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Battaglia di Eraclea

Battaglia di Eraclea

  • Luogo: Eraclea (Basilicata)
  • Data: 280 a.C.
  • Eserciti: Repubblica romana e Epiro
  • Esito: vittoria di Pirro

La battaglia di Eraclea

Come sempre, poter descrivere una battaglia è possibile anche grazie al lavoro documentaristico degli storici del tempo, prevalentemente latini e greci, che fino ad oggi sono riusciti a tramandarci storie e resoconti delle battaglie e degli spostamenti militari dei vari popoli.

In questo frangente bisogna fare riferimento soprattutto a Plutarco (1), personaggio che nella suddetta battaglia ha dato un apporto non indifferente per raccogliere materiale abbastanza da portar e un discorso unitario e particolareggiato.

Vita di Pirro (2) è proprio il documento ufficiale con cui gli storiografi hanno iniziato a leggere l’evento, ma ancora qualche parte sfuggiva. Per fortuna, questo generale aveva anche nelle sue file scrittori che documentassero le sue imprese e inoltre tutti questi resconti sono arrivati fino ai giorni nostri quasi intatti.

Alcuni di questi autori, tra cui su tutti Plinio il Vecchio (3) e Tito Livio (4), rispettivamente con Naturalis Historia (5) e Ab Urbe condita libri (6), assecondano le parole del loro collega sopra citato e completano un quadro alquanto veritiero e preciso della situazione ad Eraclea nel 280 a.C..

Per porre un esempio, grazie ai documenti di questi tre scrittori, abbiamo una numerazione precisa per collocare l’accampamento di Pirro prima della contesa. Se dalle parole di Plutarco il chilometraggio aveva variazioni pressochè enormi, con le aggiunte degli altri due storiografi, si può con fermezza accettare una distanza dalla città di 6.5 Km e 11 Km dal Mar Ionio, completando così un quadro che altrimenti sarebbe vago.

Non solo Plutarco, Tito Livio e Plinio il Vecchio ad assecondare il lavoro dei contemporanei storiografi, ma anche altri nomi illustri o meno aiutano nella stesura del racconto storico: Appiano di Alessandria (7), con Storie di Roma, le guerre sannite (8), Eutropio (9), con Breviarium ab Urbe condita (10), Sesto Giulio Frontino (11), con Stratagemmi (12), o Strabone (13), con Geografia (14). Questo conglomerato di menti ha permesso di estrapolare valenti fonti e ha annoverato la battaglia di Eraclea tra gli scontri tramandati con più precisione.

Il periodo in questione vedeva l’ancora Repubblica Romana (15) nel suo momento di migliore stato espansionistico. L’idea per aumentare considerevolmente la potenza che avevano iminciato a mostrare, risiedeva nello scontro, nel primo scontro, tra i Romani e le poleis (16) greche.

Questa mossa poteva essere rischiosa vista la salda politica di queste città-stato, ma anche molto proficua, poiché avrebbe avperto numerosi sbocchi commerciali che avrebbero esponenzialmente espanso il dominio romano.

Anche se da tempo era maturata questa folle idea, la situazione nel mondo ellenistico permetteva ora di approcciare in maniera totalmente diversa, visto che la situazione in Magna Grecia e in Grecia non era delle migliori, vicina ad un tracollo a causa delle continue scorribande dei Bruzi (17) e dei Lucani (18).

Taranto su tutte era una città potente e vicina alle mire settentrionali, ma l’avanzata romana a sud, non permetteva agli elleni di provare questa avanzata nell’Apulia. Come si ricorda in molte situazioni, la politica romana risiedeva nell’attendeismo politico, ma nell’espansionismo rapido. Infatti, nonostante le buone relazioni con le poleis, era giunto il momento di tralasciare le pacificazioni politiche e ricorrere quindi alle azioni belliche, che avrebbero portato in seguito a maggiori profitti.

Dopo frequenti aiuti chiesti dai tarentini ai mercenari spartani, per via della pressione lucana, ci fu un momento di stacco dagli accordis tipulati cinquant’anni prima coi Romani, ponendo di fatto fine alle relazioni pacifiche tra i due mondi.

Infatti nel 282 a.C., dieci navi romane entrarono nei territori di Taranto violando il patto che due generazioni prima era stato indetto. Gli abitanti si sentirono in dovere di attaccare, affondando quattro navi e catturandone una quinta. Il risultato seguente fu uno spodestamento dei nobili nella vicina Turi (19), per riposizionare la cara democrazia ellenica, e asttendere la risposta romana.

Arrivò puntuale, ma senza ripercussioni, portando ambiasciatori in azione diplomatica, ma vennero derisi e umiliati davanti ad un’enorme folla. Dopo un seguente e fallimentare richiesta di liberazione dei prigionieri, i Romani passarono ovviamente all’azione bellica, cominciando a radunare l’esercito necessario all’attacco. Di contro parte, sicuri della propria inferiorità, gli abitanti di Trapani chiesero aiuto al re dell’Epiro (20), Pirro (21), che da sempre era conosciuto per le sue doti belliche.

Fu così che la battaglia di Eraclea ebbe inizio, due anni dopo la scintilla che la scatenò, tra i Romani, capeggiati da Publio Valerio Levino (22), e la Magna Grecia, aiutata da Pirro e dai guerrieri dell’Epiro.

Pirro, re dell’Epiro

Pirro
Statua di Pirro raffigurato come dio della guerra

Per riassumere brevemente quale sia la fortuna di questo generale conosciuto e amato, tanto da essere richiesta la sua presenza in guerre con i suoi alleati, basti pensare alla zona, l’Epiro, dove lui stesso regnava. Questa zona, ora attuale Albania, era poco appetibile per le grandi potenze mondiali, scarsa per quanto riguarda le risorse naturali e ininfluente per quantor iguarda invece la posizione portuale.

Il re quindi godeva non solo di un’ottima presenza, un abilità tattica invidiabile e una concezione militare alta, ma aveva dalla sua anche un libertà di movimento dovuta allo snobismo delle altre fazioni.

L’unica sua formazione politica e militare la ebbe fin da bambino, nel 318 a.C.. Figlio di Eacide (23) e poi affidato alle cure di Glauco (24), intraprese fin dalla tenera età l’aprendistato per diventare regnante. Nelle sue vene scorre il sangue dei Molossi (25), popolo legato sia ai Macedoni (26), infatti Pirro ha una lontana parentela con Alessandro Magno (26), sia ad Achille (27), guerriero leggendario anch’esso lontanamente imparentato con Pirro.

Nonostante il piccolo regno che si apprestava a comandare, per altro continuamente segnato da lotte interne da cui Pirro uscì vincitore, l’idea espansionistica era legata a aspetti molto più ampi.

In seguito alle lotte vinte nella sua regione, ebbe contatti importanti con l’Egitto, in particolare con Tolomeo (28), del qaule sposò la figlia Antigone (29), dopo essere stato invito come ostaggio dai falsi alleati macedoni, con i quali aveva combattuto fianco a fianco per la guerra dei Diadochi (30).

Sempre dalla Macedonia però arrivò la sua fortuna: infatti appogiando alla reggenza Cassandro (31), lo aiutò a salire al potere e in seguito ottenne dal nuovo capo espansioni territoriali di tutto rispetto.

Pirro era intraprendete, tamente tanto da trattare con il nemico del suo alleato, ottenendo il governatorato della Grecia, per poi ritornare sui suoi passi e avanzare pretese sulla Macedonia, paese per cui nutriva una certa propensione. L’alleanza finiì presto con Lisimaco (32), e si traformò ben presto in lotta, nella quale Pirro ebbe la peggio, ridimensionando notevolmente le sue mire, motivo per cui, otto anni dopo decise di correre in aiuto di Trapani e ottenere i favori di un popolo che risiedeva in una zona commercialmente molto valida.

Pirro da lì, avrebbe poi intrapreso la sua politica espansionistica in Italia, risalendola con i suoi temibili elefanti.

Nonostante la vittoria a Eraclea, Pirro si rese conto di non poter avere una vita lunga qualora avesse intrapreso la campagna italiana che si era prefissato e infine declinò su Sparta. In questa campagna fallì, portandolo verso non solo la sua fine come militare ma anche verso la sua morte.

Infatti, mentre si leccava le ferite, venne colpito da un tegola lanciata da un vecchia che si era affacciata al suuo passaggio. Colpito all’altezza del collo, la colonna vertenbrale si ruppe, lasciandolo inerme. Antigono (33), soldato che accorse in quel momento, per portare la porva della morte di Pirro al suo comandante cominciò a tagliare la testa dell’epirota, solamente che Pirro era ancora vivo, e accortosi della situazione troppo tardi lo tagliò all’altezza del mento.

Pirro fu considerato da molti, persino da Annibale (34) e Scipione (35), superiore come condottiero, tanto da essere paragonato perfino ad Alessandro Magno. Ma la sua abilità bellica veniva meno a causa della poca pazienza che dimostrava. Infatti, dotato di poco acume tattico, la sua brama risultava molto legata ad un concetto di espansione
bambinesca, volta solamente al potere e ciò non gli giovava, tanto da non imbonirsi le poolazioni straniere che andava a combattere, le quali puntualmente gli si rivolatvano contro.

Pirro è inoltre conosciuto come un sovrano mercenario, capace di mostrarsi sottendente anche agli altri re con cui combatteva per ottenere in seguito profitti.

I Romani repubblicani e i Consoli

Elefanti da guerra nella battaglia di Zama; 18 ottobre 202 a.C.
Elefanti da guerra nella battaglia di Zama; 18 ottobre 202 a.C.

Passata dall’oligarchia repubblicana (36), la nascente Repubblica romana cadde sotto l’egida degli Etruschi, mentre le istituzioni monarchiche stavano lentamente ed inesorabilmente cedendo il passo. Fu propriom questa situazione a fare cambiare radicalmente l’aspetto della Roma città stato, mutando in un complesso e espansionistico mondo dotato di disciplina e valore bellico. In poco tempo la sua egemonia si ampliò talmente tanto da risultare molte volte più grande dell’inizio.

Dopo la cacciata dei re da Roma, la nascita della nuova Repubblica, grazie alla componente etrusca nella cittadinanza, Roma dovette combattere e molto duramente per emergere tra le città latine, da cui per altro era stata esclusa, a causa di quella componente etrusca già citata. Il Senato (37) e i Consoli (38), appartenenti a varie famiglie di spicco della cittadinanza, erano le figure più importanti di questa nuova forma politica e sociale e che stava prendendo piede nel mondo come grande potenza.

Nonostante la partenza repubblicana sotto l’egida degli Etruschi, in seguito Roma dovette combattere proprio con essi per porre fine a scorribande che stavano intaccando notevolmente la supremazia territoriale in alcuni luoghi dell’Italia. In seguito ci furono le guerre celtiche (39) fino ad arrivare alle guerre sannitiche (40), anticamera di quella battaglia fallimentare che però non compromise l’avanzata italiana in Magna Grecia dei Romani.

Queste guerre sannitiche nacquero dall’idea romana di espandere i propri domini a sud dell’Italia appunto, per ottenere quei favori commerciali nel Mediterraneo che a pochi erano concessi.

Tutta questa complessa opera espansionistica era stata decisa da molto tempo, da quando venne costruita la via Appia, nonché la fondazione di colonie latine, ottimi approdi per aumentare non solo la conquista territoriale, ma anche il futuribile addomesticamento delle zone conquistate.

Proprio questo processo portò allo scontro nella battaglia di Eraclea, portato dai dissidi con la città di Taranto. In quella aperta campagna, tre furono i personaggi romani che incapparono nell’abilità di Pirro: Lucio Emilio Barbula (41), comandante della prima armata, Tiberio Coruncanio (42), console a cui era affidata la terza armata e il già citato Publio Valerio Levino, con la sua quarta armata.

80.000 uomini, composizione di otto legioni (43), divise in quattro armate, tra cui la seconda alla quale non si può attribuire un comando ben preciso.

Lucio Emilio Barbula era il generale in capo, addetto alla suddivisione dei compiti di tutte le legioni. Il suo compito e della sua armata era stanziarsi a Venosa (44) per impedire ai popoli sanniti e lucani di correre in aiuto del giungente Pirro. Il problema dunque, baluardo che si frapponeva tra i Romani e la vittoria, era giustamente il generale epirota.

A seguire la seconda armata che aveva il compito di difendere la capitale. Il motivo risiedeva nel fatto che le mire di Pirro erano sempre rivolte alla conquista immediata del fulcro nemico, se possibile. Barbula diede ordine quindi di posizionare questa armata a difesa nel qual caso Pirro deviasse da Taranto per dirigersi direttamente a Roma.

L’armata capitanata da Tiberio Coruncanio doveva occuparsi di uno dei problemi più ardui di tutta la campagna di conquista: gli Etruschi. Questo popolo aveva dei contatti pacifici con Pirro e ciò poteva significare un’alleanza provvisoria per il nemico comune, ovvero i Romani. Dunque la terza armata venne fatta giungere ai confini dei territori etruschi, non per controllarli, ma per attaccarli direttamente.

Infine l’onere di affrontare in battaglia il re avversario venne dato al console Levino. Infatti questi avrebbe dovuto invadere la Lucania, per giungere e conquistare Taranto, ma incorse in Pirro che si era stanziato nella vicina Eraclea. Facendo così, oltre ad avere un vantaggio, poteva inoltre bloccare l’avanzata di Pirro che con situazione favorevole si sarebbe diretto a sud per chiedere aiuto agli alleati greci in Calabria, i Bruzi e i Lucani.

La battaglia

Battaglia di Eraclea

Appostati entrambi gli accampamenti ad Eraclea, la sistemazione degi eserciti aveva dunque inizio. Da un lato le legioni romane, disciplinate e precise nei compartimenti assegnati, coadiuvate da alleati italici che fortificavano non solo le divisioni dell’armata, per proteggere le legioni, ma davano un apporto strategico favorevole per affrontare alleati italici di Pirro.

Il conto complessivo variava tra i 19.200 e i 22.400, anche se si può optare per un’azzardevole visione tratta dalla disciplina romana. Probabilmente infatti si può stimare a 21.800, ovvero 20.000 legionari e 1.800 cavalieri alleati. C’erano anche alleati di fanteria, ma erano stati addestrati come legionari e quindi inglobati all’interno della formazione principale.

Per la precisione: due ali di cavalieri a proteggere il reparto di fanteria centrale, ognuna composta da 1.200 cavalieri, di cui 900 alleati posti a copertura dietro i legionari a cavallo. Subito all’interno, collegate alle unità di fanteria, due grandi ali di socii italici composte entrambe da 650 triari (45) posti dietro, a cui il compito di intervenire nel qual caso le prime due linee vengano distrutte, 1400 principi (46) davanti, soldati d’esperienza che lanciavano dapprima le loro aste e poi si gettavano nelle mischia qualora gli astati davanti a loro non riuscivano nell’intento di intaccare le forze nemiche. Poi appunto gli astati (47), in 1400 anch’essi, che come i principi lanciavano dapprima l’asta e poi utilizzavano il gladio, corta spada, in corpo a corpo.

L’unica differenza stava nell’esperienza che avevano in battaglia. Spesso infatti gli astati, dopo numerose battaglie, se avevano credenziali giuste, passavano nelle retrovie come principi. Davanti, a formare la prima linea, diversamente da quanto approntato nella classica disposizione del Roma repubblicana che non li prevedeva, i veliti (48), dotati di aste leggere e dalla punta malleabile capace di penetrare nelle armature e costringere il nemico a compaginamenti frettolosi o divisioni strategiche.

C’è un piccola nota però: tra principi e astati il numero non variava mai, rimaneva fisso sui 1.200 per reparto, mentre i triari erano sempre in numero di 600. Se ciò fosse vero, il numero iniziale delle due legioni romane sarebbe intorno ai 19.200 soldati, compresi i cavalieri. Contando però anche i veliti, nuova intuizione della neo armata repubblicana, possiamo anche dedurre che ci sia un cambiamento anche nelle compagini arretrate, anche se gli storiografi moderni optano considerevolmente verso i 19.200.

A concludere l’armata, le due compagini di fanteria interna, composta da cittadini romani, in numero uguale rispetto alle ali di fanteria dei socii.

Dall’altra parte circa 31.000 effettivi (quasi certi gli storiografi su questi dati): colonna portante della formazione erano gli opliti (49), fanteria abile e addestrata che nasceva nella Grecia Antica e presa in prestito da Pirro vista la forza di questi soldati e la duttilità che offriva. Ovviamente disposti a falange, come prevedeva la disposizione dell’epoca si contavano in 20.000. 3.000 invece erano i cavalieri, strumento poco usato da Pirro, ma molto efficace per le unità in rotta. Questi cavalieri comprendevano anche delle forze provenienti dalla Tessaglia (50). Staccati e organizzati a sé, 3.000 hypaspistai (51) comandati da Milone di Taranto (52), solitamente disposti di fianco alla fanteria, in questo caso gli opliti, per proteggerli con le loro lunghe lance, chiamate sarisse.

Dalla Grecia venivano inoltre 2.000 arcieri, utilizzati come semplice mossa ausiliaria per infastidire il nemico. A coadiuvarli, 500 frombolieri di Rodi, utilizzati come arma iniziale per scompaginare il nemico e impegnarlo grazie alla gragnuola di sassi lanciati da questi formidabili tiratori. Ad aiutare in battaglia, ausiliari venuti da Taranto, che contavano sia opliti che cavalieri, in numero di 2.500 unità. A concludere il tutto, l’arma clou di Pirro, gli elefanti; 20 elefanti difficili da ferire grazie alla loro spessa pelle e complicati da aggiare e da fermare, per la loro frenesia nel combattimento.

La battaglia poteva dunque iniziare.

Pirro si era posizionato col suo accampamento tra Eraclea e Pandosia (53), probabilmente
più vicino alla prima come distanza, cercando di sfruttare anche il fiume Sinni (54) e ottenerne i favori.

Mandò subito il suo fido ambasciatore Cinea (55) a trattare con i Romani, prima del loro arrivo nella piana. Questi però rifiutarono ogni forma di mediazione con le colonie della Magna Grecia e Levino si appostò vicino al fiume che divideva ora i due eserciti.

Pirro vista la disposizione e la disciplina ferrea dei Romani, rimase esterrefatto, tanto da esaltare la loro forma di arte bellica con il suo più fidato generale, Megacle (56). Decise di aspettare la prima mossa del nemico.

Levino quindi guadò il fiume per attestarsi proprio davanti ad esso e così avere un riparo e un’arma da utilizzare, arma a doppio taglio visto e considerato che sarebbe potuta diventare anhce una trappola. Levino non aveva rifornimenti sufficienti a restare a lungo su quella piana e dovette per forza fare la prima mossa.

Pirro che stava a guardare, nonostante la grande occasione di attaccare durante il guado per spezzare l’esercito avversario, inspeigamilmente si attardò e la sortita offensiva della sua cavalleria fu un buco nell’acqua; anzi, la cavalleria romana, vista l’ala sguarnita dai cavalli di Pirro, attaccò la fanteria greca che si era portata avanti, costringendola ad una rapida ritirata per non essere accerchiata. Cavalleria che tempestivamente fu contrattaccata grazie all’ordine dell’epirota di mandare i suoi cavalieri tessalli e macedoni contro i romani.

Intanto Pirro aveva dato ordine alla sua fanteria, agli arcieri e agli olpiti di marciare portandosi a ridosso degli avversari. Fu così che gli olpiti in fomrazione a falange, cominciarono a portare numeroso cariche, sette per la precisione, ma intaccando poco la retroguardia romana, anche se la prima fila stava lentamente cedendo. Non potendo affondare di più a causa della possibilità di scoprire la formazione e finire nelle mani nemiche, gli olpiti si dovettero accontentare di piccole e fallaci sortite.

Pirro in quel momento, assalito da un generale romano, decise che era giunto il momento di scambiarsi di abiti con Medocle, visto che i Romani tendevano ad attirarsi là dove Pirro si stava destreggiando. Solamente che questa mossa, una volta che lo stesso Medocle venne ucciso, portò ribaltamenti sul morale degli uni e degli altri. Infatti, pensando di aver ucciso il re dell’Epiro, i Romani si sentirono oltremodo gasati e lanciarono una potente offensiva, mentre dall’altra parte la fanteria greca, abbattuta per la falsa morte del suo capo, stentava a combattere.

Pirro in quel momento diede una svolta allo scontro: dapprima, capita la situaizone, cominciò a correre con il suo cavallo per tutto il campo di battaglia a viso scoperto gridando il suo nome, poi per stravolgere le sorti della schermaglia, mandò in campo i suoi 20 elefanti che con la loro mole cominciarono da subito ad aprirse varchi nelle file nemiche che non conoscendo questi animali (pensavano fossero buoi lucani) dovettero soccombere in molti, alcuni uccisi anche dalle torrette di arcieri posizionate sopra gli animali. Inoltre e i cavalli che potevano contrattaccare non riuscirono quasi a muoversi perchè il barrito e l’odore dei pachidermi li infastidiva.

La battaglia era decisamente nelle mani di Pirro che come ultimo ordine mandò i cavalieri tessalli all’attacco, aprendo definitivamente in tre oarti la fanteria romana che oramai stava andando in rotta.

Successivamente la fanteria greca si portò nel cuore dell’accampamento nemico depredando cibo, e armi, che gli stessi romani avevano lasciato per poter fuggire con più celerità e portarsi a Venosa senza troppe perdite, insieme a loro c’era pure Levino. Se non fosse sopraggiunta la notte, le perdite tra le legioni sarebbero state sicuramente molto più vaste, quasi una carneficina.

Le consguenze subitanee delal lotta portano perdite che gli storiografi trovano discordanti. Plutarco è la fonte principale e tramite esso risaliamo a tre scrittori che riportarono diverse perdite nelle file romane e greche.

Infatti, prendendo Geronimo di Cardia (57), probabilmente la fonte più attendibile, troviamo 7.000 perdite per il console Levino, fuggito dal cmapo di battaglia e 4.000 per Pirro, facendo finire il tutto con un vittoria su misura per i Romani che semplicemente impauriti dagli elefanti, scapparono per la paura.

Dionigi di Alicarnasso (58) invece conta perdite di molto superiori, ma rendendo il conteggio equo a quello di Geronimo. Infatti per i Romani le perdire furono stimate in 15.000 unità mentre per gli avversari 13.000, anche se visto l’andamento della battaglia difficilmente si possono ipotizzare così numerose perdite per i greci.

Un terzo, Paolo Orosio (59) da addirittura una conta ben precisa di ogni unità persa, conta che ovviamente non può essere così. Seguendo l’onda di Dionigi, conta 14.880 perdite nella fanteria per i Romani oltre a 246 cavalieri uccisi, contando inoltre 22 insegne rubate.

In ogni caso la quantità dei prigionieri risulta essere omogenea: all’incirca 1.800 catturati fra i Romani, precisati da Orosio in 1.310 fanti e 502 cavalieri.

Forse però c’è una soluzione che porti a pensare che 7.000 e 4.000 siano alquanto poche per la lotta: infatti Pirro dopo la battaglia avrebbe avuto difficoltà a reclutare ancora uomini e se ne avesse persi molti, sarebbe dovuto ripiegare nuovamente in Grecia o aspettare a Taranto rinforzi sempre dalla Grecia. Però resoconti chiari vedono Pirro, anche per la perdita di numerosi amici, successivamente alla battaglia, perdersi d’animo talmente tanto da chiedere ai soldati romani di unirsi alle sue file, ovviamente questi ultimi rifiutarono.

Però le conseguenze sull’alleanza tra Italici e Greci contro Roma e la veloce e repentina mossa di Pirro verso la stessa capitale romana, portano a pensare che l’epirota non abbia avuto numerose perdite, ma probabilmente quelle 4.000 citate da Geronimo di Cardia, mentre per i Romani non ci sono fonti dettagliate e sicure per poter azzardare una teoria valida.

Quello che venne poi

Successivamente alla ritirata di Levino a Venosa, Pirro decise che era giunto il momento di pianificare quella famosa avanzata verso Roma che tanto gli stava a cuore.

Gli Italici che dai Romani non avevano ottenuto niente se non soprusi, decisero di rivoltarsi contro i loro schiavisti, portando perfino alcune città, tra cui Locri e Crotone a scacciare i soldati romani che presidiavano le suddette città.

Questo momento di alleanza tra Greci e Italici dava una grande spinta morale a Pirro che decise di muovere verso nord, alla volta di Roma, mandando però preventivamente il suo fedele ambasciatore. Inoltre la situazione di Levino, rimasto nella città per curare i suoi feriti, e di Coruncanio ancora alle prese con gli Etruschi, davano una mano alle mire di Pirro.

L’ambasciatore giunto a Roma però, mandato per richiedere la pace alle condizioni del suo re, venne accolto dal Senato. Chiara la risposta di un senatore, Appio Claudio Cieco (60):

Se Pirro vuole la pace e l’amicizia dei Romani, prima si ritiri dall’Italia e poi mandi i suoi ambasciatori. Fintanto che rimarrà non sarà considerato né amico né alleato, né giudice o arbitro dei Romani.”

(Appiano di Alessandria, Storia di Roma, le guerre sannitiche, X, 2)

Pirro che ormai si era mosso a nord, cercò di ripiegare su Napoli per due motivi: il primo per cercare la ribellione nella città a suo favore, poi perchè Levino, alla testa di due legioni, chiamate a sostituire le perdite stava muovendo verso sud. Gli Etruschi avevano accettato la pace e Coruncanio ancora in forze, si congiunse al console Levino, copiato da Barbula che aveva dato per fatta la calma per le rivolte di Lucani e Bruzi.

Pirro, viste le sei legioni, quasi completamente intatte, probabilmente in conto di 55.000 unità, e considerata la poco pianificata espansione in Italia, costrinse il re ad una fuga preventiva, portando le sue truppe a dividersi nelle varie città della Campania e sperare nell’inverno come riparo.

Inoltre Pirro dovette rinunciare anche alla sua ultima arma, i prigionieri di Eraclea, ridati all’ambasciatore romano venuto a reclamarli.

Insieme alla battaglia di Ascoli Satriano (61), dove nonostante la vittoria ebbe numerose perdite pari ai Romani, questi due scontri risultarono essere le ultime due vere resistenze, tralasciando qualche movimento dell’epirota in Sicilia contro i Cartaginesi e in patria dove imperversavano i Celti, che l’Italia non romana mosse come resistenza. Infatti, successivamente a quelle due battaglie i Romani poterono definitivamente piazzare numerose colonie nel sud e appropiarsi quindi di quasi tutta l’Italia.

Un piccola nota va ricordata, un aneddoto, riguardante Eraclea e Ascoli Satriano. In seguito alle due schermaglie, Pirro fu talmente deluso e sconfortato dalle vaste perdite da voler far ritorno in patri solo, senza nessun soldato. Da questa sua affermazione e dalla costante vittoria con grandi perdite, nasce l’espressione “vittoria pirrica” volta a delineare una vittoria con risultati poco allettanti.

Note

  • 1: Cheronea 46 – 127.
  • 2: non si conoscono i dati sulla scirttura di quest’opera.
  • 3: Gaio Plinio Secondo; Como, 23 – Stabia, 8 settembre 79.
  • 4: Patavium, 59 a.C. – 17.
  • 5: trattato naturalistico scritto tra il 23 e il 79.
  • 6: storia dalla nascita di Roma. Non si conoscono i dati sulla scirttura di quest’opera.
  • 7: Alessandria d’Egitto, 95 – 165.
  • 8: 24 libri di cui le guerre sannitiche occupano il terzo libro. Venne compiuta intorno al 160.
  • 9: nasce a Bordeaux, probabilmente muore nel 388.
  • 10: anche questa raccolta di dieci libri narra la storia dalla fondazione di Roma.
  • 11: 37 – 103.
  • 12: questa opera è un unicum nella storia e parla di stratagemmi militari in quattr libri che pervengono intatti fino ai giorni nostri.
  • 13: Amasea, 58 a.C. – 22.
  • 14: trattato storico-geografico redatto in diciassette libri, venne finita nel 19.
  • 15: sistema di Governo che a Roma durò dal 509 a.C., fino al 27 a.C., quando la città divenne talmente forte da essere chiamata impero.
  • 16: dalla partecipazione alla politica da parte degli abitanti delle città, si ha la concezione e il significato di città-stato, le quali democraticamnete si reggievano anche da sole nell’evenienza. Le maggiori furono Atene e Sparta che si contendevano la supremazia.
  • 17: popolo che si era stanziato nell’attuale Calabria.
  • 18: stanziatisi in Enotria, ovvero la Lucania, si espansero fino alla Calabria.
  • 19: situato nella provincia di Bari, in Puglia.
  • 20: regione prevalentemete situata in Abania, ma che copre anche parte della Grecia nord-occidentale.
  • 21: Pirro II; 318 a.C. – Argo, 272 a.C..
  • 22: si sa solamente che nel 280 a.C. venne insignito della carica di console assieme a Tiberio Coruncanio.
  • 23: si conosce solo il nome del padre di Pirro.
  • 24: le origini di Glauco si fanni risalire probabilmente a Reggio Calabria.
  • 25: tribù di origine ellenica stanziatisi nella parte nord dell’Epiro.
  • 26: Alessandro III; Pella, 21 luglio 356 a.C. – Babilonia, 11 giugno 323 a.C..
  • 27: eroe mitologico a cui appartiene più una visione extrastorica che reale, anche se, nonostante la datazione non ci sia, si pensa che sia esistito veramente.
  • 28: Tolomeo II Filadelfo; 308 a.C. – 246 a.C..
  • 29: non si conosce molto su questa donna.
  • 30: erano i generale macedoni che alla more del loro sovrano, si contesero i territori da lui conquistati. Furono raggiunte addirittura sei guerre per le contese che si protrassero fino all’arrivo dei Romani.
  • 31: 350 a.C. – 297 a.C..
  • 32: Pella, 360 a.C. – Corupedio, 281 a.C..
  • 33: un semplice soldato che si trovò al momento giusto nel posto giusto.
  • 34: Cartagine, 247 a.C. – gebze, 182 a.C..
  • 35: Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano; Roma, 235 a.C. – Liternum, 183 a.C..
  • 36: sistema di governo che un gruppo ristretto di persone impone al popolo.
  • 37: la maggiore assemblea nell’antica Roma, rimasta invariata nel corso dell’evoluzione espansionistica. Gli anziani che vi prendevano parte erano chiamati paters, in riferimento ai patrizi.
  • 38: ogni hanno venivano eletti due di queste figure. Erano magistrati che avevano il compito massimo di presenziare le attività civili e belliche.
  • 39: IV secolo a.C. al 84 a.C.. Vede la supremazia territoriale romana nonché la sottomissione totale del Celti agli stessi.
  • 40: 343 a.C. – 245 a.C.. Finale vittoria romana.
  • 41: di questo importante uomo poitico si sa solo che per due anni, nel 317 a.C. e nel 311 a.C. venne insignito ella carica di console.
  • 42: oltre ad avere ottenuto la carica di console e ad aver sottomesso gli Etruschi, fu il primo plebeo ad avere il titolo di Pontefice massimo. Ovvero il capo religioso a cui i sacerdoti facevano riferimento.
  • 43: in età repubblicana, oltre alle unità ausiliari, quali cavalleria, genieri e esploratori, che facevano della legione una forza autonoma, prevalentemente era suddivisa in triari, principi e astati. Oltre a questi, delle unità minori: i rorari, utilizzati per coprire da tergo i triari, i leves, ovvero i giavellottieri più deboli della legioni, che venivano assegnati agli astati e gli accensi, poveri soldati che utilizzavano fionde e sassi per punzecchiare il nemico e tappare i buchi eventuali durante la battaglia. In seguito, leves e rorari vennero sostituiti dai veliti che coprirono la prima linea.
  • 44: comune in privincia di Potenza.
  • 45: veterani che occupavano l’ultima linea dell’esercito di fanteria. Portavano uno scudo, clipeus, dalla forma ovale; una spada, il gladio ispanico, corto e robusto; una lancia chiamata hasta; un elmo in bronzo sulla quale sommità spiccavano tre piume dritte, spesso nere, ma talvolta anche rosse; dei gambieri; un’armatura che si differenziava dallo stato sociale del soldato, piastra di bronzo, pectorale, per il basso censo, corazza fatta con maglie, iorica harmata, per l’altro censo.
  • 46: soldati anch’essi veterani, che formavano sempre la linea davanti ai triari. Nello scudo e nella spada, utilizzavano gl stessi dei triari. Portavano due giavellotti, pilum, uno lungo e uno corto, per le diverse situazioni; per quanto riguarda gambieri, armatura ed elmo, riflettevano i triari.
  • 47: dapprima erano in prima linea nelle legioni romane, in seguito, sempre in età repubblicana, formano la seconda linea. Erano vestiti ed avevano gli stessi armamenti dei principi. L’unica differenza infatti tra astati e principi stava nell’esperienza che avevano ottenuto.
  • 48: più veloci e utili per iniziare ogni combattimento, rappresentavano la prima linea. Possedevano un’armatura in cuoio leggera che a volte non veniva nemmeno utilizzata, a discrezione del soldato stesso; un scudo piccolo di legno e rotondo; una spada, sempre identificata con il galdio ispanico; diversi giavellotti corti che venivano scagliati lontano; un elmo semplice che veniva fasciato con pelle di lupo per dar modo ai comandanti di distinguerli sul campo.
  • 49: appartenente alla cultura della Grecia Antica. Erano vestiti di un’armatura completa in bronzo, panoplia, costituita da schinieri, un lemo pennato e una corazza pesante, spolas; utilizzavano spesso la loro lunga lancia, dory, anche se talvolta si venivano costretti ad intervenire con la corta spada in ferro, xiphos, e l’importante scudo bronzeo e tondo, aspis, innovazione nell’antichità perchè col suo passante permetteva di avere una maggiore difesa sia per il soldato stesso, sia per i compagni vicini.
  • 50: regione situata nella parte cnetrale della Grecia.
  • 51: erano tendenzialmente delle guardie scelte tra le file degli olpiti. Infatti avevano praticamente lo stesso armamento degli olpiti, ma si differenziavano in due cose: la prima, la lancia, molto più lunga di quella utilizzata dai cugini, la seconda, la formazione, non in falange, ma libera, erano utilizzati come forza d’urto e a volte come incursori nelle mura nemiche.
  • 52: 310 a.C. – 260 a.C..
  • 53: situata nei pressi di Anglona, vicino a Tursi, in Lucania.
  • 54: uno dei più lunghi e importanti fiumi della Basilicata.
  • 55: muore nel 272 a.C..
  • 56: di lui non si conosce praticamente nulla, se non la sua dipartita avvenuta nella battaglia di Eraclea.
  • 57: Cardia, 354 a.C. – Pella, 250 a.C..
  • 58: chiamato anche Dionisio; 60 a.C. – 7 a.C..
  • 59: 375 – 420.
  • 60: 350 a.C. – 271 a.C..
  • 61: 279 a.C..

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