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Dioniso

Dioniso (Bacco / Bacchus)

Dioniso

La vita e il mito

Dioniso nacque dall’unione di Zeus e di Semele, figlia di Cadmo e Armonia. Sua madre chiese a Zeus di mostrarglisi in tutta la sua potenza ma, avvenuto ciò, le folgori del dio la carbonizzarono. Prima che morisse il piccolo, non ancora nato, Zeus lo salvò e lo cucì nella sua coscia e, scaduto il termine biologico per la nascita, Dioniso venne alla luce, nato da due madri fu perciò detto “dimètor” (dalle due madri).

Molte altre narrazioni parlano di diverse madri di Dioniso e di vari amori avuti dal padre Zeus piuttosto che di altri tipi di nascite del dio (1). Crebbe a Orcomeno, sotto il re Atamante e sua moglie Ino, tenuto nascosto sotto vesti femminili per sfuggire alla vendetta di Hera, moglie di Zeus. Divenuto adulto scoprì l’utilizzo della vite ma Hera lo rese folle e fu costretto a girovagare in Egitto e in Siria fino a raggiungere la Frigia dove la dea Cibele lo fece rinsavire e lo iniziò ai suoi culti. Viaggiò per tutta la Grecia sempre accompagnato da sileni, satiri e menadi, sul suo carro trainato da tigri o pantere. Giunse fino in India (2) per iniziare l’uomo alla viticoltura. Poi fece ritorno in Beozia.

Diretto a Nasso si imbattè in una nave di feroci pirati tirreniche trasformò in delfini (3) e, giunto sull’isola incontrò Arianna che vi era stata lasciata proditoriamente da Teseo, re di Atene, e decise di sposare la giovane cretese. Discese nell’Ade per riscattare sua madre donando il mirto a Persefone. Nei suoi tanti viaggi si imbattè in personaggi che non lo trattarono col rispetto dovuto a un dio, come Licurgo, re di Tracia, il quale catturò le sue sacerdotesse. Dioniso lo fece impazzire tanto che, convinto di potare una vite, uccide con un’ascia il proprio figlio Driande. La Tracia divenne sterile e poiché si seppe che la sua collera si sarebbe placata solo con la morte del re, Licurgo venne legato, dai suoi sudditi, a quattro cavalli per essere squartato (4).

La follia colse anche Penteo, re di Tebe, che vietò l’introduzione del suo culto in città, e fu sbranato da sua madre Agave in preda al furore bacchico insieme alle baccanti. Anche le figlie di Minia, re di Orcomeno, ignorarono i suoi rituali sacri e persero il senno dilaniando Ippaso, figlio di una di loro, Leucippe. L’appellativo Bàcchos (colui che strepita) deriva dalla confusione dei suoi adepti durante i riti a lui dedicati.

Dioniso

Culto

Ritenuto di origine tracia o anatolica, il culto di Dioniso è molto presente nella cultura greca antica. A Dioniso erano dedicate le Dionysia, aventi luogo in Attica tra dicembre e gennaio e dette piccole Dionisiache o rustiche; erano celebri per la falloforia o processione del fallo (5). In Atene, nel periodo tra marzo e aprile, le grandi Dionisiache o cittadine erano incentrate su rappresentazioni teatrali. Le Lenee erano festeggiate tra gennaio e febbraio mentre le Antesterie a marzo. Sempre correlato al culto del dio era la rappresentazione di commedia e tragedia in teatro.

In Grecia Dioniso era associato alla vegetazione, al vino e a tutti i suoi utilizzi, misticamente connessi alla ricerca del giusto mezzo tra ebbrezza e sobrietà, tra superamento dei propri limiti e mantenimento del proprio controllo. A lui spesso era associato il dio Zagreo. Nella tradizione misterica orfica Zagreus era uno dei tanti appellativi di Dioniso. Tratto comune tra i due dei è la presenza di Zeus come padre (più raramente di Semele) e la connessione coi misteri e col mondo dell’Ade in un’ottica di rinascita salvifica.

Plutarco narra che a Orcomeno ogni anno era commemorata la morte di Ippaso durante le feste dette Agrionie: delle donne fingono di cercare Dioniso, e sedendosi in cerchio attendevano finchè il sacerdote del dio usciva dal tempio con la spada in pugno fino a uccidere la prima che incontrasse (6).

A Roma, dove era chiamato indistintamente sia Bacchus sia Liber Pater era associato solamente al vino e alla viticoltura. Qui le sue feste, le Liberalia, erano in relazione al culto di Cerere. Sempre a Roma, accanto al culto pubblico del dio, penetrarono anche riti orgiastici a carattere privato, e spesso sfrenato, detti Bacchanalia, celebrati di notte. Tali rituali erano visti dal Senato come destabilizzanti e anticonformisti tanto che nel 186 a.C. emanò il Senatus consultum de Bacchanalibus proprio per abolirli. Il culto segreto visse però fino all’età imperiale.

Dal pensiero di Nietzsche in poi, i caratteri della spiritualità dionisiaca sono sempre stati visti in contrapposizione con quelli del culto apollineo. In realtà sia Apollo sia Dioniso hanno prerogative soteriche e filantropiche alternate a eventi di esemplare punizione dei peccati di hybris umana.

Dioniso

Iconografia

I suoi attributi più frequenti sono la ghirlanda di pampini ed edera, il tirso (bastone con pigna) e il mirto. Sempre in sua compagnia era il corteo di satiri, menadi e sileni ubriachi e danzanti. Gli animali a lui sacri erano la pantera, che il dio spesso tiene in mano per la coda o vi si siede sopra, e il caprone.

Un altro animale molto presente nelle rappresentazioni dionisiache è il delfino, in riferimento ai pirati tirreni trasformati in delfini e al ruolo che questo animale, amico dell’uomo e dall’intelligenza a metà tra la bestia e l’essere umano, ha nell’accompagnare le anime dei defunti verso le Isole dei Beati attraverso la difficile navigazione. Molti sarcofagi infatti presentano motivi e scene di carattere dionisiaco.

La polimorfia di Dioniso che si trasforma in varie belve (toro, leone, orso, serpente, pantera) indica una sfera di mutazione dall’umano al ferino, connessa strettamente alla perdita del controllo dell’inesperto bevitore che può rapidamente passare dallo stato di temperanza a quello di eccesso a causa del vino.

L’immagine del dio ha due aspetti molto differenti a seconda dell’epoca: il Dioniso “arcaico” ha una chioma, lunga barba ed è un adulto mentre quello rappresentato da Fidia nel frontone del Partenone è un giovane imberbe, con caratteri efebici e quasi femminili, e da questa epoca in poi Dioniso sarà spesso rappresentato così. Infatti alcuni studiosi ritengono più probabile, come datazione per l’Inno a Dioniso, la prima metà del IV secolo a.C., dato l’aspetto del dio descritto come un giovane dai tratti femminei.

Dioniso

Riferimenti bibliografici

AA.VV., Dizionario di antichità classica.

Ateneo di Naucratis, Deipnosofisti, XIV.

Arriano, Indiche, V.

Diodoro Siculo, Biblioteca storica, II.

M. Gyslon, R. Palazzi, Dizionario di mitologia e dell’antichità classica.

R. Graves, I miti greci.

Nonno di Panopolis, Dionisiache, VI.

Omero, Iliade, VI.

Ovidio, Metamorfosi, III, VI.

Papinio Stazio, Tebaide, I.

Pausania, Periegesi della Grecia, X.

Pindaro, Pitica, III.

Plutarco, Simposio, VII.

Plutarco, L’avidità di ricchezza, VIII.

Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III.

Pseudo-Omero, Inno VII (a Dioniso).

Strabone, Geografia, XI.

Note

(1) Ovidio, Metamorfosi, VI, 114; Nonno di Panopolis, Dionisiache, VI, 269; Papinio Stazio, Tebaide, I, 12; Pindaro, Pitica, III, 177; Plutarco, Simposio, VII, 5; Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III.

(2) Arriano, Indiche, V; Diodoro Siculo, Biblioteca storica, II, 38; Pausania, Periegesi della Grecia, X, 29; Strabone, Geografia, XI, 5, 5.

(3) Ovidio, Metamorfosi, III 377-699; Pseudo-Omero, Inno VII (a Dioniso), 6-53.

(4) Omero, Iliade, VI, 130-140.

(5) Plutarco, L’avidità di ricchezza, VIII, 527; Semos di Delos in Ateneo di Naucratis, Deipnosofisti, XIV, 622.

(6) Plutarco, Questioni greche, 38.

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