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Caserta. Le “Ciampate del Diavolo”

 

Ciampate del Diavolo

Una passeggiata, 350 mila anni fa

L’atmosfera è lugubre, spettrale, intorno c’è silenzio e devastazione. L’aria tiepida è pesante, respirare è difficile. Ad ogni boccata fuliggine e cenere bruciano la gola. Qua e là sono ancora sparsi focolari che non accennano a spegnersi, testimonianza di un evento fra i più terribili, al quale è difficile sottrarsi. Eppure alcuni ce l’hanno fatta, si aggirano per questo paesaggio offeso, vittima della forza distruttrice della natura.

Forse non si trovavano nei dintorni al momento dell’ esplosione. Forse, quel fortissimo boato, lo avranno sentito da lontano, al sicuro, al riparo. Avranno visto la grande nube sollevarsi rabbiosa in cielo, oscurando la limpidezza del mattino e forse, spaventati, avranno cercato protezione in qualche grotta o in qualche anfratto, attendendo pazientemente e con timore che tutto intorno a loro s’acquietasse.

Ma c’è un sentimento più forte della paura, un sentimento grazie al quale siamo giunti alle scopertea noi più utili: la curiosità. La curiosità, nonostante tutto, deve averli spinti fuori dal loro rifugio, per andare a vedere di persona quanto accaduto: cos’altro, se non la curiosità, li avrebbe portati in quel luogo, divenuto pericoloso e desolato nel giro di pochi giorni.

Ora sono lì: smarriti si guardano attorno, in balia di eventi per loro troppo difficili da comprendersi. Con gli occhi socchiusi per proteggerli dalle ceneri vorticanti nell’aria, scrutano il terreno in cerca di una via sicura per la quale procedere.

Uno di loro si fa coraggio. Esce dal sentiero, sul ciglio di un pendio, si volta a guardare gli altri cercando sicurezza e approvazione; i suoi compagni contraccambiano con uno sguardo dubbioso, non sono convinti che sia la via migliore. Si decide: fa un passo, poi un altro, il terreno è molto umido, ha una consistenza morbida, ma compatta. Pure il secondo si convince a seguirlo, ma compie delle scelte azzardate e scivola: per non perdere l’equilibrio è costretto a sorreggersi con una mano. Finalmente, anche il terzo li segue. Rapidamente guadagnano una superficie più solida, sono salvi.

Si guardano indietro, osservando le orme che hanno lasciato impresse nel fango, proseguono tranquilli la loro perlustrazione: non sapranno mai che, millenni più tardi, i loro discendenti crederanno che quelle orme siano state lasciate dal diavolo.

Le “Ciampate del diavolo”: tra storia e leggenda.

Tora e Piccilli è un delizioso borgo in località Foresta in provincia di Caserta. Sorge sull’antica bocca laterale del vulcano di Roccamonfina, ormai spento, all’interno del parco regionale di Roccamonfina-Foce del Garigliano. In questo luogo, magico e suggestivo, per secoli si è parlato di una strana presenza: gli abitanti erano ormai abituati a convivere spalla a spalla con un’inusuale vicino di casa, il diavolo.

All’interno del fitto bosco si snoda ancora adesso, ricavata nella roccia viva, una mulattiera, impiegata dai contadini della zonaper giungere ad una sorgente ed all’antico mulino. Proprio in quei pressi, nei secoli passati, vennero notate delle strane orme, impresse nella durissima roccia vulcanica, grandi, troppo grandi per essere state lasciate da un essere umano: come avrebbe potuto un semplice uomo segnare profondamente la roccia con il suo passaggio? Soltanto un’entità soprannaturale avrebbe potuto essere l’autore di tale prodigio: si iniziò dunque a credere che vi fosse passato il demonio.

Una tradizione popolare vuole che Lucifero, caduto sulla terra, abbia lasciato dietro di sé, oltre a fuoco e devastazione, una traccia duratura del suo passaggio, le sue orme appunto, prima di sprofondare per sempre nei meandri più remoti e oscuri della terra. Pochi passi di fuoco impressi nella pietra.

Ma veniamo ora alla storia: uno studioso delle tradizioni locali, Alfredo Julianis, ipotizzò che quelle tracce, rinvenute in seguito ad una alluvione, conosciute comunemente come le “Ciampate del diavolo”, altro non fossero che il risultato di pratiche rituali dei Sanniti, anticamente presenti in questi luoghi. La notizia si sparse, suscitando una curiosità tale da accendere l’interesse dell’emittente londinese BBC verso questa parte della Campania. Qualcosa stava cambiando.

Nell’agosto del 2001 lo studioso Adolfo Panarello, durante una campagna di scavi al castello di Tora, su ripetuta insistenza del suo amico e collaboratore Marco De Angelis, guida G.A.E. (GuideAmbientale Escursionistiche), andò a visionare il sito delle impronte.

Dalle prime osservazioni risultò subito evidente che la superficie sulla quale furono impresse non era costituita da lava solidificata, bensì da tufo, una roccia che si origina dalla deposizione di detriti vulcanici in seguito ad un’eruzione: sarà stato dunque possibile che, durante il processo di raffreddamento, si sia potuto camminare al di sopra di esso, lasciando un segno tangibile e duraturo.

Ciampate del Diavolo

Le eruzioni Pliniane: eminente spiegazione.

Equidem beatos puto, quibus deorum munere datum est aut facere scribenda aut scribere legenda, beatissimos vero quibus utrumque. Horum in numero avunculus meus et suis libris… […] Nonum kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei adparere nubem inusitata et magnitudine et specie. […] Nubes — incertum procul intuentibus ex quo monte (Vesuvium fuisse postea cognitum est) — oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arborquam pinus expresserit. Nam longissimo velut truncoelata in altum quibusdam ramis diffundebatur, credo quia recenti spiritu evecta, dein senescente eo destituta aut etiam pondere suo victa in latitudinem vanescebat, candida interdum, interdum sordida et maculosa proutterram cinerem vesustulerat. Magnum propiusque noscendum ut eruditissimo viro visum. […] Iam navibus cinis incidebat, quo propius accederent, calidior et densior, iam pumices etiam nigrique et ambusti et fracti igne lapides, iam vadum subitum ruinaque montis litora obstantia. […] Interim e Vesuvio monte pluribus locis latissimae flammae altaque incendia relucebant, quorum fulgor et claritas tenebris noctis excitabatur.[…] Sed area, ex qua diaeta adibatur, ita iam cinerem ixtisque pumicibus oppleta surrexerat, ut, si longior in cubiculo mora, exitus negaretur. […] Nam crebris vastisque tremoribus tecta nutabant et quasi emota sedibus suis nunc huc nunc illuc abire aut referri videbantur. Sub dio rursus quamquam levium exesorumque pumicum casus metuebatur, quod tamen periculorum collatio elegit; et apud illum quidem ratio rationem, apud alios timorem timor vicit. Cervicalia capitibus imposita linteis constringunt; id munimentum adversus incidentia fuit.[…] Deinde flammae flammarumque praenuntius odor sulpuris alios in fugam vertunt, excitant illum. Innitens servolis duobus adsurrexit et statim concidit, ut ego colligo, crassiore caligine spiritu obstructo clausoque stomacho, qui illi natura invalidus et angustus et frequenter interaestuanserat. Ubi dies redditus (is abeo quem novissime viderat tertius), corpus inventum integrum in laesumo pertumque ut fuerat indutus: habitus corporis quiescenti quam defuncto similior (1).[…]

Così Gaio Plinio Cecilio Secondo, più comunemente conosciuto come Plinio il Giovane, descriveva la morte di suo zio Gaio Plinio Secondo-Plinio il Vecchio – avvenuta durante la memorabile eruzione del Vesuvio, nel lontano 79 d.C. Il racconto chiesto dallo storico Publio Cornelio Tacito a Plinio il Giovane risulterà di ampia rilevanza, oltre che per la cronaca della morte di un grande personaggio – che tanto ha lasciato dei suoi studi riguardanti l’astronomia, l’antropologia e tutto quanto interessi il mondo naturale, sul quale era appunto incentrata la sua opera, Naturalis Historia – anche perché è stata la prima descrizione di un fenomeno vulcanico particolare, che in tempi moderni prenderà proprio da lui il nome, in omaggio alla sua devozione per la natura e l’osservazione scientifica di essa: l’eruzione pliniana, appunto. Questo tipo di attività è tipico dei vulcani denominati “grigi”. La lava è molto viscosa e pertanto non fluisce dal cratere, ma si accumula alla sua sommità impedendo ai gas di fuoriuscire: ciò provoca un forte aumento della pressione interna che si conclude con l’esplosione parziale o totale del vulcano stesso comportandola formazione della colonna eruttiva, un’alta nube caratterizzata dalla forma ad ombrello (Plinio la accomuna alla forma di un pino marittimo, molto comune sulle coste del Mar Mediterraneo), composta di ceneri, lapilli e gas. La nube si eleva per chilometri nell’atmosfera, fino alla saturazione: non riuscendo più a sorreggere il peso di tutti i materiali vulcanici in essa sospesi, la colonna collassa verso il basso, formando la tipica nube piroclastica, la cui temperatura oscilla tra i 500 e i 1200 gradi centigradi. Ma il fenomeno più devastante che interessa tale attività eruttiva è il lahar, termine indonesiano che sta ad indicare una colata di fango composta da materiale piroclastico e acqua,dalla consistenza del cemento fresco, che scende lungo i fianchi del vulcano arrivando anche all’incredibile velocità di 300 chilometri orari. L’eruzione pliniana è il fenomeno vulcanico più pericoloso e distruttivo.

eruzione pliniana

Come fu possibile l’impressione di queste orme?

Le orme fossili sono un bene prezioso, rare e di difficile lettura. Possono offrire molte più informazioni di quanto si possa immaginare: citando Richard SwannLull, paleontologo della Yale University, “ esse sono fossili viventi, mentre gli scheletri sono fossili di organismi morti”. Sono importanti a tal punto che all’interno della Paleontologia è sviluppata una branca apposita per lo studio di questi particolari reperti, l’icnologia, parola derivata dal greco “ichnos”, traccia. La figura dell’icnologo è una via intermedia tra geologo e paleontologo e pochissimi scelgono di cimentarsi in questo campo abbastanza particolare.  In mancanza di materiale osseo, da esse si possono ricavare informazioni sulla velocità, postura e struttura anatomica di chi le ha impresse,e spesso, come nel nostro caso, sono la sola testimonianza della presenza di esseri viventi in un dato luogo. Naturalmente poche sono le impronte che trovano condizioni ideali alla fossilizzazione.

Perché un’orma si conservi deve rimanere esposta all’aria per un tempo sufficiente affinché si indurisca e si inneschino quei processi chimici, all’interno del sedimento, in grado di legare un granello di fango all’altro. Sulle orme consolidate e ben indurite si depositerà poi un altro strato che le conserverà per sempre. Frequentemente l’impronta che troviamo oggi impressa nella roccia non è quella lasciata direttamente sul fango ma una sottoimpronta, provocata dalla pressione avvenuta sugli strati sottostanti a quello sul quale è avvenuto il contatto diretto. Le tecniche di cui si dispone oggi per il rilevamento delle impronte vanno dai metodi tradizionali, che consistono nel ricalcare i contorni dell’orma su un telo in pvc, nell’eseguire calchi in gesso o silicone, alle tecniche innovative, non invasive e ad altissima precisione: tramite un apparecchio laser si può effettuare la scansione di tutta la superficie fossilifera, si possono ricavare anche modelli tramite fotogrammetria digitale ad alta risoluzione. Si otterrà così una perfetta riproduzione virtuale e tridimensionale delle orme e delle piste, che, salvate in un archivio, saranno preservate dall’inesorabile azione erosiva degli agenti atmosferici, e potranno essere sottoposte ad uno studio più accurato. Le orme si potranno ombreggiare, rendendole più leggibili, colorare o approfondire artificialmente, accentuando particolari anatomici sfuggenti, e la loro misurazione sarà di gran lungapiù precisa. Non si può inoltre tralasciare il grande vantaggio che questi espedienti ci offrono nel semplificare la condivisibilità dei dati fra ricercatori.

Un antico vulcano.

È plausibile che i primi gruppi umani penetrarono dall’Africa in Europa attraverso gli istmi che esistettero temporaneamente a Gibilterra e tra la Sicilia e la Tunisia, quindi l’Italia sarebbe stata la principale via di espansione dell’uomo nel Vecchio Continente. Altra ipotesi, per certi versi più verosimile, è che le popolazioni che si spostarono verso l’Europa siano giunte dalle regioni del Mar Nero attraverso l’Asia. Le rotte migratorie seguite dai primi ominidi non sono ancora assodate, ma le evidenze ci suggeriscono che esse toccarono ampiamente l’Italia e la Campania ha dato un grande contributo allo studio della preistoria nel nostro territorio, in essa vi sono presenti vari siti risalenti a 700-800.000 anni fa. Trecentomila anni più tardi, uomini di un grado culturale di poco superiore lasciarono le proprie orme ai margini della Campania lucana, come anche in Puglia e nel Lazio meridionale. Le prime tracce sono state rinvenute sulle colline del Sannio, nelle caverne del basso Cilento e a Capri, quando questa era unita alla penisola sorrentina.

homo heidelbergensis

Ma tracciamo un brevissimo quadro cronologico: come abbiamo detto, i primi siti risalgono a circa 800.000 anni fa; successivamente la Campania tra i 120.000 e i 35.000 anni fa si presenta abitata da uomini appartenenti alla cultura Musteriana, presenza ben documentata nelle località Nerano, Palinuro e Camerota. Uomini dediti alla caccia penetrarono anche nella piana di Paestum, di Carinola (in provincia di Caserta) e nella zona di Castelcivita presso Alburini (in provincia di Salerno); a 40.000 anni fa risale l’imponente attività vulcanica che portò alla formazione della caldera dei Campi Flegrei, e dopo alcuni millenni si affermò la cultura gravettiana del Paleolitico superiore, della quale sono peculiari le punte ritoccate, armi da lancio in osso, bulini e molte delle veneri del paleolitico, come la “venere di Gagarino” e la “venere di Mentone”. L’organizzazione sociale migliorò, si svilupparono la caccia collettiva, i riti funerari, gli spostamenti periodici e il trattamento di sostanze animali e vegetali; trionfarono gli oggetti idonei all’ammanicatura e l’osso diviene un materiale d’uso quotidiano; 20.000 anni fa, invece, la caccia si specializzò verso mammiferi di media taglia; nel 10.000 a.C. si svilupparono l’arco e le frecce, le condizioni climatiche di tipo glaciale terminarono e si innalzarono le acque, la fauna migrò e il clima divenne più secco e ventilato. Inizia così l’Olocene, era in cui viviamo.

Per capire bene di chi siano i piedi che impressero le orme di Foresta, ci si deve soffermare sul periodo che va dai 385.000 ai 325.000 anni fa: nella zona a quel tempo è attestata la presenza dell’Homo Heidelbergensis, discendente dell’Homoergaster(insieme all’Homo antecessor), ma che a differenza di questo presenta una calotta cranica più allargata, con una capienza media di circa 1100-1400 centimetri cubi. Siffatta differenza, assieme al comportamento e all’utilizzo di strumenti più evoluti, lo ha fatto assegnare a una specie distinta; c’è chi ritiene invece possibile che nel gruppo dei fossili di heidelbergensis siano presenti diversi tipi di genere Homo. Le caratteristiche principali che distinguono l’heidelbergensis, comunque,sono state chiaramente individuate, come la cresta sovraorbitaria più piccola e l’angolo della faccia maggiormente verticale rispetto a quello dell’Homo erectuse dell’Homoergaster; gli individui si sesso maschile presentano un’altezza di circa 170 cm per 62 kg di peso e quelli di sesso femminile risultano alti 160 cm per 51 Kg; la massa ossea indica un significativo aumento della forza fisica; la capienza cranica può arrivare fino a 1600 centimetri cubi. Gli heidelbergensissono meno robusti degli erectus,ma più degli esseri umani moderni e la fronte è meno sfuggente. A volte, tuttavia, la distinzione tra certe forme occidentali di erectus e heidelbergensis può risultare molto incerta.

Cronaca di un ritrovamento.

Le Ciampate del diavolo consistono in cinquantasei orme risalenti a circa 350.000 anni fa, impresse su di un banco tufaceo del medio Pleistocene appartengono a tre individui. Rappresentano, di fatto, le più antiche orme del genere Homo che siano mai state rinvenute. Misurano in media 20 centimetri per 10 centimetri e sono da ricondurre a uomini non più alti di un metro e mezzo, ma l’Homo heidelbergensis, alle quali sono state attribuite, possedeva un’altezza media di 170 – 175 centimetri: tale apparente problema può spiegarsi in due maniere: o queste impronte sono da addebitare ad individui femmine o di giovane età, oppure è verosimile che in quella regione vivessero esemplari anormalmente bassi di heidelbergensis.

A memoria dello straordinario istante in cui le orme furono riconosciute per quello che realmente erano abbiamo il racconto dello studioso Adolfo Panarello, esperto di paleoicnologia degli ominidi, testimone diretto di quell’evento davvero emozionante:

“Se dovessi raccontare di essere andato a vedere le “Ciampate del diavolo”, perché ero stato incuriosito, come tanti altri, dalla plurisecolare leggenda che le descriveva come impronte misteriose impresse nella lava e o dalla curiosità di sapere che cosa in realtà esse fossero, racconterei il falso. Semplicemente, pur conoscendo e tendendo in debita considerazione l’assunto che dietro ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità, non ho mai creduto che qualcuno potesse lasciare le proprie impronte nella lava fusa, e per tale ragione, sebbene avessi sentito più volte parlare di loro da amici escursionisti o letto da pubblicazioni amatoriali una varietà di ipotesi sulla loro natura, purtroppo mai suffragate dalla benché minima prova, sebbene fossi stato sollecitato più volte dal mio amico Marco De Angelis, guida G.A.E. ad andare a vedere, non mi ero mai preoccupato troppo della loro esistenza e non avevo mai voluto visitare il sito, temendo di dovermi recare in una delle tante zone del nostro territorio trasformate in discariche a cielo aperto dalla noncuranza e dall’inciviltà di gran parte dei visitatori.[…] Dopo pochi passi, sulla destra, completamente spoglio di vegetazione e rivestito di muschi e licheni era un’enorme banco di tufo bruno sul quale si notava, evidentissimo, un allineamento a forma di “Z”, di profondissime depressioni: erano quelle le “Ciampate del diavolo”? […] Rimasi senza fiato. L’induzione era troppo semplice per non lasciare di stucco: Il vulcano di Roccamonfina, come è ben noto, non ha più di 700.000 anni; l’unità geologica era un banco di affioramento di BLT (Brown, Leucitic, Tuff); la fase dei tufi leucitici bruni o BLT appartiene alla seconda fase eruttiva del suddetto vulcano (iniziata circa 385.000 e terminata circa 325.000 anni fa); le depressioni erano evidentemente le impronte fossilizzate di un bipede che procedeva a passo regolare scegliendo anche il percorso migliore per compensare la ripidità del pendio; non conoscevo la presenza in loco di altri bipedi intelligenti del Quaternario tranne l’uomo. La visione di un’altra pista, più orientale, che conteneva anche i segni di una lunga scivolata, non fece che confermare quello che avevo pensato. Con Marco de Angelis discussi a lungo della possibilità che potessero essere impronte di ominidi cercando di ragionare per esclusione, espungendo ogni altra possibile eziologia. Quello che mi era sempre sembrato impossibile, mi appariva ora assolutamente plausibile, anche perché il substrato non era lava consolidata, ma, come predetto, un banco di tufo leucitico bruno, ovvero l’evidente consolidamento di un flusso piroclastico, per altro pienamente compatibile con l’esplosività della seconda fase eruttiva del Roccamonfina. La prima tentazione fu quella di pubblicare subito la cosa, ma, dopo aver riflettuto solo qualche minuto, ci rendemmo conto che sebbene fosse difficile dubitare dell’autenticità della scoperta, troppi erano gli interrogativi ai quali un archeologo e uno storico non avrebbero potuta dare risposta. […] Dopo aver “dragato” Internet per giorni, la mia attenzione si fermò sulla persona del Prof. Paolo Mietto, docente all’Università degli Studi di Padova, famoso per essere stato il primo divulgatore di impronte fossili di dinosauri in Italia, al quale inviai una e – mail con un messaggio sibillino, nel quale gli segnalavo di aver individuato due piste di impronte fossili e gli chiedevo la sua disponibilità a compiere un sopralluogo.[…] Dopo alcuni giorni fui sorpreso nel trovare nella mia mail – box il suo messaggio di risposta, con cui mi chiedeva qualche foto e una sommaria datazione del substrato[…]. … il 28 febbraio 2000 venne a visitare il sito e ne fu fortemente impressionato.”

Dopo un approccio alquanto scettico riguardo alle impronte (si era sospettato che fossero state scolpite a mano), Paolo Mietto, osservandole attentamente, notò la presenza di una caratteristica che difficilmente sarebbe stato possibile riprodurre dalla mano di un ipotetico “scultore”, attribuibile solo alla forma di un piede umano, ossia la presenza dell’arco plantare in una delle impronte. E difatti Adolfo Panarello continua dicendo:

“ Dopo un attento sopralluogo (il Prof. Paolo Mietto, ndr)ci confermò l’autenticità della scoperta e ci annunciò che sarebbe ritornato con un icnologo del Museo Tridentino di Scienza Naturali, il dr. Marco Avanzini, per un esame più attento delle impronte e, eventualmente, per effettuare un rilievo preliminare delle icniti. Ciò accadde il 4 aprile 2002. Anche il dr. Avanzini confermò quanto aveva già detto il prof. Mietto, anzi, dopo un esame più puntuale dell’unità in affioramento, quest’ultimo individuò una terza pista di impronte fossili in posizione più occidentale, della quale nessuno si era accorto prima. Il 5 e il 6 aprile 2002 effettuammo i primi rilievi. Il 5 giugno 2002, convocato dal prof. Mietto, si unì al gruppo il prof. Giuseppe Rolandi, vulcanologo, il quale completò il team originario. […]” (2)

Dunque si organizzò un’equipe specializzata, in grado di coprire tutti i campi d’azione e le varie competenze per affrontare un sito di tale natura ed importanza, che comprendeva archeologi, paleontologi, antropologi e geologi: un team multidisciplinare. Le indagini preliminari si effettuarono senza alcuna operazione di scavo. Un primo resoconto fu pubblicato in una Brief Comunication sulla rivista Nature, d’importanza internazionale, di cui riportiamo il testo:

We have analysed three fossilized track ways of human footprints in a zeolite-richpyroclastic flow dated to 385,000–325,000 years ago (kyr), discoveredalong the western margin of the Roccamonfina volcanic complex in southernItaly. We believe that these tracks are the oldest human footprints found so far and that they were made by hominids who had a fully bipedal, free-standing gait, using their hands only to steady themselves on the difficult descent.” (3)

Solo in un secondo momento si cominciò a scavare: le orme divennero più chiare e leggibili. Per datare i depositi si usò la tecnica di datazione definita Argon – Argon: furono prelevati campioni di roccia, li si ridusse in una polvere impalpabile e, misurando la quantità di argon contenuta nel minerale esaminato, si poté stabilire che lo strato sul quale furono impresse le orme aveva un’età di circa 350.000 anni, con un margine di errore di 6000 anni, vale a dire, in termini evoluzionistici, una manciata di secondi.

La superficie dei sedimenti vulcanici sulla quale furono lasciate le impronte di Foresta era già fredda al momento del passaggio del piccolo gruppo di ominidi, ed estremamente umida. Proprio per la forte presenza di acqua risultava molto plastica, con una consistenza paragonabile a quella del cemento fresco poco prima di rapprendersi. Dunque una superficie ideale per l’impressione e la conservazione delle orme: una straordinaria e fortunata casualità.

Le impronte hanno inoltre una particolarità unica al mondo: sono state lasciate su un terreno inclinato, che raggiunge addirittura una pendenza dell’85%. Le piste tracciate dagli ominidi si distaccano da un sentiero, delle quali più evidenti risultano essere due: nella prima si nota facilmente che l’individuo, intento a raggiungere il fondovalle, sceglie il modo che ritiene più semplice, compiendo un percorso a zig–zag. Ogni tanto deve essersi fermato a riflettere su quale sarebbe stata la via più sicura, come si può evincere dalla profondità di alcune tracce parallele, indicanti appunto una sosta prolungata. Pochi metri più avanti un secondo individuo decise di scendere, lì dove il pendio presenta una maggiore ripidità: andò giù dritto, il terreno non dovette sorreggerlo, scivolò con un piede e per non cadere fu costretto puntellarsi con una mano a terra, forse perfino appoggiandosi con un’anca, sebbene lo si possa soltanto ipotizzare. Ancora più in là, altre impronte, ma più lievi.

Ciampate del Diavolo

Ciampate del Diavolo: valorizzare e preservare.

È risaputo che uno dei problemi più controversi dell’archeologia riguarda il mantenimento e la conservazione dei siti una volta riportati alla luce. Spesso – ma in verità è diventato un fattore purtroppo costante – la mancanza di fondi porta a compiere una scelta che oggi risulta più corretta: rinterrare una volta aver prodotto un’esaustiva e soprattutto esatta documentazione, che permetterà a ricercatori futuri di continuare a svolgere correttamente il loro lavoro, o anche solo a garantire un’adeguata prosecuzione degli studi. Sfortunatamente in Italia si osserva troppo spesso una certa indifferenza verso un patrimonio culturale che non trova paragoni in tutto il mondo, vittima innocente di un atteggiamento, tutto italiano, di apatia intellettuale. È doveroso, e purtroppo anche penoso, sottolineare il ruolo ricoperto dalle istituzioni nel campo della salvaguardia e della tutela, la latitanza è disarmante. L’unica arma in difesa del tesoro di cui disponiamo, che non appartiene solo a noi, ma all’umanità intera è la conoscenza. Per mezzo di essa eviteremo che gran parte delle nostre ricchezze vadano perdute, perché ciò che è noto può essere sottoposto a vincolo di tutela.

Il sito campano di Foresta rientra in quell’infelice lista di aree a rischio, al momento pericolosamente numerosa: oggi, a protezione di esso, solo una staccionata in legno, che lo lascia esposto alla forza disgregatrice delle intemperie o, peggio ancora, di atti vandalici. Sarebbe perciò auspicabile lo studio e l’attuazione di un piano di valorizzazione , che protegga un luogo unico al mondo. Nelle orme di Foresta, le “Ciampate del Diavolo”, possiamo già chiaramente vedere l’uomo moderno e salvaguardarle riveste un’importanza fondamentale; in quei passi ci sono tutti quelli che la nostra specie compirà verso un’evoluzione estrema, fino ad infrangere confini che un cinquantennio fa stentavamo ad immaginare raggiungibili, quei passi mossi alla scoperta di un pianeta che risultava nuovo, e dove tutto era da imparare e da creare. È difficile sfuggire alla tentazione di paragonare quelle prime impronte alla forma lasciata milioni di anni dopo da un altro uomo, che impresse le sue tracce su un’altra superficie a lui sconosciuta: l’immagine di Neil Armstrong che passeggia sulla Luna è evocativa di un percorso evolutivo, inutile a dirlo, straordinariamente unico. È per questo che dobbiamo portare un immenso rispetto verso queste fragili tracce del tenue inizio del cammino dell’uomo sulla Terra.

Bibliografia

  • A. Panarello, “Le impronte umane fossili di “Foresta”: per una lettura storica del sito e una corretta interpretazione della scoperta scientifica”, edizione a cura dell’autore, 2005, pagg. 3-9.
  • http://www.catalogomultimediale.unina.it/
  • www.paleontologiaumana.it/heidelbergensis.
  • http://www.scienzaonline.com/
  • http://www.jurassicitalyblog.splinder.com/

Note

1)  Secondo me sono beati coloro ai quali per dono degli dei fu concesso o di compiere fatti degni di essere scritti o di scrivere fatti degni di essere letti, ma beatissimi coloro ai quali furono concesse entrambe le cose. Fra questi ultimi sarà annoverato mio zio, grazie ai libri suoi e tuoi. […] Il 24 agosto, intorno all’una del pomeriggio, mia madre gli indica una nube che appariva, insolita per grandezza e per aspetto.[…] Per chi osservava da lontano non era chiaro da quale monte (si seppe dopo che era il Vesuvio) si levava la nube, la cui forma da nessun altro albero più che dal pino può essere rappresentata. Infatti, lanciata in alto come su un tronco altissimo, si diffondeva in rami, credo perché spinta dal primo forte soffio d’aria e poi lasciata quando quello scemava, o anche vinta dal suo stesso peso si dissolveva in larghezza: talora bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva sollevato con sé terra o cenere. A lui, uomo di grande erudizione, il fenomeno parve importante e da conoscere più da vicino. […]Già la cenere cadeva sulle navi, più calda e più densa quanto più si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e spezzate dal fuoco; già un improvviso bassofondo e la frana del monte impedivano di accostarsi alla riva. […] Nel frattempo dal monte Vesuvio risplendevano in parecchi punti larghissime strisce di fuoco e alti incendi, il cui fulgore e la cui luce erano messi in risalto dalle tenebre della notte. […]Ma il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempito di ceneri e lapilli, si era talmente innalzato di livello che, se l’indugio in camera fosse stato più lungo, sarebbe stata impossibile l’uscita. […] Infatti per frequenti e fortissime scosse i caseggiati traballavano e, quasi divelti dalle loro fondamenta, si vedevano ondeggiare ora da una parte ora dall’altra e poi ritornare in quiete. D’altra parte all’aperto si temeva la caduta dei lapilli, anche se leggeri e corrosi, e tuttavia ciò fu scelto nel confronto dei rischi: in lui una ragione prevalse sull’altra, negli altri una paura sull’altra. Si mettono sul capo dei cuscini e li legano con panni; questa fu la loro difesa contro ciò che cadeva dall’alto. […] Poi delle fiamme ed un odore di zolfo annunciatore di fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano. Sorreggendosi su due schiavi si mise in piedi, ma subito stramazzò, come io desumo, per la caligine troppo densa che gli ostruì il respiro e gli otturò la gola, che per natura era debole, angusta e spesso infiammata. Quando ritornò il giorno (era il terzo da quello che aveva visto per ultimo) il suo corpo fu ritrovato intatto, illeso e vestito come era stato: l’aspetto del corpo era più simile a uno che dorme che a un morto. […]. (Gaio Plinio Cecilio Secondo, Epistulae, VI, 16).

2) A. Panarello, “Le impronte umane fossili di “Foresta”: per una lettura storica del sito e una corretta interpretazione della scoperta scientifica”, pagg. 3-9.

3) “Abbiamo analizzato le tre piste di impronte umane fossilizzate in un ricco flusso piroclastico datato a 385.000-325.000 anni fa, scoperto lungo il margine occidentale del complesso vulcanico di Roccamonfina, nel sud Italia. Noi crediamo che queste tracce siano le più antiche orme umane rinvenute finora, impresse da ominidi completamente bipedi, usando le mani solo per sostenersi nella difficile discesa.

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