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Bronzi di Brindisi, la scoperta

La cronaca fedele, scritta nel settembre 1992, della scoperta dei Bronzi di Brindisi, avvenuta al largo di Punta del Serrone nell’agosto di quell’anno.

“La sorprendente scoperta archeologica effettuata sul finire del luglio 1992 nelle acque antistanti la città di Brindisi, oltre ad aver rappresentato l’avvenimento dell’estate e lo scoop per eccellenza sul quale i cronisti dei quotidiani locali e nazionali hanno potuto sbizzarrire la loro fantasia, al di là della spettacolarità del ritrovamento e delle sue fors’anche troppo millantate similitudini con altri famosi reperti quali i bronzi di Riace, costituisce indubbiamente un avvenimento scientifico di enorme interesse. Anzi, la sua importanza archeologica deriva principalmente dagli interrogativi che questo ritrovamento ha sollevato, più che dai pur splendidi reperti portati alla luce sino ad ora.

La scoperta è avvenuta, come spesso accade, in maniera del tutto casuale ad opera di un maggiore dei Carabinieri, Luigi Robusto, nel corso di una immersione effettuata per svago insieme ad alcuni colleghi nel tratto di mare antistante lo stabilimento balneare dell’Arma, il Lido del Carabiniere, in località Casale, nei pressi dell’aereoporto militare della città pugliese. Il primo ritrovamento è stato effettuato ad una profondità di circa sedici metri, in un punto situato a meno di mezzo miglio dalla costa, poco a sud di Punta del Serrone; il maggiore Robusto, con suo grande stupore, ha individuato, semi affiorante dalla sabbia, un piede di dimensioni naturali e di colore scuro. Il suo primo pensiero, come egli stesso racconta, è stato quello di trovarsi di fronte ad un cadavere, ma vinte la sorpresa e l’ovvia diffidenza, è stata sufficiente una rapida ispezione per capire che si trattava di un frammento metallico appartenente ad una statua. Immediata la comunicazione dell’accaduto trasmessa ai responsabili della Soprintendenza Archeologica e a quelli del Museo Archeologico Provinciale ai quali è stato consegnato il reperto; il dottor Giuseppe Andreassi, Soprintendente Archeologo, ha rapidamente provveduto ad organizzare un sopralluogo subacqueo per capire cosa si nascondesse sotto la sabbia.

Va giustamente rilevato che se quel reperto non fosse stato individuato dal maggiore Robusto, bensì da un sub o da un pescatore privi di scrupoli, molto probabilmente ora non sarei qui a raccontare questo straordinario recupero e l’archeologia subacquea italiana non avrebbe potuto sfogliare questa ennesima affascinante pagina del nostro passato. Una prima ricognizione subacquea è stata effettuata dallo stesso scopritore con alcuni suoi colleghi; essi hanno avuto modo di verificare come il frammento non fosse un reperto isolato, bensì si trovasse in ottima compagnia. Quasi completamente nascosti nella sabbia erano infatti visibili altre parti di statua e tra esse quella che con tutta probabilità doveva rivelarsi una testa. Dopo pochi giorni, il tempo necessario per organizzare l’operazione da un punto di vista logistico, sul posto sono giunti i tecnici dello S.T.A.S. (Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea del Ministero per i Beni Culturali), prontamente intervenuti su esplicita direttiva del Direttore Generale del Ministero, il professor Francesco Sisinni, per coordinare il primo intervento e per fornire assistenza tecnica e consulenza specialistica alla locale Soprintendenza, impegnata in quella che è apparsa sin dall’inizio una scoperta archeologica di enorme importanza, di certo una delle maggiori tra quelle avvenute nell’ultimo decennio.

Quel ritrovamento non rappresentava però una sorpresa assoluta, anzi, come racconta lo stesso Andreassi, nel ’72 nello stesso tratto di mare alcuni pescatori avevano recuperato un grosso piede in bronzo che aveva fatto balenare nella mente degli esperti la possibilità che sul fondo si trovasse anche il resto della statua. Erano state organizzate ricerche sui fondali circostanti, ma senza esito alcuno; quelle esplorazioni si erano protratte per molti tempo, spingendosi sino alla linea batometrica dei dodici metri, poi, non avendo trovato alcunché’, erano state sospese. Se i sub avessero proseguito le loro indagini solo per pochi altri metri, molto probabilmente avrebbero anticipato di quindici anni il maggiore Robusto, ma all’epoca, dopo mesi di vane ricerche, nulla poteva suggerire la presenza di quei materiali venuti ora alla luce. Il team di tecnici dello S.T.A.S., composto dal vice direttore Claudio Mocchegiani Carpano, da Marco Sangiorgio e da Roberto Petriaggi, è stato assistito nelle operazioni in acqua dagli uomini del Nucleo Carabinieri Sommozzatori di Napoli al comando del maresciallo Scognamiglio, ed ha immediatamente eseguito alcuni sopralluoghi per delimitare, con l’ausilio di un metal detector subacqueo, l’area del sito e per valutare la situazione al fine di predisporre l’apertura di un cantiere subacqueo di emergenza.

L’imperativo che si andava infatti facendo strada man mano che procedevano le esplorazioni era quello di far presto; era si vero che i reperti erano rimasti in fondo al mare per secoli, ma ora che un lembo, sia pur piccolo, di quel velo steso sul passato era stato sollevato, tutti quei materiali erano in grave pericolo ed ogni ritardo nel loro recupero li avrebbe esposti pericolosamente alla mano rapace dei ladri. Il motivo di tanta urgenza è presto chiarito: Durante le prospezioni erano infatti venute alla luce numerose altre parti di statue, tra cui una splendida testa perfettamente integra ed alcuni arti di pregevole fattura e nel corso delle successive ricognizioni con il metal detector, lo strumento impazziva dovunque venisse indirizzato il sensore; a causa della scarsa profondità dell’acqua, sedici metri sono davvero pochi, e della vicinanza alla costa, circa cinquecento metri, il rischio di furti da parte di predatori, o peggio semplici curiosi in caccia di souvenir, era davvero alto, motivo per cui era stato deciso di porre in atto nel minor tempo possibile il recupero di tutti i reperti già messi in luce e di procedere quanto prima allo scavo degli altri materiali ancora nascosti sotto la sabbia.

D’altro canto però era chiaro a tutti che le operazioni subacquee non potevano limitarsi al solo scavo e recupero dei materiali; era ovviamente necessario seguire i criteri scientifici e documentari che sono normalmente richiesti per uno scavo subacqueo. Prima di rimuovere qualsiasi oggetto bisognava svolgere un accurato lavoro di rilievo planimetrico e di documentazione fotografica e video del sito e dei singoli reperti.”

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