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Cristo nel labirinto di Alatri

Cristo nel labirinto di Alatri

Cristo nel labirinto dell’ex convento di Alatri

La chiesa di San Francesco ad Alatri, in provincia di Frosinone, risale alla seconda metà del XIII secolo – prima metà del XIV. Venne costruita dai frati francescani stanziati nell’attiguo convento. L’interno subì trasformazioni barocche e custodisce tutt’oggi una preziosa reliquia: un mantello medievale attribuito a San Francesco d’Assisi.

La facciata presenta un grande rosone con sedici colonnine.

È nell’ex convento che si trova un particolare affresco, un unicum, scoperto nel 1996.

L’affresco rappresenta un Cristo pantocratore al centro di un labirinto composto da dodici cerchi concentrici neri ed altrettanti bianchi.

Cristo è barbato, ieratico, iconico, con un nimbo dorato con una croce inscritta. Indossa tunica e pallio dorati. Con la mano sinistra, tiene un libro chiuso da fibbie, all’altezza del cuore. Ancora alla stessa mano porta un anello. La destra sembra indicare l’uscita del labirinto. Una prima lettura prevedeva che la destra del Cristo stringesse una mano uscente dal labirinto. La sua figura è presentata non proprio a mezzo busto, ma a tre quarti.

Tale affresco è un unicum. In nessuno dei labirinti conosciuti compare una figura di Cristo centrale.

Sono famosi il labirinto pavimentale della Cattedrale di Chartres, quello scolpito su una lastra marmorea murata sulla facciata della Cattedrale di San Martino a Lucca, un altro è presente, ancora pavimentale, nella Cattedrale di Amiens, o in Italia a Ravenna nella Chiesa ottagonale di San Vitale. In Germania altri due esempi si riscontrano nelle Chiese di San Severino e San Gerone a Colonia, ma numerosi sono altri esempi.

Il labirinto di Cnosso e il Minotauro

Quello del labirinto è un simbolo antichissimo che affonda le sue radici nell’antichità minoica.

Si ricorda infatti il labirinto di Cnosso, costruito dall’architetto Dedalo per volere di Minosse, re di Creta, in cui egli volle rinchiudere il Minotauro, nato dall’unione della moglie con un toro bianco donato da Poseidone. Secondo la mitologia, il mostro divorava ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle che erano un tributo dovuto da Atene, sconfitta da Minosse durante la guerra.

Fu Teseo a uccidere il mostro grazie al prodigioso aiuto di Arianna, figlia del re, e del suo filo.

Il labirinto è quindi un luogo in cui ci si perde, un luogo in cui è il buio a dominare.

Teseo e Minotauro
Teseo combatte il Minotauro, mostro del labirinto di Cnosso

Confronti con altri labirinti

Nel Cristianesimo è un simbolo che viene adottato con significato di morte e rinascita ed è sotto quest’ottica che bisogna leggere il labirinto di Alatri più di ogni altro.

Comunemente le pareti del labirinto costituiscono le vie tortuose della vita, piene di pericoli e di sbarramenti, di sbagli. La via esatta conduce però verso la luce della salvezza.

Nel labirinto di Alatri alla fine della retta via vi è addirittura rappresentato il Cristo che tende la mano verso colui che uscirà dalla tortuosa struttura che è la vita terrena.

L’affresco di Alatri è particolare anche per altri elementi. Innanzitutto la struttura del labirinto non è spigolosa. Mentre un labirinto come quello della basilica di Saint – Quentin, ad esempio, si presenta ottagonale, così come doveva esserlo quello della cattedrale di Reims ormai distrutto, quello preso in considerazione è invece circolare, come quello di San Vitale, Lucca, Chartres. Tutto ciò che è rotondo è legato alla compiutezza in Dio. I cerchi sono poi dodici, come gli Apostoli, ma tale numero è anche multiplo del numero tre riconducibile alla Trinità.

Labirinto S. Vitale
Il labirinto pavimentale nella Chiesa di San Vitale a Ravenna 

Il labirinto è dunque il percorso della Fede.

Un’analisi più attenta potrà far notare che il percorso del labirinto di Alatri è “unicursale”, ovvero esiste una sola entrata e una sola uscita. Lo scopo non è quindi quello di sbagliare strada e ritrovare la retta via, ma di percorrere una volta sola i vari corridoi. È in qualche modo un percorso rassicurante, in cui non può e non deve esistere la paura dell’ignoto perché quel che attende al suo termine è solamente Cristo, luce e verità. Quest’unico percorso è interpretabile come un segno positivo, mentre quello a più strade è negativo.

Entrerebbe però in gioco una questione di fondamentale importanza per la religione cristiana: quella del libero arbitrio. Se infatti il labirinto a più strade permette all’uomo di sbagliare e redimersi, di fare le proprie scelte, quello con un solo percorso permette di seguire quell’unico sentiero, quell’unica via. Si parlerebbe quindi, nel secondo caso, di predestinazione.

In realtà anche nel labirinto “unicursale” le possibilità sarebbero due: proseguire verso la salvezza, oppure tornare indietro e scegliere le tenebre, il male. Ecco dunque che un semplice labirinto con tale particolarità acquista un significato intrinseco ben più complesso, soprattutto se nel suo mezzo vi è il Cristo nimbato, con tunica e pallio, un po’ a ricordare quegli affreschi ultimi delle catacombe romane, come nella volta del cubicolo di Leone nelle catacombe di Commodilla a Roma.

Busto del Cristo nella volta del cubicolo di Leone nelle catacombe di Commodilla
Busto del Cristo nella volta del cubicolo di Leone nelle catacombe di Commodilla a Roma

Il libro del Cristo è inoltre chiuso, quasi a voler indicare che solo Lui detiene la Sapienza e la Verità, che non a tutti è dato conoscere, ma solo a coloro i quali attraverseranno il labirinto giungendo infine a Lui, luce che risplende nelle tenebre.

Il percorso del labirinto è poi identico a quello della Cattedrale di Chartres.

Le differenze riguardano il fatto che il secondo abbia il cerchio centrale a forma di “rosa esalobata”, gli angoli arrotondati (mentre quello alatrense ha gli spigoli netti), ed una specie di “ghiera dentata” che decora il cerchio più esterno.

Un architetto francese del XIII, Villard de Honnecourt, ha lasciato tra gli schizzi del suo taccuino di appunti, in cui riporta figure umane, animali e simboli, molti disegni tratti da sculture di cattedrali gotiche, tra i quali spicca la pianta del labirinto di Chartres, senza “rosa esalobata”, senza “ghiera dentata” e con gli angoli “non arrotondati”.

Il labirinto di Chartres non ha una datazione precisa. Si tende a farlo risalire alla fine degli anni di costruzione della Cattedrale. Si parlerebbe perciò di metà XII secolo. Il diametro del cerchio più esterno è di 12 metri. Le fonti parlano di una placca bronzea che si trova centralmente alla “rosa esalobata” con rappresentati Teseo e il Minotauro. Tale manufatto sarebbe stato rimosso in epoca napoleonica per altri usi. Il labirinto venne considerato per anni un percorso per i pellegrini, allegoria del cammino per la salvezza dell’anima verso la Terrasanta. Chartres era una delle mete prima di arrivare a Santiago.

Si diceva precedentemente della somiglianza con il labirinto di Lucca. Ebbene, è qui che la lastra con il simbolo riporta una frase in latino: “Hic quem creticus edit Dedalus est laberinthus de quo nullus vadere quivit qui fuit intus in Theseus gratis Ariadne stamine vintus”.

Il messaggio che viene comunicato è sicuramente allegorico: senza il filo d’Arianna è impossibile uscire dalla trappola del Minotauro. Anche il labirinto di Lucca presenta però un unico percorso. Il messaggio è riferibile quindi solo ai labirinti “multicursali”. Potrebbe essere una frase generale, riferita in senso lato al simbolo del labirinto e non a quello specifico di Lucca. Si ricorda ancora che la stessa cattedrale era anch’essa meta di pellegrini come quella di Chartres. Qui si venerava un crocifisso particolare, con gli occhi aperti, un Cristo vivo.

Tornando al labirinto di Alatri, quest’ultimo è affrescato su una parete che volge ad Oriente. Si entra quindi provenendo dalle tenebre, dal buio del peccato e si va verso la luce rappresentata dal Cristo Salvatore.

Committenze, restauri e datazione

Sono state ipotizzate committenze Templari, anche per l’associazione con un altro simbolo affrescato su un’altra parete dello stesso luogo, ovvero il “Fiore della vita”, risultato di sei cerchi intersecati tra loro con un settimo posizionato centralmente. È questa una figura di perfezione divina, apportatrice di vita, ma anche di vita nuova, eterna.

Fiore della vita Alatri
Il cosiddetto “Fiore della vita” affrescato ad Alatri 

Il “Fiore della vita” è appunto stato associato ai Cavalieri del Tempio poiché si ritrova anche in altri monumenti che appartennero all’ordine. Ben si sa che ipotesi come questa possono facilmente cadere nella “fantarcheologia misteriosa” che di scientifico non ha proprio nulla.

È bene quindi mantenersi lucidi e oggettivi nell’esaminare simili testimonianze iconografiche, portando avanti confronti e studi che non abbiano basi leggendarie, senza per questo screditare gli Ordini Cavallereschi, tra cui quello dei Templari, che sono comunque esistiti, ma troppo spesso sono divenuti protagonisti di storie fantastiche.

In base a studi architettonici, storico – artistici ed epigrafici per il labirinto viene proposta una cronologia che si fissa agli inizi del XIV secolo, copia forse di un originale gnostico del II secolo d.C.

Sul labirinto di Alatri sono stati effettuati interventi di restauro terminati proprio ultimamente. Si è provveduto alla conservazione dell’opera in quanto il degrado era causato dall’alto tasso di umidità con conseguente formazioni di muffe e rigonfiamenti dell’intonaco. Inoltre erano causa di degrado anche interventi relativamente recenti con malta cementizia e la presenza di tubi di scarico fognario nei paraggi.

Sono ancora in corso gli studi, anche da parte di stranieri, in particolare svedesi, inglesi e tedeschi. Un sito tedesco si occupa proprio del tema dei labirinti, tra cui quello di Alatri (http://www.das-labyrinth.at/labyrinth/links.htm#global).

Per quanto riguarda gli italiani, colui che si è occupato maggiormente del tema è stato Giancarlo Pavat.

Bibliografia

  • Pavat G., Il Cristo nel labirinto – Il mistero dell’affresco, Città di Alatri, edizione aggiornata 2010
  • Le Goff J, L’immaginario medievale, Laterza, 1998

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