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Battaglia di Sfacteria

  • Luogo: isola di Sfacteria (oggi detta anche Sfagia), Grecia ionica.
  • Data: 425 a.C.
  • Eserciti in campo: per gli spartani 420 opliti e un numero imprecisato di iloti; per gli ateniesi 70 triremi, 800 peltasti, 800 opliti, 800 arcieri e un numero imprecisato di ausiliari messeni
  • Comandanti: Epitada e Stifone per gli spartani, Demostene e Cleone per gli ateniesi
  • Esito: vittoria ateniese e resa della flotta spartana.

Battaglia di Sfacteria

L’antefatto

Sfacteria è un’isola oblunga che controlla il golfo di Navarino (l’antica Pylos). L’assedio che gli ateniesi condussero ai danni degli spartani fu solo un episodio della guerra del Peloponneso per il dominio della Grecia.

Lo scontro e l’esito

Dopo che gli ateniesi di Demostene occuparono rapidamente Pilo, per poter creare una testa di ponte per invadere il Peloponneso, Sparta decise di concentrare in quel luogo una parte delle proprie forze navali per riprendere il possesso della roccaforte e l’altra parte delle navi a Sfacteria per controllare il golfo. La superiorità tattica sul mare premiò gli ateniesi che riuscirono a circondare i nemici approdati sull’isola e a privarli della fuga via mare. Seguirono 72 giorni di assedio in cui gli spartani provarono a spezzare l’accerchiamento ma invano.

Una così lunga resistenza fu possibile, come ci dice Tucidide stesso, grazie al coraggio di alcuni iloti che, senza farsi intercettare dalle pattuglie ateniesi, nelle notti di mare mosso, portarono rifornimenti ai loro padroni assediati. Come premio era stata loro promessa la libertà.

Gli ateniesi erano arroccati a Pilo e assediavano per mare Sfacteria. Gli spartani assediavano Pilo ed erano bloccati sull’isola, ben al riparo nella fitta boscaglia ma con scarsi viveri. Le trattative tra gli ambasciatori di entrambe le città saltarono per le enormi richieste di resa, volute da Cleone. Nell’attesa, vana, che gli assediati cedessero, Cleone vedendo decadere la propria fama presso il popolo ateniese decise di associarsi Demostene nella strategia dell’assalto finale.

Attaccando dal mare aperto e dal golfo di Pilo, l’esercito di Atene prese le prime postazioni di guardia sull’isola, grazie alla superiorità numerica e ad un armamentario più leggero, adatto a luoghi così impraticabili. Tucidide spiega l’iniziale timore dei reparti ateniesi diretti su un’isola selvaggia e occupata dall’esercito nemico, reso tanto glorioso dalle vittorie nelle guerre persiane, soprattutto dopo le Termopili.

Gli spartani erano ormai arroccati sul promontorio roccioso verso il mare che guarda Pilo. La svolta si ebbe, proprio come alle Termopili, grazie all’accerchiamento, reso possibile dal coraggio del comandante dei messeni il quale, con arcieri e fanti leggeri, aggirò gli avversari per una via a picco sul mare.

Degli spartani, poco più di un centinaio morì, compreso Epitada, nelle varie operazioni militari mentre i restanti accettarono la resa proposta da Cleone e Demostene. Atene si impossessò di parte della flotta spartana e rinunciò all’alleanza proposta dai vinti. La guerra del Peloponneso sarebbe andata avanti per altri ventuno anni.

Conseguenze

A livello morale, diminuì l’alone di coraggio e invincibilità che contraddistingueva da decenni la potenza spartana. Atene rinvigorita dalle iniziali vittorie ipotizzò un esito positivo delle ostilità. Pilo venne occupata dai messeni, acerrimi nemici degli spartani, e questi ultimi dovettero fronteggiare disordini all’interno dei propri domini territoriali in Peloponneso.

Riferimenti bibliografici

E. Rosati, A. M. Carassiti, Dizionario delle battaglie.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, IV, 14 – 41.

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