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Clelia

clelia

nome: Clelia (in latino Cloelia)
origini: famiglia patrizia
citazioni: Tito Livio definiì Clelia un eroe “di straordinaria audacia se si considera che è una donna”.

L’eroica figura di Clelia, “di straordinaria audacia se si considera che è una donna” (Tito Livio), si inserisce nel contesto delle vicende che segnarono in Roma, nel corso del VI° sec. a.C., la fine della monarchia e la nascita della res publica.

L’ultimo re, Tarquinio, detto il Superbo, si era inimicato il favore collettivo ed era stato cacciato dal trono a causa dei continui soprusi con cui angariava la popolazione: la goccia che, per così dire, aveva fatto traboccare il vaso già colmo, era stata un grave atto di violenza compiuto da Sesto, il figlio di Tarquinio, nei confronti di una donna sposata, Lucrezia, che si era poi tolta la vita per l’onta subìta.

Per rimediare alla situazione e riacquistare il potere, Tarquinio si rivolse alle città della vicina Etruria, delle quali l’unica a raccogliere l’appello del re romano fu Chiusi, capeggiata dal lucumone (in etrusco era l’equivalente di “rex”) Lars Porsenna. Il fatto che soltanto Chiusi avesse recepito la richiesta di Tarquinio lascia supporre che la cattiva fama dell’ultimo re dei Romani si fosse diffusa nell’area etrusca o che, forse, le città stesse di quel territorio non intrattenessero buoni rapporti con la vicina Roma. Porsenna, dal canto, dovette ritenere che, in fondo, l’occasione fosse propizia per portare l’attacco ad una crescente potenza, urbana, politica e militare, quale quella romana.

E, in effetti, il suo intento raggiunse lo scopo, con l’assedio posto a Roma tra il 509 e il 507 a.C. e le condizioni dettate da Porsenna nei confronti della prestigiosa vicina. Intorno al lucumone etrusco artefice di eventi così straordinari si è sviluppato, nel corso del tempo, un significativo dibattito: c’è chi ha sostenuto che Porsenna non sarebbe altri che Mastarna, leggendario personaggio della mitologia etrusca (identificazione respinta dalla moderna etruscologia); altri hanno sostenuto che Lars Porsenna non sia mai veramente esistito e che il suo nome, in etrusco Larth Purthna, non sarebbe altro che l’abbinamento di due termini indicanti una magistratura o un ruolo pubblico (Purthna, in particolare, è stato posto in correlazione con il latino praetor).

Una fonte autorevole, Tito Livio (Ab urbe condita, II, 9) riferisce, invece, in modo esplicito, del tantus terror, del grande terrore che era serpeggiato tra i Romani, compreso il Senato, alla notizia dell’assalto di Porsenna e delle sue truppe: si tratta di un’indicazione preziosa, perchè attesta come Roma, pure avviata verso un sempre più indiscusso primato in ambito militare, guardasse con timore e preoccupazione ai propositi di conquista di colui che Plinio definisce, in modo altrettanto chiaro, rex Etruriae. E’ difficile, insomma, pensare che Livio, storico di parte, potesse essersi inventato e aver enfatizzato un simile particolare, non certo favorevole all’establishment romano, se esso, in qualche modo, non avesse rispecchiato un fatto reale.

Ad avvalorare tale ipotesi intervengono poi alcuni episodi di eroismo – Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia -, inseriti nel racconto storico con lo scopo molto probabile di minimizzare la portata della sconfitta subìta da Roma, che venne effettivamente presa dalle truppe del lucumone di Chiusi e dovette scendere a patti con lui.

Clelia, insieme ad altre ragazze, fu la giovane patrizia che i Romani consegnarono a Porsenna in ostaggio nel contesto delle trattative. Ma Clelia avrebbe “capeggiato” la fuga via Tevere, insieme alle altre compagne (secondo Dionigi di Alicarnasso, Floro e Valerio Massimo, Clelia sarebbe fuggita da sola). Avvistate dalle sentinelle romane, le fuggitive sarebbero state restituite agli Etruschi occupanti, ma Porsenna, dapprima inferocito per lo smacco, avrebbe rimesso in libertà la coraggiosa Clelia, colpito dall’indomita fierezza della ragazza. Secondo la tradizione, inoltre, il lucumone le avrebbe pure concesso di chiedere l’immediata restituzione di cinque delle altre fanciulle imprigionate.

Pietro Metastasio, nel terzo atto del dramma musicale “Il trionfo di Clelia”, mette in bocca a Porsenna il seguente attestato di ammirazione e riconoscimento per la valorosa resistenza dimostrata da Roma:

                                           Non insultate,

amici, al mio rossor. Di tanti e tanti

prodigi di virtù sento il cor mio

pieno così che son romano anch’ io.

Quanti assalti in un dì! Muzio mi scosse,

Orazio m’ invaghì ma del trionfo

hai tu l’ onor, bella eroina. È incerto

s’ oggi in Clelia ostentò pompa maggiore

della patria l’ amore,

il coraggio, la fede

o l’ onestà. Va’, torna a Roma e vinto

da te Porsenna annuncia. Offrimi amico,

offrimi difensore

della sua libertà. Chi mai non vede

che la protegge il ciel, che il ciel voi scelse

a dar norme immortali

all’ armi, alla ragione, un solo impero

a far del mondo intero,

ad onorar l’ umanità? Rispetto

del fato il gran disegno e son superbo

d’ esser io destinato

il gran disegno a secondar del fato.

Clelia impersonifica, dunque, la grandezza di Roma, di cui Porsenna profetizza l’immortale destino: il nemico stesso, alla fine, diventa alleato; colui che si era mosso per distruggere ora sente che non può opporsi al “gran disegno” che la sorte ha stabilito.

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