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Battaglia di Valencia

Battaglia di Valencia
Rappresentazione della battaglia di Valencia

  • Luogo: Valencia
  • Data: 15 giugno 1094
  • Eserciti: Cristiani e Musulmani almoravidi
  • Esito: vittoria dei Cristiani

La storia di questa città è stata contraddistinta da innumerevoli scontri, lotte interne, schermaglie tra Musulmani e Cristiani, con gli uni a chiedere aiuto anche in Africa e gli altri a fondersi con contingenti dei primi per affrontare un nemico comune. Valencia nella sua storia finì persino in fiamme, distrutta dagli stessi abitanti, ben due volte. Una proprio in seguito alla morte di Rodrigo Diaz de Bivar (1), cinque anni dopo la fine della contesa che andrò a descrivere.

Per raggiungere la data prestabilita, luogo della vittoria de El Cid Campeador, bisogna fare un passo indietro, al 1081, crocevia di interscambi generazionali, religiosi e regali, di cui appunto Rodrigo ne era il punto focale.

Quest’ultimo venne esiliato dal regno di Castiglia, dal re Alfonso VI (2), quando El Cid era tra le file come alferez (3) dello stesso, a causa di una poco brillante manovra nella ritirata contro gli Arabi a Cabra (4) che costò la morte di molti affiliati, nonostante la vittoria finale.

Proprio questa rottura interna portò Rodrigo a stringere patti con Mori (5), Arabi, Saraceni e in genere Musulmani, offrendo i propri servigi a questi popoli, delineando un quadro a dir poco confusionario nella penisola iberica.

Si alleò con al-Muqtadir (6), il re di Saragozza, snodo importantissimo per le contese spagnole. Questo re-sultano, portò anche alla congiunzione, tramite protettorato ottenuto da Raimondo Berengario II (7), di tutte le province musulmane a sud ovest della Catalogna, sancendo così una violenta spaccatura nella penisola. Da una parte i Musulmani governati da al-Mutqadir prima e dal figlio al-Mu’tamin (8) poi stanziati nella parte sud ovest della Spagna, Musulmani e Almoravidi (9) con Alhay’ib (10) re di Lerida e Yusuf Ibn Tashfin (11) nella parte orientale e a nord il regno spagnolo di re Alfonso IV.

Il quadro, per la battaglia imminente, si stava delineando e Rodrigo Diaz, in tutto questo, pedina fondamentale per l’egemonia di uno dei due popoli, rimaneva il protettore di al-Mutqadir e dal 1083 del figlio, il legittimo sovrano. Dalla parte del re di Saragozza e del suo ex alfiere, Raimondo Berengario II per gli aiuti pecuniari e Sancho Ramirez (12), sovrano di Navarra e Aragona, per quelli politici.

Alfonso IV dalla sua, vedeva profilarsi uno scenario a dir poco funesto.

Si arrivò quindi al 1093, quando a seguito di una sommossa popolare a favore degli Almoravidi, proprio a Valencia, il re di Saragozza perse la vita e costrinse El Cid a deviare nuovamente il suo percorso verso il ritorno tra le schiere spagnole e Alfonso VI.

Doveva però prima rientrare nelle grazie del re spagnolo e per farlo, l’unica soluzione era riconquistare quella Valencia, teatro del massacro del suo protetto. Fatto ciò, sarebbe potuto rientrare di diritto nei piani principali del bisbetico re.

Il cavaliere cristiano-islamico

Rodrigo Diaz de Bivar
Rodrigo Diaz de Bivar

Rodrigo Diaz era originario di un paesino della Castiglia vicino Burgos. Figlio di un nobile di basso rango Diego Lainez (13), cominciò subito la sua corsa alla notorietà e al mito, passando per le lotte tra sovrani spagnoli contraddistinte dal fresco crollo dell’Impero Omayyade (14) di Cordoba.

Nel 1064, sotto l’egida di Ferdinando di Castiglia (15), compì la sua prima importante missione a Graus, dove si mise in luce per il suo acume tattico e per il suo coraggio, andando direttamente nelle prime linee. La prima vittoria contro il re arabo di Saragozza venne attribuita a lui.

La sua condotta, in seguito, non rispetterà mai del valori chiari, né per discendenza né per religione, offrendosi dunque al miglior offerente; tattica che però gli consentì di abbracciare molte cariche e molti onori da molti popoli.

Biondo e alto, come il popolo germanico da cui si dice discenda, ha nel suo soprannome la vera essenza della sua vita e del suo fare mercenario. El Cid, è semplicemente la versione spagnola del nome affibbiatogli dagli arabi, Sayyd, ovvero Signore, che poi va a congiungersi all’iberico Campi Doctor, campione del duello.

Passato da Ferdinando di Castiglia a Sancho II (16), fino ad arrivare alle sponde musulmane di al-Muqtadir e del figlio, passando in diversi momenti, sotto l’egida di Alfonso VI, l’ascesa del mito di Rodrigo Diaz de Bivar raccoglie consensi da ogni popolo per cui ha combattuto, considerandolo a volte eroe a tal punto da essere sempre accolto a braccia aperte anche se colpevole di tradimento.

Un soggetto che ha scatenato la fantasia fervida di molti scrittori, tra cui Per Abbat (17) e il suo Cantar del Mio Cid (18), che gli hanno dedicato poemi e quant’altro, per altro sfociando e intrecciando la storia fantastica con quella reale. Infatti, le nozioni che abbiamo di questo condottiero, sono alquanto vaghe e aleatorie. La leggenda creata dai suoi contemporanei e dagli scrittori futuri si è legata al fatto vissuto, dando vita all’unico mercenario della storia ad essere chiamato eroe, capace di portare quasi solo vittorie, seguito dal suo fedele cavallo, Babieca (19), altro simbolo della sua forza e risolutezza.

Rodrigo Diaz de Bivar
Statua equestre di Rodrigio Diaz a Burgos

Non solo. Rodrigo aveva così tanto carisma da permettersi, ovunque combattesse, di essere seguito in battaglia da molti seguaci, fedeli a lui e non ai re. Infatti il suo coraggio in battaglia, tratto distintivo del Cid, portò numerosi popoli ad affiliarsi a lui per emularlo e seguirlo nelle vittorie. Franchi, Irlandesi, Baschi, Mori, Saraceni, Spagnoli, sono solo alcuni dei popoli che accorsero da tutti i luoghi per affiancarsi a Rodrigo Diaz.

Una leggenda più che un uomo, simbolo della Reconquista, e un punto di svincolo per la storia della Spagna, dell’Europa e di tutta la religione cristiana. Oltre al combattimento, tra le sue gesta, possiamo annoverare anche importanti leggi paritarie, durante il governariato a Valencia, che portarono la popolazione della città, fatta di musulmani e cristiani, a fondersi senza problemi, potendo usufruire delle loro tradizioni indisturbati.

Diaz morì nel 1099, lasciando la moglie doña Jimena, datagli in moglie dal conte di Oviedo, e nipote del re Alfonso VI; lasciando anche i quattro figli Diego, Elvira, Maria e Jimena, per tre anni assediati dai Musulmani a Valencia e in seguito fuggiti insieme a tutti gli spagnoli, lasciando in fiamme la città.

Il comandante dei Musulmani

Yussuf Ibn Tashfin
Yussuf Ibn Tashfin

Yussuf Ibn Tashfin ottenne il titolo di amir al-muslimin dal suo stesso popolo che lo vedeva come il loro supremo comandante. Fu preso in causa nella vicenda, quando i Musulmani stanziati in Spagna, stavano avendo grosse difficoltà contro i Cristiani e l’emirato di Yussuf, che comprendeva parte del Nord Africa, sicuramente più attrezzato e potente, si mosse dal Marocco per approdare in Europa.

Era diretto discendente del creatore della dinastia almoravide. Cugino infatti di Abu Bakr Ibn Umar (20), Yussuf, si fece notare per la sua perseveranza e abilità nel gestire i suoi combattenti. Nonostante gli Arabi, nel corso della storia, siano stati conosciuti come uno degli eserciti più vasti della storia, Yussuf, avendo in mano migliaia di uomini, riusciva nell’intento di disporli come se fossero un piccolo esercito e spiazzando gli avversari quasi in tutta la totalità degli scontri. Tashfin ottenne, nel corso della sua vita, solo due sconfitte, una rimediata appunto contro Diaz a Valencia e l’altra in Marocco, quando tentò di riunificare tutto il conglomerato dei territori spagnoli appunto alo Stato africano. Nel conteggio non è da riscontrare la sconfitta patita nei pressi di Badajoz, visto che Tashfin era rientrato in Africa per la perdita prematura del figlio primogenito.

La sua avanzata nella Spagna controllata da Alfonso VI era inesorabile, tanto che ogni volta che arrivò ad un ostacolo questo veniva o lasciato o raso al suolo per non essere preso dallo stesso emiro e di conseguenza per non permettergli di aumentare il suo potere.

In seguito alla morte del cugino, divenne l’emiro unico di tutto il Nord Africa, comprendendo anche il Senegal, oltre agli stati a contato con il mare. Infine, costituita la sua capitale in Marocco, fece nascere la città di Marrakesh, intorno al 1086, rendendola la capitale del suo emirato e iniziando la costruzione della città che oggi possiamo ammirare. Alla veneranda età di cento anni e soddisfatto delle sue campagne in Andalusia e in Nord Africa, dopo essere rientrato in patria, morì di vecchiaia, donando tutto il suo emirato al figlio Alì B. Yusuf (21).

La battaglia

Conquistata dunque Valencia il 21 maggio 1094, Rodrigo Diaz, impose la sua persona come vicario di Alfonso VI che lo aveva nuovamente perdonato e reintegrato tra i comandanti della sua fazione.

Nei ventisei giorni di governariato, prima dell’arrivo di Tashfin, Diaz, insegnò letteralmente ai suoi soldati le tattiche di maggior pregio della storia antica.

Infatti, El Cid, promulgava sedute giornaliere di tattiche belliche dove il suo sottendente, Alvar Fañez, successivamente premiato con la carica di Conte da Alfonso VI, leggeva e traduceva scritti latini e greci ad ogni soldato di Diaz, per permettere ai suoi uomini di apprendere le migliori tecniche marziali da mettere sul campo. Inoltre, Diaz fu il propugnatore della tattica prevalentemente novecentesca, usata dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, di annettere alla mera tattica fatta di imboscate o cavalieri, la questione psicologica, creando strategie che inducevano gli avversari ad avere paura per poi attaccarli.

Tashfin, arrivò dunque il 14 giugno nei pressi di Valencia, verso la fine della giornata. L’indomani avrebbe poi attaccato e assediato la città.

Diaz però aveva previsto l’arrivo in quel giorno, della numerosa armata araba e insieme ai suoi generali, costruì la tattica che avrebbe reso inoffensivi i Musulmani, nonostante la loro schiacciante superiorità numerica.

Un piccolo appunto va dato sui numeri in questione: sia nell’esercito arabo, sia in quello cristiano, le quantità di effettivi schierati dall’una e dall’altra fazione, sono sconosciuti. Si sa solamente che il numero degli Arabi superava di numerose volte quello degli uomini del Campeador. Una fonte poco attendibile afferma che alle porte di Valencia arrivarono ben 150.000 cavalieri Musulmani.

Mentre Tashfin faceva riposare tutto il suo contingente per la lunga marcia fino a Valencia, Diaz si apprestava a mettere in atto la sua strategia. Prese ogni uomo disponibile nella città, togliendo ogni protezione inutile ad ogni soldato. Qualsiasi oggetto pesante che avesse portato troppo rumore, era stato lasciato.

In seguito fece apporre dei fazzoletti bagnati sulle froge dei cavalli, in modo che non nitrissero e si accinse ad uscire dalla sua protezione. Tashfin che si aspettava una battaglia costituita da un assedio, non pensava minimamente ad un attacco nella notte e soprattutto in campo aperto.

Diaz portò un parte della sua cavalleria dietro le linee nemiche, facendo passare i cavalli direttamente dalla riva del mare che costeggiava l’accampamento, con i cavalieri a trasportare a piedi i loro destrieri. Mentre posizionò i fanti astati davanti alle mura cittadine con a rimorchio gli arcieri.

Gli Arabi erano chiuse da quattro fuochi. L’esercito di Diaz su due fronti opposti, il mare da una parte e le alture dall’altra. Infatti, quando già tutti gli uomini di Diaz erano posizionati e armati pronti a colpire, i Musulmani si accorsero del pericolo, ma ormai era troppo tardi. Alla ben e meglio, cavalieri arabi saltarono in sella alle loro cavalcature, cercando in fretta e furia di difendersi dall’imminente attacco.

Gli arcieri fecero la prima mossa, inondando con nugoli di frecce l’accampamento, sterminando molti soldati, alcuni ancora nel sonno più profondo. Poi toccò alla cavalleria comandata dallo stesso Diaz, che imbracciava la sua Tizona (22), portarsi verso le linee di Tashfin e schiacciarle.

I fanti astati avrebbero costituito solo una difesa utile contro i cavalieri nemici, gli unici che secondo Rodrigo sarebbero riusciti a baipassare la trappola. Fu così che i fanti arabi vennero devastati dalla carica impetuosa dei cavalli cristiani, mentre i cavalieri presi di mira dagli arcieri cristiani. I cavalieri che sopravvivevano e riuscivano nell’intento di attaccare, venivano decimati dai fanti. Fu una carneficina.

Ma la battaglia non era finita. Il gran numero di Arabi portava ancora delle speranze.

Lasciate al largo, un numero ristretto di navi Musulmane si erano portate, sotto ordine di Tashfin, vicino alla riva. Arcieri cominciarono a scagliare dardi verso la riva, cercando, nella notte, di evitare uccisioni amiche. Presero di mira i cavalieri di Diaz.

Durante la pioggia di frecce, lo stesso Campeador, venne colpito ad una spalla. Diaz, colpito non solo nel corpo, ma anche nel coraggio, diede ordine ai suoi uomini di ripiegare verso la città e di terminare lì quella battaglia.

Ciò permise a Tashfin e al suo contingente di fuggire per leccarsi le ferite per poi riassembrarsi davanti a Valencia in seguito, anche se lo stesso emiro lasciò ingenti quantità di oro e provviste che vennero riutilizzate nella successiva schermaglia dal Cid.

Nonostante la ritirata cristiana, questa battaglia campale è da considerarsi a tutti gli effetti una vittoria. Il numero di Arabi rimasti rimane comunque esiguo e le perdite dei cristiani poco rilevanti. Ciononostante alcuni storiografi tentano invano di attribuire la vittoria ai Musulmani, soprattutto per il seguito che permise agli stessi di appropriarsi di Valencia e dilagare in Andalusia.

Quello che venne poi

L’esercito musulmano tentò invano numerose volte di strappare ai cristiani Valencia, importante snodo commerciale, e crocevia tattico per l’avanzata delle truppe verso la conquista dell’Andalusia.

Nel 1099, a seguito della morte dello stesso Campeador, Valencia subì un’involuzione enorme. Nei tre anni di sovrintendenza della moglie di Diaz, la città calò da importante borgo dove cristiani e musulmani vivevano in pace, rinsaldati dalla piena libertà di espressione, al decadimento completo, figura di una mancanza vivida dell’uomo carismatico che era perito.

La moglie quindi decise che era giunto il momento di abbandonare la città, ormai troppo difficile da difendere dagli assedi continui di Tashfin. I Cristiani abbandonarono dunque Valencia, dirigendosi nel vicino borgo sotto l’egida di Alfonso VI. La città venne dunque data alle fiamme.

Nonostante non avesse ulteriori rifornimenti per una campagna duratura, a causa anche della distrutta Valencia 8che venne in seguito ricostruita), Tashfin avanzò fino ad ottenere tutta l?Andalusia per poi fare ritorno soddisfatto in patria.

Questa battaglia, forse può non essere considerata uno snodo fondamentale della storia, né un importante zona risolutrice per il controllo delle zone iberiche, ma mostra a pieno il vero valore della figura di Rodrigo Diaz de Bivar.

La sua leggenda e fama erano tali da permettere ai posteri, odi, poesie e poemi dedicati solo a lui, tralasciando figure dei re che aveva servito. Inoltre la sua fama, non solo viene premiata nei posteri, ma ottiene tratti leggendari anche nel suo presente, tanto da portare al racconto di un aneddoto.

Dopo la morte di Diaz, invece di dare la notizia ai suoi uomini, Alfonso diede l’ordine di legarlo da morto al suo cavallo Babieca facendogli guidare le truppe cavalcando contro il nemico fuori dalle mura. La sola sua presenza incoraggiava i suoi soldati che avanzavano imperituri, mentre spaventava di conseguenza i Musulmani che vedevano il Cid rimanere ritto in sella nonostante le numerose frecce piantate sul suo corpo.

Note

  • 1: Quintanilla Vivar, 1043 – Valencia, 10 luglio 1099.
  • 2: Alfonso Fernandez detto Il Valoroso (El Bravo), 1040 – Toledo, 1 luglio 1109)
  • 3: letteralmente “alfiere”, era il braccio destro del sovrano.
  • 4: comune andaluso nella provincia di Cordoba.
  • 5: musulmani berberi stanziatisi nella penisola iberica e in parte della Sicilia. Il loro nome deriva da maurus, e tutt’ora sono un popolo attivo che vive nella Mauritania.
  • 6: Ahmad Ibn Sulayman al-Muqtadir. Muore nel 1083.
  • 7: detto il Vecchio (el Viejo); 1023 – Barcellona, 26 maggio 1076.
  • 8: Muhammad Ibn ‘Abbad al-Mu’tamid; Beja (Portogallo), 1040 – Agmat (Marocco), 1095.
  • 9: dinastia berbera che regnò in Spagna e nel Maghreb. Proveniente dal Sahara.
  • 10: personaggio dagli estremi sconosciuti.
  • 11: 1006 – 1106.
  • 12: Sancho Ramirez di Aragona; 1041 – Huesca, 4 giugno 1094.
  • 13: muore nel 1050.
  • 14: nome dato alla dinastia di califfi arabi che ai tempi di Maometto rappresentavano il più alto esponente musulmano.
  • 15: Ferdinando Sanchez I di Leon, detto il Grande; 1016 – Leon, 27 dicembre 1065.
  • 16: Sanchez Fernandez II di Castiglia, detto il Forte; 1036 – Zamora, 7 ottobre 1072.
  • 17: nome ricorrente nella documentazione spagnola, non riscontra però una data di appartenenza, tanto da attribuirgli persino due secoli differenti di nascita. Sicuramente però la sua nascita si fa risalire intorno al 1110.
  • 18: scritto nel 1140, questo poema risulta essere il primo documento ufficiale in lingua spagnola.
  • 19: l’origine del nome e della sua storia ha differenti vie. La prima vede il padrino di Rodrigo, Pedro il Grande, monaco certosino, voler regalare un cavallo di pregio al Cid, ma quest’ultimo, tra i puledri disponibili scelse il più malridotto, gridando “Babieca!” che in castigliano significa “stupido”. La seconda storia vede invece El Cid confrontarsi con un cavaliere di re Sancho per il titolo di Campeador. Sancho, per vedere un combattimento ad armi pari, regalò a Rodrigo il cavallo Babieca che qui prenderebbe il nome da Babia, regione della provincia di Leon. Un terzo antefatto, meno attendibile porta un condottiero barbaro, impressionato dalla forza del Cid, a donargli il suo cavallo. L’etimologia qui deriverebbe da Barbieca o appunto “cavallo del barbaro”. Si dice che il cavallo fosse stato sepolto insieme al padrone, su richiesta dello stesso, nella tomba adesso al monastero di San Pedro de Cardeña.
  • 20: capostipite della dinastia almoravide, muore nel 1087.
  • 21: data e morte sconosciuti.
  • 22: era la spada, di acciaio di Damasco, utilizzata in battaglia da Rodrigo Diaz. Ora è custodita al Museo di Burgos. Prima di quest’arma, Diaz utilizzava Colada, persa in una battaglia campale contro Alfonso VI.

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