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Com’erano davvero i dinosauri?

Psittacosauro

Pancia chiara, petto scuro e schiena quasi nera. Il capo provvisto di protuberanze cornee era invece molto colorato, probabilmente come segno di riconoscimento della specie. Questa era la colorazione dello Psittacosauro, un dinosauro erbivoro lungo un paio di metri, dalla testa tozza e col fondoschiena ricoperto da stravaganti spine, come quelle di un istrice, ritrovato nella regione di jehol, Cina settentrionale, in un eccezionale stato di conservazione.

Vissuto più di 60 milioni di anni fa, è stato oggetto delle recenti analisi di un team anglotedesco di ricercatori della Bristol University e del Museo di Storia Naturale di Francoforte, pubblicate lo scorso settembre sulla rivista Current Biolog)1. Dallo studio sono emersi dettagli sorprendenti, che fino a qualche anno fa potevano essere soltanto immaginati e che invece oggi, grazie alle stesse tecniche di indagine diagnostiche usate in medicina e nelle discipline forensi, ci danno straordinarie informazioni su com’erano e come vivevano i dinosauri.

Sfumature dal passato

Ma come è stato possibile risalire al colore della pelle dei dinosauri? Da una prima analisi con fotografie a luce polarizzata particolarmente dettagliate, i resti dei tessuti epidermiei dello Psittacosauro presentavano zone colorate dove la melanina (la sostanza che conferisce il colore scuro alla pelle era nettamente più concentrata. Ricercatori hanno allora ricostruito un modellino multidimensionale con un’analoga distribuzione dei pigmenti. Dopodiché lo hanno fotografato in molteplici condizioni di luce e quindi ne hanno analizzato le immagine al computer. Il piccolo dinosauro “cinese” aveva una colorazione caratterizzata da quella che i biologi chiamano “contrombreggiatura”, ovvero più chiara nella parte ventrale del corpo e più scura in quella dorsale, adatta a mimetizzarsi nell’ambiente. Questa forma di mimetismo è piuttosto diffusa anche oggi. Ad esempio, nei pesci il ventre chiaro aiuta a confondersi con la luce che arriva dall’alto se osservati dal basso, mentre il dorso scuro si mimetizza nel blu delle profondità marine se visti dall’alto. Sulla terraferma, invece, animali come le antilopi hanno una colorazione frastagliata sul dorso per nascondersi negli ambienti colpiti dalla luce del sole. Pur essendo probabilmente meno vividi, i colori del manto del dinosauro di jehol dovevano somigliare a quelli degli animali delle zone aperte: le sfumature e la gradualità dei pigmenti dai distretti corporei chiari a quelli scuri hanno suggerito agli scienziati che l’antico animale dovesse vivere in una foresta, dove la luce è più diffusa e dove pertanto non serve una netta demarcazione tra i chiaroscuri

Dal fossile all’immagine 3D

Non solo i paleontologi sono riusciti a risalire all’aspetto del Psittacosauro ma hanno anche fatto luce sull’ambiente in cui viveva. Ricavare queste informazioni è una grande novità, impensabile fino a poco tempo fa. In passato, infatti, per risalire all’aspetto di un dinosauro ci volevano tempi lunghissimi: all’analisi dei reperti seguivano estenuanti dibattiti costellati da deduzioni e controdeduzioni. Ritrovato un frammento osseo, servivano anni per riscostruire lo scheletro intero e solo dopo si poteva azzardare qualche ipotesi sulle sembianze dell’animale. Oggi un’immagine scattata con il tablet e un software bastano per ricomporre lo scheletro e poi, in base ai dati estrapolati, anche l’aspetto del dinosauro; da li poi è possibile sviluppare un’immagine tridimensionale da cui ottenere una stampa 3D. Inoltre, con apparecchi portatili per le radiografie i paleontologi possono individuare sul campo i fossili nella roccia ancora prima di scavare, mentre con la TAC e foto al microscopio elettronico a scansione, possono studiare l’interno dei fossili senza toccarli: così, per esempio, il paleontologo tedesco Gerald Mayi; tra gli autori della ricerca sul Psittacosauro, in un altro studio ha identificato diverse specie di polli-ne nello stomaco di un uccello vissuto 47 milioni di anni fa. Grandi passi in avanti per capire come si è evoluta la vita sul nostro pianeta.

Ci sono voluti 10 anni per identificare il primo cervello di dinosauro

Era stato trovato una decina di anni fa su una spiaggia del Sussex (Gran Bretagna). ma solo oggi gli scienziati dell’Università di Cambridge hanno stabilito con scansioni ad alta risoluzione che si tratta del cervello di un dinosauro vissuto 133 milioni di anni fa. Grande poco più di una monetina da due centesimi, il fossile (nella foto) è ciò che resta della volta cranica di un dinosauro erbivoro. parente dell’Iguanodonte, con porzioni di cervello mineralizzato. La scoperta è eccezionale per il valore scientifico e per la rarità del reperto: il tessuto cerebrale si sarebbe conservato perché il dinosauro sarebbe finito con la testa nei fanghi acidi di una torbiera dove l’assenza di ossigeno avrebbe favorito la mineralizzazione.