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Battaglia di Dara

  • Luogo: Dara, Armenia
  • Data: 530
  • Eserciti: Bizantini e Persiani
  • Esito: vittoria bizantina

battaglia di Dara
Mappa della battaglia di Dara

La battaglia di Dara

Questo scontro, per altro di caratura minore rispetto ad altri del medesimo periodo, vede affrontarsi due forze, Persiani e Bizantini, che fino a quel momento si stavano semplicemente punzecchiando. La guerra iberica, di cui Dara ne è l’inizio (1), combattuta tra il 526 e il 532, vede l’imperatore romano d’Oriente Giustiniano I (2) contrapporsi a quello persiano, lo scià dei Sasanidi Kavad I (3).

Questa guerra, anche se minore, sancisce infine la cosiddetta “Pace Eterna”, il tributo massimo che i Romani abbiano dovuto pagare ad un popolo straniero. Una guerra che non ha particolarmente segnato cambiamenti radicali nel mondo emerso e in quelle che ora chiamiamo tradizioni, ma viene annoverata come un grande smacco perla potenza dell’Impero romano d’Oriente.

Prima ancora di questa guerra, tornando al protagonismo di Dara, un altro conflitto, la Guerra romano-persiana (4), ha dato modo di accrescere la potenza di questa città fino alla guerra iberica svoltasi nelle regioni caucasiche.

Proprio Anastasio I (5), imperatore dei Bizantini, cominciò a fortificare la città di Dara. Questo luogo non era né un importante centro commerciale, né tantomeno un’enorme roccaforte in cui posizionare la propria base centrale. La vicinanza con Nisibis, in mano ai Persiani, dava adito a preoccupazioni viste le poche e inconcludenti trattazioni tra i due popoli.

Fino però al 530, luogo della battaglia, non ci furono combattimenti aperti tra i due grandi eserciti e la città di Dara, così come quella di Nisibis (luogo di conclusione della guerra), poté crescere sempre più in potenza e affidabilità.

Anastasio I e Kavad I, vero e proprio veterano delle due guerre, preferivano smuovere il campo aizzando contro all’avversario i popoli minori che controllavano. Gli Arabi, erano la parte sacrificabile dell’esercito persiano e pertanto venivano scagliati contro le barriere dei bizantini, ma di risposta, per evitare spargimenti di sangue nelle file importanti di Anastasio I, gli Unni venivano lanciati come controffensiva, lasciando la guerra in sospeso per più di vent’anni.

La scintilla però che fece cominciare la Guerra iberica, fu proprio la contesa del Regno iberico, fino a quel momento in mano ai Persiani. Kavad I, fervente sostenitore della propria religione e intollerante verso gli altrui pensieri, decise che era giunto il momento di far avvicinare i Cristiani del Regno iberico al Zoroastrismo (6) e definitivamente sottomettere al proprio popolo anche questi sudditi.

Come già successe al regno di Egrisi (7), formato da Cristiani ribellatisi ai Persiani, anche il Regno di Iberia decise di non accondiscendere alle richieste di Kavad I. Giustiniano I, vista l’occasione, mandò un folto nugolo di Unni in aiuto agli iberici che poco tempo dopo divennero parte integrante dell’esercito bizantino, anche se non diventarono parte attiva della battaglia di Dara. Gourgen (8), grande re iberico, diede la sua vita nel servire i bizantini e Giustiniano I, grazie ai quali il suo popolo fu liberato.

Dalla liberazione degli iberici avvenuta nel 524, alla battaglia di Dara e quindi all’inizio del conflitto iberico, passarono sei anni, dove i due popoli continuarono ad affrontarsi mai seriamente, mandando in avanscoperta popoli minori, loro sudditi.

Già però tre anni prima dell’inizio, i Persiani, consapevoli del proprio numero e del crescente numero di alleati che si stavano schierando dalla parte dei nemici, decisero di passare all’offensiva, bloccando di fatto la fortificazione di altre due città, Thannuris e Melabasa, e vanificando un attacco diretto alla fortezza di Nisibis. Di controparte, l’unica mossa, prima dell’avvento della guerra, che l’imperatore bizantino fece, fu di rafforzare militarmente l’esercito alleato degli arabi.

Belisario

Belisario
Belisario e sua figlia per le vie di Bisanzio; 1870

Molto si è detto su Belisario (9), tanto da attribuirgli erroneamente dai non addetti ai lavori l’appellativo di imperatore bizantino. Questo famosissimo generale, con merito, ha una relativamente lunga gavetta prima di approdare alla corte di Giustiniano I e di risolvere molti conflitti a favore del suo popolo.

Sotto l’egida di Giustino I, Belisario nacque direttamente all’interno dell’addestramento militare. Infatti l’imperatore era solito, di tasca propria, allevare generali fin dalla giovane età (10) per poterli usare in battaglia. Belisario fu uno di questi giovani comandanti che vennero addestrati al combattimento in ultima linea, impartendo ordini.

Belisario sia sotto Giustino I, sia poi con Giustiniano I, si mise in luce per le sue grandi abilità, divenendo ben presto il primo tra i suoi. In breve tempo, grazie alla campagna in Mesopotamia contro i Persiani, Belisario fu insignito del rango di difensore della fortezza di confine di Dara da Giustino I. Questo fino all’arrivo del successore, Giustiniano I, che, viste le propensioni di Belisario al comando, l’imperatore lo insignì del titolo di magister militium per orientem (11).

Oltre a mettersi in luce contro il Persiani, altre due furono le lotte che il generale bizantino dovette affrontare per aumentare ancor più la sua fama. In seguito alla pesante sconfitta di Calinicum, Belisario venne destituito dall’imperatore e mandato a fare numero nelle file di soldati minori, come colpa del suo fallimento. Nonostante l’ottusa conduzione dell’imperatore e la sua proverbiale testardaggine, nel 532 dovette far ricorso nuovamente a Belisario, volente o nolente. Durante i giochi a Costantinopoli, al grido di “Nika! Nika!” (Vinci! Vinci!), scoppiò la rivolta di Nika, dove il popolo tentò di spodestare l’imperatore.

Qui si mise in luce per la sua tracotanza e capacità di comando. In quei giorni, in partenza festosi, Belisario fece trucidare 35.000 cittadini riuscendo a placare infine gli animi e a lasciare al suo posto l’imperatore Giustiniano I. Per ricompensa venne rielevato all’alto rango dei generale bizantini e mandato sul fronte africano per combattere i Vandali.

Ancora però la sua sfortuna si fece notare. Subito dopo una campagna in Spagna e la difesa di Costantinopoli da Slavi e Bulgari, venne tacciato di congiura contro il sovrano e quindi messo in prigione. Liberato poi nel 562, scoperta la verità, completò i suoi ultimi tre anni di comando senza particolari patemi, morendo il 13 marzo a Costantinopoli.

Nonostante la sua bravura sul campo, Belisario collezionò più insuccessi che altro, ma laddove ottenne vittorie, ci fu una sostanziale pendenza a favore dei Bizantini. Il suo mito, tra infedeltà coniugali e prigionia, nei secoli venne sempre più grande, tanto da indurre molti artisti a dedicargli romanzi, opere d’arte a anche film. Anche Dante gli dedica un passo della sua Divina Commedia (12) conferendogli infine il valore mitico che a pochi viene concesso.

Al pari di Napoleone vede la sua ascesa costellata di intoppi e la sua immagine segnata dalla sua crudeltà. Come Napoleone venne innalzato a salvatore sparando sulla folla parigina, Belisario venne reintegrato tra i grandi comandanti bizantini grazie alla sanguinolenta rivolta di Nika.

Figura dell'imperatore Kavad I
Figura dell’imperatore Kavad I rappresentata sulle monete

L’imperatore Sasanide Kavad I

Si può dire senza alcun dubbio che il generale bizantino e il sovrano sasanide abbiano avuto un trascorso pressoché simile. Una vita costellata di successi, anche se maggiori da parte di Belisario, e di insuccessi pagati a caro prezzo. Figlio di Peroz I (13), subì subito l’influenza del padre e la sua abilità di stratega, finendo per essere imprigionato dagli invasori che erano giunti nelle terre persiane. Il pagamento previsto era alto come si conveniva ad ogni rapimento che si rispetti, ma Peroz non pagò subito e Kavad dovette restare in mano agli invasori per ben due anni.

Tornato però a casa, pagato il riscatto dal padre, Kavad vide Peroz morire in una sortita offensiva dei nemici che nel 484 lasciò libero il trono. Venne messo a sorpresa Balash (14), nonostante la discendenza diretta di Kavad. Nelle file persiani era solito più mettere i meritevoli piuttosto che i figli giovani dei sovrani deceduti. Balash si dimostrò facile da combattere e debole nelle decisioni, così venne infine il turno di Kavad I che dovette fare i conti con la supremazia dei nobili del Paese che destabilizzavano tutto l’impero.

Grazie anche alla prigionia e allo studio del popolo invasore per cui era stato prigioniero, Kavad era portato ad assumersi le responsabilità e propendere la sua tendenza verso il popolo. Decise infatti di far condividere i poderi e le mogli dei nobili con i poveri (15). La mossa fu azzardata da parte di Kavad che nel 496 si vide imprigionare nuovamente nel “Castello dell’oblio” per ripicca e sostituito dal fratello Jamasp (16).

Nel frattempo Kavad riuscì ad evadere e a fuggire tra il popolo degli Eftaliti, chiamati anche Unni Bianchi, un popolo nomade situato prevalentemente tra Cina e India. Grazie al loro aiuto ricostituì una forza considerevole per tornare nel suo popolo come sovrano. Prima di questo però doveva intercedere attraverso compromessi.

Fu proprio nel 498 che ci fu il primo contatto con l’Impero romano d’Oriente e con Anastasio I a cui all’inizio chiese aiuto. Nel frattempo Kavad aveva avuto dagli Eftaliti le forze necessarie a tornare sul trono e punire gli oppositori e spodestare anche il fratello. Anastasio che gli aveva negato i fondi venne subito attaccato nel 502, dando vita alla guerra romano-persiana.

Durante la pace Kavad provò a negoziare nuovamente con i Romani. Chiese a Giustino I, per paura che il figlio nonché successore Cosroe I (17) venisse ucciso dai fratelli, di dargli asilo e protezione adottandolo. Giustino dapprima optò per il sì, negando la richiesta poco dopo e dando vita alla guerra iberica che portò alla battaglia di Dara.

Kavad, che Procopio (18) definì un capo energico e con una visione d’insieme reale, portò il suo popolo a vari successi anche contro i Romani. Inoltre riuscì nell’intento di riequilibrare le forze intestine al suo Paese, grazie anche all’influenza del figlio Cosroe che gli consigliò di abbandonare l’idea della setta di Mazdak, che subito dopo venne giustiziato.

Morì nel 531, durante le trattative per la fine della guerra.

Avorio Barberini o Dittico Barberini
Avorio Barberini o Dittico Barberini, prima metà VI secolo: museo del Louvre

La battaglia

Mentre Belisario rimaneva stanziato nella fortezza approntata di Dara, Firouz si mosse da Nisibis per affrontare e assediare il bizantino. Firouz disponeva di oltre 40.000 uomini, tra cui una grande parte costituita dalla micidiale e pesante cavalleria catafratta (19) sasanide. Il resto era costituito da fanteria e arcieri subito dietro.

Firouz quindi approntò il suo esercito per affrontare l’assedio alla nuova fortezza di Dara, portando con sé anche macchine d’assedio. Inoltre, come ogni esercito persiano che si rispetti, al suo interno comparivano anche gli Immortali (20) che costituivano il punto di stacco dall’esercito. Erano un’unità a sé, con cervello proprio e raramente venivano addestrati e indirizzati dal sovrano stesso.

Belisario invece, per affrontare l’avanzata nemica e vedendo le macchine d’assedio e la nomea dei persiani negli assedi, decise di uscire davanti alle mura per affrontare in campo aperto il nemico. Nonostante le sue forze nettamente inferiori, pari a 25.000 effettivi, approntò un sistema di trincea e mura al di sotto delle mura della fortezza.

Al centro, defilato un po’ all’interno, i bizantini e subito dietro la figura di Belisairo che comandava il tutto. Sulle ali la cavalleria unna e i fanti della stessa razza subito davanti ai bizantini, mentre nascosto dietro un’altura la cavalleria erula, molto veloce e poco dotata per l’impatto frontale. La situazione, dopo un giorno di scaramucce, tra cui un intenso lancio di frecce da parte dei bizantini, si faceva sempre più sfavorevole per Belisario.

Infatti al concludersi della giornata, quando i due eserciti decisero di fermarsi per riorganizzarsi, giunsero per dar man forte ai Persiani quasi 10.000 uomini. L’unica soluzione per il momento che dava una superiorità di qualche modo, era il vento favorevole a Belisario. Infatti l’inizio della vera battaglia cominciò con il lancio di frecce da ambo le parti, anche se le vittime fatte dai Bizantini risultarono più ingenti. Vista la situazione poco adatta agli arcieri persiani, Firouz mandò la sua pesante cavalleria contro lo schieramento centrale per entrare direttamente nel cuore dei Bizantini e ingaggiare Belisario, cercando così di porre subito fine alla schermaglia.

La sortita però dovette deviare verso l’ala sinistra dove erano presenti gli Unni, visto che la difesa delle trincee e degli Unni a piedi davanti, impediva un affondo concreto. La cavalleria unna quindi venne travolta dalla potenza catafratta. I Persiani dunque cominciarono ad inseguire la cavalleria unna in rotta, scompaginando le file di Firouz. Belisairo notò giusto in tempo questa opportunità e mandò la fanteria unna e la cavalleria di destra ad ingaggiare l’esercito nemico privo di catafratti, mentre da dietro uscivano gli Eruli, pronti ad ingaggiare da tergo la guardia reale di Firouz.

Firouz, suo malgrado, fu costretto a fare ricorso agli Immortali, ancora in disparte fino ad ora, portandoli verso la sua ala sinistra che stava inesorabilmente cedendo. Belisario però con rapidità portò il restante della sua cavalleria a frapporsi tra gli Unni impegnati con la cavalleria nemica e gli Immortali che stavano giungendo. Ora una parte dell’esercito persiano era tagliata fuori, mentre i catafratti restavano ancora lontani e lenti al ritorno. La seconda e ultima sortita offensiva degli Immortali si scontrò con la cavalleria del loro stesso esercito, con il problema che lo spazio di manovra dei soldati persiani era ormai impossibile.

Quelli che potevano farlo si diedero alla fuga e così anche il loro comandante che ormai vedeva la disfatta imminente. La battaglia era ormai finita e Belisario decise di non inseguire il restante esercito in fuga. Le perdite dei Bizantini furono esigue mentre nelle file nemiche più di 8.000 soldati vennero uccisi, ma la situazione sarebbe stata altrettanto diversa se Belisario si sarebbe messo ad inseguire gli uomini in fuga.

Esiti e conseguenze della battaglia

Belisario, come detto, dovette ristabilire la sua fama e la sua posizione per la sconfitta finale contro i Persiani a Calinicum, grazie alla rivolta di Nika che gli diede la possibilità di mettersi nuovamente in luce soprattutto negli scontri in Africa contro i vandali.

Kavad I invece, dopo la fine delle schermaglie morì durante le trattativa per la pace lasciando spazio a quello che diverrà uno dei maggiori capi persiani della storia. Cosroe I infatti fu l’unico a portare il suo popolo alla massima espansione e splendore, come aveva fatto Alessandro Magno (21) con i Macedoni e Gengis Kahn (22) con i Mongoli, ovviamente con minore estensione di territorio.

Questa battaglia come già accennato, non risulta essere determinante per la fine delle ostilità. Nemmeno se Belisario avesse vinto infine, la situazione forse sarebbe stata la stessa, senza conseguenze né nel territorio dell’Impero romano d’Oriente né in quello persiano. L’unica situazione che però fa ottenere fama a questa vicenda storica è lo smacco che l’Impero romano d’Oriente subisce alla fine del conflitto.

Le trattative finali infatti impongono la “Pace Eterna” e dei tributi da dare ai Persiani pari a 11.000 libre di oro (110 centenaria). I forti in Lazica tornarono nelle mani dei Romani, mentre le regioni iberiche rimasero in mano ai Persiani, anche se alcuni iberici preferirono tornare come sudditi sotto l’egida di Costantinopoli.

Come ultima cosa, per attutire la sconfitta, Giustiniano I decise di fare vedere le trattative con i Persiani come una vittoria innalzando monumenti in onore dei vincenti Romani, anche se di sottofondo la sconfitta era molto frustrante, tanto da indurre Giustiniano I a relegare Belisario a soldato semplice. Il suo miglior generale, degradato.

Note

  • 1: oltre alla battaglia di Dara, vengono annoverate in questa guerra, anche quella di Nisibis nello stesso anno e di Calinicum il 19 aprile dell’anno successivo. Si conclude nel 532 con una serie di trattative tra i due popoli con la famosa “Pace Eterna” durata però solo ottant’anni.
  • 2: Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano. Tauresio, 11 maggio 482 – Costantinopoli, 14 novembre 565. Succedette a Giustino I e venne sostituito da Giustino II.
  • 3: anche noto come Kaveh o italianizzato Cavade. 449 – settembre 531.
  • 4: combattuta tra il 502 e il 506 sulla frontiera romano-persiana, inizia con un piccolo conflitto a Teodosiopoli e poi all’importante fortezza di Amida. Prosegue con conflitti relativamente importanti fino all’invasione degli Unni in Amrenia e i due popoli decisero di attuare un patto di non belligeranza, durato sette anni, nel quale mettevano le proprie forze contro il pericolo comune, che venne assoggettato dai bizantini.
  • 5: detto il Diocoro. Durazzo, 430 – Costantinopoli, 9 luglio 518. Venne preceduto come imperatore da Zenone e seguito da Giustino I.
  • 6: fede religiosa comparsa nell’Iran antico e pre-islamico. Vede come fondatore Zarathustra, da cui prende il nome. Poi aumenta la sua fede creativa nella parola di Ahura Mazda, da cui prende il futuro nome di Mazdeismo.
  • 7: antico regno che si estendeva nella parte occidentale dell’odierna Georgia. Chiamata poi Lazica dai Bizantini.
  • 8: di questo re iberico non si conosce praticamente niente.
  • 9: Germani (cittadina dell’Illiria), 500 – Costantinopoli, 13 marzo 565.
  • 10: crebbe tra i doryphoroy, ovvero i soldati della casata imperiale che venivano addestrati secondo suggerimento dell’imperatore.
  • 11: comandante in campo del fronte orientale.
  • 12: “E al mio Belisar commendai l’armi, cui la destra del ciel fu sì congiunta, che segno fu ch’i dovesse posarmi”. Dal canto VI, versetti 25-27 del Paradiso.
  • 13: chiamato “il vincitore”, muore alla fine del suo mandato nel 484.
  • 14: muore a fine del suo mandato nel 488.
  • 15: la setta di Mazdak, rivoluzionario persiano, fondava i suoi principi proprio nella cessione dei diritti nobili ai meno abbienti.
  • 16: del fratello di Kavad non si conosce nulla.
  • 17: Cosroe I Anoshakrawan. Fino al 579, data della sua morte creò un regno prosperoso e valido, il pià fiorente della storia persiana, portando persino la scienza ai massimi splendori.
  • 18: Cesarea, 490 – Costantinopoli, 565. Era uno storico romano.
  • 19: questi pesanti cavalieri erano bardati con armature pesanti di metallo a scaglie e così anche i loro cavalli. Difficili da colpire, ma molto lenti nelle manovre, anche se quando caricavano avevano ben pochi nemici in grado di tenergli testa. Avevano inoltre una lancia in posizione di resta con la quale compivano tremendi affondi. Vennero usati da molti popoli nel corso della storia per la loro grande potenza sul campo.
  • 20: spero e volentieri, e questo lo sappiamo da Erodoto, gli Immortali erano costituiti da branche di 10.000 uomini facenti parte della guardia reale d’elite. Il loro nome, spiega lo storico greco antico, era dovuto al fatto che al termine di ogni battaglia veniva riportato a 10.000 il numero di Immortali, sostituendo così i caduti. Erodoto usa il nome Athanatoi, appunto Immortali, anche se in antico persiano si usava un’altra parola, Anusiya, ovvero Compagni, per definire questa branca dell’esercito.
  • 21: Pella, 21 luglio 356 a.C. – Babilonia, 11 giugno 323 a.C..
  • 22: Alto corso dell’Onon, 16 aprile 1162 – 18 agosto 1227.

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