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Torri di Ras Al-Khaimah

In tempi come i nostri, dominati dalla tecnologia satellitare e dalla continua diminuzione di aree inesplorate in tutto il mondo, è difficile vivere vere e proprie avventure in campo archeologico. Ma uno di questi luoghi magici ancora esiste, e si trova nel nord degli Emirati Arabi Uniti, a circa 100 km da Dubai. Ras al-Khaimeh (RAK) è uno dei sette Emirati che formano gli Emirati Arabi Uniti, e si sta trasformando in un moderno stato del Ventunesimo secolo che prevede anche la nascita futura di un porto aerospaziale.

Verso la fine degli anni Ottanta ho lavorato in uno scavo a Julfar, un porto commerciale Arabo. In quel periodo il misterioso entroterra e le montagne di Rak erano ancora in larga parte inesplorate. Erano pochi, gli archeologi che si erano avventurati da quelle parti (tra i pochi c’era anche l’agguerritissima Beatrice De Cardi, ora di 93 anni), e alcuni dei siti archeologici più noti, come Hili e Bat, enormi torri rotonde di pietra, fango e mattoni del terzo millennio a.C, erano già stati scoperti. Queste costruzioni non erano gli unici esempi di architettura militare ritrovati a RAK, perché ovunque si posasse lo sguardo si vedevano torri fortificate, sia tonde che quadrate, alcune abbandonate solo una ventina di anni prima e già sulla buona strada per diventare polvere. Queste costruzioni sembravano rappresentare la testimonianza più evidente di uno stile di vita ormai scomparso, visto che gli abitanti del luogo non avevano più bisogno delle alte torri per proteggersi dagli attacchi delle tribù che venivano dalle montagne, e la guerra tra i diversi emirati era solo un lontano ricordo che rendeva le torri inutili e ridondanti.

Uno dei miei colleghi Derek Kennet (oggi dottore in archeologia presso la Durham University in Inghilterra, Regno Unito) ci suggerì di tentare di localizzare tutte le torri difensive a RAK prima che scomparissero per sempre. Così, supportato dal Dipartimento delle Antichità e dei Musei di RAK, e con la benedizione del lungimirante Sceicco Saqr al-Qasimi, abbiamo dato il via al nostro progetto. A partire da dicembre 1991 abbiamo iniziato a lavorare su quello che tutti sostenevano fosse un progetto irrealizzabile: localizzare, registrare e analizzare ogni torre presente nel paese, nel giro di sole sei settimane. Il nostro gruppo di lavoro era composto da Derek Kennet, che avrebbe redatto il verbale dei lavori e si sarebbe occupato di realizzare gli scatti fotografici, da me e da Fiona Baker, che avrebbe disegnato i prospetti e i progetti, e la signorina Beatrice De Cardi, che conosceva il territorio come nessun altro. Armati di cartellina, tre penne a sfera, due matite, due metri, una macchina fotografica una tavola per disegnare e una scala di alluminio, ci sentivamo pronti ad affrontare il lavoro. Dopo essere saliti a bordo del nostro fedele Nissan Patrol, siamo partiti alla volta della catalogazione della nostra prima torre, che si trovava a poche centinaia di metri dal campo base di Falayya. Le tre settimane successive si rivelarono una vera e propria avventura tra deserti, montagne, sal,ine e wadi, che ci portò a volte al limite della nostra resistenza, ma ancora oggi ripensandoci credo che sia stata una delle più grandi avventure della mia vita.

Le prime torri che abbiamo affrontate si trovavano all’interno o in prossimità di aree già insediate lungo la costa. Due tra le fortificazioni più difficili da catalogare erano il Museo Nazionale di RAK e la stazione di polizia di al-Uraybi: il museo per le sue dimensioni molto estese e per il grandissimo numero delle sue stanze, e la stazione di polizia per ovvi motivi di sicurezza. Anche se erano stati preavvisati del nostro imminente arrivo, non era facile concentrarsi al cospetto di venti poliziotti armati fino ai denti che mi fissavano non senza un certo stupore mentre tentavo, per l’ennesima volta, di lanciare senza successo un metro per misurare lungo 30 metri oltre le mura.

In ogni modo, la vera sfida è iniziata quando ci siamo spostati verso l’interno, nella grande distesa della Pianura Shimal, dove ci siamo resi conto che anche il più piccolo insediamento era dotato di una sua struttura difensiva. Il nostro tentativo di reperire informazioni presso la gente del posto ci portava, magari, a ritrovarci in cortili abbandonati dove c’era una singola torre quadrata. In queste zone, la difficoltà maggiore da superare erano le acacie ricoprivano quasi tutta la pianura e che rendevano la nostra visibilità a livello terra quasi nulla, questo ci ha portato a studiare una soluzione per risolvere il problema: Derek mi suggerì di viaggiare sul sedile del passeggero con metà corpo fuori dal finestrino, per poter così riuscire a vedere oltre le fronde delle spinosissime acacie. Il punto debole di questo piano tendenzialmente funzionante era la guida un po’ troppo noncurante di Derek, che mi ha portato a ritrovarmi pieno di graffi e di escoriazioni causate dai rami di acacia, e anche se lui ha sempre giurato il contrario, io sono sicuro di averli sentiti ridacchiare dentro l’auto. Quando eravamo ormai verso la fine di questa fase abbiamo catalogato un gran numero di cascine fortificate che si trovavano ai margini della distesa di ghiaia e già avevamo iniziato a concepire un metodo per la localizzazione di questi siti e dei loro stili architettonici distintivi.

Durante le nostre spedizioni giornaliere la routine era sostanzialmente questa: quando Beatrice individuava una nuova torre fermavamo la macchina, saltavamo silenziosamente a terra e preparavamo tutti i nostri attrezzi del mestiere; io e Fiona iniziavamo a perlustrare il piano terra mentre Derek catalogava la parte esterna. Piazzavamo la scala contro la parte esterna della torre per raggiungere la porta, che era immancabilmente posizionata al primo piano. Io sceglievo tra i prospetti quello che meglio descriveva l’essenza della costruzione e, utilizzando il sasso legato alla fine del metro per misurare, lo lanciavo verso la sommità, diventando sempre più bravo man mano che passavano i giorni. Fiona poi iniziava a gridare numeri e misure mentre io disegnavo un prospetto in scala che avrei poi completato a occhio.

Arrivati a questo punto Derek era ormai entrato dentro la torre e noi, dopo aver finito di studiare l’esterno, lo aiutavamo a disegnare i prospetti dell’interno e delle caratteristiche principali della struttura. Con noi nascosti alla vista, Derek fotografava poi l’esterno della torre, e successivamente scendevamo dalla scala, raccoglievamo tutto il nostro equipaggiamento e tornavamo alla macchina. Tutto questo poteva durare circa un’oretta, e con pochissimo e equipaggiamento e con molto metodo abbiamo catalogavamo nel modo pi completo una costruzione dopo l’altra. Ma più ci allontanavamo dai centri urbani e più la nostra missione diventava pericolosa. Mentre stavamo osservando un sito archeologico chiamato il Palazzo di Sheba, arroccati su un precario costone roccioso, abbiamo anche sentito qualche rumore di sparo e lo sfrecciare di un proiettile. Ci rendemmo subito conto che l’origine di questo attacco era l’AK-47 imbracciato dal figlio di una vecchia signora molto arrabbiata a cui avevamo inavvertitamente invaso il giardino. Ritornati di corsa alla nostra macchina ci siamo trovati di fronte a un gruppo di locali molto adirati e, resici conto che la situazione ci stava sfuggendo di mano, abbiamo deciso di darcela a gambe.

Questo episodio ci ha preparati per gli occasionali colpi di arma da fuoco che venivano di tanto in tanto sparati nella nostra direzione dalle montagne, che era dove ci stavamo dirigendo e dove abbiamo trovato dozzine di torri in pietra che proteggevano strade e villaggi remoti aggrappati ai fianchi incredibilmente ripidi dei pendii. Tante delle torri di avvistamento sono state catalogate solo dopo ore di arrampicate per i pendii, di attraversamenti di abissi in equilibrio su un tronco di palma e, in un’occasione, dopo aver percorso un sentiero di ghiaia che era largo solo qualche centimetro in più della nostra macchina, con uno strapiombo a picco sul wadi sottostante. In ogni modo, la nostra grandissima determinazione non ci ha fatto mai arrendere e alla fine delle sei settimane a nostra disposizione avevamo trovato e catalogato 75 strutture difensive.

Tutte le planimetrie e i prospetti erano stati creati con un’accuratezza da pubblicazione, e al nostro ritorno in Inghilterra abbiamo effettuato un’ulteriore archiviazione del materiale raccolto. Il progetto sembrava a questo punto concluso, ma dieci anni dopo, nel 2002, Derek mi telefonò per avvisarmi che avevamo saltato una torre. Era molto vicina al nostro campo base di partenza ma forse per una svista, l’avevamo saltata; senza pensarci troppo tornai nel RAK a finire il lavoro. E qui è dove finalmente finisce questa storia. In poche settimane e con un equipaggiamento che possiamo definire decisamente basico, avevamo catalogato gli straordinari edifici che sono le Torri di RAK-al-Khaimak, a dispetto degli spari, dei locali inviperiti e delle condizioni a volte territorialmente impervie.

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