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Battaglia di Durazzo

  • Luogo: Durazzo, Albania
  • Data: 18 ottobre 1081
  • Eserciti: Bizantini e Normanni
  • Esito: vittoria dei Normanni

Situazione dell'Impero bizantino ai tempi di Alessio I
Situazione dell’Impero bizantino ai tempi di Alessio I

La Battaglia di Durazzo

La lotta per il potere a cavallo della seconda metà dell’XI secolo, porta ad un continuo ribaltamento dei giochi e ad u susseguirsi di cambio di poltrone al vertice. Tra la deposizione di Costantino X Ducas (1), avvenuta nel 1067, e la carica di Alessio I Comneno (2), avvenuta nel 1081, passano soli 14 anni e nella reggenza dell’impero bizantino si interscambiano ben cinque re: oltre ai due già citati, in ordine crescente dopo Costantino, Romano IV Diogene (3), Michele VII Ducas (4), Niceforo III Botaniate (5).

Il perchè di questi nomi è riassunto in un altro famoso nome, Roberto il Guiscardo (6) che cerca in tutti i modi e maniere di impossessarsi del trono e quindi sbaragliare la concorrenza. Costantino Ducas (7), nipote dell’omonimo nonno e figlio dell’ormai deposto Michele VII, cerca di rivendicare a suo favore il trono di Bisanzio, ma a frapporsi tra lui e il potere c’è appunto il normanno che da tempo ha iniziato la campagna contro l’impero.

All’epoca, siamo nel 1078, sul trono c’è Niceforo, ma la violenta battaglia per il trono che sta attanagliando l’impero e le case nobiliari, non da sicurezza al re che tre anni più tardi infatti, prima ancora che Costantino Ducas riesca ad ottenere quello che gli spetta, viene deposto da Alessio I, nipote di quell’Isacco I Conmeno (8) predecessore di Costantino X Ducas. Roberto il Guiscardo è ancora lontano dai territori dove si stanziano le distese di Bisanzio e ancora non sa dell’ascesa di Alessio, ma arrivato scopre appunto della presenza di un nuovo re.

Oltre ad essere il pretendnete al trono, Costantino Ducas è anche genero del Guiscardo per aver sposato la figlia Olimpia. Giunto alla capitale dell’impero, al cospetto di Alessio rivendica il trono a nome di Costantino Ducas, non come erede, ma come spodestato ingiustamente.

Nonostante all’inizio voleva il trono tutto per sé, cambiando le situazioni, decise i fretta e furia di ottenere il trono per vie traverse, chiamando Costantino, il “falso Michele”. Ovviamente una deposizione spontanea di Alessio era impensabile e quindi si andò con le mani forti, passando alla battaglia campale. Il Guiscardo giunse così nei pressi della città di Durazzo per affrontare l’assedio e detronizzare Alessio.

Ancora la presenza del re non c’era e Roberto cercava invano di affrontare le alte mura della città di Durazzo.

Nonostante il normanno avesse con sé circa 30.000 uomini e 150 navi, così da attaccare Durazzo da più fronti, la città era ben difesa e capace di resistere a lunghi assedi. Come inizio ci fu un intervento tempestivo dei Veneziani che corsero in aiuto dell’esercito di Alessio, bloccando le navi di Roberto, che non potevano essere utilizzate per l’assedio da mare.

L’unico modo per il Guiscardo di uscire vincitore da quella contesa, fu inviare il figlio Boemondo (9) a trattare con i nemici e quindi attendere una tregua che avrebbe permesso al normanno di districarsi dalla morsa avversaria e utilizzare così le navi.

Non era il tempo di conquistare Durazzo: infatti dalla città rifiutarono di riconoscere Costantino nuovo re e subito attaccarono le navi del Guiscardo che non potè far altro che subire una pesante sconfitta. Nello stesso momento, coordinati come un orologio, i bizantini guidati da Giorgio Paleologo (11), uscirono dalle mure e attaccarono ogni machcina d’assedio distruggendola e facendo subire ai normanni un’altra sconfitta.

Purtroppo per il Guiscardo anche la sfortuna si mise dalla sua parte, portando una violenta epidemia che sfiancò oltremodo le sue truppe e che pemrise anche l’arrivo in ottobre di Alessio intenzionato a distruggere le mire del nemico. Nonostante i documenti non siano sicuri, la figlia di Alessio, Anna Comneno (12), importante storiografa del tempo, disse che a causa di quella pestilenza morirono più di 10.000 persone.

Sempre secondo i resoconti di Anna Conmeno, mentre Alessio si accingeva a spostarsi dalla sua regale poltrona a Durazzo con al seguito 20.000 effettivi, il Guiscardo imperterrito continuava l’assedio nonostante la pestilenza subita e nonostante la forza prorompente del Paleologo che distrusse quasi tutte le macchine d’assedio.

Roberto il Guiscardo
Roberto il Guiscardo

Roberto il Guiscardo

Roberto era il figlio di mezzo di una nidiata di ben dodici fratelli, concepiti dalla madre Fresenda (13), seconda moglie del dignitario terriero Tancredi d’Altavilla, primo di una famiglia altolocata che però aveva per sé pochi possedimenti e altrettanto pochi seguaci. Infatti il padre era a capo di soli dieci uomini, ovvero la sua guardia personale, uomini per altro non molto addestrati, quindi con la sua eredità non avrebbe potuto garantire un futuro roseo a tutti e dodici i figli.

Fortuna volle che la maggior parte dei fratelli erano maschi, quindi se ne andarono dalla propria magione per cercare fortuna nel meridione, luogo dove c’era molto lavoro per mercenari in cerca di soldi. Infatti Longobardi (14) e Bizantini stavano lottando per acaparrarsi i vari territori della Campania e della Sicilia, garantendo grande lavoro per i nuovi soldati tra cui appunto Roberto.

Il primo dei fratelli ad ottenere fama non fu il Guiscardo, ma Drogone (15), primo dei dodici figli che con la sua prestanza fisica aveva fatto parlare di sé e aveva oltretutto ottenuto cariche di rilievo in Puglia. Dopo un breve periodo di apprendistato sotto il longobardo duca Benevento Pandolfo (16), Roberto staccò per tornare sotto l’egida del fratello maggiore dove ebbe il suo primo incarico da comandante, mandato in missione per conquistare la Calabria.

Quello fu il suo primo vero incarico che gli diede le chiavi per poter assurgere a ruolo fondamentale nella guerra con i bizantini. La aarbietà e la forza con cui teneva sotto scacco le regioni che toccava, portarono le popolazioni locali ad ammassarsi per tentare una rivolta non solo contro di lui, ma anche contro gli altri possidenti, tra cui Drogone che venne assassinato.

Oltre alle popolazioni, intervenne anche papa Leone IX per sedare le scorrobande di Roberto, ma in una battaglia definita da molti storica, Il Guiscardo riuscì nell’impresa di socnfiggere sonoramente le schiere nemiche. Fu poi sempre dagli Altavilla che ripartì la rivolta normanna, infatti un altro fratello di Roberto, Umfredo (17) si era fatto ben volere dai capi della puglia che lo elessero a loro difesa e Roberto andò sotto il fratello per combattere.

Grazie a questa nuova opportunità Roberto finalmente estese i confini fino alla Calabria, cominciando a divenire pian piano inarrestabile nella sua ascesa politico-sociale, oltretutto anche Umfredo morì e Roberto vide campo aperto per la sua ascesa.

Inoltre grazie all’aristocrazia e all’imperatore romano, il nuovo papa Niccolò II fu costretto a togliere i suoi uomini dal sedare le rivolte al sud per concentrarsi col nemico più agguerrito e chiedendo a Roberto di divenire vassallo della Chiesa. Accettata la proposta e l’alleanza, divenne duca di Puglia, Calabria e Sicilia.

La cosa non andò giù ai Normanni stessi che non volevano assolutamente essere sotto l’egida papale e macchinarono untiti per minare la riuscita della campagna meridionale del Guiscarod. Infatti, poco dopo, si dovvette di nuovo rintanare in Puglia e ricominciare da lì.

Però le sue mire nel sud dell’Italia permanevano e deciso a conquistarla, affidò a Ruggero (18), il fratello, la riuscita siciliana, mentre lui preparava l’assedio ad uno dei maggiori porti bizantini e ultimo baluardo della Puglia, ovvero Bari.

Dal 1068 al 1071, Roberto si concentrò sulla riuscita dell’assedio, ma a causa dei continui rifornimenti marittimi, non accennava a cadere. Nell’agosto del 71, finalmente dopo 3 anni, la Puglia era in mnao ai Normanni. Molto più facile fu la resa della Sicilia che in un solo anno dovette rinunciare sia a Catania prima sia a Palermo poi, ma ancora una rivolta dei suoi baroni lo costrinse al ritorno in Puglia.

Queste mosse destabilizzanti dei suoi stessi conterranei, portavano Roberto a non riuscire ad avere una carriera forte e sostenuta, infatti anche l’anno seguente, quando pose fine alla dinastia dei Longobardi (19) in Italia, scinfiggendo Gisulfo (20) a Salerno. I baroni si rivoltarono e con esso il papa che non apprezzava le sue mosse.

Nonostante questo, per paura che Roberto stringesse alleanze con il re germanico Enrico IV (21), che avrebbe sancito una forza molto importante, il papa decise di dargli carta bianca e Roberto, assicuratosi una certa tranquillità in Italia, potè espatriare per guardare a est, dove le mire per la sconfitta dell’Impero bizantino lo portavano.

Dopo la vittoria a Durazzo dovette però tornare a Roma per aiutare il papa contro Enrico IV che però prima dell’arrivo del Guiscardo tolse l’assedio alla città eterna, così che Roberto potè liberare il papa. L’ennesima campagna contro i bizantini questa volta fu fatale al Guiscardo. Una violenta epidemia conlse il suo esercito e lo decimò in parte, ma lo stesso duca decise di continuare la campagna e nel luglio del 1085 morì di malattia, lasciando un ducato molto debole per le continue rivolte che portò lo stesso fratello Ruggero, ormai in pianta stabile in Sicilia, ad inglobare anche il ducato del fratello.

Era alto e imponente, dalla carnagione chiara e dai capelli biondi, cosa che metteva una grande soggezione, portata anche dal suo viso duro e sempre corruciato. Il suo spirito di adattamento gli consentì di trovarsi sempre in posizione di vantaggio rispetto all’avversario, che gli consentì di affibbiargli anche l’appellativo di Guiscardo, ovvero astuto. Fu inoltre un abile stratega che usava la cavalleria pesante normanna per frangere le linee nemiche che finiva con la fanteria.

L’unico motivo di critica fu la brama con cui intendeva conquistare territori. Se avesse consolidato i territori conquistati, avrebbe evitato molte ribellione che lo fecero frenare nel corso della sua storia. Infatti, avendo tali appoggi avrebbe potuto tranquillamente assurgere a reggente dell’Impero bizantino, la sua mira più grande.

Alessio I Comneno
Alessio I Comneno

Alessio I di Bisanzio

Alessio fu uno degli imperatori con la carica più lunga della storia. Nacque da Giovanni Comneno (22), generalissimo d’Oriente, e da Anna Dalassena (23), figlio terzogenito e terzo di una numerosa famiglia. Nonostante Alessio mostrava già dalla tenera età di volere aspirare a ruoli alti nella Società, il padre Giovanni, dopo che il fratello Isacco abdicò in suo favore, decie di rifiutare la reggenza dell’Impero, facendola slittare verso un altro uomo della famiglia, decisione che portò alla sucessione rapida e non poco sanguinolenta di molti imperatori.

Alessio già nell’adolescenza entrò sotto l’egida di Costantino X Ducas che gli affidò già la sua prima campagna militare contro i Turchi Selgiuchidi (24), dove si distinse per la sua grande abilità strategica, che già alla tenera età di 14 anni mostrava. Poi andò sotto Romano IV Diogene (25) dove ottenne la carica di generale grazie alla sua bravura contro i potenti Turchi.

Successivamente si mostrò insieme al fratello Isacco (26) ancora più abile grazie alle opportunità offerte da Michele VII Ducas (27) e Niceforo III Botaniate (28) di combattere contro le ribellioni in Tracia (29), Epiro (30) e Asia Minore. Nonostante le mosse per aiutarlo nelle ribellioni, Niceforo cominciava ad essere geloso dei successi di Alessio che smebrava destinato a ben oltre l’essere generale.

Vennero disposti molti assassini per l’omocidio di Alessio e del fratello Isacco, che costrinse i due fratelli a rallentare la loro ascesa per concentrarsi sugli attacchi intestini. Questo è quello che dice la figlia Anna secondo le parole del padre, anche se all’epoca ci furono molte guerre civili e l’eventuale assassinio di due che aspiravano al massimo era solo l’ultimo atto di una lunga e pressante battaglia.

Coincidenza è che Alessio si dovette vedere affrontare non uno, ma ben quattro reggenti di nome Niceforo. Niceforo Briennio (31) fu il primo ad essere eliminato da Roberto e in rapida successione anche Niceforo Basilacio (32), entrambi al servizio di Botaniate.

Alessio era ormai diventato Grande Domestico (33) e si dovette confrontare per l’ennesima volta con un uomo dell’imperatore, Niceforo Melisseno (34), insorto a Nicea (35) per il quale però non mosse un dito, anzi cercò di entrare nelle grazie della nobiltà facendosi prendere sotto l’ala proterrice di Maria d’Alania (36), prima soposata con Michele VII e in seconde nozze con Botaniate, riuscendo nell’impresa di non essere toccato dall’imperatore.

Successivamente, altra mossa molto astuta, la famiglia dei Comneni si alleò con l’eterna rivale, la famiglia dei Ducas, sposando Irene Ducaena (37) e in seguito ottenendo l’importante appoggio di Giovanni Ducas e il suo braccio destro, Giorgio Paleologo, che convinse ad aiutarlo nelle varie ribellioni in seno ai suoi possedimenti.

Nel frattempo ottenne anche i favori di Niceforo Melisseno che era convolato a nozze con la sorella Eudocia Comnena (38). Questo portò un avvicinamento sostanziale di Alessio all’Impero che con l’aiuto di Niceforo l’usurpatore, si riunì a Tzurullon (39), portando con sé il suo esercito e venne nominato imperatore. Niceforo Botaniate non potè far altro che rintanarsi in un monastero, non avendo uomini sufficienti a battere le due famiglie e a dire qualcosa sulla decisione.

Unico compromess fu l’adozione, una volta imperatore, di Costantino Ducas che sarebbe diventato suo erede una volta che Alessio fosse morte o avesse abidcato. La reggenza di Alessio fu caratterizzata da molte campagne tra cui appunto la prima crociata, indetta da papa Urbano II (40), successiva al Concilio di Clermont (41), propugnata proprio dalle stesse parole del papa che furono la causa scatenante dell’approdo in Terrasanta.

Non riuscendo nell’intento di conquistare Antiochia (42), si completò la prima crociata, seguita da una secondo conflitto contro i Normanni ormai privi del Guiscardo. La figlia Anna continua nella sua Alessiade (43) a parlare della vita del padre che finì non con pochi dolori. Infatti era afflitto da gotta, oltre a non avere mai appetenza e ciò lo faceva dimagrire sempre più, tanto che si dice fosse scheletrico a tal punto da non reggersi da solo.

Oltre a dover lottare con condizioni di salute cagionevoli, ci fu un ulteriore distacco con la moglie Irene (sempre e comunque di una famiglia rivale) che in accordi con Niceforo Briennio, tramava per togliere potere al marito e darlo all’amante, costituendo di fatto un titolo ad personam, panhypersebastos (44).

Proprio a causa delle condizioni, della poca tranquillità, data solo dalla figlia Anna, Alessio morì di enfisema polmonare. Alessio però ebbe ben nove figli, tra cui Giovanni II Comneno (45), che divenne imperatore alla morte del padre e Isacco Comneno, che molti chiamano il preferito di Alessio.

Roberto, dichiarato duca di Puglia e Calabria da papa Niccolò II
Roberto, dichiarato duca di Puglia e Calabria da papa Niccolò II

Il campo di battaglia

Guiscardo dunque si era attestato in Albania dove stava programmando la sua ascesa al potere al trono di Bisanzio. Partendo dalle parole già dette sul lungo assedio perpetrato a Durazzo, si comincia a stilare un breve rapporto sulle forze in campo.

Il Guiscardo aveva con sé, fin dall’inzio un esercito abbastanza numeroso, ma sicuramente superiore a quello di Alessio. All’inizio contava anche 150 navi, ma nel proseguo della campagna non sarebbero servite.

Assieme ai 30.000 effettivi del suo esercito, compresa la temutissima cavalleria normanna c’erano uomini fidati al Guiscardo: Boemondo d’Antiochia (46), primogenito di Roberto, principe di Taranto e colui che tornò tra gli applausi dopo la prima crociata indetta da papa Urbano e Amico di Giovinazzo (47). Dalla parte avversa Alessio, che si apprestava a dare man forte a Durazzo giungendo all’insaputa di tutti, aveva un esercito minore nel numero, 20.000 effettivi, ma più fresco rispetto a quello normanno, segnato da giorni di assedio.

Nonostante Alessio volesse attaccare subito il nemico appena arrivato savanti alla fortezza, sconsigliato vivamente dal secondo Paleologo, e nonostante non fossero stati mandati dei messaggeri a Durazzo, il Guiscardo, grazie alla sua rete di spie, riuscì a scoprire della venuta dell’avversario.

Qui Roberto diede adito al suo nome, giocando con il tempo e con le parole, proponendo a Alessio delle condizioni di pace, svantaggiosissime per l’imperatore, ma atte semplicemente a guadagnare del tempo, in modo da essere completamente pronto alla battaglia e totalmente organizzato. Roberto suddivise in tre grandi parti il suo esercito, ponendosi ovviamente lui stesso nel tronco centrale, mentre a sinistra pose il figlio Boemondo e a destra Amico di Giovinazzo.

Alessio fece la medesima cosa, stanziandosi nel centro a comando dei Variaghi (48), a sinistra Gregorio Pacuriano (49), mentre a destra il nuovo alleato Niceforo Melisseno. A completare il quadro, il secondo, Giorgio Paleologo e Tatikius (50), discendente dai saraceni. La posizione, la prestanza e la solidità dei Variaghi furono un’arma in più per la fase iniziale della schermaglia.

L’imperatore fu il primo ad attaccare, avanzando con calma verso l’avversario e disponendo davanti agli arcieri proprio i Variaghi che si aprivano e si chiudevano prima per permettere l’offensiva dei tiratori, poi per difendelri da possibili attacchi.

Il Guiscardo capì subito che il problema risiedeva nei Variaghi, che coprendo le line di tiro, non permetteva all’esercito di avere la meglio. Prima cercò con un offensiva della cavalleria di intaccare e smembrare le fila centrali dell’imperatore, ma non ci riuscì, rimandato indietro dalle frecce degli arcieri.

Nello stesso istante Amico prese la sua fase destra e attaccò la congiunzione tra centro e sinistra per dividerla, mentre Roberto attaccava al centro, sperando di mandare in rotta una parte dell’esercito, ma la cavalleria del Guiscardo respinta lasciò da solo Amico, mentre i Variaghi praticamente da soli respingevano l’offensiva tenendo la posizione, mentre Pacuriano finiva il lavoro e mandava al contempo in fuga Amico che scappò verso il mare, inseguito dai Variaghi.

Punto focale e snodo importante della schermaglia fu la presenza e l’intervento di Sichelgaita (51), una principessa guerriera che il Guiscardo aveva sposato innamorato della sua forza. Questa donna, oltre ad essere descritta come essere temibile e carismatico e chiamata da Anna “una seocnda Atena”, ingaggio i Variaghi, tenendoli a scacco e ponendo il marito nella situazione di attaccarli con la fanteria.

Ormai stanchi per l’inseguimento, portato dalla frenesia di un’imminente vittoria, i Variaghi vennero trucidati e i superstiti si rintanarono in una chiesa che prontamente i normanni misero al rogo che decimò ogni singolo Variago. La situazione ora si faceva più favorevole per il Guiscardo. Vero che Amico aveva disertato ed era senza fianco sinistro, ma è anche vero che l’arma principale dell’esercito di Alessio era stata completamente annientata, mentre a lui rimaneva ancora la sua temibile cavalleria pesante.

La cavalleria dunque, fino a quel momento rimasta in riserva, attaccò con tutta la sua potenza il centro, provocando un tale trambusto e terrore che sia i Turchi sia i Bogomili (52) davanti ad Alessio fuggirono in preda al panico. Anche lo stesso Alessio, ormai senza difese dovette darsi alla fuga. Prima lo inseguì Amico, ormai ripreso dalla rotta della sua parte, ma con abilità l’imperatore lo sconfisse, poi dai lancieri di Boemondo, ancora una volta ricacciati dal sovrano e infine Alessio riuscì a fuggire, senza perdere ulteriori uomini.

L’accampamento venne ovviamente saccheggiato e ogni richhezza depredata.

Le perdite sia da una parte che dall’altra non sono ingenti soprattutto per le varie rotte provocate da una e dall’altra parte. Nelle file di Alessio si contano 5.000 morti, compreso Costantino, il figlio dell’imperatore Costantino X, e Niceforo Melisseno mentre tra le file normanne il numero è sconociuto.

Si narra che alla fine della contesa, il Guiscardo fece il nome di trenta uomini, chiamandoli ad uno ad uno, commemorandoli, perchè quelli erano gli unici deceduti tra le sue fila. Le urla di gioia per la vittoria schicciante si sentirono lontano dalla città, ma ovviamente trenta soli deceduti è una cifra troppo irrisoria per poter essere creduta, soprattutto epr quanto successo in battaglia.

Quello che venne poi

Fin dal 1071, ci fu la battaglia di Mazinkert che sancì una pesantissima sconfitta per l’Impero bizantino a favore del sultano selgiuchide Alp Arslan (53), dove morirono quasi 50.000 uomini e perdendo parte dell’Anatolia (54), importante snodo commerciale.

Dieci anni dopo, sempre l’Impero bizantino, ora sotto Alessio e non pià sotto Romano IV Diogene, dovette rinunciare a quella fascia costiera soccombendo sotto i copi del Guiscardo. Oltre a dovere perdere la supremazia in Anatolia, cuore pulsante dell’impero, Alessio presto avrebbe anche dovuto cedere parte dei Balcani, compromettendo duramente la sua posizione.

Il Guiscardo non ci mise molto a prendere Durazzo e così anche tutta la parte settentrionale della Grecia, motivo che costrinse Alessio a scendere a patti con Enrico IV (55) per distruggere la supremazia territoriale normanna in Italia. Mentre però il Guiscardo tornava nel sud dello Stivale per affrontare il nemico, Alessio, deciso a riprendersi il mal tolto, incorse in Boemondo che non una ma ben due volte lo sconfisse in campo aperto.

Finalmente nel 1083, l’impero di bisanzio era salvo, visto che Alessio era riuscito a togliere la suremazia normanna dai Balcani e così si poteva concentrare a riprendersi il sud dell’Italia. Senza il Guiscardo sarebbe stato poi anche più semplice.

Note

  • 1: 1006 – Costantinopoli, maggio 1067.
  • 2: Costantinopoli 1056 – Costantinopoli, 15 agosto 1118.
  • 3: Cappadocia, 1030 – Isola di Proti, 29 giugno 1072.
  • 4: Costantinopoli, 1050 – Efeso, 1090.
  • 5: 1001 – Costantinopoli, 10 dicembre 1081.
  • 6: Roberto d’Altavilla; Hauteville-la-Guichard, 1025 – Cefalonia, 17 luglio 1085.
  • 7: 1074 – 1096.
  • 8: Studion, 1005 – Costantinopoli, 1061.
  • 9: 1058 – San marco Argentano, 3 amrzo, 1111.
  • 11: metà del XI secolo – inizi del XII secolo.
  • 12: 2 dicembre 1083 – 1153.
  • 13: non si sa nulla di questa donna.
  • 14: tra il II e il VII secolo, imperversarono dal corso del fiume Elba fino all’Italia centrale, proveniendo dalla zone germaniche da dove nascevano.
  • 15: Cotentin, 1010 – Orsara di Puglia, 10 agosto 1051.
  • 16: Pandolfo IV di Capua; nascita sconosciuta – Capua, 19 febbraio 1050).
  • 17: Cotentin, 1010 – Venosa, 1057. Era fratello gemello di Drogone.
  • 18: conosciuto anche come il Gran Conte Ruggiero; Hauteville-la-Guichard, 1031 – Mileto, 22 giugno 1101.
  • 19: vedi nota 14.
  • 20: Gisulfo di Salerno; 1030 – Sarno, 1090.
  • 21: Goslar, 11 novembre 1050 – Liegi, 7 agosto 1106.
  • 22: Scholai; Costantinopoli, 1020 – Costantinopoli, 12 luglio 1067.
  • 23: 1025 – 1105.
  • 24: tra l’XI e il XIV secolo dominavano l’Asia Centrale e il Medio Oriente. Discendono dai Turchi e hanno la religione musulmana sannita come principale fede.
  • 25: vedi nota 3.
  • 26: vedi nota 8.
  • 27: vedi nota 4.
  • 28: vedi nota 5.
  • 29: regione comprendnete la punta della Penisola balcanica, il nordest della Grecia, il sud della Bulgaria e la parte della Turchia strettamente europea.
  • 30: regione che si instaura tra la Grecia e l’Albania e comprende Grecia nordoccidentale e Albania meridionale.
  • 31: Orestiada, 1062 – Costantinopoli, 1137.
  • 32: non si conosce nulla di quest’uomo.
  • 33: o Megas Domestikos; era una carica data al generale in capo dell’esercito bizantino. Quando l’Impero ottenne la sua massima espansione, questa carica in contemporanea avea due eletti, il generale d’Occidente e quello d’Oriente.
  • 34: metà dell’XI secolo – Durazzo, 18 ottobre 1081.
  • 35: città della Turchia nord-orientale, vicina a Istanbul. Ora ha il nome di Iznik.
  • 36: 1050 – 1104.
  • 37: 1063 – Costantinopoli, 19 febbraio 1033.
  • 38: 1050 – 1103.
  • 39: città della Tracia.
  • 40: Ottone di Lagery; Chatillon-sur-Marne, 1040 – Roma, 29 luglio 1099.
  • 41: chiamato anche Appello di Clermont, avvenne il 27 novembre del 1095.
  • 42: città meridionale della Turchia.
  • 43: scritta nel 1148 in lingua greca, racconta le gesta del padre di Anna Comnena, Alessio I.
  • 44: significa “sopra tutti onoratissimo” ed è stato creato ad hoc per Niceforo Briennio, testimonianza di come i titoli oramai nell’Impero bizantino, non valessero quasi più niente.
  • 45: 13 settembre 1087 – 8 aprile 1143.
  • 46: vedi nota 9.
  • 47: Amico di Trani; nasce nel XI secolo come cavaliere normanni e divene signore di Terlizzi e Giovinazzo, comuni in provincia di Bari.
  • 48: con questa nome si identificano i Vichinghi che dalla Svezia migrarono verso oriente fino a giungere sotto l’egida dei bizantini. Si distinsero nel corso della storia come abili e fedeli mercenari, anche se per acquisire più ricchezze si davano al commercio e ala pirateria.
  • 49: non si conosce nulla di quest’uomo.
  • 50: 1045 – 1100.
  • 51: Sichelgaita di Salerno; 1036 – 16 aprile 1090.
  • 52: i Bogomoli furono una setta eretica religiosa contro al religione cristiana e crearono il movimento del Bogomilismo. Si stanziarono nei Balcani, dove entrarono in contatto con Bisanzio. La loro nascita derivadai pauliciani, setta di asceti che nasce nell’Armenia intorno al VII secolo.

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