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Elogio di Gneo Cornelio Scipione Ispano

Si tratta dell’unica iscrizione repubblicana integra rinvenuta nell’ipogeo degli Scipioni a Roma, appartiene alla tomba di Gneo Cornelio Scipione Ispano, figlio di Scipione Ispallo (console nel 176) e di Paulla Cornelia. Il sarcofago è a lastre in tufo dell’Aniene con la facciata in peperino, quest’ultima probabilmente era coperta da quattro tavole in lapis Albanus, ritrovate con gli scavi del 1782. Di queste le due lastre centrali (0,56×0,74 m. ciascuna) sono esposte ai Musei Vaticani; le laterali sono anepigrafi e tuttora in loco.

L’iscrizione presenta molte novità rispetto ad una tradizione che nel suo complesso è priva di riscontri validi.

Il testo è il seguente:

Cn. Cornelius Cn. f. Scipio Hispanus

pr(aetor), aid(ilis) cur(ulis), q(uaestor), tr(ibunus) mil(itum) (bis),

(decem)vir sl(itibus) iudik(andis),

(decem)vir sacr(is) fac(iundis).

 

Virtutes generis mieis moribus accumulavi

progeniem genui, facta patris petiei

maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum

laetentur stirpem nobilitavit honor.

 

“Gneo Cornelio, figlio di Gneo Scipione Ispano, pretore, edile curule, questore, tribuno militare per due volte, decemviro per i giudizi sulle controversie, decemviro per l’effettuazione delle cose sacre.

Ho riunito nei miei costumi le virtù della mia gente. Ho generato figli, sono stato pari nelle imprese a mio padre. Ho ottenuto la lode dei miei progenitori, che furono lieti di avermi generato. Le mie cariche hanno nobilitato la stirpe.”

Iscrizione di Gneo Cornelio Scipione Ispano
Iscrizione di Gneo Cornelio Scipione Ispano (Musei Vaticani)

Iscrizione di Gneo Cornelio Scipione Ispano
Iscrizione di Gneo Cornelio Scipione Ispano, disegno

L’epitaffio inciso è in distici elegiaci.

La parte superiore delle due tavole contiene il titulus con i dati onomastici e onorifici completi del defunto: nella prima riga il nome completo (Cn. Cornelius Cn. f. Scipio Hispanus); inferiormente l’elenco delle cariche pubbliche ricoperte. Gneo Cornelio Scipione porta il cognomen ex virtute Hispanus, dovuto all’impegno della sua famiglia nelle guerre in Spagna.

Il cursus honorum è discendente ed è articolato in due gruppi distinti: nella lastra di sinistra l’indicazione delle magistrature politiche (pr(aetor) aid(ilis) cur(ulis) q(uaestor)); in quella di destra l’elenco su due righe delle cariche minori, militari, giudiziarie e religiose (tr(ibunus) mil(itum) II xvir sl(itibus) iudik(andis) xvir sacr(is) fac(iundis)). Cornelio riscoprì il sacerdozio dell’ordine senatorio prima di intraprendere la carriera politica, che cominciava con una carica del vigintivirato (lui fu decemviro slitibus iudicandis con competenze giudiziarie), dopo la quale il giovane militava come tribuno laticlavio in una legione. Si apriva così l’accesso alla questura, all’edilità e alla pretura. Cornelio non riuscì a completare il cursus senatorio divenendo console, essendo morto poco dopo essere stato pretore.

Appiano ricorda che Scipione Ispano in qualità di pretore e questore, nel 149 a.C. si recò a Cartagine con il cugino Scipione Nasica Corculum, uno degli ambasciatori incaricato di presentare alla città l’ultimatum che avrebbe portato alla terza guerra punica (1). Nel 139 a.C. fu pretore peregrino ed emise un editto di espulsione per i Caldei e gli Ebrei residenti a Roma (2). Morì pochi anni più tardi, probabilmente prima del 130 a.C., perché la sua ascesa politica si interruppe bruscamente.

Il titulus ha i caratteri di dimensioni superiori all’elogio vero e proprio, che inoltre è nettamente distaccato dai versi iniziali. È composto di due distici elegiaci e costituisce per noi il primo documento epigrafico in latino di questo metro.

L’epigramma risulta privo di qualsiasi riferimento individuale. Attraverso l’elogio il defunto parla di se stesso tralasciando il cursus honorum, indicando i suoi obiettivi, le aspettative per il futuro e i valori che lo hanno guidato. Si tratta di una sorta di commento soggettivo fatto in prima persona, e quindi più intimo e per nulla ufficiale, contrariamente a ciò che avviene nel titulus, dove l’uso della terza persona è legittimo.

Nel testo non vi è alcun riferimento alle imprese belliche del defunto; emerge invece con forza l’orgoglio gentilizio attraverso un lessico (virtutes, facta, maiorum laudem, honor) tipico della famiglia degli Scipioni, ma più in generale della Roma repubblicana.

I due termini estremi dell’epigramma (virtutes e honor) sono alla base dell’ideologia della nobilitas, all’interno dei quali si collocano tre affermazioni rivolte ai rapporti familiari: il figlio, il padre, gli antenati (progeniem, patris, maiorum). È evidente una pura esaltazione individuale di alcuni valori, senza alcun riferimento specifico. Potrebbe essere utilizzato per un qualsiasi esponente nobile insignito di cariche pubbliche, padre di un numero non definito di figli, autore di gesta non esplicitate. Il testo è molto generico, sembra più un componimento letterario che un elogio funebre, che per sua stessa natura dovrebbe essere più personale.

Il primo verso esalta le virtutes del defunto ricevute per eredità biologica e trasmesse alla progenie. È evidente la fierezza di un uomo che ha compiuto pienamente i suoi doveri sia verso gli antichi (maiores) proseguendone la stirpe, sia verso il padre eguagliandone le gesta (facta patris petiei). Ha condotto una vita degna, tale da meritare la lode dei suoi antenati (maiorum laudem). Segue il principio tipicamente romano della soddisfazione degli avi, “i quali sono lieti di averlo generato”.

Nell’ultimo verso il defunto menziona la stirpe che ha lasciato sulla terra, con un’eredità costituita dal nome e dall’honor conseguito. Il verbo “nobilito” allude proprio a questo.

L’epitaffio come esaltazione dell’honor e della virtus rimanda all’antica tradizione di esporre le immagini di uomini illustri durante le feste pubbliche. Tuttavia questa iscrizione così come gli altri elogi scipionici contenuti nell’ipogeo, sembra inserita in una dimensione privata. La natura stessa del sepolcro porta a questa considerazione, si tratta di un monumento funerario che era visitato dai parenti dei defunti o da persone legate alla cerchia degli Scipioni in ambito politico e militare.

Note

  • 1) Appiano, Pun., 80, 375.
  • 2) Valerio Maximo, I, 3,3.

Bibliografia

  • M. Massaro, L’epigramma per Scipione Ispano, in “Epigraphica” LIX, 1997, Faenza.
  • M. Massaro, L’epigramma per Gneo Cornelio Scipione Ispano, in “Epigrafia metrica latina di età repubblicana”, Bari 1992.

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