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Canossa, castello

Il Castello di Canossa sorge su una rupe di arenaria circondata da calanchi. Proprio dal colore bianco dell’arenaria, in latino canus, deriva il nome della località e della famiglia che costruì il castello. Purtroppo nel corso dei secoli terremoti e assedi hanno distrutto buona parte della costruzione: delle strutture originarie rimangono parte delle mura meridionali e la cripta della chiesa di Sant’Apollonio. Un pilastro, rotolato in basso in seguito ad uno dei frequenti terremoti (si calcola che nei secoli la piattaforma di arenaria su cui sorgeva il castello si sia ridotta di circa due terzi), si trova ora sulla via di salita al castello, insieme ad alcuni bassorilievi di Galileo Scorticati (1913-1993) che ritraggono episodi salienti della storia di Canossa.

Il castello venne costruito verso la metà del X secolo da Adalberto Atto, bisnonno di Matilde di Canossa, sui resti di un insediamento romano probabilmente connesso a quello notevolmente più sviluppato di Luceria. Nel 1077 il luogo fu teatro della conciliazione, mediata dalla Contessa Matilde di Canossa, tra Enrico IV, imperatore del Sacro Romano Impero, e Papa Gregorio VII. Distrutto e ricostruito due volte, nel XIII e XV secolo, il castello viene definitivamente cannoneggiato dalle artiglierie di Ottavio Farnese nel 1557.

Sulla sommità della rupe, circondato dalle rovine del castello, sorge il Museo Nazionale “Naborre Campanini”. Tra i reperti conservati all’interno del museo spicca, oltre a suppellettili di epoca rinascimentale, mattoni manubriati di epoca romana e frammenti architettonici risalenti all’XI-XII secolo, un fonte battesimale in pietra del XII secolo, perfettamente conservato, decorato esternamente con i simboli dei quattro evangelisti. Il materiale informativo è molto ricco: sono infatti esposti disegni delle due arche romane utilizzate da Matilde come sepoltura per i propri avi e l’albero genealogico della dinastia degli Attonidi; un plastico mostra la ricostruzione più plausibile del castello: tre cinta di mura, l’ultima delle quali racchiudeva tre costruzioni poste in successione e divise tra loro da mura difensive, il primo ambiente riservato alle guardie, poi la residenza vera e propria ed infine il convento di Sant’Apollonio, sede di una delegazione di monaci di Cluny, con chiesa annessa.

Una curiosità: in una teca del museo è esposta la riproduzione del poema “De vita Mathildis“, opera di Donizone da Canossa. Il codice originale, del XII sec, presenta una minatura in cui il poeta-biografo consegna l’opera alla Contessa. Si tratta di un falso storico, benché antico: Matilde morì prima che Donizone terminasse il suo poema.

Andare a Canossa

Quando qualcuno deve chiedere perdono, ammettendo una propria colpa, si dice che “va a Canossa”. Questo perché proprio nel castello di Canossa si consumò uno dei perdoni più celebri della storia.

La vicenda si svolge nel gennaio 1077. L’anno prima Enrico IV, imperatore di Germania e parente della Contessa, nell’ambito dell’aspra lotta per le investiture che vide scontrarsi Impero e Papato per circa un secolo, aveva convocato un’assemblea dei principi del sacro Romano Impero durante la quale era stato disconosciuto il valore dell’elezione di Ildebrando di Sovana, divenuto papa col nome di Gregorio VII. Quest’ultimo, per tutta risposta, lo aveva scomunicato. La scomunica, provvedimento già grave per qualunque fedele, lo era ancor di più per un imperatore: i sudditi, infatti, non avevano più obbligo di obbedienza nei suoi confronti. Enrico IV comprese che per poter tornare ad esercitare il suo potere doveva soggiacere ai voleri del papa, che in quel momento soggiornava a Canossa presso la sua fedele contessa Matilde.

La storia popolare tramanda che l’inverno 1076-1077 fosse particolarmente freddo e che la rupe di Canossa fosse coperta da uno spesso manto di neve. Nonostante ciò Enrico arrivò a Canossa da Spyra e, spogliatosi dell’armatura di guerriero per indossare un saio da penitente, attese tre giorni al di fuori delle mura del castello che il papa lo ricevesse per perdonarlo. Grazie anche alla mediazione di Matilde, fedelissima al papato ma parente dell’imperatore, il perdono avvenne ed Enrico poté tornarsene in Germania nel pieno dei propri poteri.

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