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Coppa di Nestore ed epica omerica

Coppa di Nestore

Gli studi relativi alla coppa risalgono al momento della sua scoperta nell’isola di Ischia nel 1955 e da quel momento tante idee e proposte si sono succedute nel tempo riguardo il vero significato della particolare iscrizione metrica che essa riporta.

Ma andiamo per gradi, iniziando dalla collocazione cronologica e topografica di questa grande scoperta.

Questa kotyle (coppa) fa parte di un ricco corredo di una tomba a cremazione, della necropoli della Valle San Montano, appartenente ad un individuo molto giovane di sesso maschile (visto che nel corredo è stata trovata anche una fibula serpeggiante in argento, che solitamente connota proprio il mondo maschile), la cui età, stando all’analisi osteologia, è stata fissata tre i 10 ed i 14 anni.

Il vaso di tipo greco-orientale, più precisamente rodio, e un’aryballos (vasetto di piccole dimensioni) che, insieme al resto del corredo, datano la sepoltura alla fine dell’VIII secolo a.C.

Significato dell’iscrizione sulla coppa di Nestore

Sulla coppa è inciso un testo, in forma retrograda (cioè si legge da destra a sinistra), disposta su tre linee (un trimetro trocaico e due esametri), che recita:

Nèstoros: […]: eùpot[on]: poterion
hòs d’àn tode piesi: poterì[o],: autìka kènon
hìmeros hairèsei: kalliste[fàn]o: Afrodìtes

in traduzione è:

Coppa piacevole a bersi, quella di Nestore,
chi invece berrà da questa coppa,
lui prenderà Himeros, (quello)
di Afrodite dalla bella corona

Su questo testo, soprattutto sull’interpretazione del primo verso, esistono moltissime teorie e varie interpretazioni dovute a due metodi di approccio differenti: il primo si basa sul tentativo di interpretare la lacuna presente nel primo verso e da qui stabilire un interpretazione di tutto il resto, mentre il secondo è esattamente l’opposto, cioè interpretare il tutto per cercare di risalire alla lacuna.

Iscrizione sulla Coppa di Nestore

Coloro che hanno seguito la prima via hanno interpretato il documento come un’iscrizione di possesso, in quanto la prima parola (Nèstoros) è un genitivo di un nome di persona; da qui l’interpretazione “Io sono la coppa di Nestore”.

A questo punto si poneva il quesito su chi potesse essere questo Nestore?

Questa difficoltà è stata superata tramite diverse teorie: c’è chi la intende come una sorta di richiamo al personaggio omerico, oppure c’è chi considera questo Nestore un cittadino pitecusano, o addirittura chi ritiene che questo richiamo abbia un valore magico, quello di rendere questa coppa quella del Nestore omerico per il solo fatto di averla definita tale.

Non si può certo dubitare che l’autore di questo breve testo non abbia voluto esprimere una contrapposizione tra due oggetti, di cui l’uno è chiaramente la famosa coppa dell’eroe omerico, mentre l’altra è ovviamente quella che reca l’iscrizione.

Nel corso degli anni i commentatori si sono spesso scontrati su come potesse essere interpretata nel modo più corretto la lacuna al primo rigo, ma su una cosa sono sempre stati tutti concordi, cioè che il contrasto tra le due coppe si basasse sull’aspetto, molto ricercata una e perciò “piacevole a bersi”, mentre la pitecusana era più modesta, ma aveva potere afrodisiaco.

Il termine eupotos, che ha qui la sua prima attestazione, avrebbe proprio questa funzione; inoltre l’uso di questo aggettivo riferito ad un contenitore è parecchio raro (lo si ritrova solo in Anteo), infatti in età classica di solito esprime le qualità del contenuto, cioè delle sostante liquide, non del contenente come in questo caso.

Omero e la menzione della coppa di Nestore

Diamo uno sguardo ai passi dell’Iliade in cui si menziona esplicitamente la coppa di Nestore ed il suo proprietario: Omero, ci dice che il re di Pilo, ogni volta che partecipava a riunioni in cui si beveva utilizzava la sua coppa (definita oikothen) portata da casa propria.

Nel libro XI (versi 623 e ss.) si racconta che dopo avere sottratto ai nemici Macaone, ferito, Nestore lo condusse nella propria tenda per curargli le ferite.

La schiava Ecamede, dopo che i due personaggi si erano ristorati con un buon bagno caldo, portava loro cibi per rifocillarsi ed la dèpas perikallès (coppa bellissima), appartenente a Nestore da cui non si separava mai per bere, stando a quanto riporta Omero.

Questa coppa aveva una ricchissima decorazione: sparsa di borchie d’oro con manici d’oro e due colombe (sempre in oro) a completare la decorazione. In questa la serva mesceva vino Pramnio, formaggio caprino grattato e farina bianca; era una bevanda questa che serviva a ritemprare lo spirito. I due, dopo aver bevuto, si intrattenevano chiacchierando tanto che neppure l’irruzione di Patroclo distolse Nestore dal suo ricordare eventi e fatti della sua giovinezza.

A questo punto il resto del libro XI, insieme al XII ed al XIII, riporta il racconto della battaglia che non sembra turbare minimamente Macaone e Nestore che, nel XIV libro, erano ancora presi dai loro discorsi; il re di Pilo, però costretto a tornare al campo, lasciava Macaone alle cure di Ecamede, dopo di ciò il giovane eroe scompare dalla narrazione.

Altre fonti però ci forniscono informazioni sul legame esistente tra i due e soprattutto mostrano che la particolarità di questa scena dell’Iliade era stata avvertita anche dagli stessi antichi.

Secondo Pausania, che riportava una tradizione messenica, sarebbe stato Nestore a riportare in patria il corpo di Macaone, caduto per mano di Eurypilos.

Sempre lo storico ci riporta una tradizione dei Messeni che spiegavano il legame esistente tra questi due eroi omerici: si tramandava che tra tutti i Neleidi si salvò solo Nestore perché, al momento della loro uccisione da parte di Eracle, si trovava ospite presso i Gerenoi.

Nestore si sarebbe trovato presso i Gerenoi non come “rifugiato” di guerra, ma per compiere la sua agogè ed è proprio a questa vicenda che si riconduce il suo epiteto omerico Gerènios ippòta, che lo contraddistingue in quasi tutti i passi iliaci.

Pausania fa anche riferimento, per ribadire il legame tra Nestore ed i Messeni, che il re passò la sua giovinezza e fu educato ad Enope, città messena, nota ai posteri con il nome di Gerenia; dato lo stretto legame che il re aveva con questo luogo accolse Macaone e riportò la sua salma in patria dove, sulla sua tomba, fu fondato un santuario.

È evidente che ai nostri occhi, come già a quelli degli antichi, la struttura dell’episodio omerico in questione suggeriva di essere un mito inserito nell’epos.

Riflettendo anche la descrizione la descrizione dettagliata della coppa è in relazione al desiderio di esaltare una situazione particolare; sappiamo che già gli antichi si interrogavano sulla funzione di questo oggetto, infatti dagli scoli di Eustathius si evince che si riteneva che la coppa contenesse il nettare della filosofia.

Nella sua trattazione sulle varie tipologie di poterìa, Ateneo dedica un lungo paragrafo alla Nestorìs e tra le varie informazioni che ci dà veniamo a sapere che nel santuario di Artemide, a Capua in Campania, era conservato una coppa che i locali sostenevano appartenesse al mitico re di Pilo: era d’argento e recava il versi di Omero incisi con lettere d’oro.

Funzione della coppa di Nestore

Da parte di qualcuno è stato messo in discussione che questa coppa servisse per bere a causa del suo particolare aspetto, ritenendo che venisse utilizzata solo per mescere le bevande, facendo riferimento al “di-pa”, un recipiente menzionato nelle tavolette micenee ed assimilabile al cratere classico.

Certo il di-pa miceneo era decisamente un contenitore per mescere, mentre il dèpas, menzionato da Omero, indicava sempre la coppa per bere con cui si attingeva la sostanza dal cratere.

La descrizione della coppa di Nestore sembra invece corrispondere al di-pa; in essa Ecamede preparava la bevanda e da essa invitava i due commensali a bere, senza menzionare altre coppe dove versare la bevanda.

È dal depas che si beveva attingendo, forse, direttamente con un kyathos; un rituale questo molto diffuso come lasciano intuire anche i corredi funerari di ricche tombe di ambiente etrusco-campano che contengono crateri, mestoli e grattugie.

Il di-pa aveva diverse misure in base al numero di bevitori: quello di Nestore sembrava fatto apposta per due, infatti tutto appariva doppio dalla descrizione che ne fa Omero; la presenza di due anse, di due sostegni e di due colombe laterali a decorazione.

Il concetto del bere dalla medesima coppa rientrava in quel rituale simposiaco per cui si esprimeva un concetto di uguaglianza; nei Cavalieri di Aristofane il coro, scagliando un’invettiva contro Ariphrades, rifiutava di bere dalla stessa coppa con lui, a riprova di come fosse importante questo gesto.

Di fatto nell’età eroica bere dalla stessa coppa significava bere dallo stesso kyathos attingendo dallo stesso cratere; questa pratica secondo la spiegazione dello scolio gli Acarnesi (con cui si giustificava la festa di Choes durante le Antesterie) derivava dal mito di Oreste, che, giunto ad Atene dopo l’assassinio della madre mentre si svolgevano le feste di Dionisio Lenaios, non fu accolto a bere dalla stessa coppa da re Pandione.

Il re con uno stratagemma, fatto dare a ciascun commensale un choùs di vino, ordinò di bere di bere da quello senza attingere allo stesso cratere, così che Oreste non potesse attingere il bere dallo stesso cratere.

In sostanza tutti questi elementi del mito e della tradizione fa comprendere che la descrizione omerica della coppa sia pregna di elementi simbolici: la contrapposizione tra la guerra e i simboli degli xenia fra re (cibo, bevuta, discorsi, bagno ristoratore), il profondo legame tra i due personaggi di cui Macaone, in qualità di medico soccorreva i compagni, mentre una volta ferito fu Nestore ad accudirlo, non con medicinali, ma con un’atmosfera pacata accompagnata dal bere che genera buoni pensieri.

Insomma si rappresentava una situazione che era comune tra re che erano considerati omòfuloi (pari), come erano Nestore e Macaone per Pausania: queste erano riunioni in cui, stando ad Eschilo nell’Agamennone, solo le vergini figlie di re, come Ifigenia, erano ammesse a queste riunioni per allietare con il loro canto i commensali.

Questo mondo di cui i pitecusani erano sicuramente a conoscenza, ma non ne sentivano più lo stesso influsso in quanto erano presi da ciò che il simposio offriva di nuovo, primo tra tutti Himeros.

Himeros era un’entità particolare: in Omero era suscitato dalla cintura di Afrodite, in Esiodo appariva come un’entità distinta e preesistente ad Afrodite, soprattutto era distinto da Eros, che passava attraverso la visione, mentre Himeros era desiderio di qualcosa che si era conosciuto.

Valore del termine eùpotos

Secondo Murray il termine eùpotos era stato coniato sulla base dell’omerico edùpotos, che era sempre riferito alle bevande e non al contenitore come accade invece nell’iscrizione sulla nostra coppa.

Unica attestazione di questo termine riferito al contenente si trova in Ateneo che, basandosi su Eratostene, parla di ekpòmata eupotòtata, cioè “comodi per bere” e su questa base nel nostro testo il termine è stato tradotto con “piacevole a bersi”.

In sostanza in questo aggettivo si ritrova un’ulteriore contrapposizione tra il senso che aveva il bere nella coppa di Nestore e quello che aveva invece bere dalla coppa pitecusana: la prima è la coppa del bere corretto tra amici e che rinfranca l’animo, mentre l’altra è il simbolo del bere che fa perdere il senno e conduce tra le braccia dell’amore generato da Afrodite.

1 Commento su Coppa di Nestore ed epica omerica

  1. Cito dal mio libro “Ulisse, Nessuno, Filottete”: “Fin dall’antichità è sorto il problema di capire chi fosse in realtà Omero, e quale origine avessero avuto i suoi poemi più famosi, ossia l’Iliade e l’Odissea. In realtà non c’è quasi niente di certo: tutto ciò che è stato detto e scritto fino ad oggi appartiene al campo delle ipotesi, non suffragate però da alcuna “prova” inoppugnabile. Talvolta queste ipotesi si sono consolidate, tanto da apparire come fatti del tutto acquisiti e indubitabili: niente di più sbagliato!
    Riassumiamo brevemente quanto sembra emergere dagli studi di filologi, storici ed archeologi: in base a vari elementi, si pensa che Omero fosse un poeta vissuto in Grecia intorno all’VIII (alcuni dicono VI) secolo avanti Cristo, ma che gli eventi da lui narrati risalgano al XIII-XII secolo circa avanti Cristo, poiché le caratteristiche della società e della tecnologia (per esempio le armi di bronzo), sono molto più arcaiche di quelle dell’ottavo secolo. Purtroppo non si trova niente che possa far risalire gli avvenimenti a prima dell’ottavo secolo: né scritti, né vasi, né affreschi, né altro che possa essere messo in relazione con i personaggi omerici, se non a costo di acrobatici esercizi di fantasia, per non dire di vere e proprie forzature. Il reperto archeologico più antico finora rinvenuto è la cosiddetta Coppa di Nestore, risalente al 725 avanti Cristo (ma alcuni ritengono sia più recente), che è stata trovata nell’isola d’Ischia, ai tempi colonia greca. La coppa riporta un’iscrizione in cui si fa riferimento al re acheo Nestore, il che indicherebbe che i personaggi omerici erano conosciuti già a quell’epoca nel bacino del Mediterraneo.

    Certo, la coppa di Nestore era straordinaria per bere,
    ma in compenso, chi beve da questa coppa, subito
    lo prenderà il desiderio di Afrodite bella corona

    Il reperto cronologicamente successivo è un vaso con la raffigurazione dell’accecamento di Polifemo, che risale al 680 avanti Cristo. Poi gli oggetti cominciano a diventare più frequenti.
    Nel caso della tradizionale localizzazione mediterranea delle vicende, poiché nell’ottavo secolo il mondo descritto da Omero non esisteva più da circa 400 anni, si è stati costretti ad ipotizzare un lungo periodo di trasmissione orale dei poemi, prima che qualcuno li mettesse per iscritto.
    Ma spostandone l’origine nei mari nordici tutto cambia! Per esempio l’età del ferro nel Nord Europa è cominciata solo intorno al VI secolo a.C., quindi non c’è da stupirsi se le armi descritte da Omero sono di bronzo. I poemi potrebbero essere arrivati nel mondo ellenico anche poco prima della fine dell’ottavo secolo e subito trascritti. In questo modo non c’è più neanche la necessità di immaginare un lungo periodo di oralità, oltretutto con un bellicoso “medioevo” in mezzo, prima che i poemi fossero messi per iscritto: tutto può essere avvenuto pochi anni dopo l’arrivo del cantastorie Omero, o di qualcuno della sua “scuola”, in Grecia.”

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