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Eos (Aurora – Thesan)


Eos sul carro trainato da Lampo e Fetonte, cratere, Berlino Staatliche Antikensammlungen.

Genealogia di Eos

Figlia dei Titani Iperione e Tia, o di Iperione ed Eurifessa, o di Pallade e Stige, così come riferiscono molte fonti poetiche o mitografiche (1), è sorella di Helios, di Selene, di Aer e di Aether. Annuncia l’arrivo di Helios e lo accompagna nel suo quotidiano percorso sul cocchio trainato dai cavalli Lampo e Fetonte, finchè non arriva sulle spiagge occidentali dell’Oceano.

Amori di Eos

Sposa Astreo, discendente dei Titani, al quale genera come figli i Venti (Anemoi), Fosforo e tutte le altre stelle del cielo (2). Tuttavia dopo che Afrodite la sorprende a giacersi con Ares, la condanna ad un perenne ardore amoroso verso giovani mortali. Così seduce Orione, Clito e Cefalo. Rapisce infine Ganimede e Titono, figli di Troo.

Ma anche Zeus non rimane insensibile al fascino del giovane Ganimede, che viene sottratto alle attenzioni di Eos. Allora la dea supplica Zeus di rendere Titono immortale, ma si dimentica di chiedere per il giovane amato anche l’eterna giovinezza, cosicchè egli diviene ogni giorno più vecchio e grinzoso e con la voce sempre più stridula. Alla fine Eos, stanca di badare a Lui, dopo avergli generato due figli, Ematione e Memnone, lo abbandona chiudendolo nella stanza da letto e Titono si trasforma in cicala (3).

Eos e Cefalo, Parigi, Louvre, n. inv. G438

Culto di Eos

In Grecia

Non è attestato in Grecia un culto specifico di Eos. Alcune fonti letterarie riportano la notizia di libagioni offerte in Atene ad Eos, Helios e Selene. Non sembra siano stati edificati templi a questa divinità (4). In Magna Grecia il suo culto sembra collegato a quello di divinità femminili, quali la Malophoros. A Selinunte, infatti, un’arula fittile documenta la conoscenza del mito di Eos che rapisce Cefalo, mentre dal tempio della Malophoros proviene, appunto, una lastra con questa stessa raffigurazione. Anche in area etrusca tirrenica alcuni reperti provengono da simili contesti cultuali.

In Etruria

Diversa è invece la situazione in area etrusca, dove il culto di Thesan, la divinità che corrisponde alla Eos greca, è ben documentato. Certo, si tratta di una divinità minore del pantheon etrusco, ma attestata su documenti epigrafici fin dal VII secolo a.C. Il suo nome ricorre inoltre sul liber linteus della mummia di Zagabria, un libro liturgico con prescrizioni rituali disposte in forma di calendario, prodotto in un’area geografica situabile fra Cortona, Perugia e il lago Trasimeno tra il III e il II secolo a.C. (5)

Da contesti religiosi provengono raffigurazioni di Thesan che ne ribadiscono il significato cultuale e ne definiscono la sfera di azione. Da Pyrgi proviene infatti una lamina bronzea con una raffigurazione di Thesan, mentre da Caere proviene l’acroterio che raffigura Thesan nell’atto di rapire un fanciullo.

Da Capua, dal Fondo Patturelli di Curti, sul limite orientale della città, provengono due antefisse, raffiguranti Thesan con in braccio un giovinetto. Il santuario di Pyrgi era dedicato ad Eilythia, corrispondente e alla latina Iuno Lucina e all’etrusca Uni e a Leukothea, cui corrispondeva nel mondo latino la Mater Matuta e forse proprio la Thesan etrusca.

Il contesto cultuale di Pyrgi suggerisce dunque di attribuire a Thesan il valore di divinità celeste, legata alla nascita del nuovo giorno, ma anche di divinità collegata alle nascite, albe di nuova vita. A Capua, il rinvenimento nel santuario del Fondo Patturelli anche di centosessanta sculture femminili in tufo, raffiguranti madri con bambini in fasce in grembo, note come Matres Matutae, sottolinea ancora una volta come al carattere celeste della divintà si associ anche quello di divinità legata all’ambito femminile della maternità e della fertilità.  

Tali raffigurazioni infatti ripropongono l’iconografia della kouroptophos, e sottolineano la funzione della figura femminile come nutrice, che riassume una simbologia di fertilità. Esse sembrano rappresentare l’immagini delle devote offerenti.

A Roma

Alla Eos greca corrisponde la latina Aurora. A Roma essa viene associata nel culto a Matuta, successivamente nota come Mater Matuta, associata ai porti. Le viene dedicato un tempio nel Foro Boario e l’11 giugno si celebravano in quel tempio le Matralia, feste in onore di Mater Matuta, cui potevano partecipare solo donne appena sposate.

Miti legati ad Eos/Thesan

Vengono frequentemente rappresentati gli amori di Eos soprattutto a partire dal V secolo a.C., quando il tema dell’amore delle divinità per i mortali acquista enorme popolarità divenendo spesso soggetto delle raffigurazioni vascolari.

Oltre all’amore per Clito e Titono, viene frequentemente rappresentato l’amore per Cefalo, un eroe ateniese. La frequenza con cui quest’ultimo mito viene rappresentato proprio a partire proprio dal V secolo a.C va letto in parallelo con l’affermarsi dell’importanza politica di Atene. Non è infrequente che nelle pitture vascolari il mito di Cefalo sia associato alla rappresentazione di racconti relativi ad altri eroi ateniesi. Molto spesso questo mito si trova associato alla rappresentazione delle imprese di Teseo.

Iconografia di Eos e monumenti antichi collegati

In Grecia

Sui vasi greci Eos appare sempre alata, spesso vestita con un lungo chitone. Con riferimento alla punizione infertale da Afrodite, viene rappresentata mentre rapisce un fanciullo, di cui si è invaghita o mentre insegue un giovinetto. Le scene di rapimento ricorrono più di frequente sui manufatti di epoca arcaica, mentre le scene di inseguimento sono più frequenti a partire dal V secolo a.C.

In Etruria

Più variegata è l’iconografia della Thesan etrusca. Essa è raffigurata sia alata, con uno o due paia di ali, sia aptera. La Thesan con due paia d’ali è caratteristica dell’epoca tardo- arcaica. Nel V secolo prevale l’iconografia con un solo paio di ali, mentre la dea aptera diventa comune nell’arte etrusca del IV secolo a.C. In questo periodo la dea viene spesso rappresentata anche nuda, con monili che le ornano il collo e le orecchie.

Spesso è raffigurata con diadema, corona radiata o con un tutulus. Veste un corto chitone e i calzari alati. Tale abbigliamento ha riscontro su materiale ceramico della fine del VI secolo a.C. Nel corso del V secolo il corto chitone viene sostituito da un chitone lungo con maniche e l’abbigliamento viene completato da un himation. Talvolta nelle raffigurazioni accompagna Usil, il dio del Sole, a riprova della perfetta corrispondenza tra l’etrusca Thesan e la Eos greca, così come le fonti letterarie greche raccontano (6).

L’aspetto astrale della dea è sottolineato anche da alcune raffigurazioni su specchi, in cui è rappresentata su un carro decorato da una stella e trainato da cavalli alati, mentre tiene nella mano sinistra una fiaccola. In un altro caso la dea è raffigurata sempre su un carro, vestita solo con un mantello leggermente gonfiato dal vento. Tali raffigurazioni rappresentano l’esatta traduzione dei versi omerici in cui si descrive il suo viaggio al seguito del fratello Helios. La presenza della stella e del mantello gonfiato dal vento alludono chiaramente a Thesan come madre delle stelle e dei venti, confermando ulteriormente sia l’identità tra la Eos greca e la Thesan etrusca, sia la profonda conoscenza dei miti greci in ambito etrusco.

E’ interessante il fatto che lo schema iconografico della dea sul carro, che la identifica come divinità celeste, venga utilizzato sul cratere falisco del Pittore dell’Aurora per raffigurare il rapimento di Cefalo da parte di Eos.

pittore dell'Aurora
Cratere falisco del Pittore dell’Aurora. Roma, Museo di Villa Giulia (n.inv.2491)

Anche in ambito etrusco è raffigurata nell’atto di rapire o di inseguire un giovinetto. Lo schema iconografico adottato è nel primo caso quello della corsa. Nel secondo caso è quello dell’inseguimento con corsa da destra verso sinistra. Le raffigurazioni di Eos che rapisce Cefalo sono presenti in ambito etrusco sia su materiale di produzione locale, sia su materiale di importazione greca, con varianti significative del mito che provano la consapevole ricezione da parte degli Etruschi dei miti greci nel loro complesso, compresi anche quelli cosiddetti “minori”, come si deve senza dubbio considerare quello di Cefalo. Come inoltre emerge dalla documentazione archeologica di ambito etrusco vi era una conoscenza anche delle singole varianti del mito, tràdite dalle varie fonti letterarie.

Le aree in cui risulta particolarmente attestato sono il territorio di Vulci, di Capua, e di Felsina. Quindi sia L’Etruria terrenica, sia l’Etruria padana hanno restituito testimonianze di questo mito. Oltre ai già citati reperti provenienti da contesti cultuali (7), il mito è frequentemente raffigurato sugli specchi (8). Su questi oggetti, così legati al mundus muliebris, vengono frequentemente rappresentate divinità legate alla cerchia di Afrodite o di Dioniso e vengono privilegiati temi erotici, tra cui si colloca il rapimento per amore. Gli specchi sono per lo più di provenienza vulcente (9).

Da Vulci provengono anche molte anfore nolane, vasi destinati esclusivamente al mercato etrusco. Lo schema iconografico prevalente in questi vasi è quello dell’inseguimento. Nel territorio di Capua, oltrecchè sulle antefisse, questo mito ricorre anche su stamnoi e pelikai di importazione. Lo schema iconografico adottato è quello dell’inseguimento. A Felsina il mito di Eos e Cefalo ricorre su materiali d’importazione, tutti databili tra il 470 e il 430-20 a.C. in particolare su crateri a colonnette. Lo schema iconografico utilizzato è quello dell’inseguimento.

Bibliografia

Conti, M.C., ”Il mito di Eos e Kephalos in un pinax da Selinunte”Bollettino di Archeologia, 1998

R. Graves, I miti greci (trad. it.), Milano 1988, pp. 133-135.

S. Kaempf-Dimitriadou, Der Liebe der Götter, in Antike Kunst, Beiheft 11, 1979

Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, (LIMC) vol. III. s.v. Eos/Thesan

Note

1 Esiodo, Teogonia, vs 371; Apollodoro, Bibliotheca I, 8; Ovidio, Fasti, V, 159 e IV, 373; Omero, Inno a Helios vs 31;

2 Apollodoro, Bibliotheca, I, 4,4; Omero, Odissea XV, 250; Esiodo, Teogonia, vs 378-382

3 Ovidio, Fasti, I, vs 461

4 Ovidio, Metamorfosi, XIII, 567 “…rarissima templa per orbem….”

5 Sul liber linteus si veda F. Roncalli in Scrivere etrusco, catalogo della mostra, Perugia 1985, pp. 17-52.

6 Omero, Odissea V, 1 e XXIII, 244-46: Teocrito Idillio II, 148.

7 Acroterio n. inv. TC6681, Berlino, Staatliche Museen; Antefissa da Curti (Capua) Berlino, Antiquarium n. inv. 7320; Antefissa da Capua, Capua, Museo Nazionale Campano, senza inventario.

8 Questo mito risulta anche raffigurato su un’idria ceretana conservata al Louvre, datata al 525 a.C (n. inv. E702), su un’anfora a figure nere del Gruppo La Tolfa, conservata a Ginevra nel Musée d’Art et d’Hìstoire, datata al 530-520 a.C. (n. inv. 140), su 2 bronzetti conservati al British Museum e datati al 450-425 a.C. (n. inv. BM Br 480 e 481) e su un attacco di oinochoe conservata al Museo Etrusco Gregoriano , datato al 460-40 a.C. (n. inv. 12798) e sul cratere del Pittore dell’Aurora datato al 360-340 a.C., Roma, Museo di Villa Giulia (n. inv. 2491)

9 Si tratta degli specchi Gerhard ES II, 179, 180; IV, 362, 363,1; V, 74.

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