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Cividale del Friuli: storia in epoca longobarda

Cividale del Friuli: storia in epoca longobarda

Cividale e la fase longobarda

Cividale del Friuli attualmente è un piccolo comune della provincia di Udine sorto ai piedi dei colli del Friuli orientale e sulle sponde del fiume Natisone. Nonostante la fondazione romana col nome di Forum Iulii, che dette poi il nome all’intera regione, tuttavia fu durante il regno longobardo che questo centro incrementò la propria fortuna politica ma anche artistica e architettonica.

Invasioni di Attila e Teoderico in Friuli

In età imperiale, tra il regno di Diocleziano e quello di Costantino I, vennero costruiti una serie di fortificazioni, chiamate Claustra Alpium Iuliarum, per proteggere il confine orientale dalle attigue popolazioni della Pannonia e della Dalmazia. Ma già nel V secolo tale complesso di fortificazioni non bastò per sbarrare l’avanzata degli Unni di Attila che nel 452 cingeva d’assedio Aquileia, saccheggiandola e abbandonandola così come i vicini centri di Concordia e Altino.

In quest’occasione Cividale non ebbe la stessa sorte delle città vicine poiché l’avanzata dell’esercito di Attila aveva seguito l’itinerario previsto dalla strada romana che da Iulia Emona (Lubiana) conduceva ad Aquileia attraverso la valle del Vipacco. Così accadde anche nel 489 quando gli Ostrogoti di Teoderico, giunti in Italia, puntarono a Verona utilizzando la stessa via seguita anche dalle precedenti invasioni.

Il fatto di non essere stata oggetto degli assedi del re unno contribuì ad accrescere l’importanza politica di Cividale nella regione della Venetia. Infatti, come già si è accennato pocanzi, l’esercito barbarico non risparmiò Aquileia, allora sede del Patriarcato, che venne per questo motivo trasferito nella vicina Forum Iulii.

Arrivo dei Longobardi

Dopo la cacciata degli Unni (452), grazie alla tregua impostagli dall’imperatore Valentiniano III e papa Leone I, un altro popolo barbaro avrebbe puntato le sue mire espansionistiche sulla penisola italiana poco più di un secolo dopo: i Longobardi.

Questi, provenienti dalla Pannonia, si affacciarono sulle Alpi Giulie nel 568 guidati dal loro re Alboino. La loro storia ci è stata tramandata minuziosamente da Paolo Diacono, storico di origine longobarda nato proprio a Cividale, che scrisse un’opera in sei libri chiamata Historia Langobardorum nella quale tratta la storia del popolo longobardo dalle origini alla morte di re Liutprando nel 747. Forum Iulii fu la prima città che occuparono appena valicate le Alpi, utilizzando un valico che ci descrive lo stesso storico Paolo Diacono.

Alboino non trovò alcun ostacolo significativo nella sua occupazione di Cividale. Il re però aveva in programma una discesa in Italia alla conquista di città e territori quindi decise di lasciare a capo di Cividale e dell’intera regione suo nipote e scudiero Gisulfo, che ottenne la carica di duca, assieme alle principali casate dei Longobardi che abitarono proprio la città friulana appena conquistata e che quindi divenne anche la sede del governo longobardo.

Il fatto che Alboino lasciasse Gisulfo con un così importante contingente di fare (nuclei organizzati di famiglie originate dallo stesso clan in grado di prepararsi per tutte le funzioni militari), dimostra che il re volesse assicurarsi protezione sul fronte nord-orientale da eventuali incursioni di altre popolazioni barbariche come gli Avari.

Ducato di Gisulfo

Il duca Gisulfo cominciò subito ad assicurare la sua supremazia sulla città e sul territorio circostante. Iniziò quindi la conquista di città vicine e Paolo Diacono ci racconta che si fortificarono a Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona e Invillino. Alcuni di questi centri vantavano una storia precedente poiché venivano documentati anche nei secoli addietro nonché dalle recenti ricerche archeologiche. Ad esempio nel VI secolo Venanzio Fortunato (1), nel suo viaggio da Tours a Concordia, cita Osupus (Osoppo) e Reunia (Ragogna) mentre gli scavi archeologici hanno restituito materiale d’epoca romana da Nemas (Nimis), Artenia (Artegna), Glemona (Gemona), Ibligo (Invillino), Cormones (Cormons).

Tutti questi castra contribuirono a formare un vero e proprio confine fortificato ognuno dei quali controllava una via di comunicazione che permetteva l’arrivo in Italia attraverso le Alpi: Cormons controllava la via del Pons Sonti (Isonzo), la stessa che avevano utilizzato i Longobardi, Nimis vigilava la strada pedemontana che congiungeva Cividale ad Artegna la quale, assieme a Gemona, padroneggiava le strade verso il Norico attraverso la valle del Fella e Monte Croce Carnico; Osoppo e Ragogna controllavano la strada del Tagliamento e, infine, Invillino sbarrava le via della Mauria e della valle del Degano. Inoltre alcuni centri friulani sembra abbiamo mantenuto un toponimo molto significativo a ricordo di contingenti di fare che dovevano aver avuto sede in essi come Farra d’Isonzo o il piccolo paese di Faris.

Politica interna

Nel momento in cui i Longobardi si insediarono a Cividale cercarono di non alterare completamente l’amministrazione già radicata in questa città. Essi si riservarono per il loro sostentamento un terzo delle terre (la cosiddetta tertia barbarica) così da mantenere il sistema catastale adottato dai Romani. Per quanto riguarda la religione, invece, inizialmente conservarono le loro usanze pagane ma conservando un atteggiamento di tolleranza verso il cristianesimo. Già con il re Alboino, però, la popolazione cominciò la conversione all’arianesimo, almeno negli ambienti aristocratici.

Incursione degli Avari

Nel 610 la tranquillità del ducato longobardo in Friuli venne sconvolta dall’attacco degli Avari che uccisero il duca Gisulfo II e riuscirono a penetrare in Cividale devastando la città e l’intera regione. Paolo Diacono, che ci riporta gli eventi significativi di questo assedio, ci racconta che venne attribuita la colpa di questi tragici avvenimenti a Romilda, moglie del defunto duca, che, trovandosi in Cividale durante l’assedio avaro, avrebbe proposto al loro comandate di concedersi a lui in moglie se l’avesse risparmiata dalla furia del suo esercito. Gli Avari così saccheggiarono la città, trassero in schiavitù quanta più popolazione poterono e promisero di uccidere tutti gli abitanti maschi maggiorenni.

I quattro figli di Gisulfo, che erano fra i prigionieri, riuscirono a liberarsi dai loro carcerieri e a fuggire. Cacano, il re degli Avari, trascorse una notte con la regina Romilda, dopo di che la fece uccidere dopo averla lasciata in mano a dodici dei suoi uomini, sempre secondo il racconto di Paolo Diacono. Lo stesso storico ci informa che le figlie di Gisulfo, per sfuggire alla cupidigia dei soldati barbari, nascosero sotto le vesti carne putrefatta così da tenere lontano chiunque si fosse loro avvicinato.

Nonostante questi racconti fatti dallo storico che possono essere più o meno credibili, è vero però che la città di Cividale fu oggetto di un duro assedio e saccheggio e ciò è stato confermato anche dagli scavi archeologici che, sopra lo strato romano, portarono alla luce circa 40-60 centimetri di terreno visibilmente combusto.

Il ducato da Grasulfo II a Vettari

Due dei figli di Gisulfo II, Tasone e Caco, tornarono poco tempo dopo a Cividale, riprendendo il controllo e organizzando la ripresa della città distrutta. Vennero però assassinati dal patrizio bizantino Gregorio a seguito di un suo invito nella città di Oderzo, dove risiedeva. Il loro successore divenne così Grasulfo II, fratello di Gisulfo II, e quindi zio di altri due figli del defunto duca, Rodoaldo e Grimoaldo, che non accettarono la sua presa di potere. Si recarono quindi entrambi a Benevento dove in seguito diventarono duchi della città (prima Rodoaldo poi Grimoaldo).

Alla morte di Grasulfo II salì al potere Agone e, dopo di lui, Lupo che cominciò a rivendicare l’antica autonomia del ducato dei confronti di Pavia, che nel frattempo era diventata capitale del regno longobardo. Siamo nel 664 e il re Grimoaldo (lo stesso figlio di Gisulfo II che, assieme al fratello Rodoaldo, partì per Benevento) si alleò proprio con gli Avari che per una seconda volta sconfissero il duca friulano e furono liberi di compiere razzie sul territorio. Non riuscirono a raggiungere Cividale poiché, sconfitto Lupo, non vollero abbandonare il regno e il re Grimoaldo fu costretto ad usare la forza per farli allontanare.

Arnefrit, figlio di Lupo, durante il saccheggio avaro, riuscì a rifugiarsi a Carnuntum e dopo che la popolazione barbara venne indietreggiata tentò la riconquista di Cividale. Venne però sconfitto e ucciso presso Nimis.

Diventò quindi duca Vettari al quale successero poi il duca Laudari e in seguito Rodolado. Durante una breve assenza di quest’ultimo dal Friuli, Ansfrid di Ragogna si autoproclamò duca. Il suo intento fallì e venne fatto prigioniero e accecato. Per evitare un’altra ribellione Adone, fratello di Rodoaldo, si instaurò a Cividale col titolo di loci servator (vicario) che mantenne dal 699 al 701.

Ducato di Pammone

Dopo i brevi ducati di Ferduldo e Corvulo, nel 706 ottenne il titolo di duca Pemmone, sotto il quale cominciò un vero periodo di splendore per Cividale. Egli prese per moglie Ratperga dalla quale ebbe tre figli che in seguito diventeranno tra i maggiori protagonisti della storia longobarda in Italia: Ratchis, Ratchais e Astolfo. Pemmone dovette fronteggiare ancora una volta gli Slavi che premevano sempre lungo il confine orientale e gli sconfisse a Lauriana.

Una più dura contesa però segnò il ducato di Pemmone, ovvero quella sorta con il patriarca Callisto. Quest’ultimo aveva sede a Cormons che, dal 610, ospitava la sede del patriarcato di Aquileia. Callisto, stanco di risiedere in un così modesto centro e forte dell’appoggio di re Liutprando, si instaurò con la forza a Cividale cacciando il vescovo Amatore. Il duca Pammone si schierò subito a difesa del vescovo e imprigionò Callisto nel castello di Duino, ora sul golfo di Trieste. Re Liuprando intervenne destituendo Pammone e posizionando il figlio Ratchis nel ducato di Cividale. Egli rimase a difesa del confine nord-orientale fino al 744 quando intraprese il viaggio verso Pavia dove divenne re.

Note

  • 1. Venanzio Fortunato, Vita S. Martini, IV, 643-645.

Bibliografia

  • L. Bosio, Cividale del Friuli. La storia, Udine, 1977, pp. 54-74.

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