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Elogio di Lucio Cornelio Scipione Barbato

sepolcro di Lucio Cornelio Scipione Barbato

Il sarcofago e le iscrizioni di Lucio Cornelio Scipione Barbato presenti nell’ipogeo degli Scipioni a Roma, hanno suscitato periodicamente l’attenzione da parte degli studiosi sia da un punto di vista storico che filologico per la complessità e l’importanza dei problemi in essi presenti. Ancora oggi sotto alcuni aspetti il loro esame non risulta soddisfacente.

Il Barbato fu pronipote di un tribuno militare del 359 a.C. che portò per primo il cognome di Scipio, cioè “bastone” perché “pro baculo regebat” il padre cieco come ricorda Macrobio (1).

Il sarcofago ricavato dalla rude pietra di Alba fu portato in Vaticano sotto Pio VI verso la fine del 1782 (dove tuttora si trova); solo in occasione dei lavori di sistemazione dell’ipogeo iniziati nel 1926 fu realizzata una copia collocata successivamente al posto dell’originale.

Il titulus dipinto

Il Corpus Inscriptionum Latinarum registra il titulus dipinto di colore rosso e non inciso sul coperchio del sarcofago (CIL I2, 6):

[L. Corneli]o(s) Cn. f. Scipio (2)

Questa prima iscrizione fin dai tempi della scoperta non apparve integra a causa della perdita della metà sinistra del coperchio (ricostruita in epoca moderna). Riporta solo il nome (Lucio Cornelio Scipione) e il patronimico (figlio di Gneo) del defunto ma senza il cognome Barbatus.

La forma in –o di Cornelio denuncia l’arcaicità della scritta trattandosi di un antico nominativo latino in –os con caduta della s finale, questa variante linguistica è usata nel III e II sec. a.C., periodo che corrisponde alla probabile datazione di questa iscrizione più antica tenendo conto che il Barbato morì nel 273 a.C.

Essendo moderna la parte sinistra dell’operculum (coperchio) il titulus originale fu alterato, infatti oggi si legge:

Cornelius Cn. f. Scipio


Iscrizione sul coperchio del sarcofago di Barbato (Musei Vaticani).


Titulus originale

L’iscrizione fu probabilmente dipinta per un uso antico di segnare il nome dei defunti subito dopo la sepoltura in attesa che l’epitaffio elogiativo venisse scolpito a memoria perenne.

L’elogio funebre

Osservando la fronte principale del sarcofago si nota chiaramente che una iscrizione lunga una riga e mezzo circa venne volutamente erasa in antico. È sicuro che il testo dovesse contenere il nome del personaggio, seguito dall’indicazione delle principali cariche pubbliche ricoperte; non sono rimasti segni visibili dell’epigrafe eccetto poche lettere dell’ultima parola: [C]eso[r]

Il Corpus Inscriptionum Latinarum riporta chiaramente anche l’epitaffio più recente che inizia esattamente nel punto in cui termina quello scalpellato (CIL I2, 7):

……………………………………………………………………

…………………Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod Patre

prognatus fortis vir sapiensque quoius forma virtutei parisuma

fuit consol censor aidilis quei fuit apud vos Taurasia Cisauna

Samnio cepit subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit

“Lucio Cornelio Scipione Barbato, generato dal padre Gneo, uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile presso di voi. Prese Taurasia, Cisauna e Sannio, assoggettò tutta la Lucania e ne portò via ostaggi”.


Iscrizione incisa sulla cassa del sarcofago di Scipione Barbato (Musei Vaticani)

CORNELIVS·LVCIVS·SCIPIO·BARBATVS·GNAIVOD·PATRE

PROGNATVS·FORTIS·VIR·SAPIENSQVE—QVOIVS·FORMA·VIRTVTEI·PARISVMA

FVIT—CONSOL CENSOR·AIDILIS·QVEI·FVIT·APVD·VOS—TAVRASIA·CISAVNA

SAMNIO·CEPIT—SVBIGIT·OMNE·LOVCANA·OPSIDESQVE·ABDOVCIT

L’iscrizione si compone di sei versi, il metro usato è il saturnio, tipico della poesia latina arcaica. Tuttavia l’elogio si colloca in un’epoca già imbevuta di cultura greca e il contenuto del testo epigrafico ne è una chiara testimonianza.

L’elogium sostituì la precedente iscrizione probabilmente nei primi anni del II sec. a.C. nell’epoca di Scipione Africano. L’elemento cronologico è un problema fortemente dibattuto tra gli studiosi. Sembra plausibile che l’epitaffio sia stato realizzato dopo quello strutturalmente identico di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Barbato, console nel 259 e morto verso il 230 a.C. Mentre il titulus dipinto va datato intorno al 270 a.C.

Da un punto di vista grammaticale il testo contiene molte forme arcaiche: gnaivod è una forma antico per gnaeo; quoius è un genitivo arcaico di qui che poi nel I sec. d.C. diventerà cuius; la mancanza della –m finale degli accusativi di alcune parole (Taurasia, Cisauna, omne, Loucana).

Dopo la formula onomastica canonica con l’anomalia del praenomen Lucius posto dopo il nomen (forse per ragioni di ritmo) e l’elogio morale del defunto, giungiamo al cuore della laudatio funebris.

L’espressione “quoius forma virtutei parisuma fuit” depurata dei suoi arcaismi (cuius forma virtuti parissima fuit) risulta fondamentale per conoscere la figura di Scipione Barbato e la famiglia di cui era capostipite. Si tratta di una formula greca tradotta in latino, con la quale si esprime il concetto della kalokagathìa. Ma mentre in greco i due termini (kalos e agathos) hanno perso il loro significato letterale e si uniscono in una espressione di eccellenza (nobile o egregio), nella versione latina la prestanza fisica (forma) e il valore (virtutei) conservano la loro autonomia. È evidente come i romani cercassero di rendere al meglio dei concetti tipicamente greci.

L’elogio narra le vicende storiche e politiche del console e introduce elementi di influenza ellenica (oltre al principio della kalokagathìa anche l’aggettivo sapiens tradisce l’influsso greco) per descrivere le qualità morali del defunto. La forma del sarcofago (simile ad un’ara) riconduce al mondo ellenistico, in particolare alla Sicilia, dove è attestata una larghissima serie di piccole are somiglianti a quella del Barbato. La nobilitas romana del tardo III-II sec. a.C. ha l’esigenza di inserirsi e di conoscere la cultura greca; anche in virtù di una politica di espansione rivolta verso mondi pienamente ellenizzati (Magna Grecia e Sicilia).

Tutto ciò porta a pensare che l’elogio di Barbato sia una testimonianza precoce di un processo di romanizzazione dei modelli greci. I valori di virtus e forza fisica si accompagnano ai principi tipici dell’etica aristocratica greca di sapiens e bello. L’aggettivo sapiens si collega a sapientia e indica una saggezza politica.

La vita politica romana di età repubblicana è caratterizzata da una scala di valori, il più importante dei quali è la virtus, un termine che indica genericamente una serie di qualità originarie e acquisite, come l’integrità, l’ingenium, e l’innocentia che tocca ai boni. In questo contesto si inserisce la sapientia, intesa come la capacità di interpretare le leggi e di saper distinguere il giusto dal suo contrario. La virtus consente di conseguire l’honos sia come magistratura che come riconoscimento sociale del rango, tutto ciò comporta la fama, la gloria e diventa modello per le generazioni future.

Ritornando al contenuto dell’elogio, dopo aver esaltato le qualità fisiche e morali del Barbato, si passa al cursus honorum discendente ( cioè dalla carica più importante a quella meno importante). Il nostro Scipione fu console nel 298 a.C., e su questa data gli studiosi non hanno dubbi. Mentre per l’edilità non abbiamo notizie; per la carica di censore sorge qualche perplessità essendo giunti a noi mutili i Fasti Consolari. Due sono le ipotesi proposte: il 290 (3) o il 280 a.C. (4). Quest’ultima sembra essere la data più probabile.

L’elenco delle cariche è seguito da una semplice ma incisiva espressione: “quei fuit apud vos” (“il quale fu presso di voi”). La frase indica chiaramente un richiamo alla collettività, evidenziando un forte legame tra la comunità e il cittadino, tipico dell’età repubblicana. La formula apud vos evidenza quasi un’approvazione democratica insita nell’origine della formazione della nobilitas, la cui virtus deve essere riconosciuta.

Le ultime due linee dell’elogio riassumono le maggiori imprese militari del console, la sottomissione della Lucania e la conquista di tre località: Taurasia, Cisauna e Sannio. Di queste ultime le prime due erano oppida del Sannio, anche se non sono state identificate geograficamente.

Ma le questioni più complicate sono sorte quando si è tentato di verificare attraverso le fonti la veridicità delle gesta attribuite al console dall’autore ignoto del suo elogio funebre. Esiste in effetti per l’anno 298 a.C. una discordanza tra le imprese militari del Barbato così come sono riportate nell’epigrafe (corrispondente alla tradizione dei Cornelii Scipioni) e la narrazione storica dei medesimi avvenimenti della terza guerra sannitica (298-290 a.C.) proposta da Livio. Lo storico non ricorda questi combattimenti avvenuti nel Sannio ad opera di Scipione Barbato, al quale attribuisce una incerta vittoria a Volterra contro gli Etruschi. Il Mazzarino ritiene sicuri i successi del console testimoniati nell’elogio, confuta invece la versione liviana (5). Chiaramente nell’epitaffio non vengono riportate tutte le sue conquiste militari.

L’ultima impresa menzionata nel testo epigrafico è la sottomissione di una regione (la Lucania), dalla quale portò a Roma ostaggi. Noi sappiamo che il Barbato non poté conquistarla, perché proprio nel 298 a.C., spinta dalla pressione sannitica, chiese e ottenne un patto di alleanza con Roma e vi inviò volontariamente ostaggi.

Questa anomalia ha svalutato il valore dell’iscrizione come fonte storicamente attendibile; l’errore sarebbe dovuto al desiderio dei successivi Scipioni di accrescere le gesta del loro antenato.

In conclusione constatiamo come l’autore dell’epitaffio ci abbia lasciato il ritratto e il ricordo di un uomo illustre della Roma repubblicana, di cui vengono esaltati il valore fisico e morale, a cui si aggiunge l’esaltazione epica delle sue gesta. Tutto ciò spiega l’interesse che da sempre ha suscitato questo elogio così ricco di contraddizioni e novità.

Note

  • 1) Macrobio, Saturnalia, 1, 6, 26.
  • 2) Nel linguaggio epigrafico l’uso delle parentesi quadre indica le lettere o le parole integrate laddove il testo latino presenta una lacuna; invece le parentesi tonde si usano per lo scioglimento di sigle e di abbreviazioni del testo originale.
  • 3) Ipotesi portata avanti da: N. Terzaghi, in Storia della letteratura latina, I, Torino 1953, p. 20; C. Marchesi, Letteratura romana, Messina 1949, p. 19.
  • 4) Datazione presente in: A. Degrassi, Fasti Capitolini, Torino 1954, pp. 52, 120 e 188; A. Passerini, Scipione Barbato, Lucio Cornelio, in “Enciclopedia Italiana”, vol. XXXI, Milano 1936, p. 173.
  • 5) S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 1, Bari 1966, pp. 288-289.

Bibliografia

  • Ugo Scamuzzi, L’ipogeo degli Scipioni in Roma, Il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato, in “Rivista di studi classici”, V, fasc. III, Torino 1957.
  • Filippo Coarelli, Il sepolcro degli Scipioni, in “Guide di monumenti”, Roma 1972.
  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Roma 1984.

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