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Calendario nell’antica Roma

Calendario nell’antica Roma

Il calendario romano

La vita religiosa e pubblica degli antichi Romani era scandita rigorosamente da cerimonie e rituali registrati con puntualità nei calendari, redatti annualmente dal pontefice (1).

Anche il calendario, come qualsiasi altra novità istituzionale, nacque in un determinato momento, per poi subire nel tempo dei cambiamenti che l’avrebbero portato ad assumere la struttura attuale. La sua storia fu piuttosto tribolata, diverse sono le fonti che ci aiutano, come Macrobio nei Saturnalia (1, 12-16) o Livio nelle Storie (1, 19). Non possiamo fare a meno di citare Ovidio, che scrisse i Fasti, un calendario in versi, un’opera in dodici libri, uno per ogni mese, purtroppo giuntoci mutilo (se ne conservano sei).

Pare che il calendario più antico descrivesse un anno di soli dieci mesi, chiamato “anno di Romolo”, risalente alle origini della storia di Roma. È illustrato da J. Bayet, l’anno andava da marzo a dicembre ed era scandito dalle due principali attività della società romana arcaica: l’agricoltura e la guerra.

Tuttavia la prima forma storicamente accertata di un calendario romano di dodici mesi è attribuibile a Numa Pompilio, portandone anche il nome (“calendario di Numa”). In realtà l’equivoco nasce per la volontà storiografica di assegnare al secondo re di Roma l’organizzazione della vita religiosa. L’organizzazione dell’anno nei canonici dodici mesi è ascrivibile a un periodo più tardo, probabilmente alla monarchia etrusca.


Calendario redatto dopo la riforma di Numa Pompilio, affrescato nella villa di Nerone ad Anzio del 60 circa d.C. (particolare)

Il calendario romano era sia solare come il nostro sia lunare. Il primo giorno del mese era chiamato calende, corrispondente al novilunio; le none (il 5 o il 7 di ogni mese) al primo quarto di luna; le idi (il 13 o il 15 del mese) al plenilunio. Il conteggio dei giorni avveniva per anticipazione, ad esempio il quarto giorno prima delle none di gennaio corrispondeva al 2 del mese. Il calendario era proclamato alle none di ogni mese.

Inizialmente il numero dei giorni dell’anno fu di 355, perché escluso febbraio che era di 28 giorni, gli altri mesi potevano essere di 29 o di 31. I dieci giorni mancanti per raggiungere i nostri 365 venivano equilibrati inserendo ogni due anni un mese aggiuntivo. Quest’ultimo non sempre veniva introdotto, la sua presenza o meno per volontà dei pontefici era dovuta a strategie politiche.

La gestione del calendario e conseguentemente dell’organizzazione pubblica della vita religiosa e sociale almeno inizialmente era sotto il controllo patrizio, solo nel 304 a.C. come ricorda Livio (9, 46) sarà esposto nel Foro e reso visibile a tutti.

La prima vera riforma si ebbe con Cesare, il quale introdusse il calendario giuliano con i mesi di 30 e 31 giorni e l’anno bisestile (febbraio di 29 giorni ogni 4 anni).

Sarà Gregorio XIII nel 1582 ad apportare dei piccoli cambiamenti al modello giuliano creando il calendario gregoriano, tuttora in vigore.

Per il periodo repubblicano è giunto a noi solo un calendario dipinto, scoperto nel 1915, quello pre-giuliano di Anzio.

Risale invece al 354 d.C. un altro calendario, in cui compaiono alcune feste tradizionali ancora celebrate in epoca tarda, utile per evidenziare il carattere conservativo dell’Urbe ormai quasi totalmente cristiana.

Il calendario organizzava la vita dei cittadini, indicando la natura politica e religiosa di ogni giorno. Esso era diviso in 12 colonne (corrispondenti ai 12 mesi), i giorni indicati da sigle in lettere maiuscole: F (fasti), N (nefasti) e C (comitiales); i primi propizi consentivano lo svolgimento dell’attività pubblica (perché appoggiati dagli dei), dei tribunali e dei lavori agricoli; nei secondi questo era in parte proibito, anche se gli uomini non rimanevano completamente inattivi; i dies comitiales erano fasti ma davano anche la possibilità di riunire i comizi (le assemblee popolari). Questa divisione era riportata nei calendari di epoca augustea incisi su metallo o su pietra; sono stati ritrovati molti frammenti che hanno permesso di ricreare ipoteticamente un calendario romano completo. Accanto ad una cinquantina giorni si trovava la sigla NP, le due lettere probabilmente indicavano gli aggettivi nefastus e publicus, ma rimane oscuro il significato letterale.

Vi erano anche dei giorni sia fasti che nefasti, il 24 maggio, il 15 giugno e il 24 marzo erano nefasti al mattino e fasti il pomeriggio. Alcuni giorni nefasti impedivano non solo le attività materiali ma anche le pratiche religiose: nei giorni successivi alle idi, alle calende e alle none, nelle ricorrenze dei morti e di sconfitte militari ogni attività era sospesa.

I romani seguivano attentamente il calendario per capire come comportarsi, dava delle indicazioni e informava gli uomini sui rischi che correvano se avessero agito in determinati giorni.

Non esisteva nel calendario la strutturazione dell’anno in settimane, quest’ultime sono di derivazione orientale; tuttavia una suddivisione simile era presente, corrispondente però ad un periodo di nove giorni, le nundinae che erano anche il giorno del mercato. Venivano registrate nella prima colonna del calendario con lettere dalla A alla H.

Struttura del calendario romano

Il calendario romano era diviso in colonne:

  • nella prima si riportava la data;
  • nella seconda la qualità dei giorni;
  • nella terza abbiamo delle varianti (con lettere maiuscole le feste pubbliche antiche, con caratteri normali altre festività e anniversari di dediche di templi);
  • nella quarta si indicavano i ludi.

Il terzo punto ci permette di fare un ulteriore distinzione tra le feste pubbliche, aperte a tutto il popolo, e le feste private che coinvolgevano un quartiere, una famiglia o membri di associazioni. Entrambe ricorrevano in giorni precisi, infatti nel calendario oltre alla distinzione tra dies fastus e dies nefastus, vi erano anche il dies festus (giorno festivo) e il dies profestus (giorno feriale).

Il calendario romano comunque non era statico ma dinamico, nel corso dell’anno poteva essere necessario inserire altre date, come per le feste non previste, era il caso delle cerimonie espiatorie stabilite dai sacerdoti dopo l’interpretazione dei prodigi, necessari per conservare la benevolenza e l’appoggio degli dei.

Vediamo alcuni esempi:

  • IANUARIUS
  • 1 F Esculapio
  • 9 NP AGONALIA
  • IUNIUS
  • 9 N VESTALIA
  • 24 C Fors Fortuna
  • NOVEMBER
  • 13 NP IDI. Epulum Iovis L. Plebei

Anno Romano

Anticamente l’anno iniziava a marzo, solo nel II sec. a.C. comparì il mese di gennaio, infatti dal 153 a.C. i consoli entrarono in carica dal 1° gennaio.

I nomi dei primi quattro mesi derivano da alcune divinità: Martius (da Marte), Aprilis (forse da Afrodite, sulla base del nome etrusco della dea Apru), Maius (probabilmente da Maia, nume tutelare della crescita), Iunius (da Giunone).

Da luglio in poi la denominazione discende semplicemente da aggettivi numerali o dalla loro posizione nel calendario:

  • Quintilis (il quinto), poi diventò Iulius (luglio) in memoria della nascita di Giulio Cesare;
  • Sextilis (il sesto), successivamente rinominato Augustus (agosto) in onore di Augusto;
  • September (il settimo);
  • October (l’ottavo);
  • November (il nono);
  • December (il decimo).

Ianuarius e Februarius rimandano il primo al dio Giano, il secondo a februa (ultimo mese dell’anno primitivo), il termine era usato per indicare gli strumenti per la purificazione necessaria per incominciare il nuovo ciclo (il 1° di marzo).

L’anno romano soprattutto per l’età arcaica può essere suddiviso in tre cicli festivi corrispondenti alle principali attività dei cives romani: la guerra (da marzo a ottobre), l’attività agricola (da aprile a dicembre) e la politica. A questi si aggiungono un ciclo dei morti (a febbraio) e delle donne (a giugno). La dinamicità del calendario rende solo teorici questi limiti temporali, perché le feste legate a una di queste attività potevano avvenire anche in periodi diversi da quelli canonici.

Ciclo della guerra

Il di marzo (le idi) era il giorno in cui i Salii (un collegio di sacerdoti adibiti al culto di Marte) “facevano muovere i loro scudi (ancilia) sacri”. Era una vera e propria danza, i sacerdoti con indosso gli abiti degli antichi guerrieri portavano fuori dalla Regia gli scudi e li agitavano danzando per tutta la città. Si voleva incarnare l’aspetto di Marte Vendicatore.

Alcune feste legate all’attività bellica e in particolare all’equipaggiamento del guerriero caratterizzavano questo mese: gli Equirria, cadevano il 14 e prevedevano corse di cavalli durante le quali si consacrava a Marte la cavalleria; gli Agonalia il 17; il Quinquatrus il 19 si purificavano le armi; il 23 toccava alle trombe in occasione del Tubilustrium. Al termine di questi riti i soldati erano pronti a partire per la guerra.

Ma marzo in quanto primo mese dell’anno era soprattutto consacrato a Giunone, la dea delle nascite; il era un giorno di festa per le donne (“la festa delle matrone”) che si recavano sull’Esquilino nel tempio di Giunone Lucina. In tale occasione i mariti rimanevano a casa per pregare davanti al focolare e donavano alle mogli soldi e regali. Il 15 (le idi di marzo) era caratterizzato dalla festa popolarissima in onore di Anna Perenna, la dea dell’avvicendamento delle stagioni. I Romani passando davanti al Tevere andavano nelle campagne per una scampagnata.

Con ottobre si chiudeva il periodo della guerra celebrato con una serie di rituali. Il 15 (le idi di ottobre) era il giorno dell’October Equus (il Cavallo di ottobre), un rito della Roma primitiva spettacolare ma crudo e drammatico. Tuttavia esso non era inciso nei calendari, infatti il 15 era dedicato alle idi di Giove, non potevano esserci due feste nello stesso giorno. Il rituale consisteva in una corsa nel Campo Marzio, alla fine della quale veniva immolato in onore di Marte il cavallo di destra del carro vincente. Vi partecipavano i rappresentanti di due quartieri, la via Sacra e la Suburra, che lottavano per il possesso della testa dell’animale; se avesse vinto il primo, il trofeo sarebbe stato esposto sulla Torre Mamilia, se invece avesse avuto la meglio il secondo, sarebbe stato affisso su un muro della Regia. In quest’ultimo luogo veniva anche portata la coda del cavallo.

Il ciclo terminava il 19 del mese con l’Armilustrium, il rito prevedeva la purificazione delle armi macchiate del sangue del nemico, infine si ricomponevano gli scudi dei Salii, deposti nella Regia e mostrati nuovamente all’inizio della primavera successiva.

Ciclo dell’agricoltura

Il ciclo agrario aveva inizio nel mese di aprile, durante il quale si succedevano numerose feste, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, per celebrare la fertilità della terra e il periodo di inizio lavori. Il 12 era dedicato a Cerere (dea della spiga matura) con dei culti privati. Seguivano le feste pubbliche, iniziando il 15 con le Fordicidia in onore di Tellus (la Terra madre), per la quale si sacrificavano le vacche pregne con atti violenti e sanguinari. Gli embrioni estratti dagli animali venivano dati alla Grande Vestale, che li bruciava sul fuoco di Vesta conservandone le ceneri.

Le altre davano indizi sulla natura del raccolto annuale, abbondante o povero: i Cerialia (per Cerere) il 19; i Parialia (per Pale, dea dei pastori) il 21; i Vinalia (feste del Vino) il 23; i Robigalia (i Robigali dovevano impedire la ruggine del grano) il 25. Infine il 29 aprile si chiudeva il mese con la festa della fioritura dei cereali.

Nei mesi successivi fino a dicembre (mese dedicato all’apertura delle dispense) si metteva a riparo il raccolto per le scorte alimentari, ponendolo sotto la protezione di Consus e Ops durante i riti dei Consualia del 21 agosto e del 15 dicembre (l’apertura del silos e del dio Silo), degli Opiconsualia del 25 agosto e degli Opalia del 19 dicembre (festa dell’Abbondanza).

Il calendario pubblico per i mesi di maggio, giugno e in parte luglio non registrava feste dedicate a Cerere o alle messi; probabilmente si celebravano dei riti privati.

A fine luglio (il 19 e il 21) avevano luogo le Lucarie, connesse al dissodamento della terra. Il 23 dello stesso mese si onorava Nettuno, il 25 Furrina, associata al dio Fonte. Queste divinità sono legate alle acque e ai lavori di sistemazione delle sorgenti per rifornire le fontane della città. Il 13 di ottobre questo ciclo si chiudeva con le feste di Fonte. Ma quest’ultimo mese era caratterizzato dal ritorno degli eserciti e dalle vendemmie con la festa dei Medicinali l’11, i riti erano in onore di Giove che tra le altre cose era anche il dio del vino.

Dicembre si chiudeva con i Saturnalia dai toni carnevaleschi e rivoluzionari, infatti erano caratterizzati da un temporaneo ribaltamento dell’ordine sociale con i padroni che servivano il cibo agli schiavi durante il banchetto successivo al sacrificio pubblico. Erano le feste dell’apparenze e dell’eccesso.

Calendario nei mesi di settembre, novembre e dicembre

Questi tre mesi erano dedicati alla vita sociale con i ludi per Giove Capitolino e alla dimensione domestica con i Saturnalia. Minimo comune denominatore era il lusso e l’abbondanza.

Nei mesi di settembre e di novembre si svolgevano i due giochi pubblici più importanti di Roma, i Ludi Romani e i Ludi Plebei, entrambi consacrati a Giove.

Il 17 dicembre si onorava Saturno con le feste a lui dedicate, come già descritto in precedenza.

Mese dei morti

In febbraio si succedevano i riti di purificazione dei Lupercalia (il 15), dei Parentalia (il 13) e dei Feralia (il 21), quest’ultime due erano le feste dei defunti.

Tra queste i Lupercali sono sicuramente quelle che destano maggiore interesse. I Luperci erano un collegio di sacerdoti, ragazzi di giovane età e di buona famiglia, che con indosso solo un perizoma di pelle di capra correvano verso il Lupercale, la grotta-santuario del Palatino; rappresentavano gli uomini-lupo compagni di Fauno (il dio selvatico) consacrati a Marte. Il rituale si apriva con il sacrificio di un cane e di capre; i Luperci toccavano ridendo la fronte di due giovani nobili con il coltello insanguinato e poi li asciugavano con un panno di lana bagnato nel latte. Successivamente i sacerdoti si coprivano con le pelli degli animali uccisi e iniziavano a mangiare e a bere in abbondanza. Dopo il banchetto i Luperci, partendo dalla grotta, correvano intorno al Palatino alcune volte, con in mano le pelli del caprone colpivano le donne romane che volevano avere figli. Il rito è evidentemente riferito alla storia di Romolo e Remo, i primi due Luperci figli di Marte e allattati dalla Lupa Capitolina.

Conclusioni

Il calendario romano rispecchia la continua necessità dei romani di garantirsi la tranquillità presente e futura lodando gli dei con feste, sacrifici e banchetti. La costruzione di nuovi templi e l’introduzione di culti anche stranieri arricchì ulteriormente il calendario, a tal punto che i cittadini passavano la maggior parte del loro tempo in queste attività ludiche.

Note

  • Il pontefice era una delle massime cariche sacerdotali del mondo romano, il collegio dei pontefici con a capo il pontefice massimo era custode della memoria romana, conservava gli archivi della città e redigeva gli “annali”, inoltre aveva il pieno controllo dei culti pubblici e privati.

Bibliografia

  • Florence Dupont, La vita quotidiana nella Roma repubblicana, ed. Laterza, Roma 1989, pp. 207-230.
  • Jacqueline Champeaux, La religione dei Romani, ed. Mulino, Bologna 1998, pp. 76-82.

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