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Battaglia di Qadesh

  • Luogo: Qadesh, nei pressi del fiume Oronte
  • Data: 1275 a.C.
  • Eserciti: Egizi e Ittiti
  • Esito: vittoria degli Egizi

Battaglia di Qadesh
Stilizzazione dell’attacco ittita all’accampamento di Ramesse II

Quanto riportato all’interno della descrizione su luogo, data, eserciti e esito, non è propriamente esaustivo né tantomeno completo. La documentazione che abbiamo di questa battaglia risulta essere molto completa e per i poemi tramandati nei secoli, questo scontro è il primo della Storia antica a divenire oggetto di studi grazie ai molteplici documenti.

L’unico problema di questi documenti (quattro per la precisione), il Poema di Qadesh (1), il Poema di Pentaur (2), il Bollettino di Qadesh (3) e il Trattato di Qadesh (4), sta nel fatto che sono stati redatti, per altro poco oggettivamente, da entrambe le fazioni e quindi alcuni dati sono stati difficili da mettere assieme.

Per esempio, partendo dalla data, questa ha un’estensione cronologica di circa 49 anni, dal 1299 a.C. al 1250 a.C., magli studiosi tendono a collocare la data nel 1275 a.C., anche se un’altra, il 1290 a.C., può essere per alcune ragioni accreditata.

Si tende ad optare per il 1275 a.C. per un semplice motivo: il Poema di Qadesh, scritto a partire dal 1279 a.C. non parla di questa battaglia in termini di ampi lassi di tempo e calcolando l’addestramento dell’esercito e gli spostamenti delle truppe, si pensa che la data più plausibile possa riferirsi al 1275 a.C..

Altra questione irrisolta bada alla vittoria. Secondo le fonti egiziane, nei primi tre documenti, la vittoria fu osannata e propagandata per tutto l’Impero, anche se le perdite da parte di Ramesse II (5) furono molto alte. Infatti si può dire che, anche se alcune fonti danno come vincitori gli Ittiti, la vittoria egiziana è stata definita vittoria di Pirro (6).

Nelle fonti ittite, ovvero l’ultimo documento, si hanno due differenti ipotesi, tutte e due plausibili. La prima vede una sconfitta egizia, ma non si può parlare di vittoria ittita a pieno, infatti viene evocata ancora la vittoria pirrica. La seconda invece vede gli Ittiti vincere semplicemente sul campo.

La questione che fa differire queste “tre vittorie” è semplice. La vittoria egiziana viene data per i sopravvissuti che uscirono dalla battaglia. La sconfitta egiziana invece viene data per la ritirata della compagine di Ramesse II dal campo di battaglia. Mentre l’ultima ipotesi, la più attendibile, vede gli Ittiti vincere di misura e successivamente espandersi verso sud fino a Upi (7), situazione che non sarebbe stata possibile se quel grande esercito, scontratosi con gli Egizi, fosse stato sconfitto.

Ma veniamo ora alla situazione, descritta a pieno sia da due dei quattro documenti sia da altri storici, quali Giuseppe Flavio (8), Sesto Africano (9) e Eusebio di Cesarea (10), che dispongono, questa volta con chiarezza, uno sccacchiere che definisce oltre ai luoghi battuti anche le cause che scatenarono questa battaglia, ultima di una lunga guerra tra i due popoli.

Il luogo della contesa fu la Siria, un luogo di abbondanti risorse di ogni genere che avrebbe fatto gola a qualsiasi popolo dell’epoca, ma che solo popoli come Egizi ed Ittiti, si potevano permettere di conquistare, grazie alle loro immense propagini.

In questo Stato, capeggiava Ugarit (11), una città portuale ad Occidente che viene chiamata dalgi studiosi come Venezia siriana, grazie alla sua molteplicità di atti commerciali da dove passavano ogni scambio possibile proveniente dall’Asia verso l’Europa e l’Africa. La città dei sogni per dei popoli in espansione.

Oltre ad essere un grande desiderio, la Siria era prorpio il tampone che delimitava i confini dell’Impero egiziano e di Hatti, il regno ittita. Il fatto di poterla conquistare era una soluzione pressochè ovvia per evitare che il nemico comune potesse impadronirsene.

Negli anni in cui Ramesse II decise che era giunto il momento di invadere la Siria e di conseguenza affrontare la seconda forza più potenete dell’epoca, gli Ittiti, con a capo Muwatalli II, avevano già intrapreso qualche mossa all’interno della nazione contesa, occupando svariate città tra cui Kadesh e Amurru (12).

Proprio queste due città sarebbero stati i primi due grandi obbiettivi dell’esercito egizio. Amurru doveva essere la più semplice da conquistare, presidiata dal vassallo ittita il re Benthesina (13), che infatti, una volta vista la compagine di Ramesse II, decise di sottomettersi alla grande potenza.

Ma la mossa di sottomissione, involontariamente, permise ad Amurru di essere ancora in mano a Benthesina, visto che Ramesse II aveva bisogno di ogni uomo disponibile per attaccare Kadesh e le altre città siriane in mano agli Ittiti.

Questo avenne presumibilmente nel 1299 a.C. e il tempo che impiegò l’esercito a passare dal Settentrione al Meridione, incontrando piccoli contingenti nemici e assediando altrettanto piccoli borghi siriani, venne calcolato come un intero ventennio. Sommando poi i dati trovati nei vari poemi, si può azzardare, come detto prima, il 1275 a.C., come data dell’approdo a kadesh da parte del contingente.

Ramesse II

staua di Ramesse II
Statua di Ramesse II 

Figlio di Seti I (14) e di Tuya (15), questo re egizio può essere considerato a peino titolo come uno dei più importanti sovrani del suo popolo, secondo solo a Thutmose III (16), anche se bisogna dire che la loro potenza espansionistica era pressoché identica e la loro forza militare completamente diversa per gli appronti che avevano dato. Ramesse più votato alla difesa e il suo predecessore completamente votato all’offesa, caratteristica che lo rilancia nel primato di migliore della sua stirpe.

Il regno di Ramesse II, dopo un breve excursus bellico con il padre che lo nominò principe reggente per evitare una detronizzazione da parte dei sacerdoti di Amon (17), fu proclamato uno dei più longevi della storia dell’antichità e oltre, grazie ai 67 anni di reggenza.

Dopo la morte di Seti I, il giovane principe, ora raggiunta la giusta età per regnare dopo la morte prematura di Seti, prese il potere, facendosi vedere subito come propugnatore della civiltà egizia, non solo nelle arti belliche, ma soprattutto per le questioni edilizie e politiche.

Grazie alla sua esperienza nella gestione dei monumenti, per la carica datagli dal padre, e soprattutto grazie alla gestione dei tributi e delle tasse, sempre offerta dal genitore, portarono Ramesse II a diventare un sovrano non solo capace, ma anche amato.

Ma un re aveva bisogno di una regina, e un re come Ramesse II, doveva avere al suo fianco una donna alla sua altezza. Sposò dunque Nefertari (18), prima di molte spose, tra cui Henutmire (19), sua sorella minore, Isinofret (20), Maat-hor Neferura (21), sorella del re ittita con cui aveva stipulato la pace e Bintanath (22), figlia avuta da Isinofret. Nefertari fu la moglie scelta dai genitori, per la sua bellezza e spiccata dote di intelligenza. Fu la preferita di Ramesse II che la accompagnò per gran parte della sua vita e nelle sue imprese dispensando anche consigli validi alla guerra che avrebbe intrapreso.

L’inizio fu relativamente calmo per il nuovo re che si dedicò all’opera di monumentalizzazione delle città più importanti. Oltre al suo palazzo, fatto edificare da Seti I, Ramesse II costituisce una sequela di opere tutt’ora degne di ammirazione e fascino. Spiccano su tutte, Abu Simbel, complesso archeologico composto da due grandi templi, il Ramesseum di Tebe, un complesso funerario, fatto edificare per la sua futura dipartita, dove avrebbero “dormito” eternamente tutti gli uomini considerati degni e il conglomerato di templi di Karnak, tra cui quello di Amon e quello di Luxor.

Ma la relativa pace venne spezzata dall’arrivo nelle coste africane dei famigerati pirati Shardana, i cosiddetti popoli del mare, con cui gli Egizi ebbero dei grandi grattacapi, ma che Ramesse II con astuzia riuscì a sconfiggere, ripristinando le relazioni marittime con i popoli saccheggiate sulle coste mediterranee e inglobando successivamente i Shardana stessi nel suo esercito, facendoli addirittura sua guardia personale, tanto lo avevano colpito in battaglia. Furono poi indispensabili per non completare la battaglia di Kadesh con una sconfitta senza eguali.

Una piccola curiosità riguarda la battaglia di Kadesh, all’interno della campagna siriana che avvenne subito dopo la sconfitta dei pirati. Riguarda un leone, di cui non si conosce il nome. Questa fiera viene raffigurata in ogni rappresentazione monumentale sempre davanti al re, e insieme alla guardia reale degli Shardana, proprio durante la battaglia di Kadesh. Considerando la poca ascendenza tradizionale di questo animale nella cultura egizia, si pensa, quasi con certezza, che il leone affiancò realmente Ramesse II nella battaglia di Kadesh, proprio nella sua guardia personale.

In seguito a Kadesh e alla campagna siriana, Ramesse II tornò in patri per leccarsi le ferite e lasciare la Siria in mano agli Ittiti con cui proclamò una tregua subito dopo.

Questa tregua permise al re di avvicinarsi ad altre zone interessanti, zone arabe dove capeggiava Gerusalemme e la prima città di Gerico. Grazie agli scontri vittoriosi del figlio nel Moab (23) e alla congiunzione del suo esercito con quello del padre, le due importanti città vennero schiacciate e rese utili alla questione egizia.

Questo successe in soli sette anni.

Il suo lungo periodo di regno, ovvero i successivi 60 anni, vennero contraddisinti da un eterno periodo di mantenimento del regno, dedicandosi a potenziare utleriormente quello che aveva già, limitandosi a salvaguardare le casse, a pianificare politiche paci con i più grandi imperi e ad annettere quelle piccole limitrofe regioni che potevano essere annesse senza sforzo.

Oltre ad avere avuto una quantità indefinità di mogli, anche se si pensa possa averne avute una ventina, Ramesse II ebbe almeno 100 figli che diedero ampio respiro alla sua conquista e ai mantenimenti delle varie regioni.

I più importanti risultano essere Amon-her-khepshef (24), il primogenito avuto con Nefertiri che partecipò e morì nella battaglia di Kadesh, Khaemwaset (25), anch’esso presente a Kadesh e considerato uno dei più grandi pensatori dell’antico Egitto che si dedicò alle cariche religiose, Ramesse jr. (26), primo figlio di Isinofret e successivo erede dopo la morte del primogenito, ma entrambi morti prima della dipartita del padre e infine Merenptah (27), che fu il successore alla morte di Ramesse II.

La parabola ascendente dell’Egitto coincide dunque con la longeva reggenza di Ramesse II che vide morire oltre al suo primogenito decine di figli, prima che Osiride (28) lo reclamasse.

Grazie alla mummia recuperata dalle tombe egizie, possiamo anche descrivere quasi con certezza le caratteristiche fisiche del re.

La fisionomia principale del re viene data, grazie anche ai resoconti clinici tramandati fino ai giorni nostri, dalle continue malattie deformanti che colpirono Ramesse II. Infatti, se prima si poteva azzardare a pensare che il re fosse alto 1.80 cm, ora si può dire che la sua figura fosse nettamente più alta, vista la sua deformata colonna vertebrale, schiacciata sotto la malattia.

Aveva i capelli rossi, caratteristica molto rara nel suo popolo, un naso adunco e sottile, un ovale schiacciato, ma una possente e larga mascella. Tutte queste caratteristiche sono state anche riscontrate sia nel padre, sia nel figlio successore al trono. A causa delle sue malattie, comandava il suo esercito aiutato da un bastone.

Anche la persona di Ramesse veniva descritta nei documenti, facendo trapelare una persona oltremodo coraggiosa, quasi sfacciata, che forse spiega la sua scarsa vena tattica, atta a comandare un esercito sfilacciato che si aggirava per i territori nemici, nonostante il suo grande acume strategico. Oltre alla sua scarsa propensione al campo di battaglia, Ramesse II era anche un uomo di basso carisma, incapace di tenere a freno le sue truppe quando il pericolo si faceva imminente o quando si doveva attaccare.

La sua vita termina nella vecchiaia, alla veneranda età di 84 anni. La tradizione vuole che la figura di Ramesse II fosse la stessa che subì le dieci piaghe d’Egitto per mano di Mosé (29), anche se gli studiosi credono sia più utile attribuire al figlio successore, Meremptah, l’immagine biblica, anche se fu proprio il re egizio a determinare l’ira trovata nell’Esodo.

Muwatalli II

Muwatalli II
Roccia raffigurante Muwatalli II

Figlio del precedente sovrano, Mursili II (30), e di una concubina, Muwatalli II, fu uno dei maggiori esponenti della sua dinastia e di tutto il popolo ittita, mettendosi in luce non solo per le sue abilità, ma anche per le sue idee e per la politica espansionistica propugnata dal padre.

Purtroppo, di questo improtante personaggio storico, non si sa molto, soprattutto riguardo alle cronologie che caratterizzarono la sua vita.

Si sa soprattutto quanto regnò, dal 1295 a.C. al 1272 a.C., e probabilmente salì al trono ad un’età relativamente giovane, all’incirca a vent’anni, a seguito della dipartita del padre. Probabilmente quindi nacque intorno al 1185 a.C..

La sua ascesa viene caratterizzata subito da una propensione alla stabilità economica e sociale. Appena divenuto sovrano spostò la capitale dell’Impero a Tarhuntassa (31), più vicina ai territori siriani, dove aveva già in mente di espandersi e affrontare poi gli egizi. Lasciò quindi Hattusa (32) che comunque rimase un’importante città dell’Impero che affidò al fratello minore Hattusilli III che divenne governatore.

Gli intenti di Muwatalli II erano dunque chiari. Il suo popolo cominciò subito a vedere il suo carattere, forte, rozzo, poco avvezzo alle gentilezze, ma estremamente astuto.

Dopo essersi sposato ebbe da almeno tre mogli di cui non si conoscono i nomi), almeno cinque figli, ma solo due, Urhi-Teshup (33), successore del padre, e Kurunta (34), governatore di Tarhuntassa durante il regno dello zio Hattusilli III, che aveva deposto Urhi-Teshup.

Le impronte strategiche, politiche, economiche, espansionistiche, edilizie, dettate da questo sovrano, forse il più importante dell’Impero ittita, rimangono salde anche ai giorni nostri.

Va ricordato inoltre, tralasciando la battaglia di Kadesh percui molti lo esaltano, anche per una questione che riguarda una città, Troia (35), conosciuta e menzionata da molti. Proprio con il sovrano della città, Alaksandu (36), con il quale stipulò un trattato che prevedeva la resa e la subordinazione dello stesso.

Nonostante la durata del regno del suo antagonista e le opere architettoniche che ha lasciato, Muwatalli II, si può dire senza indugio, che in quanto a comandante, risulta essere migliore sotto diversi aspetti, rispetto al nemico egiziano. Anche se durante la battaglia di Kadesh, viene meno alla sua caratura militare.

Muore di malattia, una malattia sconosciuta che lo aveva logorato per anni e anni.

La battaglia

battaglia di Kadesh
Rappresentazione muraria della battaglia di Kadesh. In grande Ramesse II.

Come già detto i vari documenti, soprattutto quelli monumentali approntati da Ramesse II, danno un vasto e preciso, o meglio concettualmente preciso, numero delle forze in campo, con provenienza, collocazione e ogni piccolo dislivello e particolare rintracciato nelle cronache.

La spedizione verso i territori dove Kadesh capeggiava iniziò presumibilmente ad aprile del 1275 a.C. e Ramesse II, dopo avere conquistato senza fatica e perdite la regione di Amurru, lasciandola ancora al re Benthesina, raggruppò nuovamente le sue file e costituì un esercito più folto per affrontare Muwatalli II.

L’esercito egiziano solitamente era diviso in quattro corpi, bene divisi equamente, portando anche eventuali mercenari a suddividersi in egual misrua all’interno dei quattro corpi. In questo caso, per affrontare un esercito ittita nettamente superiore, dovette accorpare un quinto corpo nel suo esercito, distribuendo più uomini di patria nei quattro corpi iniziale, tenendo le forze base dei mercenari sempre nei quattro corpi e creandone uno più grande con forze sottomesse, esterne al regno.

Quindi, subito dopo Amurru, l’esercito di Ramesse II venne così costituito e ognuno dei cinque corpi venne suddiviso con altrettanti stendardi, aventi come emblemi quattro divinità care al re e quello mercenario senza divinità per ragioni puramente pratiche. Inoltre ognuno dei cinque aveva un suo nome preciso, la sua provenienza e costituzione e chi lo aveva costituito, in modo da rendere l’organizzazione più semplice.

Ogni corpo principale era suddiviso numericamente così: 1900 soldati delle truppe egiziane, in prevalenza arcieri, più 2100 mercenari, in prevalenza pirati Shardana, accorpati all’esercito e pilastro dello stesso come guardia reale.

Il quinto gruppo invece, veniva presentato così: 1600 Qeheqs (37), 880 Nubiani (38), ottimi arcieri temuti e rispettati in tutto il mondo, 100 Mashuash libici (39) e 520 pirati Shardana che risultavano in esubero, ovviamente scandagliando i migliori nei quattro gruppi principali.

Togliendo i primi due che facevano parte da tempo dell’esercito tradizionale egiziano, ormai consolidato da molte battaglie, il primo costituito a Tebe, con l’insegna di Amon, e il secondo ad Heliopolis con l’effige di Ra, gli altri tre erano stati approntati tutti dalle migliorie di Ramesse II.

Il corpo di Seth (40), approntato nella capitale Pi-Ramesse, era stato creato un po’ per ripicca nei confronti dei sacerdoti di Amon (mettendo l’effigia del Dio dei morti), un po’ per rinverdire il credo secondo cui Seth fosse il dio delle tempeste e dei guerrieri. Il quarto ponente l’effige di Ptah (41) e creato a Menfis e il quinto, costituito solo da mercenari, presumibilmente costituito a Nearin, completavano l’esercito degli Egizi composto da 20.000 uomini.

Infine, a rafforzare le aspettative del popolo egizio, l’arma principale dell’esercito di Ramesse II, i carri (42), stimati in un numero di 2500, temuti e rispettati, ottimi in ogni circostanza che non preveda la pioggia, circostanza in cui sono solo un peso.

A loro si opponeva la forza superiore degli Ittiti, che a favore avevano ben 30.000 soldati. Come l’esercito egizio è stato descritto con dovizia di particolari, anche quello ittita rispecchia una condizione storiografica ottima, spiegando addirittura ogni regno che ha fornito uomini, la quantità di ognuno, comprensiva di carri e il nome di chi comandava il distaccamento.

L’unico problema riguarda però prorpio le fonti. Se nell’esercito egiziano la quantità degli uomini sembra plausibile, anche se forse si è lesinato nel racconto del poema sui mercenari in aiuto, forse per aumentare il divario tra i due eserciti e giustificare alcune situazioni, in quello ittita il resoconto appare pressapochistico, pompando gli effettivi in campo (infatti nella stesura originale si contavano 40.000 uomini e 3.700 carri) e distribuendo cifre troppo omogenee e ripetitive nell’elencare le quantità provenienti da ogni regno e facendo pensare che fossero state costruite a doc. Gli storiografi moderni però, completando e redigendo ogni fonte possibile, hanno ritenuto, quasi all’unanimità, di calcolare l’esercito ittita in 30.000 fanti e 3.000 carri.

Se però il contingente egizio era diviso in distaccamenti territoriali già collaudati, tralasciando il quinto corpo di mercenari, coadiuvati dai carri, quello ittita sembrava una confederazione, un’alleanza, come quelle che vennero costituite nel ‘900 dalle potenze mondiali, che avevano a capo la potenza più grande, gli Ittiti di Hattusa, dai quali partivano gli ordini.

Oltre ad alleati però, anche nell’esercito di Muwatalli II erano presenti mercenari, nella maggior parte provenienti dall’Anatolia e dalle regioni delle coste dell’Egeo, senza omettere gli Arawana, sicuramente un popolo confinante con la Siria, e i Wilusa, quei troiani, ottimi combattenti, inglobati nel regno.

Fu così, che a capo di 22.500 unità, tra carri, soldati semplici e mercenari, Ramesse II arrivò nei pressi del fiume Oronte (43). Come mossa importante in ogni battaglia che si rispetti, l’uso egli esploratori era fondamentale, ma l’abilità del re egizio a volte veniva meno. Intercettato da uno sparuto gruppo di beduini, ramesse venne a sapere che l’esercito ittita era ancora lontano dalla loro posizione, distante oltre Aleppo, e che quindi kadesh avesse pochi uomini a difenderla. Il contingente del re egizio era ancora sfaldato e le distanze tra ogni reparto non erano adatte ad una battaglia vittoriosa. Nonostante i resoconti degli esploratori che gli riferirono che piccoli contingenti di ittiti si stavano guardando intorno, Ramesse preferì dare ascolto agli esperti esploratori beduini, per altro non facenti parte del suo stuolo.

Ad aspettarli oltre il fiume però, ai piedi di una bassa collina, già Muwatalli II stava approntando le sue difese, carpito l’arrivo del nemico.

Fu così che Ramesse decise di prendere la sua guardia reale e il primo corpo di Amon da lui comandato, chiamato “Potere degli archi”, e portarlo oltre le rive del fiume Oronte fino alla piana posizionandosi davanti alla rocca di Kadesh, per poter anticipare ulteriormente la situazione e schierare le truppe sul campo in modo tale da avere vantaggi insperati.

La situazione era questa infine: a mezza giornata (circa dieci chilometri) di viaggio il resto delle truppe egizie, l’accampamento approntato di fronte alla rocca posizionata sulla parte bassa della collina, alle spalle e a destra il fiume, mentre da sinistra proveniva tutto l’esercito ittita, che abilmente si era nascosto proprio dietro la rocca di Kadesh, e i carri, ancora oltre il fiume, aspettavano gli ordini per stringere e chiudere l’avanguardia nemica. Ramesse era caduto quindi nell’abile trappola di Muawatalli I che probabilmente aveva pagato i beduini della zona per diramare informazioni false sulla loro posizione.

Posizionatosi quindi con l’accampamento, Ramesse pensava di avere la vittoria in pugno. Conosceva l’esatto numero del contingente nemico e conosceva la sua ubicazione, anche se falsa. Tutto il suo esercito avrebbe fatto in tempo ad arrivare alla piana, disporsi e conquistare una facile vittoria. Questo se veramente Muwatalli II fosse stato ad Aleppo.

Muwatalli era diviso in due zone. La prima, la maggior parte dell’esercito con lui al comando, dietro la città a poco tempo dall’accampamento approntato dal re egizio, la seconda, ovvero un gran numero di carri, oltre l’Oronte, ad aspettare il secondo corpo di Ra, chiamato “Abbondanza di valore”, per poi coglierlo alla sprovvista, aspettare che Ramesse uscisse dall’accampamento per correre in aiuto dei suoi, e impattare poi lo scontro con il grosso dell’esercito ittita nascosto per distruggere così già la metà del contingente. Tutto questo sembra alquanto strano da parte di Muwatalli II, considerato che avrebbe potuto aspettare ogni contingente senza problemi e per primo sbaragliare l’accampamento. Purtroppo però, il re ittitia non conosceva la quantità di soldati al servizio di Ramesse II e dovette muoversi di conseguenza.

Proprio come aveva previsto Muwatalli II, la divisione Ra arrivò nei pressi del fiume Oronte. Forse smaniosi di arrivare e congiungersi con il loro re, forse provati dalla marcia veloce che aveva richiesto Ramesse II, forse per il prinicpio di attraversamento del fiume, il secondo corpo era sfaldato, disomogeneo e poco pronto ad un attacco e subì subito l’iniziativa dei carri ittiti, molto più pesanti e adatti allo sfondamento rispetto a quelli egizi, limitati solo al lancio di frecce, ma molto veloci e abili nello sfaldare le fila nemiche.

La corsa disordinata degli Egizi prese un po’ in controtempo i carri che dovettero fare un’ampia manovra di accerchiamento per chiuderli e allo stesso tempo poi la possibilità di avere a portata di mano l’accampamento di Ramesse.

Tutto stava filando liscio, con i carri ittiti che tenevano chiusa la seconda divisione e la spingevano contro l’accampamento e Muwatalli che, sbucando da dietro la rocca, chiudeva l’ultimo importante spazio di manovra.

Nonostante la superiorità schiacciante e la carenza di vie di fuga da parte degli Egizi, senza contare lo disperdersi disordinato del corpo di Ra, Ramesse, in fretta e furia aveva approntato una difesa dell’accampamento molto resistente.

Lo stesso re, presi i cavalli più buoni e legati al suo carro, seguito dagli Shardana che si distinsero in battaglia, e lasciando a difesa del campo la fanteria ausiliaria, intraprese una coraggiosa offensiva all’interno del cuore nemico, facendo molte vittime e sfaldando i ranghi iniziali. Contando anche che Muwatalli, sempre per prevenire un’eventuale arrivo di altri alleati, non conoscendo il numero preciso, portò la battaglia ad una situazione di stallo, stallo che in breve si risolse in un rinnovato positivo a favore degli Ittiti.

La difesa di Ramesse e la ritardata vittoria schicciante dei nemici, permisero al corpo di Ptah, di appellativo sconosciuto, e agli alleati di Nearin, di approdare velocemente nel cuore della battaglia.

Questo intervento prese di sorpresa i carri che vennero presi in mezzo tra due divisioni, tra cui il secondo corpo che vista la situazione favorevole si era ripreso e riaccorpato.

I carri di Muwatalli non avevano spazio di manovra alcuno e vennero annientati quasi senza problemi. Ramesse quindi si poté dedicare all’annientamento della divisione di Muwatalli che stava per soccombere.

Ma il re ittita aveva ancora il grosso dell’esercito da far scendere in campo e dalla sua posizione favorevole, ormai stanziatosi sopra la collinetta, insultato anche dai suoi nemici, non si avvise di un importante varco nello scontro che gli avrebbe permesso di vincere senza problemi.

Inspiegabilmente il re ittita, aspettò prima di colpire definitivamente, situazione che porta a pensare che in quella giornata la visibilità non fosse delle migliori, e fece passare il momento propizio, standosene appollaiato sopra Kadesh.

Ramesse intanto faceva valere la sua fama che fino a quel momento restava racchiusa in un leader capace solo di pianificazioni a tavolino e di opere di monumentalizzazione, ora però portando un insolito carisma dettato dalla morte quasi vicina che permise ai suoi uomini di disfarsi della maggior parte del nemico che venne costretto in rotta. Infatti anche i carri vennero depredati e presi, lasciati dai soldati ittiti che tornarono all’accampamento amico.

La giornata quindi si concluse, segnata da un primo errore di Ramesse e da un secondo errore dell’antagonista che si era lasciato sfuggire la vittoria.

A questo momento in poi, gli storiografi manifestano i loro dubbi che si palesano da alcuni fatti alquanto strani.

La prima situazione, quella che vede la vittoria pirrica di Ramesse, per altro poco presa in considerazione, vede i due eserciti scontrarsi il giorno seguente sulla piana, uno di fronte all’altro, con gli Egizi ad usare anche i carri pesanti dei nemici. La battaglia, cruenta ed eterna, vide alla fine uno sparuto contingente nemico andare in rotta, lasciando un altrettanto sparuto contingente egizio a leccarsi le ferite più che esultare per la vittoria.

La seconda situazione vede una ritirata egizia che, vedendo l’enormità dell’esercito nemico ancora in uso a Muwatalli, schieratosi nella piana, e avendo nelle sue file soldati stremati dalla marcia e dalla schermaglia, si ritirò lasciando la vittoria al nemico.

La terza, come detto più accreditata, vede la vittoria abbastanza netta dell’esercito ittita, che affrontando il giorno seguente il nemico, riuscì ad accerchiare Ramesse e a metterlo talmente alle strette da costringerlo a dileguarsi, salvando quello che gli restava dell’esercito.

Oltre ai documenti ufficiali che portano a questioni realmente accadute, ci sono anche quelle questioni, puramente religiose ed evocative, che di solito contraddistinguono le vicende soprattutto nell’era antica.

Una spegazione sul fatto che Muwatalli si sia frenato dall’attaccare al momento propizio, restando sulla collina, vedeva lo stesso capo impaurirsi di fronte alla figura di Ramesse, che si credeva fosse la reincarnazione di Baal (44), carnefice di centinaia dei suoi uomini. La credenza che fosse sostenuto da tutti i suoi dei, bloccò il re ittita che preferì aspettare un ulteriore momento favorevole.

C’è da aggiungere altri due fattori, che infine eclissano l’ipotesi di una scarsa visibilità: il primo, la malattia di Muwatalli II che da anni lo affliggeva, motivo che minò le sue intenzioni di scendere in battaglia, il secondo, la morte dei suoi due fratelli Hattusilli III e Mittanamuwa (45) comandanti delle divisioni dei carri che affrontarono il secondo corpo e della divisione che attaccò l’accampamento nemico, ragione che distrusse l’ardore iniziale dell’ittita portandolo a rimanere fermo sulla collina.

Quindi ancora si decide quali siano state le condizioni generali che hanno concluso la schermaglia, portando ad optare, come già precisato, verso una vittoria ittita di misura, contando l’epansione successiva dello stesso Muwatalli.

Quello che venne poi

Abu Simbel.
Un’immagine del complesso di due templi di Abu Simbel.

Nel contesto seguente si può quindi palesare una vittoria ittita. Nonostante le raffigurazioni monumentali che vedono un’osannata vittoria egizia, nelle varie città dell’Impero, il trattato che venne stipulato poi mostra una realtà del tutto differente.

Se fosse finita come mostrato nelle cinta murarie e nelle colonne, Ramesse avrebbe potuto portare la sua supremazia anche in Siria, posizionandosi a Kadesh, Amurru e successivamente anche ad Aleppo, o almeno avrebbe potuto pretenderlo.

Invece nel trattato di pace, gli Egizi si vedono scemare definitivamente le speranze di un ampliamento del regno grazie alle tratte commerciali controllate dalla Siria, facendo controllare invece Kadesh agli ittiti e anche Amurru, con Benthesina che ritorna dove aveva iniziato e inoltre facendo ampliare il regno di Muwatalli.

Il trattato prevedeva inoltre un accordo di pace totale e di alleanza nel caso un popolo venisse ad attaccare entrambe le fazioni. In aggiunta, il pericolo del nascente impero assiro, portarono ad una costretta pace da parte dei due imperi che combattendosi avrebbero fatto gli interessi solo della terza potenza assira.

Gli Egizi, in contropartita poterono tranquillamente imperversare nelle zone di Canaan (46) e Palestina, lasciando infine intatto il territorio siriano.

In seguito, una quarta potenza destabilizzò definitivamente entrambi i regni. L’arrivo del contingente dei “Popoli del mare” (47) fece sparire dallo scacchiere mondiale l’impero ittita, privo dell’abile Muwatalli morto di malattia, e costretto a diatribe interne per il contendersi del trono da parte del fratello Hattusili III, creduto morto in battaglia, ma sopravvissuto alla lotta, e Mursili III, figlio di Muwatalli II, nato con il nome di Uhri-Teshub.

Anche gli Egizi impattarono violentemente contro i cosiddetti “Popolo del mare”, ottenendo della larghe sconfitte e minando molto velocemente la supremazia nei territori conquistati, portata anche dalle due passate guerre che avevano intrapreso. L’Egitto, dopo l’arrivo di questi soldati, non si riprese più dagi contiinui attacchi e non arrivò mai alla potenza che lo aveva contraddistinto in antichità, nemmeno quando Cleopatra (48) fece capolino nelle diatribe romane.

Questi patti sono scritti su tavolette d’argento del Paese degli Ittiti e del Paese d’Egitto. Chi dei due contraenti non lo osserverà, mille dei del Paese degli Ittiti e mille dei del Paese degli Egizi, distruggano la casa, la terra, i sudditi. Al contrario, chi osserverà questi patti. Egizio o Ittita che sia, mille dei del Paese degli Ittiti e mille dei del Paese degli Egizi, facciano che egli viva in buona salute e con lui la sua casa, il suo Paese, i suoi sudditi.”

Estratto del Trattato di Kadesh, scritto in lingua cladeo-babilonese. 

Note

  • 1: un’opera propagandistica che parte da quattro anni prima della sconfitta di Kadesh, e viene riscontrata in molti monumenti di molte città egizie.
  • 2: di questa opera non si sa molto, ma si conosce sicuramente il fatto che Ramesse II diede ordine di ocstituirla parecchi anni dopo Kadesh, facendola pervenire fino ai giorni nostri in ben otto copie, sei delle quali in ottimo stato. Copie che hanno permesso agli studiosi di approfondire a pieno la vicenda.
  • 3: anche questa fonte non ha riscontro cronologico, ma ottiene anch’essa sette copie marmoree che Ramesse II fece distribuire sui più importanti monumenti delle maggiori città egizie, quali Luxor, Abido, Karnak, Abu Simbel, entro le mura dei rispettivi templi.
  • 4: il trattato è stato redatto da entrambi i fronti, stipulato per porre la pace tra i due popoli. Questo documento, oltre a descrivere bene alcune vicende dell’epoca, risulta essere il primo documento di pace attestato della storia. Fu scritto in cladeo, la lingua che veniva utilizzata dai re per approntare le firme. Una sorta di lingua che monitorava con la sua neutralità gli importanti trattati della storia antica.
  • 5: Avaris, 1297 a.C. – Pi-Ramesse, 1 settembre 1213 a.C..
  • 6: questa espressione si riferisce per omonimia al re Pirro, che in due diverse occasioni ottenne due vittorie ad un prezzo troppo alto da poter essere colmato, con perdite talmente enormi da far perdere successivamente la guerra al re. Da quel momento viene usata questa frase per evidenziare una vittoria troppo costosa in termini di perdite umane per poter essere considerata una vera e propria vittoria.
  • 7: la regione merdionale della Siria, dove poi gli Ittiti scesero per espandere il loro dominio.
  • 8: Gerusalemme, 37 – Roma, 100.
  • 9: Sesto Giulio Africano; 166 – 240.
  • 10: Cesarea in Palestina, 265 – 340.
  • 11: attualmente questa città prende il nome di Ras Shamra.
  • 12: situata nell’omonima regione, anticamente era un piccolo regno che comprendeva anche la città di Ugarit, e poi venne drasticamente ristretto ed una piccola regione che comprendeva pochissimi borghi.
  • 13: di questo re, vassallo del popolo ittita, si sa poco e niente. Si conosce solo il fatto che una volta sconfitto l’esercito egizio a Kadesh, ritornò a presiedere la città di Amurru, lasciata dalgi egizi per intraprendere la campagna contro gli Ittiti.
  • 14: non si conosce la data di nascita, ma la data della sua dipartita probabilmente coincide con la salita al trono del figlio nel 1279 a.C..
  • 15: morì intorno al 1258 a.C..
  • 16: Menkheperra Dhutmose; muore nel 1424 a.C..
  • 17: dapprima veniva raffigurato come divinità dell’aria, poi successivamente elevato a dio guerriero e quindi a Dio universale, finendo per essere assimilato all’altro dio egizio Ra, sotto il nome di Amon-Ra.
  • 18: Nefertari Meretenmut; Akhmim, 1295 a.C. – Abu Simbel 1255 a.C..
  • 19: sorella minore dello stesso reggente, di questa grande sposa reale non si sa niente per quanto riguarda gli estremi cronologici.
  • 20: nonostante fosse una moglie, dopo Nefertari, amata ed onorata da Ramesse II, di lei non perviene altro se non qualche sparuta curiosità.
  • 21: questa donna venne prese in sposa da Ramesse II semplicemente e solo per porre fine alla guerra tra Ittiti e Egizi, il classico matrimonio politico.
  • 22: era costume nell’Impero egizio, che quando una sposa moriva di morte prematura, il re sposava una delle sue figlie avuta dalla madre defunta. Questo preveniva le eventuali interposizioni dei sacerdoti, in questo caso di Amon, che bramavano il trono. Anche della figlia di Ramesse II non si sa molto. Si conosce solo che sopravvisse alla morte del padre-marito.
  • 23: regione montuosa situata nella zona costiera del Mar Morto.
  • 24: 1279 a.C. – 1254 a.C..
  • 25: 1272 a.C. – 1216 a.C..
  • 26: 1278 a.C. – 1228 a.C..
  • 27: Baenra Meriamon Merenptah Hotephermaat; sulla sua nascita ci sono diverse ipotesi, ma la morte si pensa possa essere avvenuta quasi con certezza alla fine della sua carica,avvenuta intorno al 1203 a.C..
  • 28: fu il dio sia degli inferi, sia della fertilità e dell’agricoltura. Secondo i geroglifici infatti, insieme ad Iside, dea della maternità, rappresentava la civilizzazione del mondo egizio.
  • 29: nonostante questa figura si presentata in molte culture, i natali di Mosé rimangono ancora un mistero. Alcuni studiosi optano per la versione che lo vede combattere contro il figlio di Ramesse II, altri lo collocano invece, tra cui Erodoto, intorno al 1550 a.C., anche se ora si propende per l’inverosimiglianza del personaggio. Un’altra fonte invece lo colloca proprio come appartenente al regno egiziano. Infatti Mosé in lingua egizia significa figlio o discendente, per cui il profeta ebraico dell’Esodo biblico potrebbe essere affiancato a Ramesse II sia come figlio sia come fratello.
  • 30: figlio del più famoso Shuppiliuliuma I, muore nel 1295 a.C., ma della nascita non si conosce la data.
  • 31: il luogo esatto di questa città ancora è sconosciuto, visto che non si sono ancora riuscite a trovare le rovine. Si sa che era a sud di Hattusa.
  • 32: situatata nell’attuale villaggio di Bogazkale, nell’Anatolia centrale, venne riconosiuta come patrimonio dell’UNESCO nel 1986.
  • 33: Mursilli III; probabilmente nacque intorno al 1296 a.C. e morì nel 1269 a.C..
  • 34: fratello minore di Mursilli III, nacque probabilmente tre anni dopo, morendo poi nel 1237 a.C., data dell’inizio del regno del figlio Tudhaliya IV.
  • 35: ritrovata nel 1871 da Heinrich Schliemann e proclamata patrimonio dell’UNESCO, questa città, anche chiamata Ilio, risultata essere una tra le più importanti di tutta la storia, grazie agli innumerevoli poemi e racocnti a lei dedicata. Si trova all’altezza dell’Ellesponto, entrata nord-ovest della Turchia, a sbocco sul mare.
  • 36: gli estremi cronologici non si conoscono, ma si sa che fu re del territorio di Wilusa, allora comprendnete la capitale Troia.
  • 37: questi abili esploratori erano dei beduini dei deserti occidentali e oltre alla fazione egizia, entrarono a far parte anche del contingente ittita e furono proprio loro a dare l’informazione sbagliata sulla posizione di Muwatalli II.
  • 38: provenienti dalla Nubia, una regione dell’Egitto meridionale. Per poter usufruire indisturbati delle enormi riserve d’oro di quella regione, gli Egizi permisero ai Nubiani di entrare nell’esercito avendo grandi privilegi sul bottino finale. Nubia infatti, in egizio antico significa appunto “oro”.
  • 39: occupanti dell’attuale Libia, erano discendenti dei Primi profeti di Amon, e del regno di Kush che si sviluppò anche nel Sudan e vicino alle foci del Nilo.
  • 40: soprannominato il Dio del caos, veniva raffigurato con una testa di sciacallo o talvolta anche con quella di capra. In seguito fu definito come il Dio dei morti, il padrone degli Inferi e per qualche tempio minore, il Dio dele tempeste.
  • 41: raffigurato come un uomo con una lunga barba e avvolto nelle bende funerarie, era il Dio della creazione, degli artigiani, degli architetti, della conoscenza e del sapere. In alcune raffigurazioni veniva infatti dipinto con scalpello e martello.
  • 42: i carri da battaglia erano gli unici strumenti di combattimento al di fuori dei soldati, che l’epoca antica si poteva permettere. I carri egizi si contraddistinguevano per due uomini a bordo, un’auriga e un arciere, e molto veloci si incuneavano nelle fie nemiche per disperderle. Quelli Ittiti, più grossi e possenti, avevano tre uomini, un’auriga, un arciere e un lanciere, o due lancieri, e impattavano con la loro forza d’urto verso il nemico, disperdendo maggiormente i soldati. L’uso di questi carri era anche dipeso dal fatto che ancora i cavalieri non esistevano. Infatti i cavalli, troppo piccoli erano cavalcati soltanto in manifestazioni sportive, dove il fantino si sedeva sulla parte finale dell’animale.
  • 43: nasce nell’attuale Libano, vicino alla città di Baalbek, nome ricavato dal dio egizio, sfocia poi nel Mediterraneo, sospinto da molti affluenti.
  • 44: citato nel Pentateuco, libro dell’Antico Testamento, questa divinità, nascente come capostipite delle divinità dei Fenici, si espande fino all’Egitto come protettore della città di Memphi e in seguito come una delle maggiori divinità del Paese.
  • 45: di questo fratello di Muwatalli II, non si conosce niente, se non la morte avvenuta nel 1275 a.C. a Kadesh.
  • 46: territorio antico e espanso che comprendeva l’attuale Palestina, Libano, Israele e parti minori di Siria e Giordania.
  • 47: questo popolo era una congregazione di svariati cittadini atti alla navigazione che si unirono per la conquista. Tra di loro ci furono in primis gli Shardana, che divennero anche la guardia reale di Ramesse II, i Lukka, unico popolo che aveva dominio solo sul mare, gli Akawasa, i famosi Achei ovvero i micenei di origine greca, i Tursa, situati nella parte settentrionale dell’attuale Turchia e parenti stretti degli Etruschi, i Sekeles, che avrebbero creato patrimoniorte della tradizione della Sicilia attuale, i Peleset, i Filistei nominati nella Bibbia, i Tjeker, probabilmente cugini stretti dei Peleset, i Denyen, altro tipo di Micenei provenienti dall’Anatolia, i Weses, provenienti da Troia quindi dal territorio di Wilusa e i Libu, che si stanziarono in Libia.
  • 48: Cleopatra VII Thea Philopatore; Alessandria d’Egitto, 69 a.C. – Alessandria d’Egitto, 12 agosto 30 a.C..

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