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Cernusco sul Naviglio (Mi). Antiquarium e collezione egizia

Il piccolo antiquarium di Cernusco sul Naviglio si trova nella biblioteca civica “Lino Penati”. Sorto nel settembre 2001, annovera 36 reperti archeologici, tutti di provenienza egizia, che vanno dal XXI secolo a.C. al VI secolo d.C. (1)

Cernusco sul Naviglio (Mi). Antiquarium e collezione egizia

Viso di sarcofago

Scolpito nel legno, presenta tracce di stuccatura verde, allusione cromatica alle carni del dio Osiride e quindi alla nuova nascita nell’Aldilà. I tratti fisiognomici semplici ed idealizzati portano a datarlo tra XXVI e XXX dinastia, fra il VII e il IV secolo a.C. Un accenno di sorriso tradisce i gusti artistici in auge tra VI e V secolo a.C. (analogamente alla scultura greca coeva). È l’epoca tarda di un Egitto che guarda all’antico come modello sovrano contro le difficoltà che lo porteranno a soccombere contro la potenza persiana. La provenienza risulta ignota.

Modello di letto

Questo oggetto ligneo di provenienza sconosciuta ricorda un letto da campo, piegabile, rinvenuto nella tomba di Tutankhamon. Il simbolismo dell’oltretomba ripropone l’uso di oggetti quotidiani come questo che appartiene alla tipologia dei mobili in miniatura. L’impagliatura con strisce di cuoio invece è un rimaneggiamento moderno. Labili tracce di vernice bianca si trovano sulla superficie della spalliera che, per il suo motivo a rettangoli paralleli, ricorda un altro modellino conservato al museo del Louvre (N 880).


Il modello di letto visto di tre quarti

Ushabty

Si tratta di statuine funerarie facenti parte del corredo del defunto. Questi piccoli manufatti erano l’immagine del sepolto idealizzato e raffigurato con gli strumenti del proprio mestiere. La posa è sempre mummiforme. I materiali variano dal legno (per i più antichi, a partire dal 2100 a.C. circa) all’impasto definito faïance, una composizione silicea invetriata (dal 1500 a.C. circa) ma non mancano esemplari in pietra ed inizia a diffondersi successivamente la terracotta.


Alcuni ushabty in faiance

Ogni tomba conta decine di ushabty ma, di norma, nelle sepolture dei lavoratori dovrebbero essere 401: uno per ogni giorno dell’anno più 36, come i numeri dei capi-operaio.

Di consuetudine ogni statuetta aveva inciso il capitolo VI del Libro dei Morti: era questa una richiesta al manufatto affinché si recasse a lavorare al posto del defunto infatti l’etimologia della parola ushabty si fa derivare dal verbo usheb, “rispondere”.

Per lo più però il testo ushabtico riporta i titoli ed nome del morto seguiti dai nomi dei genitori.


ushabty del sacerdote Hor-em-heb figlio di Ankh-pa-shered (VII-IV se. a.C.)

Una variante tipologica propone il personaggio con un canestro sul capo come gli operai addetti a trasportare la terra del lavoro dei campi.


ushabty di personaggi con canestro sul capo

Un esemplare della collezione cernuschese è realizzato in resina, materiale solitamente utilizzato per statuine apotropaiche poste in prossimità delle fondamenta e degli angoli degli edifici.

La “concubina” del defunto

Si tratta di un oggetto ligneo, come molti altri sono giunti a noi, con le fattezze stilizzate di una donna, comprensibile solo dagli attributi sessuali. Queste immagini si trovavano in tombe sia maschili sia femminili, talvolta con un bambino in braccio: tale condizione ha permesso di interpretarle come simbolo della femminilità. I materiali usati erano legno, faïance, pietra, terracotta. Alcune presentano una parrucca applicata; in questo caso si osservano decorazioni geometriche (quadrati e scrische verticali con frange oblique) riproducenti un abito o tatuaggi. Il motivo triangolare a puntini e con base rovesciata allude al sesso femminile.


la concubina del defunto

Amuleti-talismani

La valenza di tali reperti, quasi sempre in pietra o in faïance, ricadeva nella sfera apotropaica: nascosti tra le bende del defunto, questi piccoli idoli servivano a proteggerne il viaggio e la permanenza nell’oltretomba. uno degli amuleti in questione propone il dio Ptah, protettore di Menphis e più in generale degli artigiani (il verbo pth significa infatti “formare”) (2), come indica la sua cuffia tipica dei mestieri manuali. Sue prerogative erano l’uso sacro della parola e la genesi del mondo, oltre alla sovranità dell’Egitto. L’iconografia di Ptah negli amuleti si ha in epoca tarda (VII-IV sec. a.C.).

Una matrice per statuette propone la figura di Pateco, alter ego grottesco del dio Ptah (il cui nome sarebbe un diminutivo di quello del dio stesso oppure deriverebbe dal greco patàsso cioè urtare – colpire, in riferimento alle figure di pigmei, simili al dio deforme, collocati sulle prue delle navi fenicie). Ascrivibile anch’essa al VII-IV secolo a.C. è parzialmente conservata e molto usurata.

Tipico amuleto dell’antico Egitto è quello che rappresenta il fiore del papiro, qui mancante dell’anello di sospensione, e canonicamente realizzato in pietra o faïance.


da sinistra, amuleto di Ptah, matrice per amuleti con l’effigie di Pateco, amuleto a forma di papiro

Altro tipico simbolo egizio è il disco solare riproposto come amuleto per collana. Coevo ai precedenti reperti, non si conosce la sua provenienza

Per l’epoca tolemaico-romana (IV sec. a.C. – II d.C.) abbiamo l’idoletto miniaturizzato (1,5 cm) del dio Shu inginocchiato che regge il disco solare, riconoscibile solo per confronti con pezzi analoghi. Grazie al dio, nume tutelare dell’aria, avvennero la creazione del cosmo e la separazione di cielo (dea Nut) e terra (dio Geb).

Sempre di epoca tarda sono i due esemplari di amuleti zoomorfi: un porcospino e una scrofa. Il primo, animale resistente alle intemperie ambientali e agli avversari, la seconda, divoratrice dei cuccioli e sempre feconda (come la dea Nut-cielo mangia e ripartorisce il sole ogni giorno), sono due portafortuna di facile lettura iconografica.


da sinistra, amuleto-disco solare, amuleto di Shu, amuleto porcospino, amuleto scrofa

Scarabei

Uno dei più noti oggetti sacri e salvifici dell’antico Egitto è lo scarabeo, animale legato alla rinascita del sole, non solo per la somiglianza del suo nome egizio (khepri è il sole ed il suo cartiglio in geroglifici presenta come primo ideogramma proprio lo scarabeo) con il verbo divenire (kheper) ma anche perché come il sole da energia al ciclo biologico così lo sterco è sostentamento per il coleottero.

Il cosiddetto “scarabeo del cuore” (VII-IV sec. a.C.) doveva essere posto sul petto o dentro la cassa toracica del defunto per sostituire l’organo cardiaco, sempre considerato come sede dell’intelletto e degli istinti e attività umane. Spesso una frase (dal capitolo XXX del Libro dei Morti) esorta il cuore a ben testimoniare davanti al tribunale ultraterreno.

Lo scopo di tali oggetti era duplice: amuleto e sigillo al contempo grazie alla faccia inferiore decorata col cartiglio del proprietario. Questo però manca nello scarabeo senza nome, in ossidiana (XIX-XVII sec. a.C.).

In steatite è stato realizzato invece lo scarabeo col nome del sovrano Sheshi, un regnante hyksos vissuto all’incirca tra 1670 e 1620 a.C. e divenuto re dell’Egitto a metà del secolo.


sopra, scarabeo senza nome in ossidiana e, sotto, scarabeo del re hyksos Sheshi

L’iconografia egizia risente degli influssi di quella vicino-orientale antica: uno scarabeo propone, sulla faccia inferiore, una scena in cui un sovrano, al centro, coronato col copricapo a due piume è tenuto per mano da due divinità (Seth a sinistra col muso animalesco e Amon-Ra a destra col nome di fianco); il tutto è sormontato dal disco solare alato da cui sporgono due serpentelli (gli urei sempre presenti sui copricapi dei faraoni). La sua datazione va dal XII al X secolo a.C.

Purtroppo frammentario è l’altro scarabeo legato al culto di Amon-Ra: un disco solare alato e col doppio ureo sovrasta due palme (segno iod) che circondano il cartiglio del faraone Thutmosis III (men kheper ra). Un grano di collana presenta il cartiglio del faraone Sesostri (se en wseret), “l’uomo della dea Useret”, nome attribuito a tre diversi regnanti della XII dinastia, vissuti tra 1974 e 1842 a.C.

Ostraka

Il termine greco al plurale indica dei frammenti di ceramica su cui venivano scritte frasi o nomi di persona durante le votazioni ma anche cocci che presentano scritte fatte quando il vaso era integro. Usati come supporti per brevi appunti, sono documentanti nel mondo antico.

La scrittura usata fino al VI secolo a.C. era lo ieratico, un corsivo derivato dal geroglifico, mentre successivamente comparve il demotico, tipico per la maggior presenza corsiva di legature tra segni.

Di probabile provenienza egizio-tebana è l’ostrakon col nome di Ramesse II (1279-1212 a.C.): esso indica il contenuto della giara, un olio (utilizzato nel mausoleo del re, il Ramesseo, come indicato dalla denominazione “tempio dei milioni di anni di Usermaatra Setepenra”).


ostrakon dal Ramesseo

Altri tre ostraka mostrano testi in greco, la lingua usata dalla burocrazia dal regno di Tolomeo I (IV sec. a.C.) all’impero bizantino (VII secolo d.C.). la lingua del comune invece era il copto, un egizio che usava caratteri greci (“copto” deriva dal greco ?????????, aigyptios “egizio”). Anch’essi sono di probabile provenienza tebana.

Su uno di questi è leggibile, a fatica, il termine ?????? (erotòs), riferimento all’amore carnale.


ostraka in greco  (V-VI sec. d.C.), il secondo presenta la parola -erotos-

Culti isiaci

Iside, dea sposa di Osiride e madre di Horus, è il simbolo della sposa fedele, della vedova afflitta, della madre morigerata e della maga dagli immensi poteri. Il suo culto ebbe una incredibile diffusione in epoca tarda e il suo culto si diffuse persino in Grecia e a Roma (attestato persino in Spagna ed in Inghilterra). Domiziano fece erigere un tempio alla dea nella città dei Benevento. Suo attributo principale è il copricapo cornuto con disco solare (il basileion). Trasposizione di questo attributo compare nell’iconografia di Afrodite-Venere. E di altre dee come Diana, Demetra e Fortuna. Il culto isiaco resistette fino al VI secolo d.C., quando l’ultima retroguardia del paganesimo, il tempio di Phylai (File) venne chiuso.

La collezione cernuschese annovera una piastrina in faïance (I secolo a.C.) con testa di Iside e tre monete selucidi coniate sotto Antioco VII Evergete Sidete (regno: 138-129 a.C.), provenienti da Antiochia, e presentanti il basileion.


dall’alto, piastrina in faiance con testa di Iside. monete con basileion isiaco di epoca seleucide coniate sotto Antioco VII Sidete (138-129 a.C.) da Antiochia

Rilievo frammentario

Il lacunoso frammento di rilievo funerario o templare, lo si evince poiché dipinto su calcare che era usato per tali edifici, rappresenta un profilo umano di cui si conservano il mento, le labbra, la guancia e parte dell’occhio sinistro.

Il lieve sorriso che è accennato nel dipinto fa propendere la datazione all’inizio del Medio o del Nuovo Regno (XXII o XVI secolo a.C.). (3)


frammento di rilievo funerario o templare

Stele funeraria romana

Rappresenta un dignitario romano recumbente intento ad offrire, con una patera nella mano destra, una libagione al simulacro del dio Anubi. La scena è inserita in una piccola edicola a cupola, sorretta da due colonne a capitello palmiforme; alcuni vasi si trovano ai piedi del personaggio.

Questo reperto, scolpito nel calcare, è stato ritrovato vicino al delta occidentale del Nilo e risale al II secolo d.C. (4)


stele funeraria romana

Note

Riferimenti bibliografici

Immagini 

Nota: le fotografie dell’allestimento delle teche sono dell’autore. Le immagini dei singoli reperti sono tratte dal catalogo della mostra (in bibliografia) e sono a cura di Franco Lovera.

Info

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