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Cornelia

cornelia

nome: Cornelia (189 a.C.? – 110 a.C.)
origini: aristocrazia romana
famiglia: figlia di Publio Cornelio Scipione l’Africano, moglie di Tiberio Sempronio Gracco

Sesto Properzio dedicò una delle sue più celebri elegie (Elegie, IV, 11) al canto funebre (o “epicedio”) per Cornelia (nota 1), prototipo della matrona romana colta, elegante, influente.

Figlia dell’artefice delle imprese romane in terra d’Africa durante le guerre puniche, Cornelia crebbe nel contesto del cosiddetto “circolo degli Scipioni”, ambiente culturale di alto profilo in Roma, che promosse l’incontro e lo scambio con gli intellettuali (storici, poeti, letterati e filosofi) provenienti dalla Grecia: per citare un paio di nomi fra i tanti, si possono ricordare lo storico Polibio e il filosofo Panezio.

Nell’ambito del “circolo” venne, inoltre, maturando anche un’importante corrente di pensiero politico, si potrebbe dire di tipo “progressista”, di non poca influenza sulla vita di Roma rispetto alle visioni, sin allora dominanti, che esaltavano il militarismo e la bruta politica di conquista: non a caso, fra i dodici figli nati dal matrimonio di Cornelia, nel 175 a.C., con Tiberio Sempronio Gracco, spiccano i nomi di Tiberio e di Gaio, i futuri tribuni della plebe, che legarono il proprio nome al varo della “Lex Agricola”, una legge di riforma agraria finalizzata ad una maggiore equità sociale.

Cicerone, nell’esaltare le prerogative di Cornelia, che sapeva scrivere molto bene sia in latino sia in greco, sottolinea che i due Gracchi furono “figli non tanto del grembo della madre, quanto della sua cultura” (Brutus, 211).

La fama di Cornelia doveva essersi diffusa anche oltremare, visto che, rimasta vedova nel 154 a.C., fu richiesta in moglie nientemeno che dal re egizio Tolomeo VIII Evergete, anch’egli esponente di una dinastia, quella dei Tolomei, alla quale si deve il rinnovato splendore culturale di Alessandria d’Egitto: la città, con il suo Museo e la Biblioteca, durante il regno di Tolomeo II Filadelfo, in piena età ellenistica, era divenuta vivaio di studiosi, soprattutto nel campo della letteratura e della filologia.

Ma Cornelia, che oltre ad essere dotta, era altamente consapevole del proprio ruolo materno, non accettò la proposta di Tolomeo e preferì restare a Roma ad occuparsi di quelli che ella stessa, rivolgendosi ad una matrona romana sua contemporanea, definì ornamenta mea: i suoi veri gioielli, i figli, anche se con ciò non è certo se, e in quale misura, Cornelia avesse abbracciato, a propria volta, le idee democratiche di cui i due Gracchi si resero interpreti.

Durante il periodo della vedovanza continuò a coltivare i forti interessi culturali che le erano stati trasmessi dal padre circondandosi, presso la residenza di Miseno, nei dintorni di Napoli, di un nutrito stuolo di letterati e di intellettuali greci. Grande il senso di dignità che traspariva dalla figura di Cornelia, figlia devota, sposa integerrima e madre orgogliosa: Plutarco (Vita di Gaio Gracco) riferisce, a tal proposito, che, sino al volgere dei suoi giorni terreni, la matrona decantò le lodi del padre, l’Africano, e dei figli, i due Gracchi, “ricordandoli senza manifestazioni di dolore e senza lacrime, come se si trattasse di personaggi delle età antiche”.

Il pittore barocco Laurent de la Hyre ha immortalato in un suo celebre dipinto il rifiuto opposto da Cornelia al re Tolomeo che la chiedeva in sposa, offrendole la corona d’Egitto.

(nota 1) L’elegia assume la forma di un ideale monologo rivolto dalla defunta Cornelia al marito Lucio Emilio Paolo Lepido. Il testo è ricco di passaggi veramente toccanti: “Che mi giovò – lamenta Cornelia – l’unione con Paolo, che il trionfo degli avi , e questi figli a cui devo il mio onore? Non Cornelia le Parche trovò meno impietose”. La traduzione proposta è quella di Gabriella Leto, in PROPERZIO, Elegie, Einaudi, Torino 1970.

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