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Delo: storia degli scavi archeologici

Delo: storia degli scavi archeologici

Prime esplorazioni archeologiche a Delo

Agli inizi del XV secolo Cristoforo Buondelmonti sbarcò a Delo incuriosito e desideroso di visitarla. Egli era nato alla fine del XIV secolo a Firenze e aveva ricevuto gli ordini sacerdotali; si era successivamente trasferito sull’isola di Rodi per apprendere il greco, ma da qui compiva spesso escursioni nelle isole vicine per visitare i resti antichi e raccogliere il frutto delle sue esperienze in manoscritti. Il resoconto di tutte le sue esplorazioni è custodito in un libro dedicato nel 1420 al cardinale Giordano Orsini, nel quale vengono ricordati anche i monumenti di Delo: un tempio molto antico e una statua colossale.

Alla metà del XV secolo giunse sull’isola Ciriaco di Ancona, che copiò le iscrizioni sopravvissute e disegnò alcuni schizzi delle rovine, fra le quali la statua già citata dal Buondelmonti.

Con la conquista turca terminarono obbligatoriamente le escursioni erudite a Delo.

Soltanto nella seconda metà del XVII secolo si potè rimettere piede sull’isola e il primo a farlo fu il marchese di Nointel, ambasciatore francese a Costantinopoli, nel novembre del 1673.

Nell’agosto del 1675 arrivarono in soggiorno a Delo Jacob Spon e George Wheler, che copiarono l’importante iscrizione dedicatoria del portico di Filippo il macedone. Poco più tardi giunse sull’isola il pittore olandese Seger de Vries, che ci ha lasciato numerosi disegni delle rovine, nei quali la statua colossale già menzionata dal Buondelmonti e da Ciriaco di Ancona aveva ancora la testa, poi andata peduta.

Alla fine del XVIII secolo, Pitton de Tournefort viaggiò, a spese del re di Francia, attraverso la Grecia e l’Asia Minore, spingendosi fino in Persia. Egli insegnava botanica al Collège Royal, ma era molto interessato a tutte le scienze e all’antichità. A Delo effettuò quattro escursioni tra l’ottobre del 1700 e il gennaio del 1701, trascrivendo appunti dettagliati di ciò che vedeva e stilando una cartina da lui disegnata.

Nel 1753 la società dei Dilettanti inviò nell’Egeo il pittore James Stuart e l’architetto Nicholas Revett. Nel marzo dello stesso anno gli stessi sbarcarono a Delo e si trovarono di fronte un paesaggio desolato. Nella loro descrizione affermano infatti che l’isola, un tempo famosa e meta di migliaia di visitatori, adesso è deserta: gli unici animali, oltre ai conigli selvatici e ai serpenti, qui presenti sono greggi di pecore portate a brucare l’erba dalla vicina isola di Micono. Inoltre, i monumenti antichi vengono continuamente depredati da scalpellini turchi mandati dalla madre patria a raccogliere colonnine di marmo, per l’usanza, all’epoca, di porle sulle tombe e sulle quali essi scolpiscono un turbante.

Nel 1829, quando Bory de Saint-Vincent e Albert Blouet, membri della spedizione scientifica di Morea, giunsero a Delo, la situazione non era cambiata: loro stessi rilevarono uno stato confusionario e desolato delle rovine, delle quali del solo teatro si poteva identificare con sicurezza la forma e la destinazione. Tuttavia i due studiosi riuscirono a compiere dettagliati rilievi di ciò che rimaneva e la Scuola Francese di Atene, nell’estate del 1847, pochi mesi dopo la sua fondazione, inviò sull’isola l’allievo Charles Benoit, con l’incarico di continuare i rilievi archeologici.

Nonostante le escursioni sull’isola continuassero, ancora nel 1860 Delo si presentava come una landa desolata: Adolf Michelis scrisse di non aver trovato lì nè un albero nè una casa, ma soltanto un invalido guardiano di verri che pascolavano nella melma di quello che era il lago sacro dei cigni di Apollo. Ma l’inizio degli scavi sul suolo di Delo fu avvantaggiato da questo suo abbandono, perchè non si dovevano fare i conti con insediamenti moderni e con terreni coltivati da espropriare.

Così, nel 1873, Emile Burnouf, allora direttore della Scuola Francese di Atene, inviò sull’isola una missione archeologica di scavo con a capo un allievo, Albert Lebègue. La prima campagna ebbe per oggetto le pendici della collina del Cinto, nelle quali si apriva un antro già individuato da precedenti visitatori e che, secondo Burnouf, sarebbe stato il centro più antico del culto di Apollo. Ma l’esito dello scavo fu deludente, perchè restituì soltanto materiale di epoca ellenistica e anche la sommità della collina riportò alla luce un santuario sempre ellenistico dedicato a Zeus e Atena.

Nel 1876 la missione di scavo fu affidata all’allora ventottenne Theophile Homolle, che concentrò le ricerche vicino la zona dell’antico porto, chiamata Marmara (“i marmi”). Proprio nelle immediate vicinanze si trovavano i resti del portico di Filippo il macedone, la cui iscrizione era già stata mezionata da Spon e Wheler. Il fatto che le fonti antiche collegassero insistentemente il porto alle descrizioni dei riti sacri aveva fatto pensare a Homolle che il luogo sacro ad Apollo potesse trovarsi lì. Infatti la sua teoria era giusta, perchè nella primavera del 1877 furono portati alla luce il lato ovest e sud di un tempio dorico, che si scoprirà, poi, essere il maggiore dei tre dedicati ad Apollo.

Delo: storia degli scavi archeologici

Ripresa degli scavi e nuove scoperte

Nel 1894 gli scavi sull’isola furono interrotti per effettuare ricerche sul continente, a Delfi, altro luogo sacro ad Apollo. Nel 1902 furono riaperte nuove campagne di scavo, grazie soprattutto alle generose donazioni del duca di Loubat.

Oggetto di indagine, questa volta, fu la zona del lago sacro, dove anticamente nuotavano i cigni consacrati ad Apollo, con la terrazza monumentale sormontata da leoni in marmo di Nasso, che dovevano essere in numero di nove, dei quali se ne conservano solo cinque. Un sesto si trova all’ingresso della Grande Porta dell’Arsenale di Venezia, depredato dall’isola dall’Ammiraglio Francesco Morosini nel 1687. Oltre al lago sacro, gli scavi furono effetturati anche nel quartiereabitativo di epoca ellenistica.

L’impianto urbanistico di quest’ultimo si era rivelato molto irregolare, con vie strette e solo di rado lastricate. Le case dei benestanti si distinguevano bene per la presenza, al loro interno, di vari ambienti disposti intorno ad un cortile porticato, munito al centro di una vasca scoperta che alimentava una cisterna sottostante. Le facciate non avevano finestre aperte sulla strada, ma le stanze della casa prendevano luce dal grande cortile, intorno al quale gravitava tutta la vita della famiglia.

Il quartiere più abitato era quello del teatro, un edificio risalente al II secolo a.C., capiente di oltre cinquemila posti. Numerose sono le abitazioni di età ellenistica e romana e molte sono decorate con mosaici: casa dei Delfini, casa delle Maschere, casa del Tridente, casa di Dionisio.

A nord-ovest del portico dei leoni si trovava la sede dei Poseidoniasti di Beirut, centro di commercianti che adoravano il dio Poseidone, due palestre, il santuariodell’Archegeta, il ginnasio e lo stadio.

A causa dello scoppio della prima guerra mondiale gli scavi furono nuovamente interrotti per poi essere ripresi nel 1920, quando furono prese in esame, di nuovo, le pendici della collina del Cinto. Qui furono scoperti santuari che gli immigrati dall’Egitto e dalla Siria avevano eretto in onore delle loro divinità.

Nel 1925 fu presa la decisione di colmare l’antico lago sacro, che stava dando luogo ad una zona malsana e malarica e il suo perimetro fu distinto da un muretto appositamente costruito.

A causa dello scoppio della seconda guerra modiale ci fu un’altra interruzione degli scavi che furono riavviati nel 1946, quando le campagne furono condotte nel quartiere abitativo nella parte settentrionale dell’isola, nella zona della baia di Scardana.

Situazione attuale

L’isola è oggi praticamente disabitata ed è un immenso sito archeologico che richiama turisti ed appassionati da ogni parte del mondo. Dal 1990 è iscritta nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco. In realtà, il fatto che sia disabitata dipende dal divieto di pernottarvi, che è legato alla sacralità del luogo e che i governi moderni hanno voluto continuare a preservare.

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