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Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano

Il complesso ecclesiastico di Santo Stefano sorge ora entro il centro storico bolognese e all’interno di quell’ultima cinta muraria, detta Circla, che cinse la città a partire dall’inizio del XIII secolo e della quale adesso rimane il ricordo nell’andamento urbano dei viali di circonvallazione. Il complesso viene abitualmente chiamato “le Sette Chiese” e ciò grazie al fatto che effettivamente la basilica si articola in una serie di edifici addossati l’uno all’altro che però non raggiungono più il numero di sette, che venne in realtà scelto dalla tradizione soprattutto per il suo valore mistico. Santo Stefano ha subito infatti nei secoli notevoli rimaneggiamenti, soprattutto durante il XIX e XX secolo, che contribuirono a conferirgli l’aspetto visibile attualmente. Ancora più antico è l’appellativo “Santo Stefano detto Gerusalemme”, la Sancta Hierusalem bolognese, e con tale dicitura la troviamo negli atti notarili della città, fin da quelli antecedenti l’anno Mille.

Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano
Il complesso di Santo Stefano

Gli edifici del complesso di Santo Stefano

Gli edifici che formano il complesso stefaniano hanno avuto diverse dedicazioni attraverso i secoli. Attualmente la chiesa in cui si officiano le liturgie è la chiesa di San Giovanni Battista (titolo che possedeva anche nel 1019) o del Crocefisso, prima chiamata chiesa della Passione (1637) e prima ancora San Giovanni di Sotto o della Maddalena (1575). La parte alta dello stesso edificio è chiamata San Giovanni Battista di Sopra. Sotto il presbiterio si accede a un’elegante cripta ad oratorio che durante il Rinascimento era titolata Chiesa dei Confessi (1520). Mediante un piccolo accesso sul lato settentrionale della chiesa di San Giovanni Battista si accede alla Rotonda, dedicata a Santo Stefano nel 1019, chiamata poi Santo Sepolcro nel 1520 e infine oggi è conosciuta come Calvario. Attraversando la Rotonda, verso nord, si giunge nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola che, nel 1942 ha ripreso l’antico titolo conosciuto nel 1019.

Cambiò infatti nel 1141 quando venne dedicata a Sant’Isidoro, poi ancora alla fine del XIV secolo, quando venne intitolata a San Pietro e di nuovo nel XIX secolo, chiamata chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Sempre attraverso la Rotonda ma mediante un accesso a est è possibile giungere nel Cortile di Pilato, nome che lo spazio ha avuto fin dal 1520 quando prima invece era semplicemente chiamato atrium in medium (testimonianza del 1141). Dalla parte opposta rispetto il Calvario, a est del cortile, è posta la Chiesa della Trinità (dedica dal 1620), prima conosciuta come Chiesa della Croce o del Golgota (1141). Dietro di essa vi è una piccola cappella dedicata alla Sacra Benda alla quale si può accedere mediante il grande Chiostro che caratterizza tutta la zona orientale del complesso.

Origini delle Sette chiese di Santo Stefano

La basilica è sicuramente uno dei monumenti più antichi di Bologna e uno dei primi che vennero costruiti dai cittadini all’inizio dell’era cristiana. Proprio per questa sua vetusta origine, la data di costruzione non è conosciuta e per ora solo la tradizione ha attribuito la sua fondazione a San Petronio, vescovo di Bologna tra il 431 e il 450 ed odierno patrono della città, che venne sepolto proprio all’interno di Santo Stefano. Fu proprio quest’ultimo avvenimento a creare tale tradizione poiché nel mondo cristiano antico era abitudine che il vescovo commissionante un’importante chiesa cittadina vi trovasse poi riposo dopo la morte.

Per quanto riguarda la dedicazione a Santo Stefano, essa viene ricordata tale fin dal V secolo: è presumibile quindi che fin dalle origini il complesso, o parte di esso, fosse dedicato al Protomartire. Sappiamo dalle fonti, infatti, che le sue reliquie vennero rinvenute a Gerusalemme nel 415 e da quell’anno, in tutta la cristianità, cominciò a espandersi con grande fervore il suo culto e sorsero numerosi edifici ecclesiastici a lui dedicati. Se, come abbiamo detto, attualmente la basilica sorge all’interno dell’ultima cerchia urbana medievale, è vero che in origine la prima cinta muraria della città, detta “di selenite” e mai precisamente datata ma sicuramente esistente prima del Mille, racchiudeva una porzione molto piccola del tessuto urbano e dalla quale la basilica non era compresa. Il complesso sorse inoltre vicino alle due grandi vie di comunicazione dell’antica Bononia romana: la via Emilia, verso Rimini e corrispondente all’attuale Strada Maggiore, e la via Flaminia minor, verso Arezzo e identificata con l’attuale via Santo Stefano.

Era posto quindi nel suburbio cittadino e già dalla fine del IV secolo l’area fu utilizzata come cimitero cristiano formato da un piccolo recinto e una trichora (santuario cruciforme) collocata dove ora sorge la chiesa della Trinità (una delle chiese del complesso). L’elemento a forma di croce viene raffigurato in una pianta realizzata nel 1574/1575 da un architetto bolognese, Ottaviano Mascherino, in occasione di alcuni lavori al complesso stefaniano che non vennero poi realizzati (1). Questo edificio non compare però già più nella successiva pianta che abbiamo a disposizione raffigurante il complesso e riferibile al lavoro del perito agrimensore Francesco Martinelli datato all’inizio del XVII secolo (2). Fu nel recinto funerario del primitivo Santo Stefano che nel 387 o nel 393 sant’Ambrogio assieme a San Petronio traslarono le reliquie dei due santi martiri bolognesi, Vitale e Agricola che il vescovo milanese aveva scoperto in un cimitero giudaico.

“Rotonda” stefaniana

Sicuramente è l’edificio ecclesiastico a pianta circolare il più particolare di tutti quelli che compongono il complesso. Secondo molti studiosi è infatti questo il nucleo più antico dell’intera basilica, risalente al II secolo d.C., in piena età imperiale. Si tratta di una costruzione ottagonale e irregolare al cui centro è posto un giro di diciannove colonne (cinque in mattone, sette in marmo cipollino affiancate da altre sette in mattoni) (3). Le sette colonne di marmo cipollino vengono da molti identificate come gli ultimi resti di un tempio dedicato a Iside. A favore di tale ipotesi sappiamo che nell’area immediatamente antistante la basilica venne rinvenuta un’iscrizione recante il nome della dea egiziana la cui copia è ora murata sul perimetrale nord della chiesa di San Giovanni Battista. Quando poi l’edificio venne modificato per il nuovo culto cristiano, i costruttori scelsero di recuperare le sette colonne di pregiato marmo che avevano a disposizione dalla costruzione precedente. L’irregolarità dell’edificio, che si allarga verso l’adiacente chiesa dei Santi Vitale e Agricola, causa il bisogno di un ulteriore sostegno per la parte superiore e viene quindi utilizzata una colonna di reimpiego in marmo nero con una base sottostante, sempre reimpiegata. Questa viene poi chiamata, sempre dalla tradizione, la “Colonna della Flagellazione” e diventa così un altro richiamo alla Passione di Cristo.

Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano
La Rotonda e al centro il Catino di Pilato

Santo Stefano nell’alto Medioevo

Importanti vicende colpirono la basilica durante l’occupazione longobarda dell’Italia e più precisamente nel 727, anno in cui il popolo germanico, guidato da Liutprando e Ildebrando, occupò Bologna e vi instaurò un presidio nella zona orientale della cerchia di selenite (poi chiamata “additio longobarda”), proprio dove sorgeva Santo Stefano. Fortunatamente i Longobardi si erano già convertiti alla religione cristiana sotto il regno di Cuniperto (morto nel 700) e quindi i due re, giunti a Bologna, furono favorevolmente accolti dall’allora vescovo Barbato e, secondo la tradizione, insieme fondarono la chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Del loro passaggio rimane il ricordo nel cosiddetto “Catino di Pilato”, ora posto al centro del cortile interno, sul cui orlo è incisa un’iscrizione che ricorda i due sovrani. Si tratta di un grande vaso di pietra, decorato con costole verticali, che inizialmente era destinato a raccogliere le offerte dei fedeli per le celebrazioni liturgiche. In origine doveva essere collocato nella stessa chiesa dedicata al Battista che avrebbero fondato insieme i due sovrani.

Le vicende del complesso dopo il Mille

Gli anni a cavallo del Mille furono sicuramente più burrascosi per il complesso stefaniano. Prima di tutto abbiamo notizia che verso la metà del IX secolo, il vescovo di Bologna cedette al vescovo di Parma, Vibondo, Santo Stefano con tutte le sue pertinenze ecclesiastiche e patrimoniali. Fu sicuramente una decisione politica in quanto Vibondo era un fedelissimo sostenitore dell’allora imperatore Carlo III il Grosso che infatti gli riconfermò il possesso della chiesa nell’anno 887 indicandolo come “Santo Stefano, detto Gerusalemme”. Pochi anni più tardi, tra l’899 e il 900, vi fu l’ennesima calata degli Ungari in Italia che già da qualche anno compivano scorrerie valicando i confini dell’impero.

Per evitare il saccheggio da parte di questa popolazione, vennero nascoste le reliquie dei santi martiri Vitale e Agricola, da tempo custodite all’interno del complesso stefaniano. Anni di intenso rinnovamento edilizio interessarono la città di Bologna tra la fine del secolo X e l’inizio del secolo XI. In quegli anni a Santo Stefano l’abate Martino fece costruire una cripta a oratorio sotto il presbiterio della chiesa di San Giovanni Battista. Era una tipologia di cripte che ebbe fortunato uso e diffusione proprio negli anni immediatamente successivi al Mille e viene detta “a oratorio” per l’ampiezza dello spazio utilizzato, diviso in navate ed entro la quale si poteva sostare comodamente in preghiera.

Lo stesso abate Martino il 3 marzo 1019 trasferì entro la nuova cripta le reliquie dei martiri bolognesi poiché la chiesa a loro dedicata aveva bisogno di restauri. In quell’occasione la chiesa dei Santi Vitale e Agricola cambiò dedicazione e venne intitolata a Sant’Isidoro. A memoria dell’antico titolo venne però scolpito un rilievo raffigurante i due martiri con Cristo al centro la cui copia è ancora visibile sopra l’entrata della stessa chiesa, dove era originariamente collocata. Per quanto riguarda la decorazione architettonica sembrano ascrivibili allo stesso secolo anche alcuni capitelli posti nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola.

Santo Stefano detto Hierusalem

Le reliquie nascoste in occasione della calata degli Ungari alla fine del IX secolo vennero nuovamente rinvenute solo nel 1141. In quell’anno venne compiuta una minuziosa ricerca per ritrovarle e della quale si è conservato un puntuale rendiconto. Un altro importante documento che ci descrive sommariamente la disposizione e le vicende del complesso stefaniano è la Vita di San Petronio, descritta da un monaco rimasto anonimo (4). In quest’opera l’autore, oltre a narrare la vita del santo, descrive la basilica di Santo Stefano come una delle tante imitazioni del complesso gerosolimitano chiamandola, infatti, con l’antico appellativo Hierusalem (5).

Costruzioni che in qualche modo riprendevano gli edifici di Gerusalemme cominciarono a venire innalzate lungo le vie dei pellegrinaggi in tutta Europa. Già a partire dal IV secolo i fedeli desideravano visitare i luoghi della Passione di Cristo ma a partire dall’VIII secolo e soprattutto durante il X secolo, una Gerusalemme ormai conquistata dai musulmani causò un diradamento dei pellegrinaggi verso questa terra (6). Per questo motivo le costruzioni edificate a imitazione della cupola dell’Anastasis o il Santo Sepolcro gerosolimitano volevano essere una possibile meta di pellegrinaggio sostitutiva. A tutto questo non va tolto il rinnovato interesse per i sovrani carolingi del culto per la Terrasanta e proprio questi sono gli anni della costruzione della cappella funeraria di San Michele di Fulda (ca. 820) dove riposano le reliquie di San Bonifacio.

Una chiesetta dedicata al Santo Sepolcro e datata a circa il 934 sorge nella Valle Tiberina. Alla fine del X secolo risale il piccolo sacello della basilica di Aquileia, visibile ancora oggi. È probabile che negli stessi anni di attività dell’abate Martino si cominciarono i lavori al grande chiostro collocato a est ma, vista la decorazione tardo-romanica dei capitelli e delle basi della galleria, potrebbero essere stati prolungati fino al XIII secolo.

Bologna. Sette Chiese di Santo Stefano
Il chiostro orientale

Sempre durante il XII secolo si collocò il cenotafio di Cristo in forma di edicola a tomba al centro della Rotonda, ripreso poi nel XIV secolo che gli conferì l’aspetto attuale. Inoltre venne costruita la galleria superiore posta tra il muro dell’edificio e le colonne al centro sopra le quali fu innalzata una cupola a dodici spicchi.

Santo Stefano e San Petronio

Fino al XIV secolo rimase quindi Santo Stefano la chiesa di Bologna che custodiva il culto del vescovo Petronio, che rimase sempre caro alla città e ai suoi cittadini. La questione cambiò quando nel 1388 il Comune decise di costruire una nuova basilica dedicata esclusivamente a San Petronio, affacciata sulla piazza principale della città, piazza Maggiore, dove la vediamo tuttora. I monaci di Santo Stefano corsero allora ai ripari e, approfittando del momento di grande tensione politico-religiosa provocato dallo Scisma d’Occidente, fecero credere che il corpo di San Pietro non si trovasse a Roma, sotto il Vaticano, ma proprio a Santo Stefano e, più precisamente, nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Proprio lì, infatti, era stato rinvenuta la sepoltura di un individuo con un’iscrizione, Simon, che venne identificata con Pietro.

I pellegrini cominciarono a visitare il monastero che riuscì finanziariamente a resistere alla costruzione della basilica di San Petronio che gli tolse il primato nella venerazione del santo vescovo. Poco dopo, però, Eugenio IV smentì il fatto che la tomba di Pietro si trovasse a Bologna e punì i monaci stefaniani con la chiusura a porte murate della chiesa dei Santi Vitale e Agricola. L’edificio, lasciato in stato di abbandono, crollò. Dopo la costruzione della basilica comunale il Piazza Maggiore, la festività legata al santo patrono di Bologna venne eseguita dai canonici di San Petronio. Durante quella giornata i monaci di Santo Stefano “prestavano” il reliquiario contenente il capo del vescovo facendo redigere un atto notarile che impegnava i canonici alla restituzione dando una garanzia di diecimila scudi. Il giorno di festa la reliquia veniva esposta in San Petronio e, dopo il vespro, veniva riportata a Santo Stefano con una solenne processione.

Dal Rinascimento ai nostri giorni

Alla fine del XV secolo il vescovo di Bologna Giuliano della Rovere, che diverrà poi papa nel 1503 col nome di Giulio II, si preoccupò della situazione in cui era stata lasciata la basilica di Santo Stefano e provvide subito a rimediare. Ottenne il permesso dall’allora papa Alessandro VI per introdurre una nuova comunità monastica che qualche tempo prima era stata sostituita da preti secolari. Erano monaci benedettini della congregazione di San Pietro a Maiella, detti “Celestini” e presenti a Bologna già dal 1368 (7).

Il vescovo bolognese riuscì anche a far restaurare la diroccata chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Furono quindi anni di intensa attività per il complesso: nel 1469 due orefici eseguirono su commissione del vescovo un tabernacolo d’argento per custodire la reliquia della “Sacra Benda”, nel 1475 Nicolò Sanuti collocò una transenna a colonnine tra le colonne della Rotonda, nel 1488 si iniziarono i lavori per la costruzione del piccolo pulpito in muratura ancora visibile nell’angolo settentrionale della chiesa di San Giovanni Battista. Anche nei secoli seguenti numerosi interventi interessarono il complesso stefaniano: nel 1568 venne eseguito, ad opera di Gaspare e Antonio Billi, il sarcofago dei Santi Quaranta Martiri, nel 1574 venne eretta la cappella di Santa Giustina sotto al portico del Cortile di Pilato, nel 1632 venne rifatto il pozzo del chiostro, nel 1637 venne rifatto il presbiterio della chiesa di San Giovanni Battista.

Nel 1743 i monaci donarono la reliquia contente il capo del Santo vescovo a Benedetto XIV che, a sua volta, la donò ai canonici di San Petronio dove è tuttora conservata. Nel corso del XVIII secolo vennero compiuti lavori nel dormitorio e nel refettorio dei monaci da parte del Dotti (1700-1710) e dal 1738 il patrimonio di Santo Stefano fu concesso al Senato di Bologna che lo tenne fino al 1797 quando vennero soppressi gli ordini religiosi durante il periodo napoleonico, anni in cui, molto probabilmente, la chiesa subì anche il saccheggio di arredi liturgici. Attualmente vi risiedono i Benedettini Olivetani che si stabilirono nel complesso fin dal 1941.

Gli scavi archeologici nell’area di Santo Stefano

All’inizio del XX secolo l’area di Santo Stefano fu interessata dai primi scavi archeologici finalizzati a conoscere l’antichità del complesso ecclesiastico. Iniziarono il 13 settembre del 1920 attorno alla chiesa del Crocifisso e portò alla luce la vasta area cimiteriale con tombe a cassa a copertura piana e a doppio spiovente (8). Altri scavi vennero effettuati nel 1984 nella piazza antistante la chiesa. Venne rinvenuta una vasta platea, riferita alla fase petroniana del complesso, composta da marmi diversi per tipologia e dimensioni e quindi di recupero da precedenti costruzioni (come è successo per le colonne di cipollino presenti nella Rotonda) (9).

Grazie a queste indagini archeologiche molto si è riuscito a capire e a studiare del complesso di Santo Stefano. Numerosi sono però ancora i dubbi che circondano l’edificio, molti dei quali forse non si potranno mai ovviare.

Note

  • 1. Lenzi 1987, pp. 176-181.
  • 2. Nikolajevi? 1987, pp. 70-87.
  • 3. Bergonzoni 1987, pp. 50-57.
  • 4. Fanti 1987, pp. 125-139.
  • 5. Fanti 1984, pp. 122-133.
  • 6. Neri 1971.
  • 7. Fasoli 1987, p. 16.
  • 8. Donini – Belvederi, 1924.
  • 9. Gelichi 1987, pp. 58-69.

Bibliografia

  • AA.VV., 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano in Bologna, Bologna, 1987.
  • F. Bergonzoni, Le Sette colonne, in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • B. Borghi, In viaggio verso la Terrasanta: la basilica di Santo Stefano in Bologna, Argelato, 2010.
  • L. Donini – G. Belvederi, Gli scavi nella chiesa di Santo Stefano, Bologna, 1924.
  • M. Fanti, Sulla simbologia gerosolimitana del complesso di Santo Stefano di Bologna, in “Il Carrobbio”, X (1984).
  • M. Fanti, I luoghi e gli edifici della “Hierusalem”
    bolognese nella
    Vita latina di San Petronio, in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • G. Fasoli, Le “Sette Chiese”: una vicenda ultramillenaria, in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • S. Gelichi, Scavi nell’area del complesso di Santo Stefano, in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • D. Lenzi, Un progetto di ristrutturazione del complesso stefaniano non realizzato, in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • D. Neri, Il Santo Sepolcro riprodotto in occidente, Gerusalemme, 1971.
  • I. Nikolajevi
  • , L’architettura nelle
    planimetrie più antiche
    , in 7 colonne 7 chiese. La vicenda ultramillenaria del complesso di Santo Stefano, Bologna, 1987.
  • R. Scannavini, La piazza Santo Stefano: da trebbo medievale a piazza prospettica rinascimentale, Bologna, 1991.

Immagini

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