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Djoser

Il faraone Djoser

  • Titolatura: Netjerikhet Djoser
  • Regno: XXVII secolo a.C., III dinastia, Antico Regno
  • Luogo: Menfi (capitale del regno), Basso Egitto
  • Imprese: costruzione del primo edificio monumentale in pietra della storia

L’ascesa al trono di Djoser

La transizione dal Periodo Protodinastico (I e II dinastia) all’Antico Regno (XXVII-XXIII secolo a.C.) fu segnata dall’avvento al trono della III dinastia, il cui capostipite fu uno dei più notevoli sovrani dell’antico Egitto: il faraone Djoser (1).

Fino alla fine del XIX secolo, gli studiosi possedevano ben poche informazioni sull’identità e l’operato del sovrano. Nelle iscrizioni contemporanee, infatti, egli era citato con il solo Nome di Horo (2) Netjerikhet, mentre negli annali e nelle liste reali era registrato come Djoser (il nome proprio). Gli archeologi che portarono alla luce i primi reperti riguardanti questo sovrano non potevano, dunque, immaginare che Netjerikhet e Djoser fossero la stessa persona. Finalmente, nel 1889 fu scoperta una stele di epoca tolemaica – soprannominata Stele della Carestia (3) – recante un’iscrizione in cui i nomi di Djoser e Netjerikhet erano associati.

Il regno di Djoser

Le notizie riguardanti questo sovrano rimangono, comunque, piuttosto scarne. È controversa, innanzitutto, la durata del suo regno: il Canone di Torino (una lista reale scritta su papiro e risalente alla XIX dinastia) riferisce che Djoser rimase sul trono per 19 anni; lo storico egizio Manetone (III secolo a.C.) gli attribuisce, invece, 29 anni di regno. È certo, ad ogni modo, che il faraone governò su un Egitto stabilmente unificato e in cui le strutture politiche e amministrative erano state definitivamente consolidate.

Sebbene il passaggio tra la II e la III dinastia fosse avvenuto sostanzialmente nel segno della continuità e senza profonde cesure politiche o culturali, il regno di Djoser rappresentò un momento cruciale della storia egizia e come tale fu percepito già nell’antichità: nel Canone di Torino il nome di questo sovrano è l’unico evidenziato con inchiostro rosso. La ragione di tanta venerazione risiede, sostanzialmente, nel fatto che Djoser fu l’iniziatore dell’architettura monumentale in pietra (4): il suo complesso funerario, edificato interamente con blocchi di pietra da taglio, inaugurò l’epoca delle piramidi – immagine classica dell’antico Egitto – e segnò il consolidamento dell’ideologia e della simbologia monarchiche.

Veduta panoramica dei resti del complesso di Djoser
Veduta panoramica dei resti del complesso di Djoser

Imhotep

Il nome di Djoser è da sempre affiancato a quello di Imhotep. Le origini di questo personaggio sono ancora sconosciute e la sua figura in parte avvolta nella nebbia del mito. Vissuto, forse, fino alla fine della III dinastia, Imhotep fu il fidato consigliere del faraone e l’architetto di corte; un’iscrizione, incisa sul basamento di una statua di Djoser, lo descrive come:

“Tesoriere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, amministratore del grande palazzo, signore ereditario, gran sacerdote di Eliopoli (5), Imhotep il costruttore […]” (base di statua JE 49889, Museo del Cairo).

Pur non avendo mai ricoperto alcuna carica politica, dunque, Imhotep ebbe un forte ascendente sul sovrano e godette di un’alta considerazione presso di lui, fino a raggiungere una posizione di assoluta preminenza nella società egizia. Fu dal suo genio che scaturì l’ambizioso progetto del monumento funerario di Djoser; ispirandosi alla tradizione precedente, Imhotep fu in grado di innovare completamente l’architettura funeraria reale, conferendole una nuova forma e un nuovo significato, resi eterni grazie all’utilizzo di materiali non deperibili.

Le sue capacità intellettuali e la sua avvedutezza rimasero nella memoria dell’antico popolo egizio anche in epoche posteriori e lo trasformarono in un personaggio leggendario. Dal II millennio d.C., egli fu addirittura divinizzato: ritenuto figlio del dio Ptah (6), divenne oggetto di un culto locale a Menfi. Per merito della sua saggezza, fu assurto al ruolo di patrono degli scribi e dei medici; in epoca tolemaica, quando i Greci lo assimilarono al loro dio della medicina Asclepio, il suo tempietto a Saqqara (dove si trova anche la piramide di Djoser) divenne meta di intensi pellegrinaggi: gli ammalati vi si fermavano a dormire, sperando che il dio si manifestasse loro in sogno e rivelasse i modi e i tempi della guarigione (una pratica religiosa chiamata incubazione).

La piramide a gradoni di Djoser

Il complesso funerario di Djoser – al cui scavo si dedicò, soprattutto, l’egittologo francese Jean-Philippe Lauer, nel secolo scorso – sorge sulla piana di Saqqara, necropoli della capitale Menfi, a sud-ovest del Cairo. Esso costituisce la prima costruzione realizzata interamente in pietra nell’antico Egitto, nonché l’edificio monumentale più antico del mondo. Il progetto originario prevedeva la realizzazione di una grande mastaba – tradizionale sepoltura reale nell’epoca precedente (7) – ma, nel tempo, esso subì revisioni e modifiche che, in diverse fasi costruttive, trasformarono la primigenia tomba in una piramide a gradoni alta 62,5 metri, tramite la sovrapposizione di sei mastabe di dimensioni decrescenti.

La camera sepolcrale, destinata ad accogliere le spoglie del defunto sovrano, fu costruita con blocchi di granito direttamente al di sotto della piramide, sul fondo di un pozzo a 28 metri di profondità. Tutt’intorno alla camera, si dipanava un sistema di gallerie e stanze che costituivano gli appartamenti funerari del re e in cui sono state rinvenute le tracce della suppellettile funeraria deposta per il sovrano. Tali ambienti sono denominati “camere azzurre”, poiché le pareti furono rivestite con piastrelle di faïence (una pasta vitrea di colore verde-azzurro).

Dettaglio della straordinaria decorazione delle camere azzurre
Dettaglio della straordinaria decorazione delle camere azzurre

Il complesso funerario di Djoser

Planimetria del complesso funerario
Planimetria del complesso funerario

La piramide era collocata al centro di un ampio complesso, orientato secondo l’asse nord-sud – in sintonia con il corso del Nilo – ed esteso su una superficie di 15 ettari. Lungo tutto il perimetro si innalzava un’imponente cinta muraria, alta 10,5 metri e decorata con una caratteristica tecnica a sporgenze e rientranze, detta “facciata di palazzo” (poiché imitava il prospetto del palazzo reale). Dei quindici portali monumentali realizzati lungo le mura, soltanto uno – posto presso l’angolo sudorientale – consentiva l’effettivo accesso al complesso.

Porzione della cinta muraria, ricostruita con la pietra originaria
Porzione della cinta muraria, ricostruita con la pietra originaria

Nell’area meridionale si estendeva un ampio cortile, a nord del quale torreggiava la piramide a gradoni; sul lato opposto sorgeva la Tomba Meridionale, un cenotafio (ovvero, un monumento tombale commemorativo, non destinato alla sepoltura) a mastaba, che riproduceva fedelmente – ma in scala ridotta – la struttura interna della piramide (8).

A est, un cortile più piccolo accoglieva una serie di cappelle cultuali e altre costruzioni sacre, riproduzione in pietra delle strutture in materiale deperibile edificate in occasione della festività heb-sed: si trattava di una cerimonia solenne, che i faraoni celebravano periodicamente con lo scopo di rigenerare le loro facoltà fisiche e spirituali e di rinnovare la loro sovranità sull’Egitto. Era connesso all’heb-sed anche il suddetto cortile meridionale, al centro del quale due coppie di cippi a forma di ferro di cavallo delimitavano lo spazio per la corsa rituale, uno dei momenti più importanti della festa, durante la quale il faraone metteva alla prova la sua prestanza fisica.

Addossati al lato settentrionale della piramide, furono edificati il tempio funerario, destinato al culto post-mortem del sovrano, e il serdab, un angusto vano completamente inaccessibile, all’interno del quale era stata posta una statua a grandezza naturale di Djoser; tramite due fori praticati all’altezza degli occhi, la statua sarebbe stata in grado di assistere ai rituali celebrati presso il tempio. Nella zona antistante, si apriva un altro ampio cortile, in fondo al quale sorgeva un altare destinato, probabilmente, alla consacrazione delle offerte per il defunto sovrano.

La statua di Djoser, rappresentato assiso e con il tipico copricapo nemes. È la prima scultura a tutto tondo e di grandi dimensioni della storia dell’Egitto.
La statua di Djoser, rappresentato assiso e con il tipico copricapo nemes. È la prima scultura a tutto tondo e di grandi dimensioni della storia dell’Egitto.

Il complesso funerario come simbolo

Lo straordinario monumento funerario di Djoser era, certamente, focalizzato sulla figura del faraone, ma incarnava anche lo spirito di un intero popolo: in quanto riflesso di una società articolata e gerarchizzata e del sistema economico sul quale essa si fondava, tale immane opera architettonica costituisce la trasposizione in una forma concreta del sistema ideologico che sorreggeva l’intero apparato statale.

Essa palesa, infatti, la concezione che gli Egizi avevano della monarchia, offrendo l’immagine di un sovrano di origine divina, il cui ruolo non rimaneva circoscritto alla sua esistenza terrena, ma, con la morte, era trasferito su un piano sovrannaturale e, dunque, eterno. Il complesso con i suoi edifici sacri (in particolare, l’area dedicata all’heb-sed) si configurava, pertanto, come lo scenario cultuale – reso imperituro grazie alla natura dei materiali impiegati – in cui il re avrebbe potuto rinnovare il potere regale e perpetuare nell’aldilà il compito di salvaguardare l’ordine cosmico stabilito dagli dei, garantendo la salvezza dell’intero universo.

Ancora oggi, un senso di profonda sacralità e potenza promana dal monumento che è stato simbolo di un’epoca e che continua a mantenere intatto il suo fascino, sfidando i secoli.

Note

  • 1) Djoser non fu, verosimilmente, il primo sovrano della III dinastia; secondo il resoconto dello storico egizio Manetone (III secolo a.C.), il suo regno fu preceduto da quello del pressoché sconosciuto Nebka, ma è ignoto quale tipo di parentela legasse i due sovrani.
  • 2) Il Nome di Horo era uno dei nomi che costituivano la titolatura regale ed era assegnato al sovrano al momento dell’incoronazione.
  • 3) La Stele della Carestia fu rinvenuta presso la località di Elefantina, isola di fronte ad Assuan. Il reperto fa risalire al regno di Djoser una carestia durata sette anni; il sovrano vi pose fine placando il dio ariete Khnum – che controllava le inondazioni del Nilo, indispensabili per la fertilità del territorio – con offerte e con la concessione del territorio del Dodecascheno (la zona intorno alla I cateratta del Nilo, nella Bassa Nubia) al suo tempio di Elefantina. Sebbene alcuni studiosi ritengano che la stele fosse la copia di un originale più antico, l’ipotesi maggiormente accolta oggi considera il documento un falso storico, che l’ordine sacerdotale di Elefantina redasse al fine di conferire un fondamento storico alle sue pretese di controllo del Dodecascheno.
  • 4 I n precedenza, era impiegato prevalentemente il mattone crudo, composto di argilla impastata con paglia ed essiccato al sole.
  • 5) La città di Eliopoli, a nord-est del Cairo, era la principale sede di culto del dio solare Ra, divinità suprema del pantheon egizio.
  • 6) Ptah era, secondo la teologia menfita, il dio creatore dell’universo e il protettore degli artisti e degli artigiani.
  • 7) La mastaba era costituita da una sovrastruttura a forma di parallelepipedo, con le pareti leggermente inclinate; la camera funeraria e gli ambienti annessi erano sotterranei. Questa tipologia di tomba fu, inizialmente, impiegata sia per le sepolture reali, sia per quelle private; quando i sovrani adottarono la piramide, però, essa fu adibita ad uso esclusivamente privato.
  • 8) Questo cenotafio era, forse, un omaggio all’antica necropoli reale delle prime due dinastie, situata, appunto, nell’Egitto meridionale, ad Abido. Considerata la culla della regalità egiziana, Abido fu, infatti, una città sacra per tutto il corso della storia egizia.

2 Commenti su Djoser

  1. Salve! Volevo aggiungere al bell’articolo che anche la statua di pietra di re Djoser sembra aver avuto, originariamente, occhi di cristallo. A tale proposito, segnalo un mio articolo sugli occhi delle statue del Regno Antico:

    www storia-controstoria.org/antiche-culture/lenti-dei-faraoni/

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