inglobamento dei popoli barbari, il fratello Bleda (29), altro temuto combattente, lo aveva accompagnato nelle varie scorribande, portando sulla bocca di tutti il valore incontrastato dei due fratelli. Ma Bleda non era d’accordo sulla politica espansionistica e sull’ambizione del fratello.

Attila, dopo aver raggiunto le linee nemiche dell’Impero di Teodosio II, costrinse il sovrano a chiedere una tregua, a delle pretese che evidentemente all’unno non piacquero. Infatti Attila, decise di ignorare quelle richieste e si inoltrò ancora più in profondità, andando perfino ad ingaggiare battaglia a Costantinopoli. Teodosio, in quella sfavorevole circostanza, non potè far altro che accettare la pace e le condizioni pretenziose del barbaro.

Fu proprio in quel momento che Bleda, intimoritosi sulla situazione, decise di parlare faccia a faccia col fratello. La situazione vedeva le zone conquistate da Attila, difese da ben poche armi e le possibilità di prendere definitivamente Costantinopoli, un azzardo troppo grande anche per il fratello. Attila però, troppo ambizioso per poter perdonare la sua stessa famiglia, uccise a sangue freddo Bleda e ricominciò la sua tremenda avanzata. La famosa cavalcata di Attila, spunto per la frase “Dove passava lui, non cresceva più l’erba”.

Le mire di Attila, erano sì Costantinopoli, ma non era uomo frettoloso e incapace. Decise infatti, una volta arrivato nei pressi dell’immensa fortificazione, di fare terra bruciata attorno ai vari insediamenti, tagliando di fatto ogni rifornimento per la città principale. Attila arrivava in una città, villaggio o insediamento, trucidava ogni soldato al suo interno e poi radeva al suolo il luogo, bruciando persino ogni risorsa naturale subito vicino. Si dice che in questo modo l’unno abbia raso al suolo ben settanta dislocamenti di Teodosio II, compreso un contingente numeroso che Attila sterminò con estrema facilità.

Sembrava essere tutto fatto per il barbaro, ma non aveva fatto i conti con il ritorno di Ezio, convinto a pieno di porre fine a quelle violente scorribande che stavano minando la supremazia dell’Impero.

Da quel punto, l’egemonia di Attila subì un’inversione di tendenza. Gli scontri con Ezio si facevano più intensi, e la furia che contraddistingueva il popolo unno, era stata lentamente stremata dalle continue lotte con l’esercito imperiale. Una continua e lunga campagna aveva minato la convinzione del suo popolo e la stanchezza ora si faceva sentire. In più la tattica di Ezio era chiara. Mirare direttamente alle parti deboli, proprio come aveva fatto lo stesso Attila durante l’avvicinamento a Costantinopoli. Ezio partiva, caricava diretto verso l’obbiettivo, e sbaragliava il nemico.

Attila era messo alle strette, ma ancora aveva assi nella manica da giocare. Il suo obbiettivo era radere al suolo le città dei mercenari assoldati da Ezio, facendo in modo di indebolire considerevolmente il contingente del romano. Infatti l’esercito di Ezio era composto in gran parte proprio da barbari.

Puntò dritto su Orleans, dove gli Alani, incaricati da Ezio, stavano difendendo la città. Ma gli Alani ormai erano stati addestrati a dovere alle tattiche unne e riuscirono a tenere la città, in attesa dell’arrivo di Ezio con i resto del contingente. Attila, svincolandosi all’ultimo momento da una morsa fatale tra città e esterno, deviò sulla pianura di Champagne e quindi sui Campi Catalunici, dove infine perse.

Dopo essere sfuggito, grazie a liti interne all’esercito nemico, provò degli innocui assalti in Italia, ma senza successo e quindi tentò a sorpresa, di conquistare Roma, per essere consacrato come il condottiero più forte della storia.

In seguito alla sconfitta, coadiuvata dalla carenza di risorse, Attila tornò in Pannonia, ancora convinto di poter vincere Roma. In un banchetto organizzato per le sue ennesime nozze, Attila morì, soffocato dal suo stesso sangue, durante una notte piena zeppa di bagordi.

Gli Unni comandati dai suoi figli, Ellak (30), Dengizico (31) ed Ernak (32), non durarono che al 455, anno in cui gli Unni vennero spazzati via e successivamente riconsiderati come piccolo sparuto ammasso di gente sperduto nell’Eurasia. I soldati rimasti si offrirono come mercenari, proprio al nemico, per paura di essere schiavizzati.

Basso di statura, con un largo torace e una testa larga; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e la carnagione scura, che metteva in evidenza la sua origine”

Tratto da Storia, di Prisco di Panion (33).

La battaglia

Battaglia dei Campi Catalunici
Disposizione e primi movimenti durante lo scontro

Grazie alle numerose documentazioni su questa battaglia, possiamo stilare un pressapoco accurato quadro sulla distribuzione dei vari popoli e dei numeri riguardanti il campo di battaglia.

Le forze contrapposte si equivalevano, contando una potenza bellica enorme, stilata in un milione di soldati, divisi equamente tra i due eserciti.

Il contingente di Ezio era così distribuito: a tenere il fulcro dell’armata il re Sangibaldo e i suoi Alani, dei quali si temeva per la lor lealtà e all’interno avrebbero fatto meno danni, con un aiuto di mercenari germanici e i Burgundi di Gondioc (34), alla sinistra i Visigoti di re Teodorico, veloci e coraggiosi, e alla destra si posizionava Ezio, che comandava i suoi Romani, e piccoli distaccamenti di Unni, di altri mercenari e soprattutto dei Franchi di Meroveo. L’intenzione di Ezio, su quest’ultimo popolo, era posizionarlo proprio di fronte ai Gepidi, in modo da scatenare una battaglia nella battaglia facendoli scontrare tra di loro, in modo da avere un vantaggio una volta staccato il contingente di Ardarico.

L’esercito di Attila si componeva invece così: come si conveniva al più grande dei combattenti, Attila si era disposto al centro, comandando i suoi Unni e la cavalleria, per altro più abili a coprire quella posizione, a sinistra i futuri traditori Gepidi e il loro re, Ardarico, insieme a tribù germaniche, mentre alla destra la tribù barbarica degli Ostrogoti e il loro comandante Walamir, una delle tribù più temute di tutta Europa.

Ezio, come da copione, intendeva subito attaccare Attila per riuscire a coglierlo di sorpresa. Quando i due eserciti si videro sul campo di battaglia era ormai il tramonto e c’era poco da fare, se non approntare un accampamento come fortificazione.

C’è da dire che l’idea di una battaglia in campo aperto, favoriva nettamente Attila e la sua abile cavalleria, che per fama veniva affiancata alla temibile cavalleria mongola di Gengis Khan (35). Ma Ezio aveva ancora un asso nella manica.

Prima che arrivasse giorno, all’alba, il comandante romano diede ordine a tutto il suo contingente di andare ad occupare un’altura, dove le speranze di vittorie si sarebbero fatte più ampie. Lì i cavalieri di Attila infatti, avrebbero avuto meno modo di lanciarsi ed impattare contro l’esercito eterogeneo comandato dal Romano.

Attila si accorse troppo tardi della mossa di Ezio, nonostante quell’altura fu la mira fin dall’inizio anche del capo unno e quindi si trovò in posizione di svantaggio.

Qui la battaglia era ancora agli inizi e si cominciò con la contesa di quell’altura capitanata dallo stesso Ezio.

Attila fu il primo a muoversi, temendo un attacco dell’antagonista che avrebbe bloccato la sua cavalleria. Un nugolo di frecce tempestò subito le fila romane, sfoltendo di poco il contingente e subito Attila diede ordine alla cavalleria di attaccare per cogliere impreparati gli avversari.

Ezio però, avendo vissuto come ostaggio proprio tra gli Unni, sapeva le tattiche del re barbaro, e come controffensiva scagliò i suoi Visigoti contro gli Ostrogoti, per sfaldare subito la parte forte dell’avversario e di conseguenza partire con il resto dell’esercito contro il centro di Attila.

Ezio però, non aveva fatto i conti con un problema non di poco conto. Teodorico I, re dei Visigoti, nella sortita offensiva contro gli Ostrogoti, venne sbalzato da cavallo a causa di una freccia che lo stava per colpire e in seguito travolto dai suoi stessi uomini, accortosi troppo tardi dell’evento.

Fu Torimondo, figlio dello stesso Teodorico, a prendere le redini dell’esercito di suo padre e con grande sorpresa per Ezio, si dimostrò un valoroso comandante, degno successore di suo padre.

Ora la battaglia entrò nel vivo.

Tra i Visigoti e gli Ostrogoti ormai era battaglia interna. Le due fazioni continuavano a contrattaccare, dando vita ad uno scontro interessante sotto molti punti di vista. Da una parte l’esercito di Torimondo cercava di resistere, per altro con molta
efficacia agli assalti avversari, dall’altra Walamir e i suoi due fratelli Teodemir (36) e Widemir (37), ad affondare nelle fila nemiche per accedere poi al centro dove gli Alani avrebbero forse dato forfait e consegnato la resa di Ezio.

Intanto Ezio cercava di accerchiare la parte destra di Attila occupata dai Gepidi, con l’aiuto dei Franchi che, una volta ingaggiato il nemico, avrebbero fatto in modo di aprire un varco nel fianco destro della cavalleria di Attila.

Mentre al centro gli Alani, subivano incursioni dalla cavalleria, ma senza subire più di tanto la potenza nemica, grazie anche alla salda posizione approntata da Ezio, anche se alla fine cominciavano ad indietreggiare.

Questa ultima mossa di Attila però staccò la cavalleria dal resto dell’esercito. I Visigoti erano impegnati contro gli Ostrogoti e Meroveo teneva a bada i Gepidi, mentre Ezio ritornava per dare man forte a Sangibaldo e tenere in una morsa Attila e la sua potenza animale.

Sembrava ormai che la battaglia volgesse al termine, con Torimondo a piegare la forza dei tre fratelli, mentre Meroveo costringeva Ardarico in una posizione troppo distante per correre in aiuto del condottiero capo.

Attila però non era tipo da farsi prendere sotto una morsa così facilmente e con un’abile deviazione verso i Visigoti, costrinse Ezio e gli Alani a unirsi, uscendo dalla morsa e galoppando in ritirata verso l’accampamento approntato con carri, dove venne seguito dal resto dell’esercito.

Il sopraggiungere della sera offrì ad Attila il tanto sospirato momento di tregua, dove poteva riorganizzarsi e ripartire all’attacco il giorno seguente.

In questa circostanza, soprattutto nelle file romane, le situazioni si fecero particolari. Torimondo, non vedendo niente nella notte, scambiò il campo di Attila per il suo e rischiò di essere fatto prigioniero se non fosse stato per l’aiuto tempestivo dei suoi uomini. Ezio decise invece di dormire nell’accampamento dei Visigoti per vedere la situazione sotto una più chiara visione, visto che la posizione era più favorevole in quell’accampamento.

Il giorno seguente le truppe di entrambi gli eserciti, restarono in attesa. Attila dovette fare i conti con il Sole a sfavore, arma in più per Ezio (arma che non fu utilizzata), e con l’irrequietezza dei suoi uomini a cavallo che non gradivano il sole cocente di quasi mezzogiorno e la tattica attendeista del suo leader.

Ezio dal canto suo, voleva sfruttare la resistenza dei suoi uomini e delle truppe alleate, di rimanere impassibili anche sotto il caldo cocente, attendendo che Attila facesse una mossa azzardata, che puntualmente arrivò.

Alle tre del pomeriggio, con il Sole alle spalle, Attila prese i suoi uomini e uscì dall’accampamento per ingaggiare battaglia. I cavalieri Unni e il resto delle fila si gettò di colpo percorrendo la distanza che si frapponeva tra i due contingenti.

Ezio, Sangibaldo, Meroveo e Torimondo invece si erano compattati come un unico blocco, rimanendo dietro gli scudi enormi, mentre arcieri bersagliavano l’arrivo dei cavalieri, e gli astati si posizionavano davanti per affrontare l’impatto.

La situazione che si presentò poi fu un massacro orchestrato alla perfezione da Ezio. I cavalieri unni vennero sfoltiti di molto prima dell’impatto e all’arrivo, gran parte venne infilzata dagli astati posti a protezione della fanteria che pronta, ingaggio subito battaglia, tenendo incollati a sé gli stessi cavalieri, mentre ora, arcieri e giavellottieri bersagliavano la fanteria che stava sopraggiungendo da dietro, tenendola a bada.

Attila vedeva, con grande rapidità, sfoltirsi il suo esercito e pensò che era giunto il momento di ritirarsi per porre fine alla battaglia e cercare di raggruppare un altro nugolo di uomini per affrontare una seconda battaglia contro Ezio. Ma la situazione per la fuga risultava difficile.

Fu lo stesso Ezio che decise che era il momento di lasciare perdere Attila e mandarlo dritto a casa. La sua tattica era chiara: Attila, o meglio gli Unni, erano la potenza barbarica più influente di quel momento e le loro diatribe con diverse tribù europee, facevano sì che Ezio potesse dormire sonni tranquilli in gran parte delle zone che copriva. Annientare quell’enorme esercito di Attila, significava sancire anche la sua stessa fine. Inoltre, all’interno del campo, proprio quegli uomini che ad Ezio non avevano dato fiducia fin dall’inizio, a sapere delle intenzioni del loro capo, cominciarono a creare pensieri poco favorevoli ad Ezio che decise di manovrare in modo di far credere al re unno di avere eluso il contingente avversario.

Attila dunque riuscì a scappare, ma non si accorse mai che fu lo stesso Ezio, stratega capace di pensare a situazioni di più ampio respiro, a lasciarlo andare.

Le perdite di entrambi gli eserciti saranno elevate, anche se, rispetto al numero iniziale, sembra solo un piccolo conto a differenza di una battaglia portata fino alla fine che avrebbe visto la disfatta di Attila.

Per gli Unni quasi 200.000 uomini persero la vita, dai quali i Gepidi lasciarono nella fuga definitivamente l’esercito alleato, dirigendosi per altri lidi e congiungersi in seguito con gli stessi, ma da nemici.

Ezio invece, dovette stranamente contare deceduti superiori rispetto ad Attila, 237.000 uomini, ma gli Alani, come accadde anche per i Gepidi, lasciarono presto le file romane, dando vita negli anni seguenti a scontri con gli stessi.

Un’ultima nota va considerata. Un vaticinio che era stato predetto ad Attila, molto influenzato da questo genere di premonizioni. Infatti, una settimana prima dello scontro ai Campi Catalunici, venne predetto ad Attila che durante la suddetta battaglia un capo nemico avrebbe perso al vita, ma sarebbe stata comunque una grande sconfitta per gli Unni. Attila interpretò quel vaticinio con la morte di Ezio e decise comunque, nonostante l’imminente sconfitta, di procedere al prontuario per la battaglia. La possibilità di poter vedere morto il suo acerrimo nemico era talmente forte da mettere in serio pericolo la sua vita e di tutto il suo popolo.

Ma il re che morì, come abbiamo visto, fu Teodorico I.

Quello che venne poi

Questa imponente battaglia, combattuta da due dei migliori condottieri e strateghi della storia, apriva scenari futuri ancora poco definibili, nonostante la vittoria di Ezio non sembrasse così risolutiva subito dopo la fuga di Attila.

La realtà però è un’altra. Questa battaglia innanzitutto distrusse e separò il contingente unno dalle forze alleate, non più sicure della potenza di Attila, ponendolo di fatto contro di lui. Attila si ritrovò a comandare uno sparuto esercito di cinque volte inferiore e d era tutto quello che gli restava. Il resto erano uomini, donne e bambini facenti parte delle zone da lui conquistate.

Secondo motivo, in seguiti sempre alla mancata vittoria, proprio nel momento più vivido, costrinse gli alti nobili unni a rivedere le loro priorità e a guardare Attila con nuova e negativa visione. Infatti subito pensarono che era giunto il momento di soppiantarlo con uno di loro, uccidendo ovviamente anche i figli. Ma Attila era già ripartito convinto della possibilità di vincere su Roma. Rase al suolo Aquileia, ma venne intercettato da Papa Leone I (38) che, conoscendo la vena superstiziosa dell’Unno, lo costrinse a ritornare in Pannonia. Là, atteso dai nobili, morì per un’emorragia interna, prima che i nobili riuscissero ad ucciderlo di proprio pugno. I figli si divisero, secondo volere di Attila, i territori conquistati, lasciando fuori i nobili.

E qui entra in gioco Ezio. Proprio quello che aveva predetto già ai Campi Catalunici si stava avverando. Gli Unni dovevano rimanere a smorzare le avanzate di altri barbari, ma in seguito alla morte del loro capo, non durarono che qualche anno, quando infine i Gepidi li sterminarono definitivamente.

Questo, come detto, aprì il varco ai popoli barbari verso l’altra potenza, ricca e fertile, ovvero Roma. Odoacre (39), prima generale delle truppe mercenarie fedeli a Roma e in seguito fautore del ricongiungimento di esse con Vandali e Visigoti, fu l’artefice della Caduta dell’Impero Romano d’Occidente avvenuta nel 476. molti storici sostengono infatti che se ci fosse stata la tamponatura degli Unni, Visigoti e Vandali non avrebbero avuto modo di unirsi a Odoacre e finire così per smembrare l’Impero Romano, che dopo il 476 era racchiuso solo nella pars oriens di Zenone (40).

Inoltre, la congiura contro Ezio da parte di Valentiniano III, e la seguente morte del generale, portarono una violenta crisi nelle file dell’esercito imperiale e questo costituì un’altra base importante per il futuro.

Infatti tutti questi eventi, e soprattutto la conquista dell’Italia da parte di Odoacre, fino al 493, portò delle usanze barbare, proprie a Visigoti e Vandali, all’interno del nostro Paese. Usanze che in parti minori vengono ancora considerate in piccoli Paesi soprattutto nel Nord.

A seguito della morte di Ezio, un suo amico, fedele come altri al carisma del generale, riuscì nell’impresa di uccidere Valentiniano III per vendetta, eludendo la grande guardia che era sempre con lui. Lo stesso morì nell’assassinio.

Note

  • 1: nasce tra il 466 e il 470, ma la data della sua dipartita rimane ancora sconosciuta.
  • 2: Flavio Ezio; Silistra, 390 – Ravenna, 21 settembre 454.
  • 3: popolo nomade di cultura indoeuropea.
  • 4: tribù germanica dell’Est europeo.
  • 5: 415 – 457. A lui e al suo nome possiamo con certezza attribuire la fondazione della dinastia merovingia che in seguito fu portata ai fasti da Clodoveo I.
  • 6: aggettivo dato agli abitanti delle zone che comprendevano Bretagna e zone tra Loira e Senna. Armorica era appunto il nome antico dell’attuale Inghilterra.
  • 7: Caucaso, 406 – Pannonia, 16 marzo 453.
  • 8: 420 – 465.
  • 9: tribù germanica. In seguito alla battaglia dei Campi Catalunici, questo popolo ingaggiò battaglia con gli Unni, sconfiggendoli una volta per tutte; tutto questo dopo la morte di Attila.
  • 10: muore nel 460.
  • 11: popolazione germanica orientale.
  • 12: Balaton, 389 – Cartagine, 477.
  • 13: Flavio Marciano; 392 – 26 gennaio 457.
  • 14: Giusta Grata Onoria; 417 – 454.
  • 15: Flavio Placido Valentiniano; 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455.
  • 16: la data di nascita è sconosciuta, ma si sa per certo che morì nella battaglia dei Campi Catalunici.
  • 17: Torismondo dei Balti; 420 – 453.
  • 18: Teodorico II dei Balti; 426 – 466.
  • 19: estremi sconosciuti.
  • 20: morto nel 424.
  • 21: Alarico dei Balti; 370 – Cosenza, 410.
  • 22: Flavio Onorio; Costantinopoli, 9 settembre 384 – Ravenna, 15 agosto 423.
  • 23: Flavio Teodosio; Coca, 11 gennaio 347 – Milano, 17 gennaio 395.
  • 24: Elia Galla Placidia; Costantinopoli, 392 – Roma, 27 novembre 450.
  • 25: Teodosio II di Bisanzio; Costantinopoli, 10 aprile 401 – 28 luglio 450.
  • 26: più precisamente comes domesticorum peditum, ovvero il comandante principale delle unità di fanteria dell’esercito imperiale.
  • 27: questo titoli parte da Costantino I, che riformò la guardia imperiale. Inizialmente era solo uno dei tanti titoli dati ai valorosi generali romani, tanto che di magister praesentialis ce ne erano due, e aumentarono a quattro in seguito, finendo a uno solo con Teodosio I, e definendo di fatto la figura più importante dell’esercito imperiale.
  • 28: 370 – 434.
  • 29: o Bietola; 390 – 445.
  • 30: muore nel 454.
  • 31: muore nel 469.
  • 32: estremi sconosciuti.
  • 33: Panio in Tracia, 420 – 472.
  • 34: muore nel 473.
  • 35: alto corso dell’Onon, 16 aprile 1162 – 18 agosto 1227.
  • 36: muore nel 474.
  • 37: muore nel 472.
  • 38: Toscana, 390 – Roma, 10 novembre 461.
  • 39: 434 – Ravenna, 15 marzo 493.
  • 40: Zenone di Bisanzio o Tarasis; Zenonopoli, 425 – 9 aprile 491.

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