Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Capo Colonna: parco archeologico

Capo Colonna: parco archeologico

Il Parco Archeologico di Capo Colonna

Il percorso che si snoda tra i resti dell’antico santuario di Hera Lacinia ci conduce in quello che è il Parco Archeologico di Capo Colonna, località compresa nel territorio dell’arcaica polis achea di Kroton.

Un sentiero costeggia i vari edifici che facevano di questo santuario uno dei più importanti della Magna Grecia, dedicato ad Hera e scenario di numerose leggende. Si narra infatti che Eracle, di ritorno da una delle sue fatiche e con i buoi appartenenti a Gerione, avesse subito un furto da parte di Lacinio e avesse così ucciso non solo quest’ultimo, ma erroneamente anche il figlio, Kroton, da cui poi la città prese il nome (1).

La situazione attuale del Parco Archeologico, tuttavia, non è delle più rosee: nonostante l’ingresso sia piuttosto accogliente grazie alla presenza del piacevole sentiero, che si snoda nella più rigogliosa vegetazione comprendente piante tipiche della macchia mediterranea, il passaggio ai primi resti archeologici lascia il visitatore alquanto sorpreso.

Qui la flora sembra aver preso il sopravvento sugli edifici, i cui resti sono quasi completamente occultati dall’erba alta ed anche il passaggio pedonale che, se curato, potrebbe costituire un suggestivo percorso, non presenta la giusta manutenzione divenendo anche piuttosto rischioso per chi lo attraversa.

L’antica cinta muraria in pietra calcarea locale, realizzata intorno al IV sec. a.C. e rafforzata in età romana, è costituita da un alzato in opus reticolatum al di sopra di uno zoccolo in opera quadrata e con all’interno un nucleo di opera cementizia. Essa è il primo elemento che appare entrando nell’area dell’arcaico temenos e doveva circondare la zona sacra a cui si accedeva attraverso un antico ingresso “a tenaglia” affiancato da due torri quadrangolari.

Da un’apertura realizzata in questa stessa cinta comincia il breve percorso che conduce fino al tempio principale, luogo di arrivo delle antiche processioni che si svolgevano in onore della dea Hera e che dovevano seguire il percorso della Via Sacra.

Tale strada, larga 8,5 m. apparteneva al primo venticinquennio del V sec. a.C. e affiancava alcuni edifici (l’edificio K e l’edificio H) per poi giungere ai luoghi destinati al vero e proprio culto.

Edificio K

Il primo di questi edifici è il cosiddetto Katagogion o edificio K, luogo deputato ad accogliere pellegrini e ospiti di riguardo giunti presso i luoghi sacri. Appartenente alla seconda metà del IV sec. a.C., esso si trova nella zona a nord della Via Sacra e presenta una forma quadrangolare di cui rimangono solo le basi dei muri e alcune parti di colonne e di capitelli crollati probabilmente a causa del terremoto che colpì l’area crotoniate nel II secolo d.C.

L’edificio era anticamente caratterizzato da un porticato che circondava il lato sud, dove era presente anche l’accesso, con 15 colonne doriche ed il lato est con 7 colonne dello stesso tipo.

L’interno era caratterizzato dall’alternanza di ambienti rettangolari e quadrangolari adibiti all’accoglienza degli ospiti e collegati tra loro da corridoi. Tali ambienti si affacciavano su un cortile centrale attrezzato di un secondo peristilio, costituito da 16 colonne doriche rivestite di stucco bianco (2).

Edificio H

Appartenente alla stessa epoca del Katagogion è l’edificio H e, anche in questo caso, l’unico elemento a noi giunto è caratterizzato dalle basi dei muri realizzate sempre in calcare locale.

Esso è di pianta quasi quadrangolare e presenta dimensioni minori del precedente, ma struttura assai simile. Intorno ad un peristilio centrale costituito da colonne in legno, si snodano 14 ambienti di forma quadrata all’interno dei quali dovevano essere disposte 7 klinai per sala, probabilmente dislocate accanto alle pareti (3). Questa disposizione ed il ritrovamento di ceramica da mensa fa facilmente pensare che tale edificio fosse un Hestiatorion, ossia un luogo adibito allo svolgimento di banchetti per gli ospiti che giungevano al santuario.

Presso gli angoli del peristilio sono presenti anche quattro vaschette realizzate in opera cementizia atte a convogliare l’acqua piovana dalle grondaie verso il centro, attraverso condutture in terracotta.

Edificio B

Continuando il percorso pedonale si giunge al più antico elemento del santuario. Si tratta dell’edificio B, collocato a nord del più grande Tempio A. Di pianta rettangolare, non rimane altro che i filari di fondazione che, come nel caso delle altre costruzioni, furono realizzati in calcare locale. Durante gli scavi sono state riconosciute tre fasi dell’edificio.

  • I Fase
    Tra la fine del VII e l’inizio del VI sec. a.C. E’ stato riconosciuto un elevato in mattoni crudi e un tetto realizzato in paglia e legno, materiali facilmente deperibili di cui non è rimasto più nulla. A questa fase appartengono alcuni ritrovamenti arcaici legati alla sfera femminile, probabilmente relativi alle popolazioni indigene stanziate presso l’area crotoniate.
  • II Fase
    Seconda metà del VI sec. a.C. e primi anni del V sec. a.C. E’ considerato il periodo in cui l’edificio assume una maggiore rilevanza e durante il quale viene realizzato un rinnovamento architettonico che riguarderà ben tre lati della costruzione. Verrà inoltre aperto l’ingresso sul lato est e avviata la costruzione di un basamento in pietra sul lato ovest identificato come tavola per offerte oppure come base per un’eventuale statua della divinità. La copertura del tetto è realizzata con tegole e corredata da decorazioni architettoniche. Ulteriori importanti rinvenimenti costituisco il “Tesoro di Hera” comprendente piccoli bronzi figurati, vasi miniaturistici, una barchetta nuragica che testimonia i contatti con popolazioni esterne al territorio e uno splendido diadema aureo realizzato con intrecci di ramoscelli di piante sacre alla dea.
  • III Fase
    Primo venticinquennio del V sec. a.C. E’ l’ultima fase di vita dell’edificio ben presto sostituito dal più grande tempio A.

Il ritrovamento di un cippo di confine (horos) all’interno dell’edificio segna l’area posta sotto la tutela della divinità, ed il rinvenimento dei numerosi e preziosi reperti sottolineano l’importanza della costruzione che assume pertanto funzione di thesauros delle offerte votive in onore della dea Hera.

Tempio A

Immersa nel silenzio del Promontorio Lacinio, si erge solitaria l’unica colonna superstite dell’antico tempio dedicato alla dea Hera realizzato tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C. in concomitanza con il periodo di decadenza dell’edificio B.

La divinità tutelare veniva considerata la protettrice del matrimonio e del genere femminile in generale, nonché Potnia Theron ossia signora della natura e degli animali (4).

Aveva oltretutto l’appellativo di eleutheria, liberatrice. Questo santuario infatti era anche luogo di asilo e ciò è testimoniato dal ritrovamento di un cippo in calcare che presenta tale definizione in riferimento alla dea e di alcuni frammenti di tabelle in bronzo che dimostrano l’avvenuta liberazione di alcuni schiavi.

Il tempio presentava un orientamento Est-Ovest, con l’accesso posto sul lato Est ed una pianta periptera, esastila. Sui lati lunghi il numero delle colonne era invece di 15. La colonna superstite, alta circa 8,35 m. e costituita da 8 rocchi, era la penultima del lato Nord del tempio (5).

L’edificio, che rendeva l’area sacra tra le più note ed importanti della regione magno greca, nonché meta di numerosi pellegrinaggi in onore della divinità, presentava particolari decorazioni costituite da terrecotte architettoniche policrome oggi conservate presso il Museo Archeologico di Crotone ed elementi in marmo pentelico ed in marmo pario. Di grande rilevanza è una grondaia per lo scolo delle acque a forma di protome leonina nonché elementi marmorei facenti parte della decorazione frontonale, come la grande testa femminile rinvenuta durante gli scavi effettuati negli anni ’70.

L’importanza del tempio è testimoniata anche dalla grande cura e dagli accorgimenti con cui esso venne realizzato. La colonna infatti presenta la classica inclinazione verso l’interno, espediente utile per evitare un effetto di pendenza in avanti.

L’area continua ad avere una certa importanza anche con la realizzazione del castrum romano durante il secondo quarto del II sec. a.C., per la posizione del luogo favorevole al controllo delle rotte navali.

Si crea infatti un vero e proprio nucleo abitativo in cui sono presenti non solo edifici privati, come ad esempio una domus ad atrio di cui si conserva il tablino, ma anche edifici pubblici come le terme.

Esse, scoperte da Paolo Orsi durante gli scavi del 1910, presentano le aule caratteristiche di questo tipo di edificio: un laconicum utile per i bagni di sudore e il calidarium, per i bagni con acqua riscaldata tramite un praefurnium. Mirabili sono le decorazioni pavimentali del balneum presso cui si trova un mosaico con rombo centrale a scacchiera, quattro delfini ai lati e un’iscrizione che ricorda i nomi dei due magistrati che avevano provveduto a realizzare tale opera, Lucilius Macer e Annaeus Thraso.

E’ infine presente una fornace per laterizi di pianta rettangolare realizzata tra il II ed il III sec. d.C. (6). Vari furono i saccheggi che il santuario dovette subire fin dall’età romana. Si narra che Annibale, durante il suo tragitto, si fermò presso Capo Lacinio e portò via una piccola colonna votiva in oro, poi tornata al suo posto sull’altare grazie all’ammonimento della dea apparsa in sogno all’uomo.

Successivamente, nel 173 a.C., le tegole in marmo del tempio furono portate via dal console Fulvio Flacco per la decorazione del tempio della Fortuna a Roma, per poi essere riportate indietro senza tuttavia ritrovare la giusta collocazione precedente.

Le spoliazioni continuarono nel corso del tempo soprattutto a partire dal 1500 con il viceré di Spagna don Pedro di Toledo, il quale utilizzò molti dei materiali prelevati dall’antico tempio per erigere il castello e le mura della città di Crotone. Ai giorni nostri non rimane altro che l’unica colonna che si affaccia sul mare della riserva marina, ormai divenuta simbolo storico della città.

Note

  • (1) Diod. Sic., IV, 24,7
  • (2) AA.VV., Guida archeologica della Calabria, p.309.
  • (3) CERCHIAI, JANNELLI, LONGO, Città Greche della Magna Grecia e della Sicilia, p. 109.
  • (4) Livio XXIV,3.
  • (5) AA.VV., ibidem, pp. 305-306.
  • (6) AA.VV., Ibidem, pp. 309-310.

Bibliografia

  • AA.VV., Guida Archeologica della Calabria. Bari, 1998.
  • CERCHIA, JANNELLI, LONGO, Città greche della Magna Grecia e della Sicilia. Verona, 2007.
  • DIODORO SICULO, Biblioteca storica, IV.
  • LIVIO, Ab Urbe condita, XXIV

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*