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Campi Catalunici: ultima grande battaglia di Roma

Campi Catalunici: ultima grande battaglia di Roma

L’ultima grande battaglia di Roma: i Campi Catalunici

I segni dell’inesorabile decadenza romana

Dall’età di Marco Aurelio e Commodo l’inizio del declino dell’impero romano fu lento ma inarrestabile. Con la battaglia di Adrianopoli del 378 d.C. la parte occidentale dell’impero entrò in un’agonia sempre più evidente che culmina con l’occupazione gotica alla fine del IV secolo d.C. fino alla definitiva caduta, con la deposizione di Romolo Augustolo, nel 476 d.C.

Questa sorta di male inguaribile inizia nel 455 d.C. con la morte dell’ultimo esponente della dinastia teodosiana, Valentiniano III e del patricius et magister militum Ezio, l’ultimo dei grandi condottieri romani che aveva tentato in tutti i modi di salvare l’ormai labile forza dell’Impero Romano d’Occidente.

Il generale Ezio

Nel 451 d.C. Attila invade la Gallia: questo può essere definito l’ultimo grande epico evento della storia romana. Ezio, il grande comandante, è stato capace di mantenere la sua forza ed il suo nome in auge per circa trent’anni in un ambiente difficile come quello della corte, ed in un periodo storico che si presenta come uno dei più torbidi di tutta la secolare storia imperiale.

Le sue grandi capacità di guida militare, che mostrò sempre nelle più grandi battaglie da lui intraprese contro i barbari della Gallia, e le sua amicizie con l’aristocrazia italica gli permisero di scongiurare minacce gravi alla sua persona e di farsi accettare come un “male necessario” dall’imperatore Valentiniano III e dalla madre di lui, Galla Placidia.

Saldamente ancorato al potere sino al 435 d.C. circa, Ezio riuscì sempre ad arginare gli attacchi dei barbari che tentavano di far breccia nel sistema federativo instaurato precedentemente da Stilicone e da Costanzo. Grazie a questo sistema non era stato più necessario che nessun generale andasse a combattere, in prima persona, lungo le frontiere del Reno e del Danubio per impedire invasioni o razzie da parte dei barbari.

Però Ezio aveva una preoccupazione costante: i Visigoti stanziati nella Gallia meridionale dal 418 d.C. Infatti la popolazione barbara aveva ottenuto questi territori per concessione imperiale, ma premevano continuamente lungo i confini, cercando di guadagnare terreno.

Oltre a loro anche altri gruppi barbari erano un problema continuo e fisso per Roma: i Sassoni in Britannia, gli Alani nella zona d’Orleans, i Franchi lungo la Mosa, i Burgundi a Magonza e Worms, gli Alamanni in Rezia. Ovviamente tutti questi popoli avevano stabilito delle alleanze con l’Urbe, ma erano polveriere pronte a scoppiare in qualsiasi momento.

Solo per l’Africa Ezio fu impotente: non fece altro che riconoscere il regno autonomo di Genserico, che non mostrava alcun tipo di dovere nei confronti di Roma.

Chi erano gli Unni

“La semente di ogni sventura”

secondo il parere di Appiano Marcellino nel IV d.C.

Dopo Adrianopoli per circa vent’anni mantennero uno stato di quiescenza nei confronti dei territori imperiali, ma secondo l’immaginario degli scrittori dell’epoca sembrava che fossero partiti appositamente dall’antica Cina per venire a creare scompiglio nell’Occidente. Sembra che a causa loro l’imperatore cinese Hwang-te ordinò la costruzione della Grande Muraglia nel 258 d.C.

Gli Unni si dividono in due gruppi, i bianchi o eftaliti che si stanziarono nei territori dell’odierno Iran ed Afghanistan ed i neri che dilagarono in Occidente. Ammiano Marcellino li descrive come rozzi barbari assetati solo di sangue e distruzione; uomini senza cultura che conoscevano il solo linguaggio della violenza. Non lavoravano la terra, né facevano gli allevatori, erano nomadi senza legge e senza Dio, conoscevano solo l’avidità e la cupidigia.

A questa descrizione si aggiunga quella del cronista goto Giordane, che conferma la temibile fama di questo popolo attingendo soprattutto alle informazioni fornite dallo storico bizantino Prisco contemporaneo delle vicende unne in Occidente. La fama di ottimi combattenti era ben meritata: erano dinamici ed agili, propensi a muoversi in piccoli gruppi a cavallo per attacchi e razzie.

Questi gruppi avevano come appoggio i convogli di grandi carri con cui si spostavano le loro famiglie; tali carri erano di grandi dimensioni con cerchioni in ferro e contenevano tende di feltro che fungevano, per così dire, da case. Avendo un’origine comune è probabile che gli Unni si comportassero come i Mongoli e cioè che avessero diciotto tra cavalli e giumente per assicurarsi latte e carne durante i loro continui spostamenti.

Data la loro natura nomade i guerrieri erano così fulminei nelle loro azioni che era quasi impossibile poterli fermare, combattevano solo per il bottino, ciò significa che se la fuga era considerata giusta perché l’avversario era impossibile da battere, non né avevano una concezione disonorevole come era per i Romani.

L’arma prediletta era l’arco usato con eccellente maestria sia sul lato destro che sul sinistro ed i guerrieri erano in grado di farne addirittura uso a cavallo, riuscendo a colpire un bersaglio anche a cento metri di distanza. Il loro arco era asimmetrico, ispessito da strisce di corno e rinforzato alle estremità con osso per migliorarne la potenza.

La lavorazione prendeva due stagioni (inverno e primavera) per favorire l’assemblaggio di tutte le parti, in autunno ed in estate veniva invece utilizzato, per essere poi allentato e ricondizionato. La corda era sempre tesa sul braccio più lungo migliorando le potenzialità dello strumento. Le frecce generalmente erano fatte di canna che aveva la capacità di assorbire in modo ottimale il colpo della scoccata così da mantenere una traiettoria lineare.

Non era inusuale che i membri più ricchi della tribù avessero gli archi ricoperti d’oro. Per quanto concerne l’uso della spada pare che non usassero quella con la lama ricurva, ribattezzata per questo gladius hunnicus, ma una lunga a doppio taglio, adatta per combattere a cavallo. Solo pochi combattevano con l’armatura, di solito si indossavano pantaloni ed una giubba di lana ed un copricapo.

In linea di massima vivevano perennemente a cavallo: combattevano e dormivano in sella, stipulavano accordi e trattati, addirittura vi cucinavano, cuocendo la carne su una sorta di fornello messo tra le loro cosce e la pancia del cavallo. I loro cavalli erano piccoli e tozzi, ma molto veloci e forti, capacità queste che li rendevano ottimi per combattere.

L’ascesa al potere di Attila

I primi decenni del V secolo d.C. vede gli Unni suddivisi in tre potentati ben distinti ed in contatto con l’impero solo come mercenari ingaggiati dal generale Ezio. Ma tutto cambiò: Rua riuscì a riunirli sotto il suo dominio e alla sua morte il loro controllo passò nelle mani dei suoi figli Bleda, il maggiore, e Attila, che sebbene fosse il minore era il più bellicoso e assetato di potere dei due.

Se Bleda aveva come scopo sostanzialmente quello di consolidare i domini, al contrario suo fratello Attila aveva una visione del tutto diversa: fare grandi conquiste.

Si racconta che un pastore abbia donato al principe unno una spada che aveva trovato conficcata nel terreno, su cui una delle sue vacche si era azzoppata: Attila la fece passare per una spada sacra appartenuta al dio Marte sostenendo che il dio stesso gliel’avesse inviata come dono e simbolo delle sue future conquiste. Attila, dunque, era uno di quegli uomini che si credevano predestinati alla conquista del mondo.

Le guerre espansionistiche di Attila

Il suo impero non aveva confini definiti e stabili, ma secondo gli storici forse a Nord doveva giungere fino al Baltico, a Sud fino al Danubio, ad Est presso il Mar Caspio e ad Ovest in Ungheria; in sostanza confinava sia con l’Impero d’Occidente che d’Oriente, bisognava solo aspettare quale dei due avrebbe subito per primo l’invasione.

Toccò alla Pars Orientis, che, per evitare una guerra devastante e per sfuggire ad una sconfitta, firmò un’ umiliante pace; comunque pochi anni dopo lo scontro fu inevitabile. La guerra scoppiò nel 447 d.C., quando ormai Attila era l’unico sovrano degli Unni, essendosi sbarazzato ormai dello scomodo fratello: un cronista dell’epoca ci dice, riguardo le vittorie dell’unno, che “rase al suolo quasi tutta l’Europa” e che circa 70 città furono completamente distrutte.

Erano anni che i romani non avevano più sfruttato gli unni come mercenari, l’ultimo caso risaliva al 437 d.C. quando Ezio sconfisse i Burgundi a Worms: non si sa se fu una scelta dei barbari di non militare più per Roma o se fu proprio il generale romano a non volere più l’intervento di questi mercenari sanguinari sia per la loro nota indisciplina sia per cattivi ed instabili contatti che aveva con Attila.

In effetti non è chiaro se Ezio ed Attila si conoscessero di persona e quali fossero, nell’eventualità, i loro rapporti.

Da Prisco sappiamo che il re unno mandò il nano buffone del fratello defunto in dono al generale, che lo rifiutò; inoltre sappiamo anche che Ezio nominò il re barbaro magister militum dell’Occidente; certamente un titolo onorifico, ma che con probabilità nascondeva una precisa scelta politica difficile da stabilire.

Pare, comunque, che Ezio abbia inviato molte ambascerie al re unno, che non le gradì mai moltissimo e che anzi ospitò alla sua corte un tale Eudossio, che aveva alimentato una nuova rivolta in Gallia contro il potere centrale.

Non sappiamo quali furono i motivi effettivi che spinsero Attila a organizzare una campagna in Gallia intorno al 450 d.C.: il cronici sta Giordane ci dice che fu indotto ad una campagna contro i Visigoti da Genserico, re dei Vandali, ma sembra stano che le azioni dell’unno fossero legate a scelte altrui, infatti era molto più scaltro e furbo.

Attila sapeva agire bene d’astuzia, oltre ad essere un buon capo militare, perciò è assai probabile che le sue scelte fossero legate all’intento di creare un’ulteriore scissione all’interno del precario equilibrio che si era determinato tra le varie popolazioni dell’impero. Sembra infatti che abbia contattato contemporaneamente sia l’imperatore Valentiniano, a cui assicurava che il suo unico nemico fosse il vandalo Teodorico, sia Teodorico stesso incitandolo a rompere l’alleanza con la debole Roma.

Ma Giusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano, ci mise lo zampino rimescolando le carte in tavola: la donna chiese ad Attila di sottrarla con ogni mezzo in suo possesso al marito, il senatore Ercolano e a sposarla egli stesso. Il matrimonio di Onoria con Ercolano, a quanto pare, era stata una sorta di terribile punizione inflittale dal fratello per una tresca con il maggiordomo Eugenio, con cui forse aveva complottato per prendersi il trono: fallita questa carta la principessa poteva provare con il temibile Attila.

Con il nuovo imperatore d’Oriente, Marciano, che rifiutava il tributo agli Unni, il re barbaro pensò bene di concentrarsi sull’Occidente e con molta probabilità questo matrimonio poteva essere un’ottima soluzione. Naturalmente Valentiniano rifiutò, essendo Onoria già ammogliata, ma il gesto della donna aveva forse convinto definitivamente Attila a credersi l’unico ad essere designato dagli dei alla dominazione del mondo.

Nel 451 d.C. iniziò la sua inarrestabile avanzata verso la Gallia: circa 300.000 uomini (addirittura alcune fonti parlano di 700.000) si mossero al suo seguito portando, stando alle cronache dell’epoca, morte e distruzione in ciascun posto in cui passavano. Attila risalì la Mosella devastando Treviri e Mediomatrix (Metz) il giorno della Vigilia di Pasqua e condannando a morte tutti i cittadini senza risparmiare né donne né bambini.

A seguire furono investite dall’orda barbarica Reims, Orléans, e molte altre città. Nel frattempo il generale Ezio, che era giunto ad Arles, voleva cercare di frenare Attila facendolo rallentare nei tentativi di assedi e contemporaneamente riuscì ad ottenere l’appoggio dei Visigoti. Con un esercito, a questo punto più forte, Ezio si mosse alla volta di Orléans, che riuscì a liberare, ma senza ottenere la disfatta di Attila, che raggiunse i Campi Catalaunici.

Lo scontro campale dei Campi Catalaunici

Il solo cronicista a darci una descrizione della battaglia fu il goto Giordane, vissuto circa un secolo dopo gli eventi: poiché in questo scontro i Visigoti e gli Ostrogoti vi parteciparono, lo storico ne parla come uno tra gli eventi più importanti della storia del suo popolo, a volte in termini troppo retorici e troppo faziosi, motivo per cui non è considerato una fonte attendibilissima, pur dichiarando di avere come riferimento Cassiodoro, il cui nonno aveva collaborato direttamente con Ezio.

Oltre ad essere una battaglia campale ed epica, i Campi Catalaunici si presentano come il perfetto affresco di un impero che di romano aveva pochissimo oramai. Lo schieramento dell’esercito imperiale si presentava così: nell’ala sinistra prendevano posto i soldati di Ezio, in quella destra i Visigoti di Teodorico, al centro Sangibaldo con il suoi Alani.

Sul fronte opposto il centro dell’esercito era tenuto dallo stesso Attila, nella parte sinistra prendevano posto gli Ostrogoti e nella destra i Gepidi, guidati dal loro re Ardarico. Gli Ostrogoti e i Gepidi erano gli unici popoli, di quelli sottomessi ad Attila, i cui capi potevano partecipare ai consigli di guerra e di cui il re unno aveva una certa considerazione.

Le fonti dicono che i due eserciti si scontrarono “al massimo della tensione: rinunciando ad ogni sotterfugio”: l’ardore di tutti quegli uomini, così diversi tra loro, portò all’insorgere di schermaglie anche all’interno dello stesso esercito unno, sappiamo di uno scontro tra i Gepidi e i Franchi di Meroveo (capostipite dei Merovingi).

Questo causò la perplessità di Attila che volle consultare degli aruspici, prima di scontrarsi con Ezio. Il responso fu funesto: la battaglia sarebbe stata disastrosa per il re unno, eccezione fatta per la morte di uno dei comandanti dei suoi avversari. Pare che Attila desiderasse così tanto la morte di Ezio, che, nonostante gli inviti a desistere, mosse lo stesso battaglia, ma non prima delle tre del pomeriggio, per poter, eventualmente, fruire della notte nel caso in cui le sorti si fossero messe male.

Entrambi gli eserciti puntarono a conquistare l’altura nella pianura: gli Unni presero il lato sinistro, mentre l’esercito imperiale quello destro, a nessuno toccò la sommità, ma le esitazioni di Attila favorirono Ezio che la raggiunse per primo.

Nel pieno dello scontrò la profezia si avverò, ma non cadde Ezio, bensì il re visigoto Teodorico; nonostante ciò i Visigoti mantennero la loro lucidità continuando ad incalzare il nemico. La notte stava calando e Attila ne approfittò per chiamare a gran voce la ritirata; non gli restava che attendere, trincerato nel suo accampamento, il mattino seguente. Ma le sue scelte furono avventate; sapendo di avere pochi viveri e di essere incalzato dal nemico, scelse di provare per primo l’attacco, sicuro che avrebbe colto di sorpresa Ezio.

Nell’accampamento imperiale i Visigoti sicuri della vittoria decisero di abbandonare il campo e permettendo ad Attila di ritirarsi. Gli storici ritengono che l’atteggiamento permissivo dimostrato da Ezio in questa occasione fosse dovuto al fatto che in fin dei conti la figura di Attila e il terrore che incuteva con il suo esercito, gli fosse d’aiuto per mantenere saldo il suo potere, ma restano solo supposizioni campate in aria, poiché nessuno saprà mai le effettive ragioni della sua scelta.

Nonostante le diverse opinioni che circolano riguardo i comportamenti “politici” assunti da Ezio ed Attila in quell’occasione, è certo che c’era stata una vera e propria carneficina, tanto che si diffuse la leggenda che i caduti in battaglia continuassero a lottare tra loro e che si potevano ancora sentire i rumori delle loro armi.

Durante la ritirata di Attila sono documentati altri saccheggi e devastazioni.

Gli eventi dopo la battaglia

È probabile che il re barbaro già stesse pensando alla rivincita, non potendo permettere che la sua fama fosse sminuita dall’uomo che odiava più di tutti al mondo: sotto questo punto di vista la battaglia dei Campi Catalaunici sembra essere più che altro il conflitto per il predominio tra le due più forti e grandi personalità dell’epoca.

Doveva alzare la posta in gioco: l’unica soluzione era mirare direttamente a conquistare ed occupare Roma: già vi era riuscito Alarico, Attila non gli sarebbe stato di certo inferiore. Il re non perse tempo: un anno dopo, nel 452 d.C., valicò le Alpi Giulie, assediò ed occupò Aquileia, da cui dilagò verso la Pianura Padana.

A questo punto Ezio, privo dei Visigoti, non poteva far altro che sperare nell’aiuto dell’imperatore d’Oriente, ma ebbe invece l’aiuto della sorte: la tattica unna di distruzione di tutto ciò che incontravano gli si ritorse contro, infatti non avevano più sostentamenti né rifornimenti.

Inoltre una gravissima pestilenza e carestia aveva colpito la penisola e l’esercito unno non fu di certo immune: si contavano molti morti anche tra le sue schiere. Attila era sul punto di decidere una ritirata quando gli venne incontro sul lago di Garda papa Leone Magno che lo convinse definitivamente a parole e, ovviamente, con il pagamento di un tributo ad abbandonare l’idea di conquista di Roma.

Pochi mesi dopo il re morì per un’emorragia dopo una notte di festa per un suo ennesimo matrimonio, poco prima di iniziare la sua campagna contro l’impero d’Oriente.

Il suo impero si dissolse in un baleno, con la rivolta di tutti i popoli sottomessi; ciò dimostra che se anche Attila avesse vinto ai Campi Catalaunici, la sua sarebbe stata una vittoria effimera, in quanto il suo impero, ad eccezione della sua persona, non aveva solide basi per essere duraturo nel tempo.

Rimane comunque l’importanza di questa battaglia, che fu la più cruenta di tutto il V secolo d.C. e che resta come testimonianza di un periodo storico in cui dell’Impero Romano restava solo il nome e la città di Roma veniva difesa da crudeli e barbarici uomini quanto quelli che la sfidavano e la volevano distruggere.

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