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Battaglia del Lago Curzio

  • Luogo: Lago Curzio, tra il Gianicolo e il Campidoglio
  • Data: 753-751 a.C.
  • Eserciti: Romani e Sabini
  • Esito: vittoria romana


Piantina della battaglia del Lago Curzio

Prima di poter parlare di fonti, che in questa circostanza paiono alquanto forvianti, bisogna dire con precisione che questa battaglia, o meglio la prima battaglia dell’era romana, non è una situazione che si possa annoverare tra gli scontri prettamente storici. La battaglia del Lago Curzio (1) sottende una vena leggendaria, vicina alle favole evocate per i bambini, ma condita con documenti validi, di altrettanto validi latinisti del tempo.

Bisogna partire da un piccolo antefatto, conosciuto con il nome di Ratto delle Sabine. Successe che Romolo (2), discendente della stirpe degli Alba Longa (3), partì alla volta della zona distinta ora con il colle Palatino per fondare una città che avrebbe appunto chiamato Roma.

Sorse però un problema: per continuare a rendere florida la città fondata, le donne che Romolo aveva con sé non sarebbero bastate che per una generazione. In quei luoghi vivevano appunto i Sabini e una notte, secondo i mitici racconti tramandati, gli uomini di Romolo si addentrarono nella città sabina per rapirne le donne durante i giochi che loro stessi avevano indetto.

Dobbiamo a Tito Livio (4) nella sua mastodontica opera su Roma questa vicenda, che gli archeologi e studiosi moderni trattano ancora come favolistica almeno in alcuna delle sue parti, riportando alla luce, seppur con toni mitici, la fondazione della città che diverrà grande in seguito.

Il rapimento, avvenuto il 753 a.C., da il via alla rivolta di Tito Tazio (5), capo dei Sabini, che decide di fare guerra a Romolo che con l’inganno ha sottratto loro le donne. Il racconto epico qui ha un piccolo contendere, meno importante ai fini della vicenda, e riguarda i due comandanti. Ersilia (6), moglie di Tito Tazio (anche se alcuni sostengono fervidamente il contrario), convinta delle intenzioni di Romolo, sposò proprio quest’ultimo, ripudiando il vecchio marito, ragione di più per porre la guerra come unica soluzione.

Oltre a Tito Livio, forse anche per l’interesse che può suscitare un vicenda di questa caratura, seppur a tratti poco chiara, ci sono stati altri che hanno dispiegato forze per poter raccontare, chi con fervida immaginazione chi con dovizia di particolari, la storia della fondazione di Roma.

Marco Terenzio Varrone (7) su tutti, il primo ad aver dato un giorno, il 21 aprile (8), ma anche Lucio Tarunzio Firmano (9), astrologo capace di articolare informazioni verosimili con cui proprio Varrone ha avuto modo di estrapolare validi riferimenti cronologici. Dionigi di Alicarnasso (10) con l’opera Antichità romane, Plutarco (11), ultimo baluardo storico di fronte alla leggenda e unico ad aver fornito nomi di filosofi a lui pari che trattarono l’argomento in maniera attendibile. I nomi presto detti sono Diocle di Pepareto (12), il primo a narrare delle origini di Romolo e Remo (13), e Quinto Fabio Pittore (14) che si dedicò alla stesura di opere sulle guerre puniche, sulla fondazione di Roma, con tono nazionalistico e sulla Repubblica che si stava formando.

Qui però parliamo di volti storici, documentaristi validi, che hanno potuto rilasciare la loro testimonianza sull’accaduto. Forse è a causa di due importanti e famosi scrittori, poeti, che dobbiamo questa destabilizzazione che ha portato i fatti realmente accaduti ad una commistione con il valore leggendario che si era formato.

Virgilio (15), da cui abbiamo la visione riveduta e corretta di Enea (16), avo dello stesso Romolo, che ha portato a riguardare alcuni documenti che sembravano essere validi, e Ovidio (17), vissuto in un’epoca romana in cui il rilassamento letterario portava a divagare più che riportare e questo non ha giocato a favore della vera storia sulla fondazione di Roma, sul Ratto delle Sabine e sulla conseguente battaglia del Lago Curzio.


Faustolo trova la lupa con i gemelli; Rubens, Musei Capitolini

Il primo re di Roma

Le figure di Romolo e di suo fratello gemello Remo restano vividi ancor oggi visti come i due bambini abbandonati (18) e allattati da una lupa. Presumibilmente questa “lupa” di cui si parla poteva essere semplicemente una donna di facili costumi a cui veniva attribuito appunto questo nomignolo. La leggenda narra che fosse figlio però per metà nobile, discendente dalla stirpe di Alba Longa tramite la madre Rea Silvia (19), figlia del re Numitore (20), e per metà divina, nascituro dell’unione della madre con il dio Marte (21).

Nelle famose leggende di questi due fratelli, c’è n’è anche un’altra che vede oltre alla famosa lupa, anche un animale sacro ai latini e ad Ares, il picchio, che aiuta la lupa stessa ad accudire i due nascituri. Il seguito vede un certo Faustolo (22), un contadino sposato con Acca Larenzia (23), che li trova abbandonati (o insieme alla famosa lupa a seconda delle versioni) vicino ad un albero e li porta a casa con sé per accudirli insieme ai suoi figli.

Ancora però non è giunto il momento per i due fratelli di arrivare sul colle Palatino e fondare la loro nuova dinastia. Diventati adulti fanno ritorno alle loro origini per far riprendere al loro sangue la corona di Alba Longa. Ucciso Amulio (24), fratello del nonno, ripongono sul trono Numitore e si dirigono verso il loro suolo futuro. Remo, come indicato nelle note, muore sotto i colpi di mazza di un lavoratore indispettito, mentre Romolo comincia a creare le basi per una leggendaria, ma reale, epopea che da il via all’impero romano.

Romolo, senza il fratello (che in alcune raffigurazioni considera come “una palla al piede”), regna in seguito per cinque anni insieme al sabino Tito Tazio, con cui aveva iniziato la guerra per la supremazia sul territorio. Guerra iniziata proprio dal rapimento delle mogli dei sabini.

Il re dei Sabini

A differenza di Romolo, salito agli albori futuri come primo re di Roma, Tito Tazio, nonostante l’attiva partecipazione alla fondazione di Roma, rimane comunque in disparte.

Le sue gesta sono raccontate da Tito Livio nel suo Ab Urbe condita libri (25), con il nomignolo di regem sabinorum, nome dato si crede non tanto per la sua nobiltà nel guidare il suo popolo, ma per la propensione alla decisione e al comando che ha portato poi la guerra e la successiva pace con Romolo. Certo è che faceva parte sicuramente della famiglia massima dei Sabini.

In seguito al Ratto, ci fu un periodo di silenzio da parte di Tito Tazio, per permettere alla sua vendetta di crescere e di organizzarsi. Un anno dopo (circa), decise infine di attaccare Romolo che nel frattempo aveva costruito una piccola parte della città. Fu grazie però alle Sabine, in seguito alla morte di Mevio Curzio (da cui prende il nome il luogo), che la battaglia finì, dando il via all’accordo non troppo equo tra i due re. Non equo appunto perché infine Tito non venne riconosciuto effettivamente come re, ma come aiutante del re, colui che con la sua inventiva aveva aiutato Romolo a diventare grande.

Altro modo di separare e discernere futuri Romani da Sabini, fu proprio la dislocazione differente dei due popoli. I primi stanziati sul Campidoglio e i secondi sul Quirinale (26).

Anche la morte di Tito Tazio risuona poco nelle menti dei Romani. Infatti, per placare l’ira dei Laurenti (27), dopo aver maltrattato i loro ambasciatori, si recò nella loro città per chiedere perdono, ma venne brutalmente ucciso (28). Romolo prese la notizia senza patemi, sostenendo semplicemente che la morte era giusta per l’atto commesso.

In seguito a Romolo, nonostante venga ricordato come cittadino romano, salì al potere proprio un sabino, grazie anche alla supremazia iniziale del popolo nelle mura di Roma. Numa Pompilio (29) continuò dunque la creazione di Romolo e Tito Tazio, tenendo fervida la discendenza di quest’ultimo.


Intervento delle Sabine, Jacques Louis-David

Lo scontro

Prima ancora che le donne dei Sabini venissero rapite, Romolo e i suoi soldati si stavano accingendo a mostrare la loro forza contro i popoli che in quel momento risiedevano nei territori vicini a Roma. I Ceninensi (30) prima, gli Antemnati (31) poi ed infine i Crustumini (32), vengono dunque ad uno ad uno sconfitti o ridotti a sudditi dalla temeraria convinzione di Romolo.

Fino ad allora, quando un popolo si accingeva a fondare una nuova città, l’elemento razza era predominante. Un popolo rimaneva tale e chiuso nella sua discendenza senza dare spazio ad altri popoli. Qui, nella fondazione di Roma, abbiamo la prima vera testimonianza di fusione di popoli. Infatti, prima dei Sabini, e della diarchia con Tito Tazio, alcuni uomini tra i popoli conquistati non solo si unirono all’esercito di Romolo, ma presero anche in moglie le poche donne romane ed in seguito sabine, approntando così una commistione di popoli, ma anche un’enorme fonte di sapere e di tecnologia futura.

Tornando ai Sabini, che appunto avevano scoperto il tradimento e il rapimento, cercarono lo stratagemma migliore per beffare i nemici. Fu Tarpeia (33) il fulcro vitale di questa vicenda. La donna, una vestale, era stata corrotta da Tazio in persona, affinché permettesse a lui ed ai suoi uomini di entrare furtivamente nel Campidoglio e così prenderlo.

Così inizio la schermaglia.

Per ragioni puramente letterarie e leggendarie, il numero dei contendenti non è stato precisato e quindi non si può fare una stima accurata degli schieramenti e delle forze sul campo. Facile però che tra i soldati non ci fossero complesse strategie di combattimento, né tecnologie in armi molto costose o elaborate. In ogni caso, preso il forte sul Campidoglio, Romani e Sabini vennero costretti a combattere a viso aperto tra il colle in questione e il Palatino, con poche vie di fuga, date dal paesaggio collinare e dalla melma che si era formata nella notte a causa dello straripare del fiume sottostante.

Anche qui si sa poco delle azioni intercorse che portarono a compimento della battaglia. Si sa però che ad aiutare la strategia dei rispettivi popoli, due comandanti scesero in campo. Il primo, il già citato Nevio Curzio, abile condottiero e stratega (come dice Livio) prende le redini dei Sabini, lasciando il suo re Tito Tazio in disparte e al sicuro. Il secondo invece, Romano, Ostio Ostilio (34), comandava le file romane e secondo Tito Livio, questo comandante fu ucciso proprio da Curzio durante la schermaglia, trafitto dalla sua spada.

Lo scontro, a dispetto dei precedenti con i popoli vicini, stava volgendo a favore dei Sabini. Romolo, colpito alla tempia da una pietra era svenuto e non poteva rincuorare i suoi uomini, mentre Tito Tazio e Mevio Curzio erano ormai giunti al Palatino dopo essersi assicurati il Camidoglio.

Qui, ancora più di prima, il tono della vicenda assume contorni favolistici. Romolo ripresosi dalla botta alla testa e vista la situazione, invoca il dio Giove promettendo di dedicargli un tempio. Proprio in quel momento entrano in gioco le donne dei Sabini rapite. Ormai affezionate ai Romani si inginocchiarono nella fanghiglia frapponendosi tra i due schieramenti e implorando i Sabini prima e i Romani poi di fermarsi e di iniziare la pace tra i due popoli che avrebbero potuto regnare come una diarchia.

La lotta era dunque terminata.


Il ratto delle Sabine; Gianbologna; Piazza della Signoria (FI)

Quello che venne poi

La pace stipulata, dopo l’atto delle donne sabine, cominciò a presentare uno scenario alquanto strano, ma molto promettente. Per la prima volta due popoli regnavano come un’unica grande razza e questo avrebbe valso nel corso dei secoli quello che oggi chiamiamo multirazzialità. Ovviamente per poter far fronte a questa decisione di unione bisognava che i due popoli in questione arrivassero entrambi ad una soluzione comune.

Ai Romani infatti veniva dato il pieno potere economico e legislativo, questo però non trattando da inferiori i loro “cugini”, mentre ai Sabini (spiega Tito Livio con non poche perplessità) veniva dato l’onore di chiamare l’unione dei due popoli con un unico nome, ovvero Quiriti.

Quello che accadde poi è storia. Tito Tazio non venne riconosciuto come re dai Romani futuri. Nemmeno da Numa Pompilio che a quanto pare discendeva dagli stessi Sabini, mentre Romolo lasciava ai posteri un’eredità enorme che con alti e bassi, i suoi successori avrebbero portato all’epopea della Repubblica e dell’Impero romano, una delle maggiori potenze della storia antica che ha lasciato strascichi enormi fino ad oggi.

Note

  • 1: Lacus Curtius era un porzione di terreno situata in uno dei fori romani attuali vicino alla sede del Senato, presso la Curia. La leggenda, narrata da Tito Livio, parla di Romolo che per vendicarsi della morte di un suo uomo da parte di Mevio Curzio, uccise quest’ultimo proprio nei pressi di una palude che prese il nome del sabino ucciso. Altro scenario, sempre dai libri di Tito Livio, vedono Mevio gettarsi all’interno di una voragine venutasi a creare proprio nella zona del foro (causa terremoto), insieme al suo cavallo e completamente in assetto da guerra. In seguito il popolo che assisteva lanciava nella voragine doni votivi.
  • 2: Alba Longa, 24 marzo 771 a.C. – Roma antica, 7 luglio 716 a.C..
  • 3: città fondata su suolo laziale che venne distrutta dall’imperatore Tullo Ostilio nel 673 a.C..
  • 4: Patavium, 59 a.C. – Roma, 17.
  • 5: Cures Sabini – Lavinio, 745 a.C..
  • 6: secondo la leggenda furono proprio le sue parole a far riportare la pace tra Sabini e Romani. Essendo una figura quasi totalmente leggendaria, non trova riscontro cronologico.
  • 7: Rieti, 116 a.C. – Roma, 27 a.C..
  • 8: questa data è anche chiamata Natale di Roma o Romaia è venne festeggiata per molto tempo da Romolo e dai suoi discendenti.
  • 9: si conosce solo la data di nascita di questo astrologo e matematico, nato a Fermo nel I secolo a.C..
  • 10: 60 a.C. – 7 a.C..
  • 11: Cheronea, 46 – 127.
  • 12: storico greco vissuto nel III secolo a.C..
  • 13: essendo gemelli nacque nel luogo e nello stesso giorno del fratello fondatore, ma la data di morte si ha presumibilmente nel 753 a.C. per mano di un certo Celere che lavorava ad una fossa che avrebbe circondato la neonata Roma. Indispettito Celere, calò la sua mazza da lavoro uccidendo Remo.
  • 14: 260 a.C. – 190 a.C..
  • 15: Publio Virgilio Marone; Andes, 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C..
  • 16: figura mitologica della tradizione greca e romana, figlio di Anchise e di Venere, fondò la dinastia degli Albalonga unendosi con Lavinia e generando Silvio, capostipite dei re di Roma.
  • 17: Publio Ovidio Nasone; Sulmona, 20 marzo 43 a.C. – Tomi, 17.
  • 18: in verità non erano stati abbandonati. Amulio voleva farli uccidere e assoldò un assassino. L’assassino però, giunto il momento di compiere l’atto, non se la sentì di uccidere due bambini e lasciò i due pargoletti elle correnti del Tevere, avvolti in un cesto di vimini, fino a quando non li trovò la famigerata donna chiamata lupa.
  • 19: di questa donna, madre dei due gemelli non si sa quasi niente se non che venne lapidata da Amulio dopo che i due gemelli vennero lasciati al Tevere a sua insaputa.
  • 20: padre di Rea Silvia, anche di lui non conosciamo niente.
  • 21: nella mitologia romana di I secolo a.C., Marte era identificato come il dio della guerra, ma pochi sanno che, prima di quel periodo, il dio era identificato come protettore del tuono, della pioggia, della natura e della fertilità. Il dio della guerra, prima del “cambio” di Marte, non esisteva ancora.
  • 22: probabilmente di natura leggendaria, questo contadino non ottiene riscontro storico alcuno.
  • 23: come il marito Faustolo, risiede nella mitologia romana.
  • 24: secondo la leggenda, usurpò il fratello Numitore, nonostante le disposizioni del padre Proca, uccise tutti i figli maschi, sia di Numitore che di Rea Silvia e costrinse la stessa Silvia a rimanere casta, ovviamente per non concepire possibili eredi al trono.
  • 25: 142 libri sulla storia di Roma. Più della metà sono andati persi, ma ancora rimangono alcune testimonianze della nascita di Roma, anche se, proprio per la mancanza di molte parti, si tende a non prenderlo ufficialmente in considerazione per alcune vicende narrate.
  • 26: questo colle prende il nome proprio dalla città di provenienza di Tito Tazio, Cures. Infatti lui era discendente dei Cuiriti o Quiriti.
  • 27: abitanti di Lavini.
  • 28: la tomba di Tito Tazio ora non esiste più, ma era stata posizionata in un bosco sacro dove ora sorge l’attuale piazza di Giunone Regina, vicino all’Aventino.
  • 29: 754 a.C. – 673 a.C..
  • 30: popolo stanziato nei pressi della futura Roma. Romolo, dopo averli conquistati li conglobò in parte nelle sue file. Plutarco li annovera come una parte dei Sabini.
  • 31: come i Ceninensi, sono stanziati nei pressi di Roma e hanno origini sabine.
  • 32: anch’essi erano di origine sabina e limitrofi alla città di Roma. Inoltre, anche le donne di questo popolo vennero rapite durante il ratto.
  • 33: figlia di Spuro Tarpeio, comandante delle file dei Romani, per possedere i braccialetti d’oro dei Sabini (ed altre ricchezze) aprì le porte a Tito Tazio che nell’atto di entrare e ricompensare la vestale gettò, come ogni suo soldato, l’oro e i gioielli che desiderava, seppellendola e di fatto uccidendola. In seguito al tradimento anche il padre venne ucciso per responsabilità verso al figlia. Da questa vestale si ha presumibilmente il nome all’omonima rupe dove morì.
  • 34: appartenente alla gens Hostilia venne indicato come nonno del futuro re di Roma, Tullo Ostilio, anche se gli storiografi credono sia uno stratagemma di Tito Livio per far acquisire più dignità regale al re. Il luogo dove venne ucciso, nel Foro, tutt’ora esistente, viene conteso da un altro “eroe” della vicenda, Faustolo che alcuni indicano come possessore della suddetta tomba. Alcune fonti diverse da Tito Livio fanno unire in matrimonio Ostio proprio con Ersilia che in seguito diede alla luce il primo bimbo “mezzosangue”.

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