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Battaglia di Ponte Milvio

  • Data: 28 ottobre 312
  • Luogo: Roma, nei pressi di Ponte Milvio
  • Eserciti: Impero Romano di Costantino I e Impero Romano di Massenzio
  • Esito: vittoria di Costantino I

Arco di Costantino con la raffigurazione della battaglia di Ponte Milvio
Arco di Costantino con la raffigurazione della battaglia di Ponte Milvio

Per quanto riguarda questa importante battaglia che vede Costantino (1) porre fine all’era di Massenzio (2) per dare inizio ad una nuova nascita dell’Impero Romano, ritrova nei posteri documentazioni validissime. Da Zosimo (3), con la sua Storia Nuova (4), a Lattanzio (5), fino ad arrivare a Eusebio di Cesarea (6).

Soprattutto dal primo possiamo avere dettagli e indiscrezioni su una delle battaglie interne al popolo romano, che hanno contraddistinto non solo le questioni intestine ma anche, vista soprattutto la vittoria di Costantino I, aprendo nuovi scenari nel palcoscenico mondiale che si stava delineando.

Zosimo si sofferma ha dare dati importanti sullo scontro. Il numero dei contendenti scesi in campo, le strategie dei due comandanti, le tensioni prima della schermaglia. Tutto questo descritto con dovizia di particolari, anche se alla fine, in qualche sua parte importante, scarsa nei contenuti. Infatti abbiamo qualche falla nel descrivere a pieno la battaglia, ma grazie a Zosimo e ad altri autori latini, le falle sono percorribili senza troppi intoppi.

Fu un inezia a far iniziare la guerra tra le due fazioni. Racconta Zosimo, che Costantino I, cominciava ad essere troppo sospettoso delle movenze politico-militari del suo pari.

In quell’epoca, vigeva la legge della Tetrarchia che prevedeva la scissione dell’Impero in quattro parti uguali e che come punto importante per la nostra vicenda, anche la rinuncia dell’augusto (7) al suo potere passati i dieci anni. Certo la situazione a Roma non era delle migliori, vista la facilità con cui si elargivano cariche e favori, ma la visione d’insieme dava pressapoco questo quadro.

Costantino e Massenzio non solo erano abili comandanti e guerrieri, ma discendevano direttamente l’uno da Costanzo Cloro (8) e l’altro da Massimiano (9), entrambi Augusti. La loro fama, già solo per essere figli di questi importanti uomini, regalò al primo l’onorificenza di Imperator (10) della popolazione gallo-romanica, prendendo quello che prima era del padre, mentre il secondo fu posto alla guida della Guardia pretoriana (11) del Castrum Romanum (12).

Veniva da sé, spiega Zosimo, che la battaglia era solo questione di tempo. Infatti, proprio partendo dal sospetto di Costantino, l’Imperator, decise di reclutare uomini dalle tribù fedeli a lui e a suo padre, prevalentemente dalle zone germaniche, ma anche Britanni e Celti.

Venuto a sapere della prima recluta di seguaci e successivamente dell’avanzata con tanto di valico delle Alpi, Massenzio per correre ai ripari, non fu da meno assoldando uomini non solo dall’Italia, ma trovando forza anche da alleati dall’Africa settentrionale.

Questa era sì una battaglia interna, ma dai numeri che mostravano i contingenti, poteva essere annoverata tranquillamente tra le battaglie di largo margine che vedevano due popoli contrapporsi. A differenza della vena di Zosimo, Lattanzio e Eusebio si soffermano più su questioni, diciamo così, ecclesiastiche, trattando di temi religiosi, accendendo un dibattito che si formò poi con il tempo.

Si dice infatti, e le fonti lo confermano, che Costantino I, prima della battaglia, nella sua tenda, ebbe una visione, ma a seconda di Lattanzio o Eusebio le particolarità di questa visione differiscono. Entrambi spiegano come la vena religiosa dell’Imperator abbia fatto presa sui suoi uomini e come la sua idea di apporre dei simboli sacri sugli scudi, abbia giovato all’animo dei soldati e di conseguenza all’esito favorevole della battaglia. Ma proprio il simbolo è sintomo di controversie.

Lattanzio dice che sul ferro era stata disegnata una croce latina terminante all’apice con una “P”, mentre Eusebio ricalca la guerra contro Licinio (13), nella quale era stato usato il segno Chi-Ro (14).

Altra diversità però la abbiamo proprio in seno ad Eusebio che in due distinte scritture, parla di altrettanto distinte situazioni. Nella prima smentisce la visione, mentre nella seconda sostiene l’azzardo che l’imperatore stesso abbia confessato allo storico della visione secondo la quale Dio stesso abbia pronunciato la famosa frase In hoc signo vinces.

Se facciamo un grande viaggio in avanti, troviamo una teoria che ad alcuni storiografi è parsa tutt’altro che stravagante. Helmuth von Moltke (15), grande stratega prussiano, trovatosi nel corso dei suoi spostamenti militari nelle zone di Roma, spiega come sia impossibile, leggendo le documentazioni dei tre storici latini, che la battaglia si sia potuta svolgere sul o nei pressi di Ponte Milvio. Infatti, la grande quantità di soldati presenti e i movimenti prima della battaglia, fanno presupporre che la zona in questione sia da attribuire a Saxa Rubra (16) e che inoltre, prima dello scontro, lo stesso Ponte Milvio fosse stato distrutto da Massenzio per costringere Costantino ad affrontarlo dove più desiderava.

Insomma, varie controversie contraddistinguono questa vicenda, ma tutti sono d’accordo su di un punto. La vittoria di Costantino ha aperto nuovi fronti per l’Impero Romano, senza i quali la potenza che lo ha contraddistinto sarebbe scemata in breve tempo a causa delle continue lotte intestine e ci sarebbe stato ovviamente un diverso scenario mondiale futuro.

Costantino I il Grande

Figlio del cesare d’occidente e di un’addetta alle stalle, Costantino ottiene dai genitori la regalità e la propensione politica dal padre mischiata alla forza e alla tenacia della madre. La sua carriera militare e politica vanno a braccetto, grazie alla sua ottima conoscenza delle strategie belliche e all’istinto nel cogliere il momento giusto nelle questioni burocratiche.

Sotto Galerio (17), in Egitto nel 297, comincia a farsi vedere come abile combattente e successivamente anche come abile comandante. Periodo in cui gli viene negata però la carica di cesare a favore di Diocleziano (18), padre della Tetrarchia tolta dallo stesso Costantino, e da Massimiano, padre del suo futuro nemico.

Statua di Costantino I
Statua di Costantino I

Ma non c’era tempo per piangersi addosso, visto che il padre stava avendo difficoltà i popoli nativi della Gallia settentrionale. L’astuzia politica qui, regalò al padre un alleanza che Costanzo Cloro, a causa del suo orgoglio, non avrebbe potuto mai ottenere. Inoltre, sempre grazie all’intraprendenza del figlio, riuscì ad avere la meglio sui Picti (19), mentre lui stesso era costretto a riposo forzato per una malattia. Sempre per questa malattia il padre morì.

Costantino si trovò senza guida, né apparenti favori dall’Impero, ma grazie ai trattati con i Galli e alle scorribande in Britannia, aveva una discreta quantità di uomini per far valere la sua immagine sui suoi antagonisti interni.

Proprio questi popoli, compresi di alcune tribù barbare, erano il fulcro vitale dell’Impero e non ci volle molto a Costantino I per diventare, come già detto, Imperator. Fu proprio in questa occasione che la sete di potere dell’altro contendente mise i bastoni tra le ruote a Costantino. Massenzio infatti si proclamò anch’esso cesare, grazie ai favori della milizia pretoriana.

Non era ancora giunto il momento però per Costantino, ancora troppo debole rispetto a Massenzio, di affrontarlo in campo aperto. Decise quindi di farselo alleato, per fronteggiare l’ultimo augusto, Galerio, unico sovrano che in quel momento Costantino poteva affrontare e che poteva inoltre procurargli dei grattacapi. Costantino sposò dunque la figlia di Massimiano.

In un turbinio di situazioni politiche, Massimiano reclamò il potere, finendo ammazzato dallo stesso genero, Galerio si trovò tra tre fuochi, anch’esso morendo assassinato, mentre Massenzio e Diocleziano stavano a guardare. In tutto questo, Costantino approfittò della situazione per ottenere nuovi importanti alleati e finalmente muovere guerra a Massenzio.

L’abilità di Costantino risiede in pochi anni della sua esistenza, ma afferma come quest’uomo, ancora ragazzino, abbia potuto, grazie alla sua intraprendenza e abilità, a farsi largo nel mondo senatoriale, aiutando suo padre in più di un’occasione, sconfiggendo uno a uno i nemici che gli si frapponevano, avendo l’arguzia e l’umiltà di affrontare quelli che potevano essere sconfitti e infine destabilizzando la figura di Diocleziano e la sua legge difensivista, portando l’Impero Romano alla divisione in due parti anziché quattro.

Grazie a lui si ha inoltre un’importante riforma militare all’interno dell’Impero che contraddistinse gli anni a venire. Infatti aprì le porte ai barbari nell’esercito fatto di sola milizia cittadina e pretoriana, distinguendo in seguito le truppe limitanee, ovvero la guardia locale a difesa dei confini, e le truppe comitatensi, ovvero l’esercito itinerante, colui che effettuava spostamenti laddove c’era una zona minacciata.

Come ultima analisi possiamo dire, anche grazie ad un’attenta disquisizione da parte di von Moltke, che Costantino sia stato l’antesignano e propugnatore della famosa guerra lampo, della guerra improntata sull’offensiva e sulla celerità degli spostamenti.

Costantino negli ultimi anni della sua vita approntò una strategia per invadere la Persia, ma a causa di una violenta malattia morì, proprio nell’anno indicato per attaccare. Non avendo dato un nome per la sua successione, Roma si ritrovò immersa nuovamente, per qualche anno, in lotte intestine.

Massenzio, l’altro contendente

Figlio di Massimiano e di Eutropia (20), Massenzio si fece subito notare per la sua sete di potere, per la sua ambizione. Infatti, dopo l’abdicazione del padre e di Diocleziano, salirono come augusti, Galerio e il padre di Costantino Costanzo Cloro.

Massenzio essendo in buoni rapporti con Galerio, amico del padre, ottenne la mano della figlia e cariche importanti da sfruttare a suo piacimento.

Ottenne la possibilità di gestire e controllare l’Africa e l’Italia, facendosi fedeli amici i comandanti della Guardia pretoriana, e di conseguenza i pretoriani stessi, a causa della decadenza della loro immagine per l’imperatore. Grazie anche al malcontento popolare, mosse bene le sue carte per ottenere favori da molto nobili e così si ritrovò a potersi fare carico, autoinsignendosi, del potere di augusto.

massenzio
Testa e moneta con raffigurazione di Massenzio

Al pari di Costantino, le voglie di ascesa della sua Roma, portarono Massenzio alla costruzione di opere di ingegneria, al conio di nuove monete con la sua effige per dimostrare la sua grandezza, alla bonifica di alcuni territori apparentemente ostili.

Riuscì in molte situazioni, ad essere importante per la nuova ascesa di Roma, ma la sua abilità lo tratteneva rispetto all’estro del suo contendente ed inoltre la lotta sempre con Costantino lo portava a dover frenare ogni aspettativa di crescita cittadina.

Costruì però un bellissimo mausoleo sulla via Appia e di seguito anche una villa suburbana, dotata di un circo al suo interno. Un piano di strutture volte all’aumento delle sue credenziali agli occhi di Roma.

Una sicura e imponente rappresentanza della sua maestosa voglia di emergere e di costruire una città a sua immagine e somiglianza, si può notare anche fuori dalle mura cittadine, nel sud, in Sicilia, dove cominciò a costruire le basi per la sua idea di impero. A Enna infatti sorge la magnificente Villa di Piazza Armerina, a lui stesso ancora ascritta.

Una vita insomma votata alla sua immagine, proprio come si può notare nelle questioni politiche nostrane del 21esimo secolo. Ma la sua corsa finisce poi nel 312, schiacciato da rocce di un ponte costruito dai suoi ingegneri, disarcionato dal suo cavallo e affogato per colpa di un’armatura troppo pesante e infine portata la sua testa come trofeo per le vie di Roma.

La battaglia

Valicate le Alpi, Costantino attendeva una dura serie di scontri che avrebbero portato infine alla battaglia con Massenzio. Dapprima, ottenne una facile vittoria a Susa (21), risparmiando molti dei suoi uomini nella schermaglia, poi arrivato a Torino, riuscì ad annientare le forze a difesa della fortezza, anche qui senza grandi patemi, giungendo infine a Brescia, anticamera della sua lotta con Massenzio.

Qui trovò Ruricio Pompeiano (22), il prefetto del suo antagonista, riuscendo nell’impresa di attanagliare in una morsa i catafratti (23) nemici e facendo fuggire lo stesso prefetto nella roccaforte di Verona, ultimo baluardo prima della resa dei conti, e unica ostica tappa preventivata da Costantino. Tutto, sempre nello stesso anno.

Qui infatti ebbe qualche problema, ma ottenne comunque una facile vittoria, asserragliandosi attorno alle mura e attendendo che il prefetto stesso uscisse allo scoperto, finendolo poi in una battaglia campale poco lontano da Verona.

Battaglia di Ponte Milvio
Giulio Romano, Battaglia di Ponte Milvio, 1520/1524

Aperta la strada verso Roma, Costantino arrivò nella Capitale con 90.000 fanti, in gran parte Galli, e 8.000 cavalieri, di cui lui stesso era la punta di diamante, disposto al centro dell’esercito. Qui le fonti differiscono, stimando a 40.000 soltanto gli effettivi dell’imperatore.

Ad attenderlo Massenzio, fuori dalle mura della stessa città, vicino a Saxa Rubra, in una mossa alquanto discutibile e sicuramente di scarsa valenza strategica, visti infine i risultati. In ogni caso Massenzio disponeva di una forza superiore, pari a 170.000 fanti, con il cuore esperto dei pretoriani, e 18.000 cavalieri, disposti sulle due ali. Anche qui i numeri sono dissonanti, vedendo attribuiti 100.000 unità alla causa di Massenzio.

La tattica di Costantino era sempre similare: correre subito in offensiva verso il nemico, con rapide sortite ai fianchi per destabilizzare le ali, per poi attaccare lui stesso frontalmente e piegare la forza centrale. Infine accerchiare i rimasti e sterminarli. Tattica che si era rivelata piuttosto efficace e che aveva preso in contro tempo ogni avversario che si era parato davanti. Inoltre aveva permesso a Costantino di non perdere troppe truppe e di sfiancare relativamente i suoi uomini.

La tattica di Massenzio, inspiegabile, era invece votata allo sfinimento dell’avversario, attraverso percorsi già scritti. Dapprima mettendo un contingente nella valle di Susa, snodo obbligatorio, poi cercando di sfiancarli con il suo prefetto fidato, prima con una sortita offensiva, poi con un assedio a Verona e infine, completando il logorio attraverso un assedio fatto lui stesso ai danni degli avversari che avrebbero dovuto finire dentro le mura della città.

Massenzio però commise tre errori madornali. Il primo consisteva nella non presa visione della tattica di Costantino, abile a risparmiare le forze capendo la strategia nemica. Il secondo posizionando le sue truppe fuori dalle mura della città per un improbabile assedio ribaltato, contando anche le ampie risorse all’interno della città. Il terzo lasciandosi alle spalle il fiume come copertura, in modo da non permettere all’avversario di fuggire, ormai sicuro della sua vittoria.

Costantino si stanziò quindi nei pressi di Malborghetto e come sua usanza, fece prima riposare i suoi uomini e poi partì subito all’attacco, uscendo dalle mura stesse. Massenzio si trovava già in una situazione problematica, non potendo indietreggiare per via del Tevere alle loro spalle.

Costantino cominciò ad incalzare le ali nemiche, dopo che Massenzio aveva dato ordine alla cavalleria di fronteggiare il nemico frontalmente, avanzando anche al centro per schiacciare il nemico e in poco tempo riuscì a destabilizzare una delle due parti dell’esercito di Massenzio.

L’esercito di quest’ultimo era troppo numeroso per soccombere con una semplice manovra di accerchiamento, infatti in breve tempo, grazie anche alla resistenza accanita dei pretoriani, la lotta si stava ribaltando a favore del figlio di Massimiano.

La foga però della cavalleria di Costantino, con l’imperatore stesso a guidare la sortita, fece disorientare i cavalieri corazzati di Massenzio, che incapaci di manovrare, si diedero alla fuga. Si dice che Costantino era solito comandare in prima linea le battaglie, indossando un’armatura pesante d’oro, fregiata di intarsi rossi e verdi e portando un elmo istoriato, anch’esso d’oro, cosparso di smeraldi e rubini.

Costantino dunque incalzò di nuovo, cercando di portare sempre più verso il fiume le truppe nemiche. I mercenari assoldati da Massenzio si ritrovarono anch’essi disorientati, sia dal poco polso del loro comandante, sia dalla fuga prematura dei cavalieri.

Solo la guardia pretoriana, da non confondersi con i pretoriani semplici a stretta disposizione delle figure importanti di Roma, continuò imperterrita a combattere e a frapporsi tra Costantino e la vittoria.

La loro abilità stava sfiancando i nemici, barbari, che mano a mano indietreggiavano, vedendo la non resa di questi tenaci combattenti. Infine, anche l’accanimento dei pretoriani cedette, in seguito anche alla morte dello stesso Massenzio, che cercando di fuggire, finì annegato nel Tevere trascinato in acqua, prima dal crollo del ponte che i suoi ingegneri avevano fatto costruire, poi a causa della pesantezza della sua armatura. Il resto dell’esercito fuggì disordinatamente.

Durante la piccola sosta della notte, quando Massenzio aveva portato a compimento un attacco di cavalleria molto pesante, Costantino ebbe la famosa visione. I suoi attendenti cercarono nelle zone di campagna di Saxa Rubra, il materiale necessario a dipingere il simbolo sugli scudi che si dice, fosse stato l’ago della bilancia per la vittoria finale.

Quello che venne poi

Il giorno seguente alla fine delle ostilità, Costantino I entrò in Roma, acclamato dalla popolazione festante, segno di attaccamento e di stima da parte dei sudditi. Con la sua sfavillante armatura portava in mano la testa del traditore Massenzio, colui che si era autoproclamato augusto, il cui corpo era stato trovato poco lontano dal luogo dello scontro.

Grazie alla vittoria di Costantino, non solo la situazione a Roma sembrava piano piano stabilizzarsi, grazie anche alla suddivisione in sole due parti dell’Impero, ma anche la situazione esterna riportava agli antichi fasti la potenza di Roma. L’altro contendente al dominio, Licinio, ottenne un sodalizio con Costantino sposando la sua sorellastra. Però questo quieto vivere sarebbe rimasto quieto per poco.

I due imperatori infatti presero armi ed eserciti per affrontarsi. Gli scontri e le schermaglie durarono dieci anni, quando l’8 ottobre 322, Licinio si arrese a Nicomedia, ponendo fine alle guerre civili. Proprio in questo ultimo scontro, avvenuto presso Bisanzio, portò Costantino a cambiare il nome della città in Costantinopoli. Quasi cinquantenne e ormai stanco dalle estenuanti battaglie con Licinio, Costantino si dedicò più all’aspetto politico religioso che a quello militare.

Grazie a lui abbiamo infatti una rinascita del Cristianesimo, che fino a quel punto era stato perseguitato da altre fazioni. E sempre grazie alla sua ottima campagna, possiamo vedere la Cristianità come oggi la sentiamo.

Le sue opere politiche per distruggere le leggi tetrarchiche approntate da Diocleziano, la sua perseveranza e fede nel riportare in auge la religione cristiana e la sua capacità di far rivivere a Roma quello che era un tempo, segnano la figura di Costantino come una delle più importanti della storia.

Possiamo dire, quasi senza alcun indugio, che se la vittoria fosse andata a Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio, avremmo un contesto contemporaneo completamente diverso. Né Massenzio stesso né Licinio avevano la caratura necessaria per risollevare così tanto due questioni, come Roma e la Cristianità, che tanto hanno disegnato il futuro da quel momento.

Note

  • 1: Flavio Valerio Aurelio Costantino; Naissu, 27 febbraio 274 – Nicomedia, 22 maggio 337.
  • 2: Marco Aurelio Valerio Massenzio; 278 – Roma, 28 ottobre 312
  • 3: storico bizantino vissuto nel VI secolo.
  • 4: conservata quasi per intero grazie al manoscritto Vaticano Greco 156, questa importante opera è composta di sei libri che vanno dalla guerra di Troia, fino al Sacco di Roma e alle vicende di Alarico I, passando per l’abdicazione di Diocleziano a cui ci siamo interessati per la battaglia di Ponte Milvio.
  • 5: Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio; Africa 250 – Gallia 327.
  • 6: Cesarea (Palestina) 265 – 340.
  • 7: questa carica la dobbiamo al primo vero imperatore della storia di Roma, dal passaggio di Repubblica a Impero. Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto fu infatti il primo imperatore di Roma a cui venne attribuito questo nome.
  • 8: Flavio Valerio Costanzo, detto Cloro; Illirico, 31 marzo 250 – Eboracum, 25 luglio 306.
  • 9: Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio; Sirmo 250 – Massilia, luglio 310.
  • 10: durante il periodo della Repubblica romana, questo titolo veniva dato ai comandanti più degni. Una volta espanso il titolo di Roma a impero, questo titolo era parte integrante del titoli del nuovo augusto.
  • 11: era ufficialmente la guardia del corpo dell’imperatore. Una squadra di elite scelta dall’imperatore stesso o da un delegato dell’imperatore, per proteggere in battaglia il sovrano. Con il tempo però venne attribuito loro una grande quantità di mansioni tra le più disparate, come spionaggio, ambasciate e delegazioni politiche.
  • 12: il Castro era in epoca romana l’accampamento principale dell’esercito. Nello specifico, qui si intende il fulcro vitale dell’accampamento, ovvero le truppe d’elite del sovrano, i pretoriani.
  • 13: Valerio Liciniano Licinio; 265 – Tessalonica, 325.
  • 14: il Chi-Ro o Monogramma di Cristo, deriva dal greco Chrismon, una fusione delle lettere dell’alfabeto ellenico che formano l’abbreviazione del nome Gesù. Da Costantino in poi questo simbolo, una P sopra una X, venne usata come cristogramma ufficiale. Spesso a completare il monogramma compaiono anche due altre lettere, in piccolo, l’alfa e l’omega greche, posizionate ai lati del simbolo principale, che starebbero ad indicare il principio e la fine, essendo la prima e ultima lettera dell’alfabeto.
  • 15: Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke; Parchim, 26 ottobre 1800 – Berlino, 24 aprile 1891.
  • 16: zona situata lungo la via Flaminia, ora è una frazione di Roma.
  • 17: Gaio Galerio Valerio Massimiano; Serdica, 250 – Serdica, 5 maggio 311.
  • 18: Gaio Aurelio Valerio Diocleziano; Salona, 22 dicembre 244 – Spalato, 3 dicembre 311.
  • 19: popolazione pre-celtica stanziatasi nelle zone dell’attuale Scozia.
  • 20: di questa donna non si conosce molto.
  • 21: 312.
  • 22: muore a Verona nel 312.
  • 23: un comparto dell’esercito, nascente dalla popolazione sasanide, equipaggiato con pesanti armature e accompagnati da cavalli rivestiti anch’essi da lamine di ferro pesanti a proteggerli. La loro arma era la lancia, portata in resta che gli consentiva scarse abilità di manovra, ma una grande potenza e protezione.

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