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Battaglia di Samarcanda

  • Luogo: Samarcanda (Corasmia, attuale Uzbekistan)
  • Data: 17 marzo 1220
  • Eserciti: Mongoli e Musulmani corasmi
  • Esito: vittoria mongola

La battaglia di Samarcanda

Battaglia di Samarcanda
L’Impero Mongolo nella sua massima estensione

Chi non ha mai sentito parlare di Samarcanda, affascinante città asiatica. Uno di quei borghi dove la fantasia si mescola alla realtà, trovando spazio per situazioni poco favorevoli agli storici moderni.

Situata sulla famosa Via della seta (1), divenne luogo di una delle guerre meglio riuscite, tatticamente parlando, dell’intera storia mondiale. Al tempo era situata in Corasmia (2), un impero immenso ma poco duraturo, che ottiene la sua origine dalle varie e numerose dinastie persiane che hanno contraddistinto l’Asia sud-occidentale; fondata da un coppiere turco, Anushtigin (3), servente di un sultano selgiuchide, tal Malikshah (4).

Di origine musulmana otteneva il clamoroso astio da parte di Gengis Khan (5) per due motivi: la loro presenza incombente sulla strada del sovrano mongolo verso l’Europa, da sempre suo chiodo fisso, ed era inoltre di religione musulmana, motivo di odio fin dall’infanzia. Nonostante tutto questo, Gengis Khan, non aveva intenzione inizialmente di attaccare questo popolo, considerando il suo sovrano addirittura un suo pari.

Al tempo Samarcanda era la seconda città dopo la capitale Urgench (6) e Ala al-Din Muhammad II (7) il suo Shah (8), oltre ad essere andato in soccorso della stessa città durante l’arrivo del sovrano mongolo.

Come detto già prima, le intenzioni iniziali del sovrano mongolo erano tutt’altro che bellicose, ma spiragli di guerra si stavano proponendo. Lo Shah era poco sicuro della nomea del Khan, che in quel periodo era occupato ad intraprendere una campagna per la conquista dell’intera Cina. Gengis voleva accordarsi con Muhammad per avere favori commerciali in cambio di protezione contro il califfato abbaside (9) di al-Nasir (10).

Ma lo Shah non si fidava e decise di far catturare una carovana di 500 uomini da un suo governatore a Otrar (11), mandata dallo stesso Khan per patteggiare. Gengis mandò successivamente tre suoi ambasciatori, di cui uno musulmano, per contrattare e chiedere che il governatore venisse ucciso per tradimento. Lo Shah di pronta risposta rispedì i tre ambasciatori al mittente, uccidendo il musulmano e rasando gli altri due.

Da lì Gengis Khan, decise di affrettare i tempi per conquistare ed annettere a sé la Cina, per poi dedicarsi al vasto Impero Corasmio.

Separando le sue potenze, dando il comando dei distaccamenti minori ai suoi fidati generali, Gengis Khan, completò l’annessione della Cina, spostandosi subito verso la Corasmia, allora il più grande e potente impero musulmano dell’epoca.

Per primo rase al suolo Otrar, grazie al sue generale Joci (12), oltre a piccole cittadelle disseminate sul tragitto, poi raggruppò nuovamente il suo contingente, formato da all’incirca 180.000 soldati, tra cui i valorosi e temuti cavalieri mongoli, per approntare la strategia migliore per assaltare la capitale e porre fine al dominio corasmio.

Lo Shah dalla sua parte era tranquillo nella sua fortificata città, coperto dalle due roccaforti secondarie, Bukhara (13) e appunto Samarcanda, disposte in maniera strategicamente perfetta.

Per Muhammad c’era un solo punto da dove Gengis Khan sarebbe potuto passare, ovvero l’Est, dove il grosso dell’esercito, numericamente molto superiore a quello mongolo, era stato posizionato. A sud di Samarcanda e Bukhara, si estendevano i valichi insormontabili della catena del Pamir (14). A nord, oltre la capitale, le distese delle sabbie rosse di Kkyzyl Kum (15), dove nessuno, al comando di un esercito, era mai riuscito a passare senza gravi perdite. A ovest invece il viaggio sarebbe stato troppo lungo ed impervio per poter essere preso in considerazione, oltretutto sarebbero dovuti passare per il passo situato a nordest, dove le pattuglie dello Shah, continuavano a tenere d’occhio il guado del fiume Sefarscian (16).

Ma la veloce presa della Cina, aveva modificato radicalmente il pensiero di Gengis Khan, tanto da regalargli un’idea completamente diversa delle strategie, ponendo un punto di distacco dai precedenti atti bellici. Infatti prese con sé un gran stuolo di ingegneri cinesi e di armi d’assedio (per altro lo Shah credeva che i mongoli fossero incapaci in quel genere di abilità marziali), tra le migliori in quell’epoca e nelle epoche seguenti, formando così unità di supporto alla sua temuta cavalleria che da sola sarebbe valsa a poco nell’assedio.

Nel frattempo, Gengis Khan aveva inviato delle spie (17) a Bukhara, Samarcanda e Urgench per conoscere numero di soldati, ricchezze e sostentamenti, per prevedere quanto avrebbero potuto resistere.

Fu in questo frangente che il Khan utilizzò per la prima volta il diversivo. Ciò consisteva nel dividere il suo esercito, quando ancora l’avversario non ne conosceva le dimensioni, per portarne una parte all’obbiettivo primario, in questo caso la capitale, e altri a nascondersi per accerchiare obbiettivi secondari, traendo in inganno gli avversari e distruggendo così ogni strategia di difesa.

Così, un esploratore musulmano, riferì a Muhammad che un contingente mongolo stava marciando da Oriente verso la capitale come previsto e sicuramente avrebbe incontrato il suo esercito, ma alla testa c’era Joci. Forte fu l’incredulità quando un altro contingente, comandato da Jebe (18), sbucò dai valichi del Pamir, dirigendosi proprio verso Samarcanda.

Lo Shah si mostrò però pronto. Portando il grosso del suo contingente rimasto verso sud per affrontare la minaccia, ma quando fu partito alla testa di quegli uomini, un’altra terribile e sbalorditiva notizia colpì la Corasmia: Gengis Khan, alla testa della maggior parte dell’esercito, stava scendendo da Nordovest con il generale Subedei (19), dopo essere passata per il deserto con tanto di armi d’assedio appresso, per prendere Bukhara, la quale non sospettava niente.

In breve tempo, Bukhara fu assediata e spazzata via, senza che lo Shah potesse porvi rimedio, visto che la maggior parte del suo contingente o era ad Est o scendeva a Sud, con lui a comandarlo. Non sapendo che cosa fare, lo Shah tornò verso la capitale, lasciando che a Samarcanda, forte di mura più spesse della gemella Bukhara, con turchi a difenderla, se la sbrigassero da soli, sicuro della sua idea.

Gengis Khan arrivò così a Samarcanda, congiungendo i suoi 180.000 uomini sui tre lati della città, unendosi a Joci da est, dove il contingente dello Shah aveva ripiegato su Urgench, e Jebe da sud, che nella sua strada aveva fatto piazza pulita dei piccoli borghi che aveva incontrato.

Non a caso questa manovra fu considerata dagli storici e non solo, come una delle situazioni belliche meglio riuscite e di più interessante valenza marziale. Tutt’ora non si spiega come un esercito così numeroso, con armi d’assedio pesanti, le quali sarebbero dovute sprofondare nelle calde sabbie, sia arrivato di nascosto alle mura di Bukhara che impreparata venne completamente distrutta e gli abitanti sterminati.

Gengis Khan, sovrano universale

Gengis Khan
Statua di Gengis Khan

Il grande sovrano universale nacque portando il nome di un grande condottiero che si era opposto al padre Yesugei (20) e che quest’ultimo aveva catturato, ucciso e decapitato a seguito di una delle tante battaglie delle tribù mongole.

Temujin quindi nacque in una semplice e poco considerata tribù, i Borjigin (21), dall’unione del capo della tribù con la moglie Ho’elun (22), come secondo di sette figli. Il fratello maggiore, nonostante fosse il più importante nelle vicende del giovane sovrano, non ottiene documentazioni precise, si chiamava Bekhter (23), mentre i cinque fratelli minori, Khasar (24), l’amato Temuge (25), la minore Temulin (26), il fratellastro Belgutei (27) e Khajiun (28), trovano qualche resoconto nella storia successiva. Questo perché il fratello maggiore morì presto e l’infanzia di Temujin fu documentata solo alla morte dello stesso da storiografi che storpiarono di poco gli eventi.

Il padre, nonostante Temujin avesse solo dieci anni, e nonostante le proteste gelose dell’unico fratello maggiore, decise che era giunto il momento di proclamarlo capo tribù. Questa scelta probabilmente era dettata da una scaramantica credenza che contraddistinse Temujin alla nascita. Infatti, quando la madre partorì, il piccolo teneva stretto uno dei due pugni e all’interno un grumo di sangue veniva conservato dal futuro sovrano. Questo segno era un chiaro monito per il padre. Temujin sarebbe diventato uno strepitoso guerriero, capace di comandare grandi eserciti.

Ma l’infanzia del giovane sovrano era contraddistinta da innumerevoli diatribe tra mongoli che lo consideravano un inferiore capo tribù a causa della sua discendenza poco relativa.

In seguito venne anche rapito da un clan nemico, i Taychitut (29), ma la forza di questo giovane si fece notare anche in frangenti come questo. Sopravvisse al clan nemico, uccidendone il capo, uccise persino il suo fratello maggiore che tentava invano
di mettergli i bastoni fra le ruote, ma Temujin alla fine ritorno a capo della sua tribù.

In poco tempo si fece notare per la sua intraprendenza e per la sua tendenza al comando, tanto da indurre Toghril (30), altro capo tribù, dopo la morte del padre di Temujin e la voglia di ripudiare la famiglia da parte di quest’ultimo, a prendere come figlio adottato il giovane mongolo.

Insieme ottennero grandi imprese a loro favore.

Ma la carriera di Temujin non era ancora finita e lo notò anche il Khan più potente di allora che decise di adottarlo alla morte di Toghril facendolo assurgere
a capo considerato e temuto. Ora Temujin era sulla bocca di tutti, invidiato e rispettato da ogni clan mongolo, grazie anche al suo aspetto poco simile ai suoi simili. Infatti Temujin era molto alto, come del resto ogni membro della sua famiglia, caratteristica molto strana per un asiatico che di tendenza era molto basso; aveva poi capelli rossi e barba lunghissima e ciò permetteva al capo mongolo di incutere quella sottile reverenza che gli sarebbe valsa l’appellativo di sovrano universale.

Sposò in seguito Borte Ujin (31), la figlia del Khan, sancendo così definitivamente la sua potenza. Ma in questo frangente non conobbe solo la moglie, la sua più famosa, prima di ben dieci (32), ma incontrò uomini che si sarebbero distinti come suoi fidati generali e amici nel corso del futuro (33).

Nonostante lo sposalizio con Borte, Temujin, ormai candidato al titolo di Gran Khan, riuscì a soverchiare la carica del suocero, ottenendo in battaglia l’annessione del popolo del padre della moglie, mossa che lo fece subito balzare al titolo tanto atteso.

Fu così che Temujin Khan cominciò ad annettere sotto un’unica bandiera, la sua, ogni clan, tribù, popolo mongolo che gli si parava davanti, offrendogli una possibilità di dedicarsi al suo progetto, l’espansione totale. Molti di questi si unirono alle brame di Temujin Khan, dopo essere stati sconfitti in battaglia, ritenendo il giovane mongolo un sovrano eccellente. Chi decideva di frapporsi tra lui e la conquista veniva spazzato via completamente.

Chiave di volta fu l’annessione spontanea dei turchi Sinkiang (34), un popolo civilizzato che permise a Temujin Khan, ora ribattezzato Gengis Khan, di aumentare la sua propensione alla battaglia con consigli e attrezzi superiori rispetto a quelli che il popolo mongolo si poteva permettere.

Fu così anche quando Gengis Khan prese di mira il Regno d’oro dei Chin (35), potente e fiorente impero cinese, enorme e all’avanguardia per le migliori macchine da battaglia, grazie anche ai suoi abili ingegneri.

Fu questa la campagna prima di arrivare all’immenso califfato della Corasmia, quella che Gengis Khan, vista la possibilità di attaccare il califfato, sbrigò con una rapidità impressionante, rapidità che mostrò una volta per tutte la potenza incontrastata del Khan che infine ottenne anche la tecnologia per gli assedi, degli abili cinesi, che gli valse in seguito la conquista della Corasmia e la sua completa distruzione.

In verità la completa distruzione dei Chin avvenne solo una settantina d’anni dopo grazie al nipote Khubilai Khan (36) che formò quindi la dinastia Yuan (37), che poi diede modo ai cinesi di rifarsi fondando la famosa e longeva dinastia Ming (38).

Ma l’abilità di Gengis Khan non è racchiusa solo nella sua abile avanzata e sete di potere. La sua abilità strategica raramente si è vista nel corso della storia. Un uomo capace di assorbire ogni genere di tecnica e farla propria riproponendola poi nelle sue già approntate modifiche marziali.

Un genio assoluto che dedicava grandi risorse alla pianificazione della battaglia. Prima divideva il suo esercito in più blocchi che si scompaginavano all’interno dei territori nemici per poi ricongiungersi quando le piccole zone poco fortificate venivano debellate. In più questi eserciti venivano celati in un modo che ancora oggi sconosciamo.

Il suo esercito era diviso in decimali, 10.000 unità per ogni scompartimento, tra cui gli abili arcieri a cavallo che molto mobili davano grattacapi a qualsiasi esercito grazie alla loro rapidità di movenze ed esecuzione. Inoltre c’erano, disposti in un quadrato di cento per cento, la guardia imperiale keshik, una guardia scelta dallo stesso Gengis a difesa del centro dell’esercito. Forti, pesanti, ma molto mobili, permettevano al sovrano di utilizzarli sia per affondi possenti diretti, sia per aggirare il nemico sui fianchi, sia per costruire false ritirate che poi terminavano in trappole. Inoltre fungevano anche da accademia militare per le nuove reclute.

Ma è nell’assedio che Gengis ha il suo tallone d’Achille, risolto grazie all’annessione di territori cinesi e al reclutamento di soldati e ingegneri cinesi e alla sua abilità di assimilazione. Infatti, oltre alle grandi macchine d’assedio dei cinesi, Gengis Khan utilizzava, oltre alle spie, metodi alquanto meschini e crudeli per risolvere a suo favore le cariche alle mura. Utilizzava il grasso dei nemici uccisi per intridere le palle di fuoco greco (39), in modo da aggiungere l’olezzo della morte nelle città, o scagliando con le catapulte le teste degli stessi per creare il panico e costringere gli uomini all’interno ad uscire per paura di contrarre malattie.

Inoltre costruiva dei tunnel sotterranei sotto quelli fatti dagli stessi difensori, in modo da fare crollare questi e anche rendere meno resistenti le mura. E infine deviava i corsi dell’acqua per inondare le città o privare di rifornimenti le stesse a seconda della strategia utilizzata. Come ultima bieca manovra, Gengis costringeva i nemici catturati a costruire le macchine d’assedio necessarie al successivo attacco ponendo poi le persone davanti al suo esercito come scudo. I difensori, vedendo amici e parenti si rifiutavano di combattere facendo vincere con estrema facilità il Khan.

La degna fine del Khan avvenne il 24 agosto del 1227, dove il successore e figlio Ogodei (40) alla testa di mille guerrieri vestiti di nero portò il suo sovrano e padre in una lunga e strenua marcia a lutto per le lande mongole e per le colline del suo Paese, fino alla montagna del Burkhan Khaldun, che Gengis Khan aveva preventivamente indicato come luogo della sua sepoltura.

Negli ottant’anni successivi, cosa che accade poco nella storia, i suoi figli aumentarono la campagna espansionistica del padre, finendo per definire l’Impero mongolo, come il secondo della storia per estensione. Oltre a questo portarono la saggezza del padre, analfabeta amante della cultura, continuando il suo rigoroso ed integerrimo senso della giustizia e la sua proverbiale voglia a donare pari diritti in ogni provincia conquistata, compresa anche la libertà di pregare i propri dei.

Muhammad II, non solo un uomo qualunque

Muhammad II
Muhammad II incita i suoi discepoli

Non molto c’è da dire di questo uomo che affrontò degnamente le sortite di Gengis Khan, a causa delle poche note storiche dovute a lui. Figlio di un possidente turco, che in gioventù era uno schiavo, Muhammad II ottenne dal padre la concessione di governare la Corasmia, quando lui stesso fosse morto.

Non era molto espansa come zona, ma Muhammad decise subito di prendere i suoi migliori uomini e di cominciare la lenta ed inesorabile ascesa del suo impero, prendendo dapprima obbiettivi minori e piccoli e assemblando al suo esercito volontari e mercenari e poi in poco tempo, crescendo esponenzialmente, conquistare anche gli imperi maggiori. Infatti, dopo soli cinque anni di sovranità, Muhammad II aveva già conquistato tutta la Persia che al tempo apparteneva ai turchi selgiuchidi, facendone in seguito dei valorosi alleati.

In seguito, sette anni più tardi, conquistò un’altra zona di non facile caratura, devastando le zone dove il khanato Kerait dava del filo da torcere anche allo stesso Gengis Khan. Infine Muhammad conquistò ogni zona possibile, a partire dall’Asia centrale dove si stende il fiume Sefarscian, fino alle rive del Golfo Persico e all’Oceano Indiano. Le doti di conquista di questo comandante turco erano strabilianti e la sua sete di potere non inferiore al suo futuro nemico, cosa che gli portò ad autoproclamarsi Shah di tutta la Persia.

Carica che ottenne con la forza e da solo una volta che al-Nasir, califfo di Baghdad, gli rifiutò la concessione di questa onorificenza. Marciò dunque alla volta di Baghdad, nominando lui stesso un califfo, suo braccio destro, per poter andare a conquistare la città e impiantare il nuovo califfo. Una volta fatto questo avrebbe detronizzato facilmente il suo protetto e sarebbe divenuto lui stesso Shah.

La situazione però gli fu avversa e mentre marciava verso Baghdad, caddero in un’imboscata piazzata con astuzia da al-Nasir e l’esercito di Muhammad, venne decimato, costringendolo e ornare in patria, dove lo aspettava una dura lotta e la fine della sua esistenza e di quella del suo impero.

Muhammad era dotato di grande acume tattico, tanto che solo quello bastava a fargli ottenere il rispetto della sua gente. Inoltre, grazie al suo mentore, il padre, ottenne capacità politico-burocratiche vaste che gli permisero di ottenere alleati e di debellare anche solo con le parole i suoi nemici. In seguito alla conquista di Gengis Khan in Corasmia, Muhammad II scappò da Urgench per cercare di rifugiarsi in una piccola isoletta del Mar Caspio, con il figlio e la guardia fedele al seguito.

Genigs Khan intanto aveva ordinato a due suoi fedeli generali, Subedei e Jebe, di inseguirlo e di ucciderlo, ma non ce ne fu bisogno. I due generali lo trovarono già morto perché afflitto da una rara forma di pleurite. Anche se alcuni storiografi optano per una morte più evocativa, dove lo Shah morì di crepacuore per lo shock della fine del suo impero. Il figlio Jalal al-Din (41), prese il comando fino al 1231, ponendo fine definitivamente all’Impero corasmio. Muhammad II ebbe un’unica sfortuna: essere nato nello stesso periodo di Gengis Khan e soprattutto avere l’impero confinante con quello mongolo, oltre ad una dose di orgoglio eccessivo che lo ha portato a rifiutare la pace con lo stesso mongolo.

Aveva grosse intenzioni e forse avrebbe avuto fortuna migliore se sulla susa strada non ci fosse frapposto il sovrano universale, ma la storia gli ha concesso solo briciole e una nota di merito per le campagne intraprese.

Samarcanda
Odierna Samarcanda, dove un tempo sorgevano le mura

La battaglia

Come già anticipato, dopo la splendida vittoria a Bukhara, una coesione di genio tattico, fortuna, alleanze politiche e assorbimento dei caratteri extranazionali, ora toccava a Samarcanda fare la stessa fine della sua precedente gemella. Urgench poi sarebbe stato l’ultimo tassello mancante per porre fine all’egemonia dei Musulmani sui territori della Corasmia.

A Bukhara Gengis Khan rimpinguò le sue file grazie alla sopravvivenza di soldati giovani e dalle monti malleabili che poterono di fatto entrare nelle fila mongole e il resto dei superstiti schiavizzati. Il 14 marzo quindi il sovrano universale arrivò alle mura di Samarcanda per iniziare l’assedio che sarebbe dunque cominciato il giorno seguente. Prima Gengis Khan doveva ottenere le informazioni dettagliate che le spie gli avrebbero presto dato.

Samarcanda aveva delle fortificazioni superiori rispetto alla città gemella, e al suo interno conteneva 100.000 soldati, oltre ad altrettanti tra donne e bambini. Non sarebbe stato facile come il precedente assedio, ma Gengis aveva i suoi assi nella manica. Con il ricongiungimento ai figli Chagatai (42) e Ogodei, freschi di distruzione di Otrar, e ad altri generali scompaginati, Gengis si stava apprestando ad attaccare, contando nelle sue file 110.000 uomini, aggiungendone all’interno Turchi, Iraniani tagiki (43) e Afghani.

Come a suo solito, le tattiche utilizzate sarebbero state le medesime, con tentativi biechi di minare psicologicamente l’avversario ponendo schiavi davanti alle sue guarnigioni. La situazione però era stata letta abilmente da Gengis che optò per far credere all’avversario di essere troppo in inferiorità per attaccare con il suo esercito, debole per le troppe compagini di cavalieri, poco adatte all’assedio.

Nugoli di proiettili di nafta ardente piovevano verso l’orda mongola e Gengis diede l’ordine di indietreggiare per evitare di essere colpiti e prese quella situazione per far credere all’avversario di stare per cedere. Ciò nonostante gli uomini di Gengis ebbero veramente timore di essere in inferiorità e cominciò a serpeggiare il malumore nei popoli diversi da quello mongolo, poco avvezzi ancora alle tattiche del sovrano.

Da dentro invece la situazione si faceva interessante, visto che i soldati credevano di essere talmente forti da poterlo battere senza problemi. Questo portò metà dei soldati, con al seguito venti elefanti, al di fuori delle mura per ingaggiare il nemico fuori dalla portata dei proiettili ed in apparente rotta. Con la potenza dei pachidermi, la fanteria degli alleati mongoli, venne ingaggiata e divisa, permettendo anche ai soldati difensori di attaccarsi alla cavalleria mongola per evitare che potesse muoversi con libertà. Nel frattempo, Muhammad II si stava dirigendo verso la città di Samarcanda, per cercare di salvarne le mura ed impedire che rimanesse solo Urgench come ultimo baluardo.

Gengis, che stava vedendo come i suoi alleati stavano indietreggiando e si stavano sfaldando, ordinò ai cavalieri mongolo con arco di portarsi che a destra chi a sinistra per tempestare di frecce gli elefanti, mentre i cavalieri non ingaggiati cercavano di attaccare da dietro la fanteria nemica.

Gli elefanti, ormai devastati da molte ferite cominciarono a ribellarsi ai loro stessi padroni e nella fuga calpestarono qualsiasi oggetto o uomo gli si ponesse davanti, facendo strage tra le file di Samarcanda. I cavalieri mongoli, della guardia imperiale, attaccando frontalmente a cavalleria nemica, la aprirono in due e metà di essa si diede alla fuga e l’altra si trovò a soccombere sotto la furia e l’impeto dei mongoli.

Restavano dunque i fanti che privi della protezione di elefanti e cavalleria, vennero trucidati senza problemi. Gengis allora fece arretrare nuovamente le sue compagini, aspettandosi una nuova ondata di proiettili di nafta, che non arrivò.

All’interno, ben 30.000 soldati decisero di consegnarsi al sovrano mongolo e di combattere per lui, per avere salva la vita. Gengis, di pronta risposta, una volta accolti nelle sue file, con lo stratagemma di dover per concretezza tagliare loro i capelli come quelli mongoli, li sgozzò ad uno ad uno, facendo un bagno di sangue in pochi minuti e chiarendo una volta per tutte quanto Gengis Khan non tollerasse il tradimento, nemmeno nelle file nemiche.

Ora la situazione era talmente favorevole che l’orda entrò in Samarcanda senza alcun problema, sterminando che si ponesse davanti, anche donne e bambini. Restavano solo 2.000 turchi tagiki asserragliati dentro la cittadella e sembravano volere tenere fede alla loro cultura e alla loro fama incontrastata di fedeli servitori. Era il 17 marzo e mentre metà dell’esercito trucidò chiunque si frapponesse tra lui e la vittoria, e catturando chiunque si consegnasse senza problemi, l’altra metà si impegnò a bombardare letteralmente la cittadella.

In due giorni continui di serrati attacchi da una e dall’altra parte, la cittadella, sotto la violenza dei materiali utilizzati dalle due compagini, crollò su se stessa, uccidendo all’interno ogni antagonista e ponendo fine, la sera del 19 marzo, alle ostilità.

Nel frattempo era arrivato anche Muhammad II, il 18 marzo, che tentò invano di penetrare nella città per salvare gli irriducibili che avevano difeso la cittadella. Nonostante la grande forza portata con sé venne respinto due volte e dovette infine scappare per ritornare ad Urgench. Come già detto però, Muhammad II morì di pleurite in un’isola del Mar Caspio, inseguito da due generali mongoli.

Alla fine delle ostilità, Gengis diede l’ordine di asserragliare fuori dalle mura tutti i civili che vivevano all’interno della città di Samarcanda e di trattenere all’interno chiunque avesse abilità di ingegneria e di confezionamento armi. Sulla piana davanti alla città furono sterminati tutti gli abitanti e anche i soldati rimasti vivi e in qualche ora, davanti alle mura capeggiava un’immensa piramide fatta dalle teste dei soldati e dei civili, per sancire la tremenda vittoria mongola.

La città in seguito venne inondata e distrutta mettendola a ferro e fuoco. Si salvarono alla tremenda orda 30.000 uomini, tutti ingegneri, fabbri, maestri armaioli, artigiani e alcuni soldati che per paura, fin dall’inizio avevano desistito dall’alzare armi contro Gengis Khan.

Quello che venne poi

Ancora, dopo la caduta delle due città gemelle, la Corasmia aveva la sua capitale, la più ricca città, a presiedere le ultime forze musulmane. Ma la strategia di Gengis Khan non era dedicata ad un contesto ristretto, ma ad una più ampia zona, che Gengis voleva conquistare.

Uno dei suoi generali, nonché figlio (44), rimasto al nord in attesa degli ordini del suo signore, cominciò la marcia scendendo verso Urgench, mentre il sovrano mongolo si apprestava a salire per congiungersi, assieme ai suoi due figli, con il generale, prendendo poi la città su due fronti. Attraverso gravi perdite, cosa anormale per i mongoli, diatribe interne con il figlio e difficoltà a trovare materiali d’assedio nelle zone brulle vicino a Urgench, anche l’ultima città corasmia venne presa e distrutta.

Lo studioso Yoveyni, di origine persiana, sostiene che nell’attacco, 50.000 soldati mongoli uccisero 24 persona ognuno. Nonostante Urgench sia definito uno dei massacri sanguinari peggiori più atroci della storia dell’umanità, le parole dello studioso sembrano alquanto esagerate. Contando si verrebbe a dire che in quell’attacco morirono oltre un milione di uomini, donne e bambini.

Finita quella campagna, e donata la città al figlio Ogadei, nonostante le proteste del figlio primogenito, Gengis si dedicò alla disfatta del figlio dello Shah, per evitare un’eventuale nascita di una Coroasmia futura, inseguendolo fino in Afghanistan. Lì, Gengis, ottenne la sua prima vera sconfitta, cosa che lo fece infuriare a tal punto che si dimenticò della sua campagna principale per inseguire fino in India il figlio di Muhammad II, lasciandolo infine alla sua sorte, rinsavito dopo qualche anno.

La distruzione della Corasmia, tatticamente parlando, aprì degli scenari futuri che Siria, Iraq e Asia minore, avrebbero fatto volentieri a meno. Strategicamente coperta la Corasmia era un continuo e ottimo territorio per il rimpinguamento delle forze che nel futuro Gengis portò alla conquista dei popoli musulmani, fino ad arrivare alla Germania, dove infine si fermò.

Qui Gengis fece un errore troppo grande da essere attribuito a lui. Ormai vecchio, intraprese la campagna in Europa, ma la successione non era ancora stata decisa. In partenza ad Urgench e poi continuando negli anni, le diatribe tra i fratelli continuavano, anche se la loro lealtà per il padre li mise in condizione, anche alla sua morte, di protrarre gli insegnamenti del Khan.

Per avere però il potere del padre i figli si uccisero a vicenda, lasciando come ultima eredità, detta in letto di morte, un enorme sbaglio che vedeva l’instabilità dell’enorme impero mongolo e sancendo di fatto la veloce decadenza dell’Impero mongolo che ai giorni nostri sembra solo l’ombra della potenza antica.

Note

  • 1: un’immensa rete commerciale, lunga quasi 8.000 km che metteva in comunicazione i vari imperi cinesi con l’Occidente.
  • 2: regione asiatica corrispondente all’attuale Khwarizm, una regione dell’Uzbekistan, situata nel nord-ovest de Paese.
  • 3: uno schiavo turco che vede il suo figlio primogenito, grazie al sultano selgiuchide Barkiyaruq, diventare wali, ovvero governatore, della stessa Corasmia, facendola propria qualche anno più tardi, nel 1077.
  • 4: Jalal al-Dawla Abu I-Fath Malikshah; 1055 – novembre 1092.
  • 5: Temujin; alto corso dell’Onon, 16 aprile 1162 – 18 agosto 1227.
  • 6: attualmente situata nell’Uzbekistan meridionale,
    si trovava invece all’estremo nord dell’impero corasmio.
  • 7: Muhammad di Khwarezm; di questo sovrano si conosce solo il periodo di regno, dal 1200 al 1220.
  • 8: carica attribuita ad alcuni uomini nobili dell’Asia sud-ovest e centrale, prevalentemente di origine persiana. La parola deriva proprio dal persiano e significa semplicemente re.
  • 9: questo impero califfale prende il nome dallo zio paterno del profeta Maometto, e governa il suo popolo dal 750 al 1258, governando l’intero mondo islamico dell’epoca.
  • 10: al-Nasir li-din Allah; 1158 – 1225.
  • 11: chiamata anche Farab, questa città, un tempo importante snodo commerciale, ora è soltanto una delle tante città fantasma dell’Asia centrale.
  • 12: Djuci o Zuchi; 1185- febbraio 1227.
  • 13: tutt’ora, questa antica fortezza rimane una delle città più importanti dell’Uzbekistan, capoluogo della regione omonima.
  • 14: questa antica catena montuosa, un tempo dava il nome solo alle alture impervie che la caratterizzavano, ora da il nome alla regione omonima situata nell’Asia centrale. Una curiosità data dal nome che significa letteralmente “montagne della cipolla”, anche se non si conosce il perché di tale nome.
  • 15: è un deserto dell’Asia centrale che si estende per oltre 200.000 km, che ha come capoluogo appunto Bukhara e si trova a nord del più ampio deserto del Karakum.
  • 16: questo fiume conosciuto con molti nomi, ora Syrdar’ya, sfocia poi nel Lago d’Aral.
  • 17: oltre alla cavalleria, vera e propria fonte inesauribile di successi, i mongoli per arrivare dove sono arrivati, quale secondo più vasto impero della storia, avevano bisogno di una fitta rete di spie che scoprissero ogni segreto delle città alle quali avevano messo l’idea di conquista. Le spie mongole infatti, erano tra le migliori, capaci di apprendere notizie essenziali, quali ricchezze, alimenti e ovviamente forze schierate, e di infiltrarsi in ogni luogo senza problemi, capaci inoltre anche di assassini in piena regola.
  • 18: Jebe Noyan; muore nel 1225.
  • 19: o Subotai; 1176 – 1248. Fu il principale stratega dell’era di Gengis Khan, nonché braccio destro del sovrano mongolo.
  • 20: Yesugei Baator Khan; 1140 – 1177.
  • 21: una delle tante tribù mongole di basso lignaggio che tempestavano le vaste pianure asiatiche.
  • 22: muore nel 1208.
  • 23: nato probabilmente due anni prima di Gengis Khan, si pensa che lo stesso Khan lo abbia ucciso quando aveva soli 12 anni per evitare che lo stesso si frapponesse tra lui e il trono e per riuscire a sopravvivere con gli stenti della fame.
  • 24: Jochi Kashar; di lui non si conoscono gli estremi. Si ricorda per due motivi. Il primo lo vede aiutare il fratello Temujin nell’uccisione di Bekhter. Il secondo quando venne utilizzato come esca per permettere a Gengis Khan di impadronirsi di un territorio.
  • 25: 1168 – 1246. Nonostante Gengis lo amasse più degli altri, quando Ogodai morì, lui cercò di impadronirsi del trono, ma fu decapitato in un’esecuzione pubblica.
  • 26: non si conoscono gli estremi.
  • 27: anche di lui non si conosce molto, ma si sa che era il seguace di Khasar con il quale intraprendeva sortite belliche durante l’espansione del fratello più grande.
  • 28: anche di questo fratello minore di Genigs Khan, non si conoscono gli estremi.
  • 29: un clan minore di mongoli che aveva intrapreso lotte con i clan limitrofi, tra cui i Borjigin.
  • 30: Khan della tribù dei Kerait, il più potente clan mongolo all’epoca in cui Genigs Khan divenne suo figlio adottato.
  • 31: 1165 – 1226.
  • 32: Qulan Khatun, della tribù dei Merkit, Yesugan, Yesulun e una concubina dal nome sconosciuto, della tribù dei Tatari, Chi Kuo, quando Gengis Khan sottomise parte del regno di Chin, AbiKhatun, della tribù dei Keraiti, Gurbasu Khatun ed una concubina sconosciuta, della tribù Naiman, Chaga Khatun, della tribù dei Tanguti e infine, Moge Khatun che in seguito divenne la moglie dello stesso figlio di Genigs, Ogodai, quando divenne sovrano. Inoltre Genigs Khan divenne famoso anche per aver avuto altri figli illegittimi, numerosi, per tutta la Mongolia e per ogni posto dove egli conquistò le terre.
  • 33: chiamati “i suoi quattro cani”; Subedei, braccio destro, il fratello maggiore Djelme, Jebe e Mukali.
  • 34: un popolo turco che aveva tradizioni miste a quelle cinesi e che diede man forte a Gengis Khan per apprendere numerose tattiche belliche per l’assedio.
  • 35: fondato dall’omonimo sovrano, questo stato feudale, era una commistione dell’impero cinese e di quello mancese.
  • 36: 23 settembre 1215 – 18 febbraio 1294.
  • 37: regnò sulla Cina per quasi cento anni, fino all’arrivo della dinastia Ming.
  • 38: dinastia che dominò la Cina dal 1368 al 1644, lasciando spazio alla dinastia Qing, ed estinguendosi nel 1662.
  • 39: miscela di pece, zolfo, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, quest’ultima probabilmente soppiantata da Gengis Khan con il grasso umano, fu un’arma talmente potente da essere custodita a rischio della morte e chi rubava la formula veniva imprigionato e frustato.
  • 40: 1186 – 1241.
  • 41: Jalal al-Din Mankubirni; muore in Anatolia il 1231.
  • 42: o Djagatai; 22 dicembre 1189 – 1 luglio 1242.
  • 43: appartenenti all’Asia centrale, la loro lingua è resistita fino ai giorni nostri dove, nell’attuale Iran ottiene spazio nelle lingue indoeuropee iraniche.
  • 44: primo di innumerevoli figli (si dice che il Khan abbia avuto quasi 500 amanti), si contraddistinse per la sua brama e per aver attaccato più volte il padre, dando vita alle diatribe future dei suoi fratelli.

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