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Chi creò il corpo degli alpini?

Giuseppe Perrucchetti fonda il corpo degli alpini

Tutti conoscono gli Alpini con il loro inconfondibile cappello dalla penna nera e sono abituati a immaginarli sulle vette delle montagne con i muli. Ma l’idea di creare questo corpo di montagna non venne in mente a un montanaro: il capitano dell’esercito italiano Giuseppe Perrucchetti, infatti, era nato nella Pianura Padana a Cassano d’Adda, a metà strada tra Milano e Bergamo, il 13 luglio 1839. Aveva partecipato alle guerre di indipendenza e nel 1866 aveva assistito, in Valtellina, a un episodio decisamente minore: durante una scaramuccia nei pressi di Bormio, un ufficiale valtellinese, pur abile a condurre i suoi uomini, non era riuscito a giungere in tempo sul campo di battaglia perché i soldati non sapevano muoversi in montagna. Da questa esperienza Perrucchetti elaborò l’idea rivoluzionaria.

Le valli ai valligiani

Fino a quel momento la dottrina strategica dominante in Italia prevedeva, in caso di attacco nemico, di abbandonare semplicemente i valichi alpini all’esercito straniero e ritirarsi nella Pianura Padana per organizzare’, lì la resistenza. L’idea di Perrucchetti, ispirata anche all’organizzazione dell’esercito prussiano (la Prussia era stata alleata dell’Italia nella guerra del 1866 contro l’Austria), era invece di concepire le vallate alpine come piccoli distretti militari autonomi, che dovevano essere gestiti da reparti di truppe speciali, scelti esclusivamente tra la popolazione della valle. All’epoca l’esercito veniva usato anche per mescolare la popolazione italiana: le reclute venivano inviate apposta in regioni diverse da quelle dove erano nate in modo da conoscere coloro che provenivano dalle altre parti d’Italia.

Perrucchetti ribaltò questo principio: «Chi potrà contestare che l’avere già in moto e funzionante il meccanismo della resistenza alpina, fino dapprima che la guerra scoppi, non sia meglio che non averlo o averlo fermo e arrugginito?», scriveva nelle sue Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina, un manoscritto redatto nel 1871 e pubblicato sulla Rivista dell’Esercito Italiano l’anno successivo.

La sua proposta era di dividere il confine alpino in 25 distretti, dalle Alpi Marittime al Friuli: ciascuno avrebbe avuto la forza militare di tremila uomini, di cui mille sempre inquadrati nei reparti e pronti a lottare, comandati da esperti valligiani. L’esperienza dei luoghi e l’abitudine alle condizioni della montagna, assieme agli stretti rapporti con gli abitanti della zona, sarebbero state le armi vincenti di questo nuovo corpo. L’idea non piacque, inizialmente. Il diretto superiore di Perrucchetti commentò acidamente: «Avrete delle compagnie di contrabbandieri, non di soldati». Per fortuna, il ministro della guerra Cesare Ricotti, appassionato di montagna (con il senatore Quintino Sella fu uno dei fondatori del Cai, il Club Alpino Italiano), rimase colpito dal progetto e lo trasformò in realtà, anche perché l’esercito veniva ora concepito come una massa di coscritti che doveva essere radunata e spedita al fronte. In caso di guerra era indispensabile fermare il nemico sulle Alpi per avere il tempo necessario a raccogliere le truppe.

Le prime quindici compagnie, per un totale di 3mila uomini, vennero create il 15 ottobre del 1872 e distribuite a Cuneo, Torino, Novara, Como, Brescia, Treviso e Udine. Ciascun alpino aveva in dotazione un fucile svizzero, il Vetterli; ogni compagnia disponeva di un mulo per trainare una carretta con viveri e munizioni. L’uniforme era ancora quella del resto dell’esercito: il cappello con la penna nera arrivò solo nel 1874.

Nella tragica battaglia di Adua del 1899 nella quale il battaglione di penne nere al comando del colonnello Davide Menini venne annientato (sopravvissero solo 92 uomini su 952). Durante la Prima guerra mondiale, gli Alpini vennero impiegati in modo massiccio su tutto il fronte alpino combattendo in condizioni durissime. La strategia italiana prevedeva il controllo delle cime, dalle quali si potevano sorvegliare le vallate con le mitragliatrici, i mortai e i cannoni. I combattimenti erano condotti quindi spesso da piccoli reparti che dovevano riuscire a fare sloggiare gli avversari dalle vette. Gli austriaci, che adottavano una strategia difensiva, si trovarono in grande vantaggio, mentre i nostri Alpini subirono perdite enormi. Sperando di poterli abbandonare in tempi rapidi, trincee e accampamenti non venivano curati. Non fu così. Il fronte rimase bloccato ad alta quota per tutta la guerra: nessun esercito aveva mai affrontato una prova simile. Il primo inverno fu terribile perché gli Alpini non avevano ricevuto un equipaggiamento adatto (si pensava che la guerra, scoppiata il 24 maggio, sarebbe finita nel giro di tre o quattro mesi). Soltanto l’anno successivo ci si organizzò meglio e le condizioni dei soldati migliorarono: per esempio vennero forniti dei copricappotto bianchi da indossare per gli attacchi sulla neve, per evitare di essere individuati dal nemico non appena usciti dalla trincea. Gli Alpini parteciparono a quasi tutte le battaglie più sanguinose della guerra, compresa la tragica sconfitta di Caporetto e la vittoriosa resistenza sul Piave, che avrebbe portato alla vittoria finale.

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